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Analisi
globale dei fatti di Gaza:
le premesse,
i fatti, le prospettive
per la rivista culturale
"Dubai al-Thaqafiya"
Redazione
di
www.TerraSantaLibera.org

Sono trascorsi 24
giorni dall'attacco israeliano alla Striscia di Gaza e ancora si stanno
tirando fuori i cadaveri della popolazione araba palestinese dalle
macerie.
Il numero dei
morti accertato, oltre 1300, pare debba salire sensibilmente nei
prossimi giorni, ma non c’è la certezza che tale olocausto abbia ancora
soddisfatto la criminale macchina da guerra israeliana.
5500 feriti sono
invece sicuri, per i quali non ci sono sufficienti garanzie di poter
essere curati al momento, in quanto le
strutture ospedaliere di Gaza, oltre ad aver subito embargo ed essere
sprovviste di medicinali e attrezzature mediche sin da prima l’attacco
militare, sono state in maggioranza bombardate anch’esse, ed Israele non
concede tutt’ora il permesso alle ambulanze egiziane di oltrepassare i
confini del lager di Gaza per trasbordare gli invalidi nelle cliniche de
Il Cairo.
Neppure c’è la
certezza che Israele ritiri le sue milizie, nè che le frontiere lascino
transitare quei convogli umanitari indispensabili affinchè molti feriti
non vadano ad accrescere il numero dei morti. Non c’è nulla di certo in
queste ore, tranne il fatto che Israele tenga ancora in ostaggio la
popolazione civile di Gaza, come quella del resto della Palestina
occupata.
Ci sarebbero da
riempire pagine e pagine per descrivere la crudeltà e la cattiveria,
premeditate a tavolino da mesi e da anni, preparate dalla diplomazia di
Tel Aviv in Europa e nel mondo. Pagine nelle quali raccontare
dell’assoluta inconsapevolezza, da parte dell’occupante invasore
sionista, del valore dato alla vita umana e del totale disprezzo per
essa, testimoniato per esempio dal comportamento di quei soldati
israeliani che, dopo aver brandito come trofeo il corpo ferito e ancora
in vita del piccolo
Ibrahim Awaga, di
9 anni, l’abbiano usato per giocare al tiro al bersaglio, anche dopo
morto, per circa un’ora, mentre il padre, a terra, ferito al torace e
semincosciente, assisteva allo strazio del cadavere del figlio,
impotente.
No, non
racconteremo di questi orrori, che a centinaia e migliaia affollano i
ricordi dei sopravvissuti allo scempio sionista, nè della cultura
suprematista e razzista, impartita nelle yeshivoth giudaiche dai rabbini
che detengono l’autorità religiosa nello Stato ebraico. Non
approfondiremo in questa sede, come già hanno ben fatto altri, l’analisi
dell’ideologia sionista, che ci si è voluto far credere laica, ma che
affonda nel giudaismo talmudico razzialmente esclusivista, il quale
riesce a far credere ai giovani figli d’Israele di essere loro
soltanto “eletti” e di poter decidere della vita o della morte di
tutte le altre genti, siano esse semitiche anch’esse, come gli
arabi di Palestina e Libano, oppure genericamente gentili, come
le popolazioni occidentali.
In ogni caso,
comunque, si può non tenere in considerazione il loro parere, le loro
sanzioni, amministrate attraverso un’ente, l’ONU, riconosciuto anche da
Israele, i loro consigli, le loro preghiere di interrompere la
carneficina.
Non importa quel
che han da dire le genti, i non circoncisi, gli animali parlanti
secondo il Talmud. Essi devono solo servire il “popolo eletto”, senza
intralciarlo nel compimento della sua missione “biblica”.
Perchè è nella
follia del messianismo spurio, di una escatologia biblica deviata,
presente nelle interpretazioni e precetti talmudici con cui vengono
istruite generazioni intere di giudei, in Israele e nel mondo, che si
trova la chiave di volta della psicopatia sionista, israeliana, ma anche
giudaica in senso più generale.
