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QUESTO
ARTICOLO, CHE È UNA PROVOCAZIONE, È DEDICATO A TUTTI COLORO,
MUSULMANI, CRISTIANI, LAICI, CUI STANNO A CUORE :
-
LA VERITÀ, AL DI LÀ
DELLE BARRIERE IDEOLOGICHE, CONFESSIONALI, GEOPOLTICHE
-
LA LIBERAZIONE DELLA
TERRA SANTA DAL COLONIALISMO SIONISTA E DA INGERENZE ESTRANEE/ ESTERNE
NON IN SINTONIA CON LA SUA TRADIZIONE ,
PER LA COSTITUZIONE DI
UNA SOLA NAZIONE INDIPENDENTE-
IL RICONOSCIMENTO DELLE
IDENTITÀ DELLE PERSONE NEI LORO DIRITTI NATURALI ED INALIENABILI
-
L'UNIONE DI TUTTE
QUELLE FORZE GENUINE E POPOLARI CHE NON ACCETTANO UN PROGETTO
MONDIALISTA DI OMOLOGAZIONE, CHE È DITTATURA GLOBALE DELLE PERSONE E
DEL PENSIERO
-
LA DETERMINAZIONE A NON
DESISTERE PER UN SOLO SECONDO DI LAVORARE PER SMENTIRE LA PROPAGANDA
DELLA
ISRAEL LOBBY
Pensieri scomodi su Hamas di un cristiano europeo.
Resistenza
o
Rivoluzione?
del Prof. Luca Fantinií,
www.TerraSantaLibera.org

Primi
resistenti palestinesi della metà del secolo scorso : nella bandiera una croce con la mezzaluna
Le analisi di settori
militari, mediatici o intellettuali occidentali (ma paradossalmente,
anche di quelli sionisti) sembrano coincidere sul fatto che Hamas
sia un movimento “militarista”, rivoluzionario, strategico.
Oltre che “integralista
islamico”, naturalmente.
In realtà, studiando la storia
di Hamas ci si accorge che Hamas è stato, prescindendo dall’ al
Fatah nazionalrivoluzionario prima maniera, che meriterebbe un
capitolo a parte, tra i movimenti della Resistenza Palestinese,
quello più tattico, più accorto, più “politico”.
Certamente, l’elemento islamico
è centrale in Hamas, ma ciò non contraddice quanto ho premesso.
Per comprendere a fondo Hamas,
va chiarito che l’organizzazione si compone di tre fondamentali rami
divisi in tre distinte aree geografiche: la Cisgiordania, la
striscia di Gaza (entrambe in Palestina) e le comunità in esilio
(esterne alla Palestina), che si trovano soprattutto in Giordania,
Libano e Siria.
E’ divisa dunque in una
sezione esterna alla Palestina e una interna; i rappresentanti al
Consiglio Consultivo sono eletti dai membri locali; il Consiglio, a
sua volta, elegge i componenti dell’Ufficio Politico, un organismo
formato da venti persone che si occupa di amministrazione.
Il movimento ha una fortissima
presenza nei campi profughi, certamente, in linea generale, ancora
oggi più bassa rispetto ad Al Fatah.
Hamas è organizzata con
un sistema di ferrea disciplina, gerarchicamente articolata
all’interno e con un grande cameratismo e una cultura di solidarietà
e fratellanza tra i membri. Durante i sessanta anni di resistenza
nazionale antisionista, Hamas è il solo movimento che - a parte un
dissidio interno che riguardava il gruppo di Isma’il Abu Shanab,
dopo la conferenza del Cairo, nel gennaio 1995, che poi si
ricomponeva - non subiva scissioni e spaccature interne. Il dato è
ancor più significativo e importante se si tiene presente che Hamas
conta certamente al proprio interno diverse fazioni e diversi
orientamenti. La differenziazione, comunque, tra estremisti e
moderati, non coglie affatto la natura di Hamas, in particolare
qualora si voglia applicare un criterio ideologico alle normali
differenze geografiche e contingenti tra i tre rami.
Soprattutto l’ascesa al
potere, dopo le elezioni parlamentari nel gennaio 2006, sta
sottoponendo la coesione e l’unità di Hamas alla prova più dura,
dovendo coniugare la sua missione di movimento di liberazione
nazionale con i compiti di governo, in una situazione di assedio
continuo da parte dell’entità sionista che ha portato continuamente
oltre il limite la umana possibilità di resistenza della popolazione
di Gaza, la quale, nonostante tutte le immense prove affrontate, è
rimasta sostanzialmente sempre, dal 2006 ad oggi, al fianco di
Hamas.
Lo “zoccolo duro” di
Hamas all’interno del popolo palestinese, attestato come sempre
intorno al 35- 40 % prima dell’azione terroristica Sionista
Piombo Fuso, probabilmente sarà accresciuto, una volta terminato
il conflitto. I dirigenti di Hamas provengono in larga parte dai
campi profughi, hanno nella maggior parte dei casi studi
universitari alle spalle, sono islamici osservanti, si distinguono
per il rigore e la semplice modestia della vita la quale, se
confrontata agli sprechi e al lusso in cui affogano i dirigenti di
al Fatah, permette loro di acquisire sempre più fiducia agli occhi
del popolo palestinese. Ciò non toglie che il “notabilato” prosperi
anche a Gaza, ma ciò appartiene alla vita tradizionale delle società
mediorientali, molto più che a Hamas, evidentemente. Si consideri,
per testimoniare sul rigore dei dirigenti del movimento, che la
figura simbolica dello stesso, Sheykh Ahmad Yassin viveva, e veniva
ucciso, nello stesso campo profughi dove viveva sin da bambino.
