"Notizie dalla Terra Santa"


 

Anno IV,  Comunicato n. 19, del 21 gennaio 2009

QUESTO ARTICOLO, CHE È UNA PROVOCAZIONE, È DEDICATO A TUTTI COLORO, MUSULMANI, CRISTIANI, LAICI, CUI STANNO A CUORE :

  • LA VERITÀ, AL DI LÀ DELLE BARRIERE IDEOLOGICHE, CONFESSIONALI, GEOPOLTICHE

  • LA LIBERAZIONE DELLA TERRA SANTA DAL COLONIALISMO SIONISTA E DA INGERENZE ESTRANEE/ ESTERNE NON IN SINTONIA CON LA SUA TRADIZIONE, PER LA COSTITUZIONE DI UNA SOLA NAZIONE INDIPENDENTE

  • IL RICONOSCIMENTO DELLE IDENTITÀ DELLE PERSONE NEI LORO DIRITTI NATURALI ED INALIENABILI

  • L'UNIONE DI TUTTE QUELLE FORZE GENUINE E POPOLARI CHE NON ACCETTANO UN PROGETTO MONDIALISTA DI OMOLOGAZIONE, CHE È DITTATURA GLOBALE DELLE PERSONE E DEL PENSIERO

  • LA DETERMINAZIONE A NON DESISTERE PER UN SOLO SECONDO DI LAVORARE PER SMENTIRE LA PROPAGANDA DELLA ISRAEL LOBBY




Pensieri scomodi su Hamas di un cristiano europeo.

 

Resistenza o Rivoluzione?

 del Prof. Luca Fantinií,  www.TerraSantaLibera.org

 

 

Primi resistenti palestinesi della metà del secolo scorso : nella bandiera una croce con la mezzaluna

 

Le analisi di settori militari, mediatici o intellettuali occidentali (ma paradossalmente, anche di quelli sionisti) sembrano coincidere sul fatto che Hamas sia un movimento “militarista”, rivoluzionario, strategico.

Oltre che “integralista islamico”, naturalmente.

In realtà, studiando la storia di Hamas ci si accorge che Hamas è stato, prescindendo dall’ al Fatah nazionalrivoluzionario prima maniera, che meriterebbe un capitolo a parte, tra i movimenti della Resistenza Palestinese, quello più tattico, più accorto, più “politico”.

Certamente, l’elemento islamico è centrale in Hamas, ma ciò non contraddice quanto ho premesso.

Per comprendere a fondo Hamas, va chiarito che l’organizzazione si compone di tre fondamentali rami divisi in tre distinte aree geografiche: la Cisgiordania, la striscia di Gaza (entrambe in Palestina)  e le comunità in esilio (esterne alla Palestina), che si trovano soprattutto in Giordania, Libano e Siria.

 

E’ divisa dunque in una sezione esterna alla Palestina e una interna; i rappresentanti al Consiglio Consultivo sono eletti dai membri locali; il Consiglio, a sua volta, elegge i componenti dell’Ufficio Politico, un organismo formato da venti persone che si occupa di amministrazione.

Il movimento ha una fortissima presenza nei campi profughi, certamente, in linea generale, ancora oggi più bassa rispetto ad Al Fatah.

 

Hamas è organizzata con un sistema di ferrea disciplina, gerarchicamente articolata all’interno e con un grande cameratismo e una cultura di solidarietà e fratellanza tra i membri. Durante i sessanta anni di resistenza nazionale antisionista, Hamas è il solo movimento che - a parte un dissidio interno che riguardava il gruppo di Isma’il Abu Shanab, dopo la conferenza del Cairo, nel gennaio 1995, che poi si ricomponeva - non subiva scissioni e spaccature interne. Il dato è ancor più significativo e importante se si tiene presente che Hamas conta certamente al proprio interno diverse fazioni e diversi orientamenti. La differenziazione, comunque, tra estremisti e moderati, non coglie affatto la natura di Hamas, in particolare qualora si voglia applicare un criterio ideologico alle normali differenze geografiche e contingenti tra i tre rami.

 

Soprattutto l’ascesa al potere, dopo le elezioni parlamentari nel gennaio 2006, sta sottoponendo la coesione e l’unità di Hamas alla prova più dura, dovendo coniugare la sua missione di movimento di liberazione nazionale con i compiti di governo, in una situazione di assedio continuo da parte dell’entità sionista che ha portato continuamente oltre il limite la umana possibilità di resistenza della popolazione di Gaza, la quale, nonostante tutte le immense prove affrontate, è rimasta sostanzialmente sempre, dal 2006 ad oggi, al fianco di Hamas.

 

Lo “zoccolo duro” di Hamas all’interno del popolo palestinese, attestato come sempre intorno al 35- 40 % prima dell’azione terroristica Sionista Piombo Fuso, probabilmente sarà accresciuto, una volta terminato il conflitto. I dirigenti di Hamas provengono in larga parte dai campi profughi, hanno nella maggior parte dei casi studi universitari alle spalle, sono islamici osservanti, si distinguono per il rigore e la semplice modestia della vita la quale, se confrontata agli sprechi e al lusso in cui affogano i dirigenti di al Fatah, permette loro di acquisire sempre più fiducia agli occhi del popolo palestinese. Ciò non toglie che il “notabilato” prosperi anche a Gaza, ma ciò appartiene alla vita tradizionale delle società mediorientali, molto più che a Hamas, evidentemente.  Si consideri, per testimoniare sul rigore dei dirigenti del movimento, che la figura simbolica dello stesso, Sheykh Ahmad Yassin viveva, e veniva ucciso, nello stesso campo profughi dove viveva sin da bambino.