Non si possono
spiegare altrimenti le pulizie etniche compiute da decenni dai coloni
sionisti ai danni della popolazione autoctona arabo-palestinese e
libanese. Non ci si può spiegare diversamente il massacro di Deir Yassin
e degli oltre 500 villaggi palestinesi rasi al suolo, i cui abitanti,
per lo più contadini e pastori, sono stati assassinati o costretti ad un
esodo senza possibilità di ritorno. E neppure si può comprendere la
spietatezza dei bombardamenti del 2006 sul territorio libanese, mirati a
distruggere le infrastrutture di una Nazione e a svilirne la popolazione
intera.
A maggior ragione,
ed in maniera ancor più evidente, non si può capire l’animo che ispira e
guida quei giovani israeliti, i quali, sorridendo e pregando l’entità
evocata dai loro rabbini, hanno provocato tale bagno di sangue, se non
si tiene in alta considerazione lo spirito e la mentalità che ne sono la
causa. Una causa che non può trovare giustificazione nè nel Dio dei
cattolici, nè in quello dei musulmani di Palestina, che hanno patito e
condiviso gli stessi dolori e subito la stessa ferocia.
Questa brevissima
introduzione solo per mettere a fuoco i punti chiave principali per
poter dare una spiegazione di quest’ultimo
massacro compiuto da Israele attraverso il suo Tsahal, che aveva come
obiettivo palese la distruzione delle strutture ed infrastrutture di
Gaza, cercando al contempo di uccidere più palestinesi possibile e di
renderne annichiliti, mutilati, contaminati tutti gli altri. L’uso di
bombe al fosforo e all’uranio impoverito, in una zona densamente
popolata come Gaza, ne sono la prova evidente.
Le scuse e le
menzogne che Israele ha messo in campo attraverso i suoi portavoce
israeliani e occidentali, dai “razzi di Hamas” ai “tunnel per il
contrabbando d’armi”, non bastano a mascherare le vere motivazioni di
quella che è stata una guerra unilaterale verso un popolo (ed infatti
anche unilateralmentee è stato dichiarato il cessate il fuoco) per
il dominio della sua terra, dei suoi cieli, delle sue coste e dei suoi
mari, dove pare risiedano ingenti giacimenti di gas, proprietà di
diritto naturale e geografico palestinese, ma gestito da compagnie
inglesi ed utilizzato da Israele.
Anche il furto,
oltre l’omicidio, sarebbe quindi da porre sul banco delle accuse, se si
riuscissero a portare in giudizio i leader di Tel Aviv, in un Tribunale
Internazionale come criminali di guerra per i crimini commessi contro
l’umanità a Gaza e in Palestina.
Ora il quadro è
più completo, per poter procedere ad analizzare meglio un altro aspetto
di questa sporca politica di guerra: l’influenza e la complicità dei
soggetti politici sullo scacchiere internazionale, che hanno permesso
alla leadership israeliana di muoversi con disinvoltura, sapendo che
nessuno avrebbe mosso un dito per ostacolarla e che avrebbe avuto tutto
il tempo per portare a compimento i suoi piani.
La complicità
americana era scontata, sia da parte della dirigenza Bush, comprovata e
consolidata partner nell’impresa coloniale sionista, la quale ha proprio
oltre oceano le sue lobby di potere più forti, economicamente e
politicamente, ma anche dalla parte dell’entourage del neo-letto
presidente Barak Obama, il quale ha saputo prudentemente mantenere un
profilo basso, senza lasciare dichiarazioni. Osservatori internazionali
hanno sottolineato come Israele possa essere stata spinta ad accelerare
i tempi dell’attacco a Gaza, approfittando del passaggio di presidenza,
perchè con la nuova guida alla Casa Bianca sarebbe cambiato
l’atteggiamento nei confronti della politica israeliana da parte
americana.