Qui importa sottolineare
il fatto che Hamas, rispetto agli altri movimenti della Resistenza
Palestinese di orientamento islamico, come Hizb alTarhiral-Islami,
il Partito della Liberazione Islamica, ma soprattutto rispetto al
Movimento per il Jihad islamico, Harakat al Jihad al Islami,
sorto almeno cinque anni prima di Hamas, è divenuta il movimento
simbolico della resistenza antisionista proprio per la grande
capacità tattica, politica, più che di quella
strategica-militarista, della sua classe dirigente. Nel processo
tattico di resistenza all’occupazione Sionista, negli anni passati,
la Jihad islamica si lanciava in una campagna di
“estremismo militaristico” (termine che senza meno i dirigenti
islamici della Jihad non faranno mai proprio, ma di questo si
trattava) basato sul culto e sulla prassi delle “operazioni di
martirio”, che, se visti alla luce del ristretto, selezionato,
nucleo militante della Jihad, superava in questo senso di gran lunga
lo stesso potenziale di fuoco e di giovani vite palestinesi
scagliate contro il Sionismo dall’ala militare di Hamas, ossia dalle
Brigate Izz al- Din al Qassam.
Beninteso: Hamas ha
spesso e volentieri fatto uso della medesima metodologia, ma tali
azioni vanno assolutamente inquadrate nell’ottica totalmente
politica e “nazionale” che ha giustificato e legittimato l’ascesa
storica di Hamas. Anche la prima dirigenza Hamas, pur proveniente
dalla Fratellanza Musulmana, spostò intelligentemente l’obiettivo
strategico, delimitandolo entro i confini della nazione palestinese.
Tutti ricordano l’eclatante azione, nell’ottobre 1994, che portava
al rapimento del caporale dell’esercito sionista Nachson Wachsman,
che veniva prima offerto in cambio della liberazione dello Sheykh
Yassin e di 200 militanti arrestati che erano allora in galera e che
veniva poi fatto ritrovare cadavere sul ciglio della strada; tutti
ricordano, senza meno, le numerosissime “operazioni di martirio”
compiute dall’ala militare di Hamas, ma va precisato che ad un primo
periodo “massimalista” con una gioventù urbana povera che infoltiva
i ranghi dell’organizzazione in quanto attratta dalle parole di
ordine radicali dei vertici di Hamas, seguiva immediatamente, già
dal 1995, un periodo in cui il radicalismo veniva saggiamente
inserito in una strategia di resistenza di lunga tappa, finalizzata
in primo luogo alla liberazione della Palestina. Indicative in tal
senso le varie dichiarazioni di Sheyk Yassin, che precisavano sempre
che Hamas era disposta a mettere immediatamente fine alle operazioni
militari qualora dall’altra parte vi fosse stato un segnale di
cambiamento. Dunque, il protrarsi di determinate operazioni, in una
tale logica, non hanno avuto affatto – come sostengono gli analisti
occidentali – un significato meramente martirizzante e
trascendentistico, ma voleva chiaramente mostrare ai sionisti che si
era disposti a trattare, ma da una posizione di una forza assoluta,
non come cedimento tattico.
Non va al riguardo
trascurato il fatto che, anche all’interno della strategia di
resistenza, sono esistite differenze “militari” e “politiche”
fondamentali: se il braccio militare di Hamas, le Brigate Izz
al-Din al-Qassam, come del resto la Brigata dei martiri di Al
Aqsa, versione contemporanea di “Settembre Nero”, come
dichiaravano pubblicamente i dirigenti nel luglio 2002 (dal novembre
2004, Brigata dello Shahid Yasser Arafat), dava appunto un
significato eminentemente politico nazionalista, dunque tattico,
alle operazioni di martirio, le Brigate al Quds – l’ala
militare della Jihad islamica – rafforzavano, mediante queste
azioni, l’elemento religioso interno, combinandolo con una visione
sociale, veramente radicale che, semplificando, definisco “islamosocialista”,
che metteva ben in rilievo l’affinità di fondo della Jihad islamica
con i movimenti sciiti rivoluzionari, i quali avevano implicitamente
fatto propria la lezione del grande intellettuale persiano Ali
Shariati circa l’essenza rivoluzionaria attivistico-messianica del
messaggio della Shi’a e finivano per sovvertire secoli di quietismo
delle gerarchie sciite. La più grande responsabilità dello sciismo
safavide e dei “chierici”, che hanno deformato e pietrificato
l’essenza originaria della Shi’a , per Shariati, era infatti quella
di aver trasformato la Shi’a da “religione della giustizia” a
“religione del pianto”; l’Ashura, nella visione di Shariati,
doveva rappresentare il momento di affermazione attiva radicale
dell’alterità sciita, caratterizzata dall’imperativo della lotta per
la giustizia incarnata dal perenne modello del sacrificio di Husayn;
l’attesa del Mahdi, di conseguenza, non doveva implicare la
passiva accettazione di una condizione ingiusta e la fine della
responsabilità collettiva, ma viceversa il tempo dell’Occultazione
doveva proprio essere maggiormente quello in cui l’Islam andava
difeso dalle potenze dell’ “Oppressione”.