 

Qui importa sottolineare il fatto che Hamas, rispetto agli altri movimenti della Resistenza Palestinese di orientamento islamico, come Hizb alTarhiral-Islami, il Partito della Liberazione Islamica, ma soprattutto rispetto al Movimento per il Jihad islamico, Harakat al Jihad al Islami, sorto almeno cinque anni prima di Hamas, è divenuta il movimento simbolico della resistenza antisionista proprio per la grande capacità tattica, politica, più che di quella strategica-militarista, della sua classe dirigente. Nel processo tattico di resistenza all’occupazione Sionista, negli anni passati, la Jihad islamica si lanciava in una campagna di “estremismo militaristico” (termine che senza meno i dirigenti islamici della Jihad non faranno mai proprio, ma di questo si trattava) basato sul culto e sulla prassi delle “operazioni di martirio”, che, se visti alla luce del ristretto, selezionato, nucleo militante della Jihad, superava in questo senso di gran lunga lo stesso potenziale di fuoco e di giovani vite palestinesi scagliate contro il Sionismo dall’ala militare di Hamas, ossia dalle Brigate Izz al- Din al Qassam.

 

Beninteso: Hamas ha spesso e volentieri fatto uso della medesima metodologia, ma tali azioni vanno assolutamente inquadrate nell’ottica totalmente politica e “nazionale” che ha giustificato e legittimato l’ascesa storica di Hamas. Anche la prima dirigenza Hamas, pur proveniente dalla Fratellanza Musulmana, spostò intelligentemente l’obiettivo strategico, delimitandolo entro i confini della nazione palestinese. Tutti ricordano l’eclatante azione, nell’ottobre 1994, che portava al rapimento del caporale dell’esercito sionista Nachson Wachsman, che veniva prima offerto in cambio della liberazione dello Sheykh Yassin e di 200 militanti arrestati che erano allora in galera e che veniva poi fatto ritrovare cadavere sul ciglio della strada; tutti ricordano, senza meno, le numerosissime “operazioni di martirio” compiute dall’ala militare di Hamas, ma va precisato che ad un primo periodo “massimalista” con una gioventù urbana povera che infoltiva i ranghi dell’organizzazione in quanto attratta dalle parole di ordine radicali dei vertici di Hamas, seguiva immediatamente, già dal 1995, un periodo in cui il radicalismo veniva saggiamente inserito in una strategia di resistenza di lunga tappa, finalizzata in primo luogo alla liberazione della Palestina. Indicative in tal senso le varie dichiarazioni di Sheyk Yassin, che precisavano sempre che Hamas era disposta a mettere immediatamente fine alle operazioni militari qualora dall’altra parte vi fosse stato un segnale di cambiamento. Dunque, il protrarsi di determinate operazioni, in una tale logica, non hanno avuto affatto – come sostengono gli analisti occidentali – un significato meramente martirizzante e trascendentistico, ma voleva chiaramente mostrare ai sionisti che si era disposti a trattare, ma da una posizione di una forza assoluta, non come cedimento tattico.

 

Non va al riguardo trascurato il fatto che, anche all’interno della strategia di resistenza, sono esistite differenze “militari” e “politiche” fondamentali: se il braccio militare di Hamas, le Brigate Izz al-Din al-Qassam, come del resto la Brigata dei martiri di Al Aqsa, versione contemporanea di “Settembre Nero”, come dichiaravano pubblicamente i dirigenti nel luglio 2002 (dal novembre 2004, Brigata dello Shahid Yasser Arafat), dava appunto un significato eminentemente politico nazionalista, dunque tattico, alle operazioni di martirio, le Brigate al Quds – l’ala militare della Jihad islamica – rafforzavano, mediante queste azioni, l’elemento religioso interno, combinandolo con una visione sociale, veramente radicale che, semplificando, definisco “islamosocialista”, che metteva ben in rilievo l’affinità di fondo della Jihad islamica con i movimenti sciiti rivoluzionari, i quali avevano implicitamente fatto propria la lezione del grande intellettuale persiano Ali Shariati circa l’essenza rivoluzionaria attivistico-messianica del messaggio della Shi’a e finivano per sovvertire secoli di quietismo delle gerarchie sciite. La più grande responsabilità dello sciismo safavide e dei “chierici”, che hanno deformato e pietrificato l’essenza originaria della Shi’a , per Shariati, era infatti quella di aver trasformato la Shi’a da “religione della giustizia” a “religione del pianto”; l’Ashura, nella visione di Shariati, doveva rappresentare il momento di affermazione attiva radicale dell’alterità sciita, caratterizzata dall’imperativo della lotta per la giustizia incarnata dal perenne modello del sacrificio di Husayn; l’attesa del Mahdi, di conseguenza, non doveva implicare la passiva accettazione di una condizione ingiusta e la fine della responsabilità collettiva, ma viceversa il tempo dell’Occultazione doveva proprio essere maggiormente quello in cui l’Islam andava difeso dalle potenze dell’ “Oppressione”[1].