Non sono
completamente convinto di tali affermazioni: sia per il fatto che
comunque Obama, come qualsiasi altro presidente americano, non sarebbe
stato eletto senza l’appoggio dell’AIPAC, roccaforte sionista, dove egli
esordì nella sua campagna presidenziale affrontando i problemi di
politica estera, ma anche per via della presenza di quei 36 ebrei che
hanno plasmato la conduzione di tale campagna, come ci riferisce il
quotidiano Haaretz in un articolo di metà dicembre 2008, dove si fa
anche l’elenco di questi soggetti, indicandone le funzioni.
Aver preso poi
come suo braccio destro un ultra-sionista, figlio di un terrorista
del’Irgun, come Israel Rahm Emmanuel, la dice lunga sulle simpatie del
neo-presidente americano e le garanzie di affidabilità che egli vuole
offrire a Israele.
Indubbiamente
l’elezione di Barak Obama, ben visto dai progressisti, tanto americani
quanto internazionali, modificherà le strategie politiche di missione
diretta al popolo, più che geopolitiche e d’egemonia militare, sia
nel mondo che in Medioriente.
Ed è perciò che
gli strateghi israelo-americani hanno approfittato di questo periodo, a
cavallo delle due differenti leadership, liberale e democratica, per
scatenare un’offensiva dalla portata e potenza di fuoco così devastanti,
sapendo di poter godere dell’alibi, coordinato, della transizione
presidenziale.
Tutto il male
sarebbe stato addossato alle presidenze Bush, junior e senior, la cui
imagine nera e guerrafondaia è ormai registrata indelebilmente negli
annali di storia, mentre il nuovo che avanza, con il suo Yes
We Can riuscirà meglio a far dimenticare gli orrori delle guerre,
anche questa di Gaza, e a sdoganare una nuova politica americana e
israeliana che, gettandosi una pelle d’agnello sulle spalle, continuerà
il suo controllo di vaste aree del pianeta, dei popoli e delle risorse
energetiche indispensabili a mantenere attivo tutto l’apparato economico
e militare, necessario al dominio globale.
Si disilludano
quindi coloro che credono in un cambio al vertice statunitense che possa
avere una benchè minima influenza pratica atta a modificare i progetti
israelo-sionisti. È vero invece il contrario, e cioè che, per usare le
parole di Giuseppe Tomasi di Lampedusa,
celebre personaggio del romanzo siculo-italiano Il Gattopardo,
"Se
tutto deve rimanere com'è, è necessario che tutto cambi".
Con questa chiave
di lettura possiamo interpretare meglio la fretta del portare a termine
l’operazione militare israeliana Piombo Fuso, senza alcuna voce,
neppure presso le NU, che potesse smuovere il decisionismo omicida
israeliano, forte del veto e dell’astensionismo dell’amministrazione
americana uscente.
Mentre intanto
l’europeo Sarkozy, guadagnandosi insieme all’egiziano Mubarak le
stellette di primo diplomatico dell’anno, si esibiva in un balletto che
riuscisse a temporeggiare, di giorno in giorno, sino alla vigilia
dell’ingresso alla casa Bianca del nuovo presidente americano Barak
Obama. Ed infatti il cessate il fuoco, unilateralmente deciso da
Israele, è arrivato solo un paio di giorni prima della cerimonia
ufficiale del suo insediamento.
Dopo Bush, Obama:
dopo il bastone, la carota. Ma la mano è sempre la stessa.
Gioverebbe qui
citare le parole di Alan Dershowitz che ci spiega:
"La ragione è che penso sia meglio per Israele avere un sostenitore
progressista nella Casa Bianca piuttosto che avere un sostenitore
conservatore nell'Ufficio Ovale. Le posizioni di Obama su Israele
avranno un maggiore impatto sui giovani, sull'Europa, sui media e su
altri che tendono ad identificarsi con la prospettiva di sinistra.