Con ogni probabilità, il
leader storico della Jihad islamica, uno dei fondatori della stessa,
Fathi Shikaki, da sempre fortemente attratto dal modello persiano
khomeinista, che considerava un’alternativa radicale all’edonismo e
al secolarismo di importazione occidentali, si convertiva alla
Shi’a, poco tempo prima della morte, come risulta da testimonianze
di persone a lui vicine, compresa la moglie, pur facendo
naturalmente ricorso alla taqiya dell’evento con gli esterni
all’organizzazione o con i quadri più bassi sunniti. Fathi, che era
nato nel 1951 a Rafah, dalla fine degli anni ’70 si era trasferito a
vivere al Cairo. All’università di Zagazig, nel Basso Egitto, si
formava tra gli studenti palestinesi un gruppo di militanti, i quali
insoddisfatti sia del quietismo dei Fratelli sia della linea
nazionalista dell’OLP, guardavano con grande entusiasmo alla
rivoluzione iraniana. Il medico Shikaki era la figura più importante
del gruppo. Egli scriveva allora un opuscolo dal titolo:
Khomeini, l’alternativa islamica; lo scritto era dall’autore
dedicato ai due uomini del secolo, “l’imam martire Hassan el Banna”,
fondatore dei Fratelli musulmani e “all’imam rivoluzionario Rullah
Khomeini”. Questa era l’apologia più radicale ed aperta della
rivoluzione iraniana uscita dall’ambiente della Fratellanza, tra
l’altro era il primo libro scritto in arabo sulla stessa. La Jihad
islamica, come del resto la prima Hamas, non veniva originariamente
affatto considerata un pericolo mortale dalle forze di sicurezza
Sioniste, molto più attente allora a movimenti nazionalisti
rivoluzionari quali al Fatah o il FPLP (questo marxista-leninista) o
lo stesso FPLP- Comando Generale di Ahmad Jibril. Non è senz’altro
qui il caso di parlare di al Fatah Consiglio Rivoluzionario, che
meriterebbe una trattazione a parte.
Per comprendere a fondo
l’universo spirituale e la visione del mondo della Jihad, a mio
avviso diversa da quella di Hamas, nonostante la perenne
collaborazione tattica in funzione antisionista, va sottolineata la
prassi del “martirio straordinario” enunciata da Fathi Shikaki nel
suo fondamentale saggio Jihad fi-s sabil Allah (La Jihad
sulla strada di Dio), dove il concetto di martirio e la prassi di
portare all’estremo il sacrificio, oltre che uno sforzo della
volontà umana individuale, sono considerate alla stregua di “un dono
di Dio”. La via della Jihad consisteva nella necessità religiosa e
pratica dello scontro armato totale e frontale e nella lotta per
l’islamizzazione della Palestina; il movimento della Jihad, con
un’impronta ed una metodologia sorprendentemente mutuate dai
movimenti dell’estrema sinistra europea (in particolare trozkisti),
si definiva una avanguardia militare e politica il cui fine era la
rivoluzione permanente che corrispondeva all’islamizzazione totale
del tessuto sociale.
Dal 1983, la Jihad dava
avvio ad azioni violente, organizzate anche mediaticamente, il
cui fine era quello di radicalizzare in senso islamizzante la
Resistenza palestinese. Entrava certamente, come azione determinata
e fulminea, nell’immaginario comune dei resistenti palestinesi,
l’attentato contro le reclute di una brigata di elite sionista in
procinto di prestare giuramento – nell’ottobre 1986 – al Muro del
Pianto. Il ruolo della Jihad nel fare da apripista nella prima
Intifada del 1987 era assai evidente, ma il suo ruolo proprio allora
finiva per diventare secondario a causa sia della repressione sia
della nuova affermazione dell’OLP.
Nel 1988 Fathi Shikaki
veniva arrestato e deportato fuori dalla Palestina; da allora
operava prevalentemente a Damasco, dovendo anche affrontare delle
contestazioni interne, guidate da notabili palestinesi probabilmente
intolleranti verso il suo orbitare in senso eccessivamente
filoiraniano. Il 26 ottobre 1995, mentre era in attesa di
raggiungere in aereo la sua base generale a Damasco, Fathi Shikaki
veniva ucciso a bruciapelo davanti al suo albergo nell’isola
mediterranea di Malta da tre agenti del Mossad. La guida passava
allora ad un accademico di scienze economiche proveniente dalla
Florida, Ramadan Abdullah Mohammad Shallah. La Jihad islamica,
fedele all’insegnamento della guida spirituale, nel corso della
seconda Intifada, “esasperò” di nuovo il momento strategico
militantista e militarista fondato sull’idea del “martirio
straordinario”, quasi entrando in una competizione interna con le
ali militari di Hamas e di Al Fatah nel tentativo di egemonizzare
spiritualmente la Resistenza sul piano delle esemplari azioni di
martirio.