 

Con ogni probabilità, il leader storico della Jihad islamica, uno dei fondatori della stessa, Fathi Shikaki, da sempre fortemente attratto dal modello persiano khomeinista, che considerava un’alternativa radicale all’edonismo e al secolarismo di importazione occidentali, si convertiva alla Shi’a, poco tempo prima della morte, come risulta da testimonianze di persone a lui vicine, compresa la moglie, pur facendo naturalmente ricorso alla taqiya dell’evento con gli esterni all’organizzazione o con i quadri più bassi sunniti. Fathi, che era nato nel 1951 a Rafah, dalla fine degli anni ’70 si era trasferito a vivere al Cairo. All’università di Zagazig, nel Basso Egitto, si formava tra gli studenti palestinesi un gruppo di militanti, i quali insoddisfatti sia del quietismo dei Fratelli sia della linea nazionalista dell’OLP, guardavano con grande entusiasmo alla rivoluzione iraniana. Il medico Shikaki era la figura più importante del gruppo. Egli scriveva allora un opuscolo dal titolo: Khomeini, l’alternativa islamica; lo scritto era dall’autore dedicato ai due uomini del secolo, “l’imam martire Hassan el Banna”, fondatore dei Fratelli musulmani e “all’imam rivoluzionario Rullah Khomeini”. Questa era l’apologia più radicale ed aperta della rivoluzione iraniana uscita dall’ambiente della Fratellanza, tra l’altro era il primo libro scritto in arabo sulla stessa. La Jihad islamica, come del resto la prima Hamas, non veniva originariamente affatto considerata un pericolo mortale dalle forze di sicurezza Sioniste, molto più attente allora a movimenti nazionalisti rivoluzionari quali al Fatah o il FPLP (questo marxista-leninista) o lo stesso FPLP- Comando Generale di Ahmad Jibril. Non è senz’altro qui il caso di parlare di al Fatah Consiglio Rivoluzionario, che meriterebbe una trattazione a parte.

 

Per comprendere a fondo l’universo spirituale e la visione del mondo della Jihad, a mio avviso diversa da quella di Hamas, nonostante la perenne collaborazione tattica in funzione antisionista, va sottolineata la prassi del “martirio straordinario” enunciata da Fathi Shikaki nel suo fondamentale saggio Jihad fi-s sabil Allah (La Jihad sulla strada di Dio), dove il concetto di martirio e la prassi di portare all’estremo il sacrificio, oltre che uno sforzo della volontà umana individuale, sono considerate alla stregua di “un dono di Dio”. La via della Jihad consisteva nella necessità religiosa e pratica dello scontro armato totale e frontale e nella lotta per l’islamizzazione della Palestina; il movimento della Jihad, con un’impronta ed una metodologia sorprendentemente mutuate dai movimenti dell’estrema sinistra europea (in particolare trozkisti), si definiva una avanguardia militare e politica il cui fine era la rivoluzione permanente che corrispondeva all’islamizzazione totale del tessuto sociale[2].

 

Dal 1983, la Jihad dava avvio ad azioni violente, organizzate anche mediaticamente, il cui fine era quello di radicalizzare in senso islamizzante la Resistenza palestinese. Entrava certamente, come azione determinata e fulminea, nell’immaginario comune dei resistenti palestinesi, l’attentato contro le reclute di una brigata di elite sionista in procinto di prestare giuramento – nell’ottobre 1986 – al Muro del Pianto. Il ruolo della Jihad nel fare da apripista nella prima Intifada del 1987 era assai evidente, ma il suo ruolo proprio allora finiva per diventare secondario a causa sia della repressione sia della nuova affermazione dell’OLP.

 

Nel 1988 Fathi Shikaki veniva arrestato e deportato fuori dalla Palestina; da allora operava prevalentemente a Damasco, dovendo anche affrontare delle contestazioni interne, guidate da notabili palestinesi probabilmente intolleranti verso il suo orbitare in senso eccessivamente filoiraniano. Il 26 ottobre 1995, mentre era in attesa di raggiungere in aereo la sua base generale a Damasco, Fathi Shikaki veniva ucciso a bruciapelo davanti al suo albergo nell’isola mediterranea di Malta da tre agenti del Mossad. La guida passava allora ad un accademico di scienze economiche proveniente dalla Florida, Ramadan Abdullah Mohammad Shallah. La Jihad islamica, fedele all’insegnamento della guida spirituale, nel corso della seconda Intifada, “esasperò” di nuovo il momento strategico militantista e militarista fondato sull’idea del “martirio straordinario”, quasi entrando in una competizione interna con le ali militari di Hamas e di Al Fatah nel tentativo di egemonizzare spiritualmente la Resistenza sul piano delle esemplari azioni di martirio.