Sebbene io creda che la sinistra moderata [centrists liberal]
tenda a sostenere Israele, riconosco che il sostengno dalla sinistra
sembra indebolirsi, mentre il supporto dalla destra si rafforza. Viaggio
tra i campus universitari sia negli Stati Uniti che all'estero, e vedo
professori radicali che cercano di presentare Israele come il protetto
della destra e un nemico della sinistra. In quanto sostenitore di
sinistra di Israele, cerco di combattere questa falsa immagine. Nulla
potrebbe aiutare di più in questo importante sforzo per puntellare il
supporto progressista ad Israele che l'elezione di un presidente di
questo schieramento che sostenga fortemente Israele e sia ammirato dai
progressisti in tutto il mondo. E' tra le importanti ragioni per cui
sostengo Barack Obama come presidente".
http://www.huffingtonpost.com/alan-dershowitz/why-i-support-israel-and_b_135660.html
Tornando al
balleto diplomatico di Sarkozy, per concedere il tempo a Tsahal di
terminare il suo sporco lavoro, tutti avranno notato altresì le visite
del ministro israeliano Tzipi Livni ai capi di stato, e politici
autorevoli, delle nazioni europee, ben prima che scattasse l’operazione
Piombo Fuso.
Bisognava non
tanto mettere a punto e avere conferma dell’adesione ai piani di guerra
israeliani, che sarebbero stati attuati da lì a non molto (per questo
sarebbero bastate poche telefonate), quanto presentare
all’immaginario mondiale, ma particolarmente europeo, la migliore
prospettiva di un Israele sorridente, cordiale e disponibile
all’incontro democratico, utilizzando al caso la bionda ed elegante
ministro israelita. Tale approccio, unito ad una campagna
propagandistica giornalistica a dir poco sfacciata, avrebbe giocato a
favore delle prese di posizione in difesa di Israele da parte dei
rappresentanti eletti nelle rispettive nazioni europee.
Impossibile
competere sul piano mediatico da parte della leadership palestinese, a
cui i riflettori sono sempre stati negati se non che per mettere a fuoco
qualche impreciso lancio di sgangherati razzi qassam. Sporadiche le
apparizioni di Abu Mazen, quasi sempre ripreso a stringere le mani di
rappresentanti americani o israeliani, mentre i coloni ebraici
continuavano a rubare ed impossessarsi di terra palestinese, finanziati
da Tel Aviv, coperti e spalleggiati dalle milizie israeliane, istigati e
indottrinati nelle scuole rabbiniche, le
yeshivoth, da
professori dell’odio razziale che davano dispense religiose per poter
uccidere i non ebrei, ed i palestinesi particolarmente,
indipendentemente dall’età e dal sesso, che fossero civili o meno.
Ma la propaganda
editoriale e televisiva europea non metteva tanto l’accento sugli
episodi di violenza e sopraffazione, gratuite ed immotivate, da parte di
cittadini israeliani, civili e militari, ai danni della popolazione
palestinese. Anzi, nella maggior parte dei casi tali atti di barbarie
non venivano e non vengono proprio menzionati, come inesistenti, e per
averne notizia si poteva solo fare affidamento su video privati
scaricatio su YouTube da pacifisti e volontari internazionali. Come non
si ebbe quasi notizia della imbarcazione del Free Gaza Movement,
associazione di pacifisti e non violenti internazionali, che con gran
coraggio sfidò la Marina militare Israeliana ed il suo blocco delle
acque territoriali palestinesi, per portare solidarietà e soccorsi
medici ad una popolazione al limite del collasso. Neppure si seppe
granchè della sorte di uno di loro, l’italiano Vittorio Arrigoni,
catturato da Israele mentre era in acque territoriali palestinesi per
accompagnare alcuni pescatori di Gaza. Venne imprigionato e detenuto in
condizioni disumane nelle carceri israeliane, senza che si registrasse
qualche protesta o interessamento da parte delle autorità italiane.
