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Quella scomoda verità che
nessuno osa dire a proposito di immigrazione e di razzismo
di Francesco Lamendola - 07/10/2008
www.ariannaeditrice.it

Da un po' di tempo questo sembra essere divenuto il leit-motiv
delle tavole rotonde politicamente corrette del Bel Paese,
sull'onda emozionale di alcuni fatti di cronaca che hanno
suscitato un vero e proprio rigurgito di cattiva coscienza e
di buone intenzioni da parte un po' di tutti, compreso il
Vaticano e passando, tra l'altro, per l'onorevole Fini.
Eppure c'è una scomoda verità di cui nessuno parla e che tutti
fanno finta di non sapere, che vizia a monte ogni discussione
su immigrazione e razzismo e inquina i termini del dibattito,
in buona o in cattiva fede che sia.
Fermo restando che i Paesi del Nord della Terra hanno una
precisa responsabilità nei confronti delle disastrose
condizioni economiche in cui versano i Paesi del Sud, e che
una giusta politica mondiale avrebbe dovuto puntare a una più
equa ripartizione dei beni esistenti, resta il fatto che il
problema del crescente, ulteriore immiserimento dei Paesi del
Sud non si risolve accettando il trasferimento di masse di
decine e centinaia di milioni di persone verso quelli del
Nord. Ciò costituisce la morte di ogni speranza di ripresa nei
paesi del Sud, abbandonati dalla loro unica, attuale risorsa:
la popolazione giovanile; e crea problemi giganteschi e
insolubili nei Paesi del Nord, impossibilitati ad accogliere
una immigrazione di proporzioni bibliche.
Anzi, se è vero che la chiarezza e la verità devono fondarsi
sull'uso delle parole adeguate, nemmeno di migrazione dobbiamo
parlare, ma di autentica invasione.
Si dirà, da parte dei soliti ambienti politicamente corretti,
che questo termine è eccessivo; che crea allarmismi
ingiustificati; e che, infine, sa di razzismo. Ebbene,
lasciamo pure che dicano e guardiamo ai fatti.
Invasione è l'ingresso di uno o più popoli nel territorio di
un altro Stato, senza che questo possa opporsi a tale
movimento.
E che altro è quella che si sta verificando da una trentina
d'anni, nei Paesi del Nord, se non una invasione metodica e
capillare? Davanti alle carrette del mare stracariche di
sventurati esseri umani, che rischiano la vita pur di sbarcare
sulle nostre spiagge, nessuna efficace resistenza è possibile:
in nome dell'umanità, costoro non solo non vengono respinti,
ma, al contrario, vengono aiutati e sistemati a terra; salvo
poi procedere a un'espulsione del tutto teorica di quanti non
hanno il diritto legale di domandare asilo politico. In
pratica, rimangono quasi tutti; e quelli che sono accompagnati
alla frontiera, ritornano. Ritornano; e, se fermati, ci
riprovano: due, tre, dieci volte; finché passano. Ogni volta
che vengono fermati, esibiscono documenti falsi o danno nomi
diversi, tanto che è difficile capire che si tratta, sovente,
delle stesse persone.
Ricordiamo il caso di una nave carica di clandestini
asiatici che, giunta in vista delle coste australiane, venne
allontanata con la forza dalla Marina militare di quel Paese.
Da noi, le navi, le barche o i gommoni dei clandestini
sbarcano si può dire ogni giorno il loro carico di disperati,
magari sotto lo sguardo perplesso dei bagnanti: è uno
spettacolo ormai familiare.
Questo, per quanto riguarda i clandestini; che, in quanto
tali, contribuiscono in larghissima misura all'aumento
vertiginoso della criminalità: dal traffico della droga, a
quello della prostituzione, fino ai furti e alla violenza
privata. Nelle carceri del Nord Italia, il 60% dei detenuti è
costituito da immigrati extracomunitari; in alcune zone del
Veneto la percentuale sale all'80%. Pagano, ovviamente, i
contribuenti, cioè noi; senza contare l'ulteriore allungamento
dei tempi della giustizia penale, oberata da migliaia e
migliaia di procedimenti in corso.