 

Il tentativo strategico della Jihad era di acquisire l’egemonia simbolica della Resistenza Palestinese, spostando la centralità “mitica” nel processo psicologico di mobilitazione delle masse, puntando sull’idea e la prassi dell’islamismo radicale, ma di scuola khomeinista non salafita. In questo caso, ma non certamente in quello di Hamas, si poteva dire a ragione che vi era la volontà di realizzare il modello attuato da Khomeini in Persia anche in Palestina. Questo tentativo si dimostrava ancora una volta fallimentare, per diversi motivi, non ultimo il carattere “elitario” della Jihad e la non priorità strategica della Jihad riguardo la lotta nazionalista palestinese nella conduzione di una strategia militare antisionista. In seguito a tale fallimento strategico, gli orizzonti della Jihad si ridimensionavano, anche se, grazie a una scuola quadri estremamente seria e selezionata, veniva continuata la medesima linea con un maggior richiamo alla causa nazionale quale causa islamica. Anche in questo caso, la perfetta combinazione di resistenza islamica e resistenza nazionalista, ma con la prima sottoposta tatticamente alla seconda, permetteva ad  Hamas di guadagnare ancora consensi interni e di aggiudicarsi la vittoria nella partita con le altre correnti radicaliste interne.  

Certamente, va osservato che era proprio la seconda Intifada ad amplificare quel processo di islamizzazione della società palestinese, originariamente (ossia sin dai primi ’80) supportato da una parte da Mossad e sauditi, dall’altra da spezzoni dei servizi di Teheran (ma con finalità strategiche differenti da quelle saudite e sioniste), con il comune fine di ostacolare e sabotare il nazionalismo rivoluzionario propugnato da Arafat. Il Comando Generale di Jibril, per continuare ad avere un peso, doveva non a caso proprio allora ridisegnare la propria strategia e passare dal classico modello nazionalista rivoluzionario di scuola baathista (anche se siriana) ad uno “islamonazionalista” fortemente orientato anche verso Teheran, seppur più per motivi tattici e militari che ideologici.

 

Va sottolineato dunque che Hamas, pur nascendo, come è noto, quale ramo palestinese dei Fratelli musulmani (shaykh Yassin fondava una Società islamica nel 1976 e nel 1978 un Raggruppamento islamico, per poi – infine – con la prima Intifada, dare avvio ad Hamas, una parola che in arabo significa “zelo” e che incarna le virtù elencate nello slogan dei Fratelli musulmani: “Diritti! Forza! Libertà!”[3]) finiva sempre più, con il posizionamento di una parte importante di al Fatah, rappresentata soprattutto da Abu Mazen e Muhammad Dahlan (posizioni queste ultime certamente differenti da quelle ancora nazionaliste e, in ultima istanza, fortemente antisioniste di Yasser Arafat) su una vile, totale abdicazione ai dettami dell’entità giudeosionista. Quegli spazi, che si possono politicamente definire di taglio “nazionalrivoluzionario”, con la scomparsa di Arafat dalla scena, venivano intelligentemente occupati da Hamas, che acquistava di nuovo punti nella lotta interna, sia sul fronte radicale dunque, sia su quello di al Fatah.

Nel discorso tattico di Hamas due termini venivano utilizzati con il significato di “tregua”, “armistizio” o “cessate il fuoco”: hudna (“calma”) e tahdia. Il fatto è che questi due termini vengono solitamente confusi dagli analisti, con conseguenti fraintendimenti del discorso politico e strategico di Hamas[4].

 

Hudna indica una pacificazione di ampio respiro e di durata strategica fondata sul concetto di reciprocità e sull’attuazione delle richieste di pacificazione, quali il ritiro delle truppe di occupazione Sionista dai Territori occupati nel 1967, l’instaurazione di uno stato sovrano Palestinese con capitale Gerusalemme, il rilascio di tutti i prigionieri politici e la soluzione del problema dei profughi. Come si può vedere, queste erano le medesime richieste dell’Olp. Nel 2002, Ismail Abu Shanab, negoziatore della hudna, disse: “La hudna è stata proposta con lo scopo di raggiungere tranquillità e vivere in pace in questa generazione”. La famosa lettera di Shayk Yassin dell’11 novembre 1993, pubblicata dal quotidiano al Wasat costituisce il precedente di tutte le successive proposte avanzate da Hamas per una tregua totale di lunga durata fondata sulla fine della violenza antipalestinese giudeosionista, sul ritiro dell’esercito Sionista dai Territori occupati nel 1967 e sulla proclamazione di libere elezioni in Palestina. Come in Hezbollah, strategia e tattica si fondono in Hamas e Shayk Yassin non faceva altro che adottare la strategia “a tappe”, che non riprendeva affatto, a differenza di quanto sostenevano molti analisti, dai Fratelli Musulmani, ma che finiva per costituire una sintesi perfetta e – alla lunga – vittoriosa elaborata proprio dalla dirigenza Hamas.

 

Vittoriosa, in quanto si sosteneva che Hamas era legittimata, al di fuori di ogni dogma confessionale e/o politico, a partecipare alle elezioni palestinesi, sfidando dall’interno l’istituzione legislativa e contrastando gli accordi di Oslo dentro l’arena politica.  Ma la vera strategia di Hamas (questo è il punto fondamentale!) si è rivelata la tahdia, ossia l’astensione assoluta e obbligatoria dell’uso della violenza nel campo nazionalista intra-palestinese, la fine in pratica del confronto  armato tra le Brigate al Qassam e la Brigata dei martiri di al Aqsa, l’ala militare di al Fatah. Naturalmente, ci si riferisce all’ala militare di Arafat, che ancora adesso, per quanto minoritaria, non è in rotta con Hamas, non a quella che prende a riferimento l’attuale dirigenza di al Fatah, declinata su posizioni antinazionali.