Le autorità di
governo italiane, in particolar modo, si distinsero tra le nazioni
europee per il più servile allineamento ai diktat e alla politica
coloniale d’aggressione sionista.
Mentre in altre
nazioni europee si levavano, seppure isolate, voci di dissenso e di
denuncia per le azioni israeliane, che erano fuori da ogni convenzione
internazionale e da qualsiasi regola di buon senso, in Italia si sono
registrate, e si registrano tutt’ora, prese di posizione totalmente
prive di qualsiasi senso critico e completamente giustificanti qualsiasi
abiezione da parte sionista.
Mentre in
Inghilterra e in Svizzera si potevano cogliere le secche prese di
distanza e persino di denuncia dei rappresentanti dei rispettivi governi
da azioni palesemente contrarie a qualsiasi senso etico…………….in Italia
era ed è ben compatto un fronte pro-Israele, che trasversalmente
raccoglie i consensi da tutto l’arco istituzionale.
A far da capolista
il comunista, o ex tale, Presidente della Repubblica, Napolitano, che è
giunto a definire l’antisionismo come forma di antisemitismo,
dimostrando oltre ad una totale ignoranza dei termini, anche un
disprezzo antidemocratico nei confronti della libertà di pensiero, di
espressione, sancite inequivocabilmente dalla Costituzione italiana.
Nulla di cui meravigliarsi di colui il quale, ai tempi in cui i carri
armati sovietici schiacciavano nel sangue l’opposizione popolare
anticomunista in Cecoslovacchia, definì sulle pagine del quotidiano
comunista nazionale italiano, l’Unità, “Banditi” gli oppositori al
sanguinario regime erede della dittatura stalinista.
Al suo seguito una
folta schiera di ex-comunisti riciclati, di radicali, di socialisti,
liberali, repubblicani, conservatori d’ogni sfumatura, di ex-fascisti e
badogliani, di ipocriti banderuole, come il convertito neoconservatore
ed ex-radicale Capezzone, monumento dell’opportunismo politico e umano,
parassita nullafacente come il resto delle sanguisughe di Stato, che
hanno coperto l’Italia di vergogna.
Ma il più
spericolato acrobata dell’attuale politica di governo italiana
filo-israeliana è sicuramente Gianfranco Fini, delfino di Berlusconi e
Presidente della Camera dei Deputati, Segretario di Alleanza Nazionale,
formazione derivante parzialmente dal vecchio Movimento Sociale
Italiano, partito storico della destra italiana post-fascista,
completamente allineato nei ranghi di formazione conservatrice
americanista e filosionista, recentemente sdoganato e salito agli onori
degli altari politici dopo la famosa visita di Gianfranco Fini in
Israele, dove, kippa in testa, al museo dell’olocausto, ha dichiarato
pubblicamente come il periodo fascista italiano (sulle ceneri del
quale il suo partito originariamente era nato) fosse da considerarsi
come “il male assoluto”. Da qui iniziarono una serie di purghe interne e
abbandoni, di coloro i quali considerarono tali dichiarazioni eccessive,
mentre invece si trattava del logico epilogo di un cammino di
integrazione neoconservatore, susseguente al Congresso di Fiuggi, nel
quale già si era data una svolta in senso. In realtà molti dissidenti si
dimostrarono poi solo organici ad un gioco di riassorbimento di quelle
componenti meno disponibili a gettare alle ortiche gli ideali ed un
etica che avevano radici lontane e ben radicate nella cultura politica e
storica italiana, mentre le innovazioni finiane hanno base nel sionismo
e nel giudeo-americanismo, entrambe dottrine da far ben assimilare alla
colonia Italia.