Il tentativo strategico
della Jihad era di acquisire l’egemonia simbolica della Resistenza
Palestinese, spostando la centralità “mitica” nel processo
psicologico di mobilitazione delle masse, puntando sull’idea e la
prassi dell’islamismo radicale, ma di scuola khomeinista non
salafita. In questo caso, ma non certamente in quello di Hamas, si
poteva dire a ragione che vi era la volontà di realizzare il modello
attuato da Khomeini in Persia anche in Palestina. Questo tentativo
si dimostrava ancora una volta fallimentare, per diversi motivi, non
ultimo il carattere “elitario” della Jihad e la non priorità
strategica della Jihad riguardo la lotta nazionalista palestinese
nella conduzione di una strategia militare antisionista. In seguito
a tale fallimento strategico, gli orizzonti della Jihad si
ridimensionavano, anche se, grazie a una scuola quadri estremamente
seria e selezionata, veniva continuata la medesima linea con un
maggior richiamo alla causa nazionale quale causa islamica. Anche in
questo caso, la perfetta combinazione di resistenza islamica e
resistenza nazionalista, ma con la prima sottoposta tatticamente
alla seconda, permetteva ad Hamas di guadagnare ancora consensi
interni e di aggiudicarsi la vittoria nella partita con le altre
correnti radicaliste interne.
Certamente, va osservato che
era proprio la seconda Intifada ad amplificare quel processo di
islamizzazione della società palestinese, originariamente (ossia sin
dai primi ’80) supportato da una parte da Mossad e sauditi,
dall’altra da spezzoni dei servizi di Teheran (ma con finalità
strategiche differenti da quelle saudite e sioniste), con il comune
fine di ostacolare e sabotare il nazionalismo rivoluzionario
propugnato da Arafat. Il Comando Generale di Jibril, per continuare
ad avere un peso, doveva non a caso proprio allora ridisegnare la
propria strategia e passare dal classico modello nazionalista
rivoluzionario di scuola baathista (anche se siriana) ad uno “islamonazionalista”
fortemente orientato anche verso Teheran, seppur più per motivi
tattici e militari che ideologici.
Va sottolineato dunque
che Hamas, pur nascendo, come è noto, quale ramo palestinese dei
Fratelli musulmani (shaykh Yassin fondava una Società
islamica nel 1976 e nel 1978 un Raggruppamento islamico, per poi –
infine – con la prima Intifada, dare avvio ad Hamas, una parola che
in arabo significa “zelo” e che incarna le virtù elencate nello
slogan dei Fratelli musulmani: “Diritti! Forza! Libertà!”)
finiva sempre più, con il posizionamento di una parte importante di
al Fatah, rappresentata soprattutto da Abu Mazen e Muhammad Dahlan (posizioni
queste ultime certamente differenti da quelle ancora nazionaliste e,
in ultima istanza, fortemente antisioniste di Yasser Arafat)
su una vile, totale abdicazione ai dettami dell’entità
giudeosionista. Quegli spazi, che si possono politicamente definire
di taglio “nazionalrivoluzionario”, con la scomparsa di Arafat dalla
scena, venivano intelligentemente occupati da Hamas, che acquistava
di nuovo punti nella lotta interna, sia sul fronte radicale dunque,
sia su quello di al Fatah.
Nel discorso tattico di Hamas
due termini venivano utilizzati con il significato di “tregua”,
“armistizio” o “cessate il fuoco”: hudna (“calma”) e
tahdia. Il fatto è che questi due termini vengono solitamente
confusi dagli analisti, con conseguenti fraintendimenti del discorso
politico e strategico di Hamas.
Hudna indica una
pacificazione di ampio respiro e di durata strategica fondata
sul concetto di reciprocità e sull’attuazione delle richieste di
pacificazione, quali il ritiro delle truppe di occupazione Sionista
dai Territori occupati nel 1967, l’instaurazione di uno stato
sovrano Palestinese con capitale Gerusalemme, il rilascio di tutti i
prigionieri politici e la soluzione del problema dei profughi. Come
si può vedere, queste erano le medesime richieste dell’Olp. Nel
2002, Ismail Abu Shanab, negoziatore della hudna, disse: “La
hudna è stata proposta con lo scopo di raggiungere tranquillità e
vivere in pace in questa generazione”. La famosa lettera di
Shayk Yassin dell’11 novembre 1993, pubblicata dal quotidiano al
Wasat costituisce il precedente di tutte le successive proposte
avanzate da Hamas per una tregua totale di lunga durata fondata
sulla fine della violenza antipalestinese giudeosionista, sul ritiro
dell’esercito Sionista dai Territori occupati nel 1967 e sulla
proclamazione di libere elezioni in Palestina. Come in Hezbollah,
strategia e tattica si fondono in Hamas e Shayk Yassin non faceva
altro che adottare la strategia “a tappe”, che non riprendeva
affatto, a differenza di quanto sostenevano molti analisti, dai
Fratelli Musulmani, ma che finiva per costituire una sintesi
perfetta e – alla lunga – vittoriosa elaborata proprio dalla
dirigenza Hamas.