 

Brevemente, va ricordato che, nonostante gli scontri territoriali  che talvolta si avevano nei primi momenti tra le ali militari dei rispettivi movimenti, i rapporti politici ed umani tra Arafat e Shayk Yassin rimanevano, fino alla loro morte, di stima e reciproca fiducia.Va detto, infine, che la dirigenza Hamas, frutto del ricambio interno dei primi anni ’90, è quella stessa uscita dagli atenei di Palestina – i “laureati dell’Intifada” – che aveva diviso le celle con i militanti di al Fatah (quando era una fortissima organizzazione nazionalista rivoluzionaria con  l’idea e il mito della Palestina sopra a tutto il resto) durante l’insurrezione. Questa generazione, che anni dopo guiderà Hamas, rimaneva felicemente compenetrata da un nazionalismo rivoluzionario palestinese e si trovava spesso in relazioni dirette con i funzionari dell’ANP.

 

Questa generazione, a mio parere, è quella che ha saputo conciliare strategia e pragmatismo, visione ideale finale e metodo di governo. E’ una generazione la quale, nonostante la forte caratterizzazione islamica di Hamas, continua ad abbeverarsi al mito originario dell’Eterna Palestina, al quale mai rinuncerà e che continua l’eredità storico-politica del miglior Arafat integrandola perfettamente nel retaggio musulmano della prima dirigenza Hamas.

 

Mi riferisco in modo particolare a Ismail Haniyeh, primo ministro dell’ANP fino allo scioglimento del governo e alla proclamazione dello stato di emergenza dopo la presa di Gaza da parte dei miliziani di Hamas (14 giugno 2007) e a diverse altre personalità della sua generazione, tipo Khalid al Hindi e Imad al Falluji. Per concludere il discorso, basta ricordare ciò che avvenne durante la seconda Intifada, quando mentre, come detto, la Jihad islamica tentava di cavalcare quel processo di forte islamizzazione che saliva dal basso della società palestinese (“estremismo” che privilegia l’astratto idealismo sulla realtà), Hamas (“radicalismo” che impone il vero idealismo sulla realtà) giocava di rimessa sia con l’ANP sia con il ramo militarista nazionalrivoluzionario incarnato dalla Brigata dei martiri di al Aqsa, che finiva per ritrovarsi, nell’impeto della battaglia, sulle medesime posizioni di Hamas.

 

Alla luce delle considerazioni sviluppate, non vale nemmeno la pena di commentare a fondo le distorte notizie che appaiono di continuo nei siti di informazione occidentali, in base a cui Hamas, agente in zona dei persiani, sarebbe un’organizzazione islamista.

A parte che sarebbe da stabilire se vi è realmente una sostanziale, e non formale, continuità tra Khomeini ed il presidente Ahmadinejad, che, sembra forse aver mutuato molti suoi elementi dalla tradizione politica nazionalrivoluzionaria europea più che da quella islamica, ma non è questa la sede, le relazioni tra Hamas e Persia, come quelle con la Siria d’altra parte, rientrano – anche in questo caso – più in un orizzonte tattico cavalcato da Hamas, piuttosto che in una progetto ideologico o strategico di lunga durata. 

 

Si consideri infatti che, allo stato di cose attuali, essendo – come spesso è avvenuto nella storia – l’Iran su posizioni quasi isolate (eccetto la Siria e Hezbollah che non è comune uno stato) rispetto all’intero mondo arabo (anche l’orientamento dei seguaci di Muqtada al Sadr in Iraq non si può considerare di certo persiano -dipendente), è in un certo senso Teheran stessa ad avere bisogno di Hamas per elementari motivi geopolitici ancor prima che ideologici; non va dimenticato, del resto, che Teheran si avvicinava, dopo il 2000, allo stesso Arafat in modo molto chiaro, come dimostrava la visita di Arafat a Mosca nel maggio 2001, quando dopo l’incontro tra Putin e il leader palestinese, giungeva appositamente una delegazione iraniana nella capitale russa, come dimostrava, anche, l’intercettazione, poco dopo, da parte della Marina israeliana della nave Karine-A, con comandante palestinese appartenente al Comando Generale di Jibril, che trasportava armi sofisticate e missili di provenienza iraniana, destinate proprio ad al Fatah. 

 

Certamente, d’altra parte, come detto, l’elemento islamico in Hamas è fondamentale, ma il governo retto da Hamas ha chiaramente più i caratteri di un governo di resistenza nazionale che di un “governo islamico”. Il “buon governo” di cui parlano spesso i dirigenti di Hamas si identifica con il governo che si fonda sul concetto di Resistenza nazionalista totale all’occupazione Sionista.