(Stenderei un velo
pietoso sulla precedente coalizione ultra-parassitaria di sinistra, la
quale ha spolpato e coperto non solo di vergogna, ma anche di ridicolo
l’Italia, riuscendo a portare in Parlamento, unica nazione al mondo
forse, un rappresentante del movimento dei transessuali-transgender, il
quale creò gran scompiglio persino nei bagni delle Onorevoli femmine,
che nella persona di un’esponente del centro-destra lo cacciarono
addirittura dalle toilettes…)
Oltre ai sopra
citati onorevoli, potremmo elencarne decine d’altri.
Fiamma Nirenstein,
con doppio passaporto, italiano e israeliano, portavoce d’Israele al
parlamento italiano e arruolata nelle fila di Fini.
E poi Fabrizio
Cicchitto, Andrea Ronchi, Enrico Pianetta, Rossana Boldi, Maurizio
Gasparri,Gaetano Quagliariello, Edmondo Cirielli, Benedetto Della
Vedova, Emanuele Fiano, Marcello Pera, Giorgio La Malfa, Ferdinando
Adornato, Mario Baldassarri, Paolo Guzzanti, Marco Pannella, Piero
Fassino, Gianni Vernetti, Alessandro Maran, Marco Taradash per citare i
più conosciuti e convinti rappresentanti dell’ala pro-Israele presente
all’interno del Parlamento italiano: ma la lista sarebbe ancora molto
lunga.
Da sottolineare
che costoro, in compagnia della crema del giornalismo italiano,
Antonio Polito, Massimo Bordin e altri, guidati dal loro guru Riccardo
Pacifici, Presidente della Comunità ebraica, nonchè per anni attivista e
organizzatore di squadre ebraiche di picchiatori di dissidenti e
ricercatori storici revisionisti, come il Prof. Faurisson, 85 anni,
malmenato, talmente da essere ricoverato in ospedale, mentre teneva una
conferenza-dibattito presso l’Università di Teramo, non più di
pochissimi anni fa, hanno inscenato una piazzata fuori dall’aula
parlamentare poche sere fa, quando i bombardamenti a tappeto di Gaza
erano ancora in corso e stavano procurando morti e feriti a centinaia
tra la popolazione civile.
A tale piazzata
macabra si è unito anche il Presidente della camera dei deputati,
Gianfranco Fini, che avvolto di bandiere israeliane ha dimostrato ancora
una volta e pubblicamente la propria sudditanza ad una nazione
straniera, con l’aggravante di farlo proprio nel momento in cui tale
nazione stava compiendo eccidi orrendi e dalla Presidenza e Segreteria
delle Nazioni Unite arrivavano le Risoluzioni che chiedevano a gran
forza la sospensione dei bombardamenti su Gaza.
Si può dire che
qui i rappresentanti della colonia Italia abbiano raggiunto il massimo
del cattivo gusto, sbracciandosi e ridendo sguaiatamente e servilmente
mentre i corpi di tanti bambini venivano straziati dalla furia genocida
dello Stato sionista.
Per un italiano
onesto e informato, che abbia assistito tutti i giorni alle riprese in
diretta del massacro di Gaza, tramite stazioni televisive come
Aljazeera, o avendo appreso tramite il contatto telefonico, con
volontari pacifisti presso gli ospedali di Gaza, cosa fosse realmente in
corso in quella striscia di terra a ridosso del mar Mediterraneo, vedere
tutte queste manifestazioni di cinismo, di falsità, di perfidia, di
cattiveria, di ignoranza per alcuni, incarnate da quella classe politica
che ci fa conoscere nel mondo, è stato motivo di profonda indignazione.
Le radici del
servilismo della classe politica italiana e dei suoi portavoce che
gestiscono l’informazione accreditata è da ricercarsi nella
capitolazione avvenuta nella metà del secolo scorso, che ha portato
l’Italia a diventare colonia americana, con tanto di basi militari,
logge massoniche atlantiche, ed un economia e finanza direttamente
dipendenti dai centri di potere angloamericani.