Vittoriosa, in quanto si
sosteneva che Hamas era legittimata, al di fuori di ogni dogma
confessionale e/o politico, a partecipare alle elezioni palestinesi,
sfidando dall’interno l’istituzione legislativa e contrastando gli
accordi di Oslo dentro l’arena politica. Ma la vera strategia di
Hamas (questo è il punto fondamentale!) si è rivelata la tahdia,
ossia l’astensione assoluta e obbligatoria dell’uso della violenza
nel campo nazionalista intra-palestinese, la fine in pratica del
confronto armato tra le Brigate al Qassam e la Brigata dei martiri
di al Aqsa, l’ala militare di al Fatah. Naturalmente, ci si
riferisce all’ala militare di Arafat, che ancora adesso, per quanto
minoritaria, non è in rotta con Hamas, non a quella che prende a
riferimento l’attuale dirigenza di al Fatah, declinata su posizioni
antinazionali.
Brevemente, va ricordato
che, nonostante gli scontri territoriali che talvolta si avevano
nei primi momenti tra le ali militari dei rispettivi movimenti, i
rapporti politici ed umani tra Arafat e Shayk Yassin rimanevano,
fino alla loro morte, di stima e reciproca fiducia.Va detto, infine,
che la dirigenza Hamas, frutto del ricambio interno dei primi anni
’90, è quella stessa uscita dagli atenei di Palestina – i
“laureati dell’Intifada” – che aveva diviso le celle con i
militanti di al Fatah (quando era una fortissima organizzazione
nazionalista rivoluzionaria con l’idea e il mito della Palestina
sopra a tutto il resto) durante l’insurrezione. Questa generazione,
che anni dopo guiderà Hamas, rimaneva felicemente compenetrata da un
nazionalismo rivoluzionario palestinese e si trovava spesso in
relazioni dirette con i funzionari dell’ANP.
Questa generazione, a
mio parere, è quella che ha saputo conciliare strategia e
pragmatismo, visione ideale finale e metodo di governo. E’ una
generazione la quale, nonostante la forte caratterizzazione islamica
di Hamas, continua ad abbeverarsi al mito originario dell’Eterna
Palestina, al quale mai rinuncerà e che continua l’eredità
storico-politica del miglior Arafat integrandola perfettamente nel
retaggio musulmano della prima dirigenza Hamas.
Mi riferisco in modo
particolare a Ismail Haniyeh, primo ministro dell’ANP fino allo
scioglimento del governo e alla proclamazione dello stato di
emergenza dopo la presa di Gaza da parte dei miliziani di Hamas (14
giugno 2007) e a diverse altre personalità della sua generazione,
tipo Khalid al Hindi e Imad al Falluji. Per concludere il discorso,
basta ricordare ciò che avvenne durante la seconda Intifada, quando
mentre, come detto, la Jihad islamica tentava di cavalcare quel
processo di forte islamizzazione che saliva dal basso della società
palestinese (“estremismo” che privilegia l’astratto idealismo sulla
realtà), Hamas (“radicalismo” che impone il vero idealismo sulla
realtà) giocava di rimessa sia con l’ANP sia con il ramo militarista
nazionalrivoluzionario incarnato dalla Brigata dei martiri di al
Aqsa, che finiva per ritrovarsi, nell’impeto della battaglia, sulle
medesime posizioni di Hamas.
Alla luce delle
considerazioni sviluppate, non vale nemmeno la pena di
commentare a fondo le distorte notizie che appaiono di continuo nei
siti di informazione occidentali, in base a cui Hamas, agente in
zona dei persiani, sarebbe un’organizzazione islamista.
A parte che sarebbe da
stabilire se vi è realmente una sostanziale, e non formale,
continuità tra Khomeini ed il presidente Ahmadinejad, che, sembra
forse aver mutuato molti suoi elementi dalla tradizione politica
nazionalrivoluzionaria europea più che da quella islamica, ma non è
questa la sede, le relazioni tra Hamas e Persia, come quelle con la
Siria d’altra parte, rientrano – anche in questo caso – più in un
orizzonte tattico cavalcato da Hamas, piuttosto che in una progetto
ideologico o strategico di lunga durata.
Si consideri infatti che,
allo stato di cose attuali, essendo – come spesso è avvenuto nella
storia – l’Iran su posizioni quasi isolate (eccetto la Siria e
Hezbollah che non è comune uno stato) rispetto all’intero mondo
arabo (anche l’orientamento dei seguaci di Muqtada al Sadr in Iraq
non si può considerare di certo persiano -dipendente), è in un certo
senso Teheran stessa ad avere bisogno di Hamas per elementari motivi
geopolitici ancor prima che ideologici; non va dimenticato, del
resto, che Teheran si avvicinava, dopo il 2000, allo stesso Arafat
in modo molto chiaro, come dimostrava la visita di Arafat a Mosca
nel maggio 2001, quando dopo l’incontro tra Putin e il leader
palestinese, giungeva appositamente una delegazione iraniana nella
capitale russa, come dimostrava, anche, l’intercettazione, poco
dopo, da parte della Marina israeliana della nave Karine-A, con
comandante palestinese appartenente al Comando Generale di Jibril,
che trasportava armi sofisticate e missili di provenienza iraniana,
destinate proprio ad al Fatah.
Certamente, d’altra parte,
come detto, l’elemento islamico in Hamas è fondamentale, ma il
governo retto da Hamas ha chiaramente più i caratteri di un governo
di resistenza nazionale che di un “governo islamico”. Il “buon
governo” di cui parlano spesso i dirigenti di Hamas si
identifica con il governo che si fonda sul concetto di Resistenza
nazionalista totale all’occupazione Sionista.