 

L’ennesima vittoria di Hamas, che si ha con l’operazione Piombo fuso lanciata dall’entità giudeosionista, affonda a  mio avviso le sue radici in questo orizzonte ad un tempo ideale e pragmatico. I miliziani di Hamas, in un’autentica guerra di nervi e resistenza che ha richiesto un minuzioso autocontrollo ed un equilibrio non comuni, che del resto loro posseggono, avevano scrupolosamente preparato la resistenza militare in una guerra di guerriglia in cui la dirigenza di Gaza voleva far cadere i Sionisti. Questi ultimi non sono evidentemente caduti nella trappola, ma veniva così meno l’obiettivo strategico fondamentale della loro operazione: delegittimare Hamas, farla cadere. E’ stata un’ulteriore sconfitta dell’entità giudeosionista, la cui stella ritengo si vada sempre più oscurando[5].

 

Hamas è invece oggi (gennaio 2009) più forte che mai .

 

Come sosteneva con pertinenza giorni fa Moreno Pasquinelli, uno dei principali motivi della deliberata aggressione terrorista Sionista era proprio da vedere nella volontà sionista di annientamento preventivo della probabile scelta tattica di Hamas che, compattando attorno a sé, sul modello di una nuova OLP nazionalradicalista, tutte le correnti patriottiche ed antisioniste palestinesi, si avvia sul medesimo tracciato percorso da anni da Hezbollah 2006[6].

Pasquinelli citava al riguardo il parere di Karmon, docente di un istituto antiterrorismo di Herziliya, riportato da La Stampa del 29 dicembre:

  .    

Hamas sarebbe in una fase di transizione dal terrorismo alla guerriglia e potrebbe contare su 15 mila uomini, oltre mille razzi, alcuni dei quali con gittata di 40 chilometri, una rete di bunker pensata per arrestare l’eventuale avanzata della fanteria israeliana nel caso i thank ammassati al confine decidessero di entrare in azione…Ci sono almeno 85 chilometri di tunnel sotto Gaza, sono stati scavati sul modello di quelli del Libano meridionale grazie ai quali Hezbollah ha ridotto il numero delle perdite nella guerra del 2006…L’aviazione israeliana mira le uscite dei tunnel, punto di forza della nuova strategia di Hamas. Hezbollah è un modello militare almeno dal 2003.

 

Riconosciuta la grande lucidità politica e tattica della seconda dirigenza Hamas, va comunque avanzata – se non altro a livello di interrogativo – l’ipotesi di un probabile punto dolente di Hamas.

Come sosteneva lo Statuto del movimento (ormai poco indicativo in quanto scritto da teste pensanti della precedente dirigenza che avevano ancora un forte legame con i Fratelli Musulmani) nell’articolo 22, il potente nemico “ha programmato per lungo tempo quanto poi è riuscito a compiere, tenendo conto di tutti gli elementi che hanno storicamente determinato il corso degli eventi”.

 

Il nemico è dunque potente. Nonostante ho enumerato gli enormi meriti e le grandi virtù di Hamas, non sono convinto che Hamas abbia la consapevolezza della grandezza e dell’immensa forza del nemico.

Il problema è forse che per Hamas il nemico è l’entità sionista: non il Giudaismo come visione del mondo.

 

In particolare si può ormai parlare, con il trionfo di Obama, di giudeoamericanismo. Bisognerebbe a tal punto fare una serie di considerazioni che rilevino appunto come la natura islamica di Hamas potrebbe, in tal caso, ostacolare una seria comprensione degli eventi da parte della stessa seconda dirigenza del movimento.

 

Non si può al riguardo ignorare come nella visione teologica cristiana, l’Islam, per quanto apporti grandi correttivi e recuperi molti elementi neotestamentari, sostanzialmente non esca definitivamente dai limiti metafisici dell’Antica Alleanza, quella del Monte Sinai, incarnata da Agar, che San Paolo ci dice generata nell’ottica della schiavitù e della carne.

 

Solo il Cristo, con l’evento cosmologico della Morte e della Resurrezione, imprime il sigillo della cosciente libertà, della autentica Fede, superando la prospettiva in fondo naturalistica della Legge.

Solamente grazie all’identità ineffabile e soteriologica con il Logos-Cristo si può attivamente sperimentare l’eroismo dell’autentica Fede che supera la dimensione materialistica (pur legittimata in epoca precristica) e naturalistica del Giudaismo.

Nell’unione con il Logos, infatti, “non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù” (Galati, 3,28).

 

Approfondendo, per fare solo un esempio, le fonti cristiane d’Oriente della teologia ortodossa  abbiamo la percezione vivente di quale era il nucleo della concezione del mondo dei cristiani aggrediti dall’Islam. Nella loro immagine del pericolo sperimentato, la religione maomettana è, almeno originariamente, un’arma usata dal Giudaismo, in quanto i Giudei si volevano vendicare della politica antigiudaica della cristianità. Sebeos narra di come proprio i Giudei – ingannando i cristiani – finivano per consegnare agli Arabi l’intera parte orientale dell’Impero romano d’oriente e il disegno giudaico volto alla ricostruzione del tempio di Salomone implicava il massacro totale dei cristiani di Gerusalemme[7].

 

E così Giovanni Damasceno, il quale, in un Dialogo con un saraceno, non negava affatto che la visione maomettana avesse recuperato molti elementi neotestamentari, ma precisava che la visione musulmana che discerneva in modo confuso circa il Verbo Divino che “beveva, mangiava, dormiva” ignorava, come il giudaismo, il principio delle ipostasi.