Per quanto riguarda gli immigrati regolari, bisogna dire che
il loro aumento incontrollato (o controllato sulla base di
parametri assurdi) sta letteralmente alterando l'assetto
demografico del nostro Paese. In alcune zone del Nord Italia,
gli immigrati costituiscono l'8 o il 10% della popolazione. E
il fatto che percentuali analoghe si registrino in Francia,
Germania o Gran Bretagna non ci tranquillizza: anzi, il caso
della rivolta nelle periferie francesi abitate dagli immigrati
maghrebini ci mette in ulteriore allarme.
Si tratta di persone giunte nel giro di pochissimi anni e
provenienti dai Paesi più diversi, portatrici di culture,
usanze e religioni fra loro diversissime. Persone che non
sempre sono disposte a rispettare le leggi, le usanze e le
tradizioni del Paese che le ospita; che, al contrario, non di
rado vorrebbero imporre le proprie; e che, in ogni modo, più
che di assimilarsi, nutrono la segreta speranza di poter
assimilare noi. Un poco alla volta, con la forza del
numero.
I politici che parlano di facile e rapida integrazione, non
sanno quello che dicono. I responsabili del mancato attentato
terroristico all'aeroporto di Londra erano tutti immigrati
della terza generazione, e quasi tutti erano inseriti
discretamente nella società inglese, anche in posti rilevanti
dal punto di vista economico-sociale. Forse non avevano visto
che una sola volta i Paesi d'origine dei loro nonni; ma tanto
era bastato per rinfocolare in loro l'odio per l'Occidente.
Non che nutrire sentimenti di gratitudine per il Paese che li
ospitava fin dalla nascita, avrebbero voluto vederlo
distrutto.
Certo, gli immigrati non sono tutti così; ci mancherebbe. Ve
ne sono molti seri, onesti, laboriosi e
rispettosi delle leggi.
Però, e questo è il punto, hanno verificato con mano e
compreso il segreto che costituisce la grande debolezza dei
Paesi ospitanti: che non esiste alcuna seria volontà di porre
un freno all'invasione, e sia pure all'invasione pacifica.
Specialmente gli immigrati di religione islamica e di
provenienza nordafricana vengono in Europa, e soprattutto in
Italia, con la ferma intenzione di non integrarsi, di non
assimilarsi, ma semmai, un poco alla volta, con la forza del
numero e dei petrodollari degli sceicchi sauditi e kuwaitiani,
di convertire noi.
Essi, inoltre, conoscono un secondo segreto, che hanno
scoperto vivendo nel nostro Paese:
che la nostra cultura dell'accoglienza ci impedisce di dare
torto al povero, a quello che sembra il più debole, anche se
il suo torto è, invece, palese; che noi abbiamo il terrore di
essere considerati, o di considerarci noi stessi, dei
razzisti. Perciò sanno di poter tirare la corda oltre il
limite di ogni ragionevole sopportazione, perché ben
difficilmente noi reagiremmo con durezza: la nostra cultura ce
lo impedisce.
Le radici della nostra cultura sono, essenzialmente, due: il
cristianesimo e il socialismo: l'una e l'altra sono basate su
principi di solidarietà, di condivisione e di benevolenza.
L'una e l'altra ci fanno sentire cattivi ed egoisti se
pretendiamo anche dai più svantaggiati il rispetto delle
regole; per cui tendiamo a giustificarli, sempre e comunque, e
a dare, piuttosto, torto a noi stessi. Se a ciò si aggiunge la
debolezza del sentimento nazionale italiano, ne risulta un
quadro in cui l'immigrato sa di potersi permettere
comportamenti che i nostri nonni e bisnonni, quando erano loro
ad emigrare verso le miniere di carbone del Belgio o verso le
fazendas del Brasile, mai e poi mai avrebbero osato
assumere, consapevoli di essere degli ospiti assunti «in
prova» (e ad eccezione, ovviamente dei malavitosi che, però,
gettavano il discredito su tutti gli altri).