Sin da allora il
potere angloamericano era dovuto alla potente influenza e direzione
delle lobby ebraiche che ne gestivano i flussi finanziari e commerciali,
nonchè, per paradosso, anche la politica di sostegno della fallimentare
economia del regime bolscevico, cosa che servì per molto tempo a tenere
viva l’essenziale politica della Guerra Fredda. Oggi non sono cambiati
i suonatori, ma è l’obiettivo geopolitico verso cui indirizzare le
proprie mire egemoniche che si è leggermente riposizionato, a causa
anche della difficile omologazione della cultura arabo-islamica ai
canoni di pensiero anglo-americani, che sono il perno e la testa
d’ariete della lobby ebraica alla conquista del mondo.
L’Italia ed i suoi
rappresentanti politici, è più di ogni altra nazione europea vittima del
ricatto e dell’odio di tale lobby giudeo-americana, per via non solo di
avere perso una guerra, ma di non avere la capacità ed il potenziale per
saper reggere ad una concorrenza di mercato e finanziaria. La corruzione
della classe dirigente è poi solo un aspetto del disastro sociale,
economico e culturale italiano, perchè anche volendo essa non sarebbe
stata in grado di assorbire gli scossoni finanziari provocati apposta
per mettere in ginocchio ulteriormente, e soggiogare senza rischio di
reazioni, i punti più deboli del sistema globale, disposti a tutto pur
di sopravvivere e ingrassare anche in periodi di vacche magre.
È in questa chiave
che bisogna leggere le manifestazioni di ostentato servilismo della
dirigenza politica italiana nei confronti di Israele, spacciato per
orgoglio e solidarietà con l’unica democrazia mediorentale in chiave
antiterroristica, mentre tutti sappiamo essere tale “democrazia” la vera
matrice terroristica e destabilizzante del bacino mediorientale.
L’odio atavico nei
confronti di quella Roma che ha conteso il primato alla sinagoga, è la
pasta cementificante del rabbinato israelita che chiede da un lato
l’obbedienza a israele e dall’altro non perde occasione per umiliare e
danneggiare l’identità e la tradizione culturale italiana. Il solito
Gianfranco Fini, recentemente ce ne ha dato una riprova, quando come un
pappagallo ed in un contesto nel quale assolutamente non era per lui
elettoralmente conveniente, ha ripreso comunque le accuse false, trite e
ritrite, del velenosissimo e rancoroso giudaismo anticattolico, nei
confronti della Chiesa di Roma, per inesistenti colpe nei confronti
della shoáh ebraica dello scorso secolo. Egli ha letto una velina
passatagli di sottobanco, ma della quale non conosceva evidentemente il
reale contesto. È stata solo una umilante, per Fini, prova di fedeltà al
il rabbinato israelita filo-sionista, radicato in Italia. Quell’Italia
cattolica e papalina che, in piena caccia ai marranos sul suolo
ispanico, diede alla comunità sefardita spagnola ospitalità e
protezione.
Oggi la stessa
comunità di origini sefardite, gioca il ruolo askenazi, ben conscia che
altrimenti avrebbe poca risonanza in Israele, per tenere al guinzaglio i
camerieri delle banche italiani. Mentre la potenza militare
angloamericana ne garantisce il controllo territoriale e geopolitico nel
bacino mediterraneo.
Questa è la
sciagura che sta vivendo l’Italia, spinta in prima linea a combattere
una guerra non sua, per favorire gli interessi altrui e per soddisfare
rancori mai sopiti.