L’ennesima vittoria di Hamas,
che si ha con l’operazione Piombo fuso lanciata dall’entità
giudeosionista, affonda a mio avviso le sue radici in questo
orizzonte ad un tempo ideale e pragmatico. I miliziani di Hamas, in
un’autentica guerra di nervi e resistenza che ha richiesto un
minuzioso autocontrollo ed un equilibrio non comuni, che del resto
loro posseggono, avevano scrupolosamente preparato la resistenza
militare in una guerra di guerriglia in cui la dirigenza di Gaza
voleva far cadere i Sionisti. Questi ultimi non sono evidentemente
caduti nella trappola, ma veniva così meno l’obiettivo strategico
fondamentale della loro operazione: delegittimare Hamas, farla
cadere. E’ stata un’ulteriore sconfitta dell’entità giudeosionista,
la cui stella ritengo si vada sempre più oscurando.
Hamas è invece oggi
(gennaio 2009) più forte che mai .
Come sosteneva con
pertinenza giorni fa Moreno Pasquinelli, uno dei principali motivi
della deliberata aggressione terrorista Sionista era proprio da
vedere nella volontà sionista di annientamento preventivo della
probabile scelta tattica di Hamas che, compattando attorno a sé, sul
modello di una nuova OLP nazionalradicalista, tutte le correnti
patriottiche ed antisioniste palestinesi, si avvia sul medesimo
tracciato percorso da anni da Hezbollah 2006.
Pasquinelli citava al riguardo
il parere di Karmon, docente di un istituto antiterrorismo di
Herziliya, riportato da La Stampa del 29 dicembre:
.
Hamas
sarebbe in una fase di transizione dal terrorismo alla guerriglia e
potrebbe contare su 15 mila uomini, oltre mille razzi, alcuni dei
quali con gittata di 40 chilometri, una rete di bunker pensata per
arrestare l’eventuale avanzata della fanteria israeliana nel caso i
thank ammassati al confine decidessero di entrare in azione…Ci sono
almeno 85 chilometri di tunnel sotto Gaza, sono stati scavati sul
modello di quelli del Libano meridionale grazie ai quali Hezbollah
ha ridotto il numero delle perdite nella guerra del 2006…L’aviazione
israeliana mira le uscite dei tunnel, punto di forza della nuova
strategia di Hamas. Hezbollah è un modello militare almeno dal 2003.
Riconosciuta la grande
lucidità politica e tattica della seconda dirigenza Hamas, va
comunque avanzata – se non altro a livello di interrogativo –
l’ipotesi di un probabile punto dolente di Hamas.
Come sosteneva lo Statuto del
movimento (ormai poco indicativo in quanto scritto da teste pensanti
della precedente dirigenza che avevano ancora un forte legame con i
Fratelli Musulmani) nell’articolo 22, il potente nemico “ha
programmato per lungo tempo quanto poi è riuscito a compiere,
tenendo conto di tutti gli elementi che hanno storicamente
determinato il corso degli eventi”.
Il nemico è dunque potente.
Nonostante ho enumerato gli enormi meriti e le grandi virtù di
Hamas, non sono convinto che Hamas abbia la consapevolezza della
grandezza e dell’immensa forza del nemico.
Il problema è forse che per
Hamas il nemico è l’entità sionista: non il Giudaismo come visione
del mondo.
In particolare si può ormai
parlare, con il trionfo di Obama, di giudeoamericanismo.
Bisognerebbe a tal punto fare una serie di considerazioni che
rilevino appunto come la natura islamica di Hamas potrebbe, in tal
caso, ostacolare una seria comprensione degli eventi da parte della
stessa seconda dirigenza del movimento.
Non si può al riguardo
ignorare come nella visione teologica cristiana, l’Islam, per
quanto apporti grandi correttivi e recuperi molti elementi
neotestamentari, sostanzialmente non esca definitivamente dai limiti
metafisici dell’Antica Alleanza, quella del Monte Sinai, incarnata
da Agar, che San Paolo ci dice generata nell’ottica della schiavitù
e della carne.
S olo il Cristo, con
l’evento cosmologico della Morte e della Resurrezione, imprime il
sigillo della cosciente libertà, della autentica Fede, superando la
prospettiva in fondo naturalistica della Legge.
Solamente grazie all’identità
ineffabile e soteriologica con il Logos-Cristo si può attivamente
sperimentare l’eroismo dell’autentica Fede che supera la dimensione
materialistica (pur legittimata in epoca precristica) e
naturalistica del Giudaismo.
Nell’unione con il Logos,
infatti, “non c’è più giudeo né greco; non c’è
più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi
siete uno in Cristo Gesù” (Galati, 3,28).
Approfondendo, per fare
solo un esempio, le fonti cristiane d’Oriente della teologia
ortodossa abbiamo la percezione vivente di quale era il nucleo
della concezione del mondo dei cristiani aggrediti dall’Islam. Nella
loro immagine del pericolo sperimentato, la religione maomettana è,
almeno originariamente, un’arma usata dal Giudaismo, in quanto i
Giudei si volevano vendicare della politica antigiudaica della
cristianità. Sebeos narra di come proprio i Giudei – ingannando i
cristiani – finivano per consegnare agli Arabi l’intera parte
orientale dell’Impero romano d’oriente e il disegno giudaico volto
alla ricostruzione del tempio di Salomone implicava il massacro
totale dei cristiani di Gerusalemme.