Ora, è bene dire con la massima chiarezza che pretendere dagli
immigrati il rispetto di tutte le regole, comprese
quelle non scritte, ma che fanno parte integrante della nostra
tradizione (ad esempio, la nostra idea della laicità dello
Stato, oppure il modo di vestire o di comportarsi delle nostre
donne), nonché nutrire il timore che un aumento ulteriore
della loro consistenza numerica arrechi una alterazione
permanente della fisionomia materiale e spirituale della
nostra nazione, con effetti a dir poco problematici, non sono
affatto una manifestazioni di razzismo.
Il razzismo è un atteggiamento di disprezzo nei confronti
degli altri popoli e delle altre culture. Il popolo italiano
non è mai stato razzista e non crediamolo lo sia diventato
adesso (benché singoli individui possano certamente esserlo).
Ma qui non si tratta di questo. Qui si tratta di stabilire se
tutti i cittadini residenti nel nostro territorio debbano
avere gli stessi diritti e gli stessi doveri, oppure no; e se
sia giusto, oppure no, preoccuparsi di preservare il valore
della nostra identità culturale e spirituale.
Ma sul tappeto c'è anche un'altra questione scomoda, della
quale non si sente mai parlare pubblicamente, anche se molti
di noi - crediamo - intuiscono essere la questione veramente
centrale di tutto il dibattito pro o contro l'immigrazione.
Si tratta di questo: se ogni popolo ha il diritto di
preservare la propria identità culturale e spirituale, questo
deve valere, evidentemente, anche al di là e al di fuori dei
confini politici che stabiliscono la sovranità dei singoli
Stati. Di conseguenza, gli immigrati - in teoria - sarebbero
nel loro pieno diritto nel rifiutare l'integrazione, se con
ciò si intende la rinuncia sostanziale alla propria identità e
l'assunzione di una identità diversa.
Ma, allora, bisogna avere anche il coraggio di riconoscere
che:
1) Se tutti i gruppi etnici immigrati in Italia e in
Europa adottassero questa filosofia, si creerebbe il caos.
Ciascuno, per fare solo un esempio, vorrebbe santificare
pienamente le proprie festività religiose; e le fabbriche, i
negozi, le scuole, i trasporti, rimarrebbero paralizzati
sette giorni su sette e dodici mesi all'anno. Oppure nelle
scuole, per fare un altro esempio, gli studenti figli di
immigrati potrebbero rifiutarsi di parlare e scrivere in
italiano, in nome della difesa della propria lingua. E si badi
che a questi assurdi ci stiamo già avvicinando, magari per
quel malinteso senso di rispetto dell'altro di cui parlavamo
prima: come quando delle maestre rinunciano a far cantare ai
bambini della scuola elementare le canzoni di Natale, o a
costruire il presepio, per non «offendere» (che parola male
adoperata!) i sentimenti religiosi dei loro alunni di altra
religione.
2) Se tutte le comunità nazionali degli immigrati si
arroccassero a difesa del loro diritto di conservare le
proprie usanze, anche il più blando tentativo di far
rispettare regole comuni potrebbe essere percepito come una
forma di violenza xenofoba e dar luogo a reazioni fisiche.
Allora, una multa a un furgone per sosta vietata potrebbe
scatenare la rabbia di un'intera comunità, con tanto di
bandiere al vento (ricordate il caso dei Cinesi di Milano?) e,
magari, autorizzare l'intromissione diplomatica del loro
governo. E cose succederebbe se le forze di pubblica
sicurezza, in ottemperanza a quanto stabilito dalle leggi,
chiedessero a una donna islamica di levarsi il burkha
per farsi riconoscere, come
qualunque altro cittadino?