In conclusione,
valutando lo spessore e la natura dei protagonisti di questo conflitto,
di portata che va ben oltre i confini mediorientali, come possiamo aver
bene intuito, non ci restano molte speranze in merito ad una conclusione
positiva dei contrasti e delle legittime aspirazioni dei popoli
mediorientali. Popoli tra i quali non possiamo annoverare il fittizio
“popolo d’Israele”, perchè in realtà tale esso non è, sia per ragioni
storiche (la maggioranza degli “israeliani” sono immigrati di origini
Kazare Caucasiche) ed etniche (idem) che d’inserimento
antropologico di durata tale da poter essere considerato assimilabile. E
lo scontro in atto sin dall’inizio dell’impresa coloniale israelita è lì
a dimostrarcelo chiaramente. Israele è considerata, oggi più che mai, da
tutti popoli arabi come un corpo estraneo da espellere. Ed il
comportamento della leadership israelita, da sempre, è stato di non
integrazione ma al contrario di esclusivismo razziale, sfociato in
tentativi sempre più gravi di pulizia etnica. Quel che è successo in
questi giorni a Gaza ne è la conferma.
Tornando ai
protagonisti di questo scenario mediorientale e volendone in sintesi
esprimere un giudizio sulla potenzialità e capacità di saper risolvere
le problematiche in campo, ed esclusi quelli occidentali che vediamo
schierati, con poche eccezioni, in difesa d’Israele ed al suo fianco
come partner economici e militari, anche di quelli arabi possiamo stare
poco allegri. Abu Mazen e la coalizione minoritaria che rappresenta, si
sono macchiati di connivenza con l’entità che occupa e uccide i figli di
Palestina, ed a parte qualche condanna verbale, si sono poi sempre
allineati al volere di Tel Aviv e di Washington. I suoi dirigenti, da
Fayyad a Dahlan, sono cresciuti all’ombra dei grattaceli americani e
parlano meglio l’inglese che l’arabo. Il Re di Giordania, per chi
l’abbia ascoltato bene, parla con uno spiccato accento americano, e
americanissima è la sofisticata tecnologia che troverete ad affrontarvi
nell’attraversare i loro confini, con lettura dell’iride e rilievo
digitale delle impronte. Sul coinvolgimento di Arabia Saudita ed Egitto,
pressate da un’opposizione interna che vede con favore
movimenti della resistenza radicati nel popolo, tipo Hamas ed Hezbollah, ma fumo negli occhi per le
classi politiche di questi paesi che temono tali simpatie più della
peste, ci sarebbe molto da dire, e non mi farei ingannare da apparenti
generosità ostentate nella ricostruzione di Gaza, se al contempo pare
che essi contribuiscano alla destabilizzazione di tali movimenti.
(vedi
"La guerra israeliana è finanziata
dall'Arabia Saudita")
(vedi anche
http://www.voltairenet.org/article158979.html#article158979)
Anche di Iran e
Siria, nonostante tutte le belle dichiarazioni, ci sarebbe poco da
fidarsi, dato il progetto, buttato da tempo sul piatto, di spartizione
dello smembrato IRAQ in parti uguali. Quanto alla Turchia, in procinto
di entrare a tutti gli effetti nella Comunità Europea, si possono
prendere le recenti dichiarazioni con le molle.
Tutti hanno grossi
interessi da difendere ed una massa popolare da accontentare e da tenere
a bada per riuscire a conservare il potere.
Gli unici ai quali
i palestinesi potevano guardare con fiducia erano il Presidente Arafat
ed il capo di stato iracheno Saddam Hussein, che, con tutti i loro
limiti e difetti, per qualcuno inaccettabili, erano gli unici la cui
disponibilità non era negoziabile. Per questo sono stati i primi ad
essere eliminati drasticamente dallo scenario asiatico.
Ora al popolo
palestinese, come hanno dimostrato i recenti avvenimenti, non resta che
se stesso e il volere di Dio. E tali sono le consapevolezze che oggi
incarna Hamas.
Entrambi sono cose
di non poco conto e che potrebbero capovolgere completamente tutti gli
scenari ipotizzabili, basati su previsioni umane che non tengano nel
dovuto conto la forza dello Spirito.
Redazione di
www.TerraSantaLibera.org
20 gennaio 2009
Link a questa pagina :
http://www.terrasantalibera.org/AnalisiGlobaleDubai-al-Thaqafiya.htm
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