E così Giovanni Damasceno,
il quale, in un Dialogo con un saraceno, non negava affatto
che la visione maomettana avesse recuperato molti elementi
neotestamentari, ma precisava che la visione musulmana che
discerneva in modo confuso circa il Verbo Divino che “beveva,
mangiava, dormiva” ignorava, come il giudaismo, il principio delle
ipostasi.
Ed ugualmente in ambito
più recente, nessuno meglio del Rabbino Di Segni, il 17 gennaio
2002, sapeva spiegare a Roma, nella sala conferenze del Pontificio
Seminario Romano Maggiore, in un incontro che veniva organizzato
dalla Diocesi di Roma per il dialogo ebraico-cristiano, che mentre
un musulmano, rigoroso monoteista e persino circonciso, in base alle
regole della legge noachide, è quasi sicuramente salvo, un
cristiano, venerando la divinità di Gesù, è un idolatra che rischia
di non salvarsi e, aggiunge anche la legge rabbinica, degno, quale
cristiano, della pena di morte.
Questi elementi sparsi
servono a chiarire un punto fondamentale. L’antigiudaismo come
concezione metafisica (dunque permanente) – che non è chiaramente
l’antisemitismo biologico etnocratico, anzi il contrario -
appartiene alla retta Cristianità Europea. L’antigiudaismo non è
senz’altro una prerogativa della civiltà musulmana, tutt’altro,
civiltà che ha iniziato a conoscere l’antisionismo, non
l’antigiudaismo, per motivi contingenti, dagli anni ’30 dello scorso
secolo.
Elementi di spiritualità
anti- giudaica, si affacciavano nella Rivoluzione palestinese
solamente con talune brillanti intuizioni del Presidente Arafat, la
cui cultura politica e spirituale era di radice prettamente europea.
Nemmeno nel khomeinismo si aveva una chiara idea al riguardo,
stabilendo Khomeini più volte una netta cesura tra Giudaismo e
Sionismo ribadente la non ebraicità del sionismo, alla luce della
sua visione sciita.
Gli elementi islamici più
radicali, non a caso, bollavano a più riprese Arafat di essere un
“cristiano” infiltrato nelle fila della Rivoluzione Palestinese, più
che per la cristianità della moglie Suha, a causa della sua chiara
discendenza ideale da quel filone nazionalrivoluzionario di radice
europea che veniva inaugurato nel mondo arabo da intellettuali in
larga misura cristiano-ortodossi. Senza dilungarsi nell’argomento,
basta qui ricordare la solidità di certe sincere relazioni che si
sviluppavano, fortemente osteggiate dalle ali atlantiste e sioniste
del potere mondiale, e che culminavano nello scandalo internazionale
che prendeva a bersaglio l’arcivescovo Hylarion Cappucci, definito
dai sionisti il “primo arcivescovo terrorista della storia”, e
descritto invece in questi termini da Arafat:
Gli stessi
tribunali militari stanno anche giudicando un altro combattente
eroico. Questo combattente ha tracciato con la sua mano il segno
della vittoria, simbolo della nostra Rivoluzione, e ha affermato:
“Agisco nell’interesse della pace in Palestina, affinché tutti
possano vivere in pace sulla terra della pace”. Egli, sicuramente,
sarà condannato alla stessa sorte…Permettetemi di esprimergli nella
sua cupa prigione la mia ferma gratitudine.
Si può dire,
giustamente, che Hamas ha inanellato fino ad ora una serie di
sorprendenti vittorie, mentre Arafat, nella storia, rimane uno
sconfitto. Questo è certo, ma è anche vero che Hamas si è limitata,
fino ad oggi, ad una mera resistenza all’entità sionista, mentre
Arafat lanciava più volte il sogno eroico della Rivoluzione
Nazionale palestinese. In una battaglia di solitaria grandezza,
incompreso dalla sua classe dirigente (morta infine, come si vede
oggi, nella corruzione e nella viltà soprattutto dopo l’omicidio, da
parte di militari sionisti e agenti del Mossad, a Tunisi, il 16
aprile 1988, del fedelissimo Abu Jihad Khalil Al Wazir), il patriota
palestinese più odiato (al punto che fino alla fine i sionisti
consideravano Hamas il “male minore” rispetto ad Arafat), il più
diffamato, fino all’inverosimile, e il più perseguitato dall’entità
sionista, ucciso per avvelenamento dallo Shin Bet, chiudeva la sua
vita di nazionalista a Ramallah nel 2002, 2003 come l’aveva
cominciata nel 1968 quando diveniva leader dei palestinesi.
Adattandola di volta in volta
alle differenti priorità tattiche, la sua linea era sempre rimasta
questa. Quella proclamata nel dicembre 1968:
"Abbiamo
creduto che l’unico mezzo per tornare alle nostre case e alla nostra
terra fosse la lotta armata. Crediamo in questa teoria senza
alcun’altra implicazione e con completa chiarezza, sono queste la
nostra meta e la nostra speranza….Comprendiamo che la soluzione
politica equivale alla resa".