 

Ed ugualmente in ambito più recente, nessuno meglio del Rabbino Di Segni, il 17 gennaio 2002, sapeva spiegare a Roma, nella sala conferenze del Pontificio Seminario Romano Maggiore, in un incontro che veniva organizzato dalla Diocesi di Roma per il dialogo ebraico-cristiano, che mentre un musulmano, rigoroso monoteista e persino circonciso, in base alle regole della legge noachide, è quasi sicuramente salvo, un cristiano, venerando la divinità di Gesù, è un idolatra che rischia di non salvarsi e, aggiunge anche la legge rabbinica, degno, quale cristiano, della pena di morte.

 

Questi elementi sparsi servono a chiarire un punto fondamentale. L’antigiudaismo come concezione metafisica (dunque permanente) – che non è chiaramente l’antisemitismo biologico etnocratico, anzi il contrario - appartiene alla retta Cristianità Europea. L’antigiudaismo non è senz’altro una prerogativa della civiltà musulmana, tutt’altro, civiltà che ha iniziato a conoscere l’antisionismo, non l’antigiudaismo, per motivi contingenti, dagli anni ’30 dello scorso secolo.

 

Elementi di spiritualità anti- giudaica, si affacciavano nella Rivoluzione palestinese solamente con talune brillanti intuizioni del Presidente Arafat, la cui cultura politica e spirituale era di radice prettamente europea. Nemmeno nel khomeinismo si aveva una chiara idea al riguardo, stabilendo Khomeini più volte una netta cesura tra Giudaismo e Sionismo ribadente la non ebraicità del sionismo, alla luce della sua visione sciita.

Gli elementi islamici più radicali, non a caso, bollavano a più riprese Arafat di essere un “cristiano” infiltrato nelle fila della Rivoluzione Palestinese, più che per la cristianità della moglie Suha, a causa della sua chiara discendenza ideale da quel filone nazionalrivoluzionario di radice europea che veniva inaugurato nel mondo arabo da intellettuali in larga misura cristiano-ortodossi. Senza dilungarsi nell’argomento, basta qui ricordare la solidità di certe sincere relazioni che si sviluppavano, fortemente osteggiate dalle ali atlantiste e sioniste del potere mondiale, e che culminavano nello scandalo internazionale che prendeva a bersaglio l’arcivescovo Hylarion Cappucci, definito dai sionisti il “primo arcivescovo terrorista della storia”, e descritto invece in questi termini da Arafat:

 

Gli stessi tribunali militari stanno anche giudicando un altro combattente eroico. Questo combattente ha tracciato con la sua mano il segno della vittoria, simbolo della nostra Rivoluzione, e ha affermato: “Agisco nell’interesse della pace in Palestina, affinché tutti possano vivere in pace sulla terra della pace”. Egli, sicuramente, sarà condannato alla stessa sorte…Permettetemi di esprimergli nella sua cupa prigione la mia ferma gratitudine[8].

 

Si può dire, giustamente, che Hamas ha inanellato fino ad ora una serie di sorprendenti vittorie, mentre Arafat, nella storia, rimane uno sconfitto. Questo è certo, ma è anche vero che Hamas si è limitata, fino ad oggi, ad una mera resistenza all’entità sionista, mentre Arafat lanciava più volte il sogno eroico della Rivoluzione Nazionale palestinese. In una battaglia di solitaria grandezza, incompreso dalla sua classe dirigente (morta infine, come si vede oggi, nella corruzione e nella viltà soprattutto dopo l’omicidio, da parte di militari sionisti e agenti del Mossad, a Tunisi, il 16 aprile 1988, del fedelissimo Abu Jihad Khalil Al Wazir), il patriota palestinese più odiato (al punto che fino alla fine i sionisti consideravano Hamas il “male minore” rispetto ad Arafat), il più diffamato, fino all’inverosimile, e il più perseguitato dall’entità sionista, ucciso per avvelenamento dallo Shin Bet, chiudeva la sua vita di nazionalista a Ramallah nel 2002, 2003 come l’aveva cominciata nel 1968 quando diveniva leader dei palestinesi.

Adattandola di volta in volta alle differenti priorità tattiche, la sua linea era sempre rimasta questa. Quella proclamata nel dicembre 1968:

 

"Abbiamo creduto che l’unico mezzo per tornare alle nostre case e alla nostra terra fosse la lotta armata. Crediamo in questa teoria senza alcun’altra implicazione e con completa chiarezza, sono queste la nostra meta e la nostra speranza….Comprendiamo che la soluzione  politica equivale alla resa".

 

In tal senso, in un discorso di largo respiro storico, che creava molte polemiche, Bettino Craxi paragonava pubblicamente – nel 1985 - Arafat a Mazzini: se è terrorismo il “patriottismo mistico” di Arafat lo era anche quello di Mazzini!

 

L’Arafat del marzo 2003, che, con termini profondamente cristiani, si diceva addolorato nel cuore della “totale giudaizzazione della santa Gerusalemme” e benediceva le azioni patriottiche dei suoi “figli spirituali” della Brigata dei martiri di al Aqsa, l’Arafat che resisteva coraggiosamente in quella Ramallah che possiede un intero quartiere greco-ortodosso con una consistente comunità cristiana, era quello stesso patriota che aveva indubbiamente costituito e costituisce ancora adesso, oltre tutti i limiti e gli errori che una situazione di perenne emergenza imponeva, oltre il regime di corruzione dirigenziale che soprattutto negli ultimi tempi lasciava prosperare per non infrangere talune regole tradizionali del notabilato mediorientale, il modello più alto del rivoluzionario palestinese. Non del semplice resistente.