3) D'altra parte, proprio perché è giusto che ogni
comunità nazionale possa conservare i propri usi e le proprie
tradizioni, bisogna avere la coerenza di riconoscere che la
migrazione massiccia di enormi masse di persone da un luogo
all'altro della Terra, con i ritmi e le dimensioni che sta
assumendo oggi il fenomeno, non può essere la soluzione dei
problemi economico-sociali: né del bisogno di avere un reddito
dell'una parte, né della necessità di importare forza-lavoro
dell'altra. La ricerca di una soluzione, semmai, passa
attraverso un profondo ripensamento del modello economico
sviluppista; una radicale riforma della
Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale; una
totale cancellazione del debito estero dei Paesi del Sud; una
politica di investimenti produttivi e di prestiti a tasso
agevolato da parte dei Paesi del Nord; nonché su una politica
volta a incentivare il graduale ritorno in patria degli
immigrati già stabilitisi in Europa, creando nuove opportunità
di lavoro nei loro Paesi e consentendo il ricongiungimento
delle loro famiglie nel proprio contesto socio-culturale.
Dire queste cose non è affatto una manifestazione di razzismo:
razzismo alla rovescia è la pretesa di ignorare la realtà dei
problemi, facendo leva su un ricatto morale, affinché non se
ne possa parlare apertamente. E, intanto, i problemi si
aggravano.
Chi ha la possibilità di conoscere direttamente le numerose
attività di accoglienza presenti nel nostro Paese - ad
esempio, le sedi diocesane della Caritas -, sa che i
problemi di cui abbiamo parlato esistono. Sa che esiste un
certo modo, aggressivo e prepotente, di porsi di fronte alla
società e alle stesse strutture di accoglienze, da parte di
certi immigrati. Sa che, da parte di altri, vi è una scarsa
disponibilità al sacrificio e al lavoro, e una attesa passiva
di soluzioni al problema del mantenimento di sé stessi e della
propria famiglia.
Sa, infine, che dietro richieste in sé perfettamente
legittime, come quelle di appositi spazi da dedicare alla
preghiera secondo il proprio credo, si nasconde, spesso, un
preciso disegno politico, volto a creare posizioni di forza in
vista di una complessiva rinegoziazione dei rapporti, per così
dire, di forza, in seno al Paese ospitante.
Perché, diversamente - tanto per fare un esempio - insistere
nella richiesta di costruire una moschea nel capoluogo di una
provincia dove la presenza islamica è, sì, numerosa, ma non lo
è, appunto, nel capoluogo stesso, se non per dare il massimo
della visibilità politica a quella religione, magari con il
generoso sostegno finanziario degli sceicchi del petrolio?
Tuttavia, ci dicono i nostri politici e i nostri economisti, e
ce lo ripetono da due o tre decenni, come se fossimo degli
scolari un po' testoni, noi abbiamo bisogno di manodopera
straniera, altrimenti la nostra economia si fermerebbe.
Ma è proprio vero? Che vadano a dirlo a un laureato della
provincia di Catanzaro o di Reggio Calabria, dove la
disoccupazione giovanile è alle stelle; e vedremo che cosa gli
risponderà.
E poi: è la nostra economia che ha bisogno di quel tipo di
manodopera - poco qualificata, e dunque a basso costo;
specialmente se impiegata in nero - o ne ha bisogno un certo
tipo di borghesia imprenditoriale, che vuole sempre giocare
sul sicuro, realizzando il massimo del profitto con il minimo
dei rischi e dei costi?
E che cosa ne pensano i piccoli commercianti, i piccoli
artigiani - un barbiere di paese, per esempio, o il gestore di
un negozietto di frutta e verdura -, schiacciati dalle tasse e
dai costi astronomici della distribuzione, costretti a veder
andarsene i clienti l'uno dopo l'altro e, infine, a chiudere
la loro modesta attività in proprio, sopraffatti dalla
concorrenza inesorabile dei grandi magazzini e dai centri
commerciali, che si servono largamente di manodopera straniera
a basso costo?
C'è un ultimo problema - e non dei meno spinosi - da
affrontare, quando si vuol parlare a cuore aperto di tali
questioni, rischiando il linciaggio morale o, quanto meno, il
boicottaggio dell'ambiente culturale politicamente corretto.