In tal senso, in un
discorso di largo respiro storico, che creava molte polemiche,
Bettino Craxi paragonava pubblicamente
– nel 1985 - Arafat a Mazzini: se è terrorismo
il “patriottismo mistico” di Arafat lo era anche quello di Mazzini!
L’Arafat del marzo 2003,
che, con termini profondamente cristiani, si diceva addolorato nel
cuore della “totale giudaizzazione della santa Gerusalemme” e
benediceva le azioni patriottiche dei suoi “figli spirituali” della
Brigata dei martiri di al Aqsa, l’Arafat che resisteva
coraggiosamente in quella Ramallah che possiede un intero quartiere
greco-ortodosso con una consistente comunità cristiana, era quello
stesso patriota che aveva indubbiamente costituito e costituisce
ancora adesso, oltre tutti i limiti e gli errori che una situazione
di perenne emergenza imponeva, oltre il regime di corruzione
dirigenziale che soprattutto negli ultimi tempi lasciava prosperare
per non infrangere talune regole tradizionali del notabilato
mediorientale, il modello più alto del rivoluzionario palestinese.
Non del semplice resistente.
A sua maggiore gloria
postuma, va l’ostilità che gran parte del mondo arabo ha sempre
riservato al nome di Arafat, in quanto, come sosteneva il re del
Marocco, re Hassan, nell’ottobre del 1974, dietro il leader
spirituale di Settembre Nero, Salah Khalaf, che vedeva nel
corrotto, occidentalizzato, mondo arabo-musulmano un nemico totale
della Rivoluzione Palestinese, vi era in fondo lo stesso Arafat, la
visione del mondo di quest’ultimo.
Non va dimenticato che
Arafat si schierava coraggiosamente sempre, con ammirevole
continuità, a fianco dell’Iraq, da quando, dall’agosto 1990, il
mondo giudeoamericanista dichiarò a quest’ultimo una guerra di lunga
durata, mentre Hamas, nell’agosto del 1990, come le varie
Fratellanze musulmane, si schierava con il Kuwait.
Ancora, quando l’eroica
solitaria Serbia teneva testa ad un’aggressione giudeoamericanista
che si serviva, di volta in volta, di diversi strumenti, Arafat,
come d’altra parte il Presidente Saddam Hussein, sosteneva l’azione
di difesa patriottica di Milosevic; a
differenza di vasti settori del mondo musulmano, anche radicali,
non invocava mai i bombardamenti americani come soluzione ideale –
ma anzi, a differenza della stessa Hamas, che appiattita ancora
sulle posizioni della Fratellanza musulmana, vedeva allora nei
Serbi, più che negli americani, la vera forza del male, Arafat
esprimeva sostegno e solidarietà alla causa serba.
Arafat, ancora,
tentando di rompere il sabotaggio internazionale e l’assedio
mondialista contro Belgrado, nel dicembre 1999, d’intesa con il
patriarca greco-ortodosso di Terrasanta, Diodoros I, invitava, per
la ricorrenza del santo Natale ortodosso, il Presidente serbo
Milosevic a Betlemme.
Scelte e posizioni che
davano la dimostrazione della grande capacità tattica
antimondialista, di orientamento nazionalrivoluzionario, del vecchio
leader di al Fatah.
Quando, nel novembre 2004
Arafat moriva, il Presidente Milosevic lo salutava con
commozione, dal Tribunale dell’Aja, rilasciando una dichiarazione in
cui sosteneva che con Arafat (“il Presidente della Palestina” lo
definiva Milosevic) se ne andava uno dei simboli più intensi della
lotta rivoluzionaria dei nostri giorni.
La linea strategica –
oltre i vari abboccamenti tattici con leader europei ed americani,
volti a spaccare il fronte esterno – di Arafat era rimasta sempre la
medesima, anche se di lunghissima durata: annientamento dell’entità
sionista e Rivoluzione Palestinese.
Viceversa, la linea di
Hamas dà l’impressione di potersi tradurre, in prospettiva, in una
limitazione della “resistenza” alla mera, assoluta lotta
antisionista, sacrificando, in tal senso, anche futuri accordi con
potenze planetarie geopolitiche ora viste come nemiche assolute, ma
soprattutto in quanto sostenitrici dell’entità sionista.
Hamas si trova
paradossalmente proprio oggi nella condizione privilegiata per
fare una scelta radicale e coraggiosa, che superando, sempre sulla
stessa linea, la tradizione politica che fino ad oggi ha impresso
alla sua azione, la concretizzi su un piano di effettiva
rinascita nazionale intorno ad una nuova OLP
(abbattendo così l’ostacolo Abu Mazen), sappia riconoscere
l’autentico nemico nel giudeoamericanismo mondiale, non nel semplice
sionismo, anche perché Obama sarà certamente ben più astuto e
penetrante di Bush nel tentativo di sfaldare ed occidentalizzare il
fronte antisionista.
Prof. Luca Fantini
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Luca Fantini, dottore di ricerca in “storia
della filosofia”, collabora con la nostra Redazione come esperto di
storia e di storia della filosofia, con particolare attenzione alla
questione giudaica.
Link a questa pagina :
http://www.terrasantalibera.org/AnalisiStoricoCristianaHamas-LucaFantini.htm
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