Intendiamo alludere alla condotta di una parte del mondo
politico, la quale, invece di farsi responsabilmente
interprete del disagio della popolazione italiana, e
specialmente delle classi più umili, di fronte al
peggioramento della qualità complessiva della vita dovuto al
gigantesco afflusso di immigrati, ne istigano e ne cavalcano i
sentimenti più viscerali e irrazionali, strumentalizzando quel
disagio per un pugno di voti e lanciando slogan incivili e
brutali, che sa benissimo di non poter tradurre in pratica, a
fini meschinamente propagandistici.
Quando un uomo politico indossa davanti alle telecamere una
maglietta contenente frasi e disegni insultanti nei confronti
dell'Islam, o quando un vicesindaco afferma, parlando della
richiesta di un luogo di culto da parte degli immigrai di
religione islamica: «Che se ne vadano a pregare nel deserto!»,
quei signori sanno molto bene di fare e dire delle cose non
soltanto stupide e razziste, ma anche irrealizzabili.
Ecco, è proprio questo fatto - che la classe politica
italiana, se non tace omertosamente sulla portata dei problemi
relativi all'immigrazione, ne parla in maniera sguaiata e
irresponsabile, per puro calcolo
elettorale, che spinge tante persone per bene a tacere e a
rassegnarsi, pur vedendo che l'attuale politica ci conduce al
disastro: per non fare il gioco di simili individui, per non
essere accomunate ad essi nell'accusa - meritata, questa volta
- di razzismo.
E anche questo è un ricatto al quale bisogna trovare la forza
civile di reagire.
È un ricatto non poter criticare le scelte dei nostri politici
che, nel giro di un paio di generazioni, renderanno l'Italia
(e l'Europa) completamente sommerse dalla pacifica invasione
degli immigrati, i quali diventeranno maggioranza e muteranno
radicalmente la fisionomia materiale e spirituale del nostro
continente; ed è una forma di ricatto (o di auto-ricatto)
anche il tacere per non essere accomunati a dei personaggi
cinici e incolti, che si servono degli umori xenofobi - oggi
ancora latenti - per farsene una piattaforma elettorale, sia a
livello amministrativo che politico.
Sia chiaro, dunque, che non vogliamo avere niente a che fare
con quel genere di personaggi: la loro battaglia non è la
nostra, le loro parole d'ordine non ci appartengono.
Noi siamo per il rispetto, la tolleranza e la collaborazione
fra tutti i popoli, fra tutte le culture e fra tutte le
religioni.
Questo, però, non significa che dobbiamo restare a guardare
mentre l'Italia e l'Europa vengono colonizzate e si avviano a
perdere, per sempre, la loro identità.
No, su questo non siamo d'accordo, perché riteniamo che ogni
cultura nazionale sia una forma di ricchezza per il mondo
intero; e che, pertanto, ogni cultura nazionale (e regionale)
merita di essere difesa e sostenuta, merita di sopravvivere.
Non ci piacerebbe un mondo omologato, dove tutti bevono
Coca-Cola e masticano chewin-gum.
E neppure - sia detto con il massimo rispetto per una
religione diversa dalla nostra - un mondo dove tutti si
genuflettono cinque volte al giorno per pregare Allah e
onorare il suo profeta Mohammed; e dove le donne, magari,
devono indossare il burkha, o almeno lo chador.
E non perché ci sia qualcosa di male, in sé, nel fatto di
indossare il burkha o lo chador (checché ne
dicano i nostri liberaldemocratici politicamente corretti), ma
perché ciò non fa parte della nostra tradizione; e non
vorremmo che, un domani, ci venisse imposto, quando fossimo
diventati - e, seguitando di questo passo, lo saremo presto -
minoranza nel nostro stesso Paese.
Oppure bisogna pensare che la tolleranza funziona solo a senso
unico, serve solo a tutelare gli ultimi arrivati; e non deve
valere per coloro che, in un certo luogo, sono sempre vissuti,
da decine e decine di generazioni?

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