 

A sua maggiore gloria postuma, va l’ostilità che gran parte del mondo arabo ha sempre riservato al nome di Arafat, in quanto, come sosteneva il re del Marocco, re Hassan, nell’ottobre del 1974, dietro il leader spirituale di Settembre Nero, Salah Khalaf, che vedeva nel corrotto, occidentalizzato, mondo arabo-musulmano un nemico totale della Rivoluzione Palestinese, vi era in fondo lo stesso Arafat, la visione del mondo di quest’ultimo.

 

Non va dimenticato che Arafat si schierava coraggiosamente sempre, con ammirevole continuità, a fianco dell’Iraq, da quando, dall’agosto 1990, il mondo giudeoamericanista dichiarò a quest’ultimo una guerra di lunga durata, mentre Hamas, nell’agosto del 1990, come le varie Fratellanze musulmane, si schierava con il Kuwait.

 

Ancora, quando l’eroica solitaria Serbia teneva testa ad un’aggressione giudeoamericanista che si serviva, di volta in volta, di diversi strumenti, Arafat, come d’altra parte il Presidente Saddam Hussein, sosteneva l’azione di difesa patriottica di Milosevica differenza di vasti settori del mondo musulmano, anche radicali,  non invocava mai i bombardamenti americani come soluzione ideale – ma anzi, a differenza della stessa Hamas, che appiattita ancora sulle posizioni della Fratellanza musulmana, vedeva allora nei Serbi, più che negli americani, la vera forza del male, Arafat esprimeva sostegno e solidarietà alla causa serba.

 

Arafat, ancora, tentando di rompere il sabotaggio internazionale e l’assedio mondialista contro Belgrado, nel dicembre 1999, d’intesa con il patriarca greco-ortodosso di Terrasanta, Diodoros I, invitava, per la ricorrenza del santo Natale ortodosso, il Presidente serbo Milosevic a Betlemme.

 

Scelte e posizioni che davano la dimostrazione della grande capacità tattica antimondialista, di orientamento nazionalrivoluzionario, del vecchio leader di al Fatah.

 

Quando, nel novembre 2004 Arafat moriva, il Presidente Milosevic lo salutava con commozione, dal Tribunale dell’Aja, rilasciando una dichiarazione in cui sosteneva che con Arafat (“il Presidente della Palestina” lo definiva Milosevic) se ne andava uno dei simboli più intensi della lotta rivoluzionaria dei nostri giorni.

 

La linea strategica – oltre i vari abboccamenti tattici con leader europei ed americani, volti a spaccare il fronte esterno – di Arafat era rimasta sempre la medesima, anche se di lunghissima durata: annientamento dell’entità sionista e Rivoluzione Palestinese.

 

Viceversa, la linea di Hamas dà l’impressione di potersi tradurre, in prospettiva, in una limitazione della “resistenza” alla mera, assoluta lotta antisionista, sacrificando, in tal senso, anche futuri accordi con potenze planetarie geopolitiche ora viste come nemiche assolute, ma soprattutto in quanto sostenitrici dell’entità sionista.

 

Hamas si trova paradossalmente proprio oggi nella condizione privilegiata per fare una scelta radicale e coraggiosa, che superando, sempre sulla stessa linea, la tradizione politica che fino ad oggi ha impresso alla sua azione, la concretizzi su un piano di effettiva rinascita nazionale intorno ad una nuova OLP (abbattendo così l’ostacolo Abu Mazen), sappia riconoscere l’autentico nemico nel giudeoamericanismo mondiale, non nel semplice sionismo, anche perché Obama sarà certamente ben più astuto e penetrante di Bush nel tentativo di sfaldare ed occidentalizzare il fronte antisionista.

 

 

Prof. Luca Fantini

 

í Luca Fantini, dottore di ricerca in “storia della filosofia”, collabora con la nostra Redazione come esperto di storia e di storia della filosofia, con particolare attenzione alla questione giudaica.

 

 

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http://www.terrasantalibera.org/AnalisiStoricoCristianaHamas-LucaFantini.htm


 

NOTE

[1] R. Guolo, Generazione del fronte, Milano 2008, pp. 24-25.

[2] Su tali tematiche, rimane utile lo studio di J.F. Legrain, Autonomie palestinienne: la politique des neo-notable, in “REMMM”, t. 81-82, 1996/3-4, pp. 153-200.

[3] Z. Chebab, Hamas. Storie di militanti, martiri, spie, Roma-Bari 2008, pag. 28.

[4] H. Malka, Forcing Choices: testing the transformation of Hamas, in The Washington Quarterly, n. 4, vol. 28, pag. 40

[5] http://www.terrasantalibera.org/FineStoricaGiudeosionismo-L.Fantini.htm

[6] http://www.antiimperialista.org/index.php?option=com_content&task=view&id=5923&Itemid=68

[7] Sebeos, Storia, Verona 1990, pag. 107.

[8] Testi della Rivoluzione Palestinese 1968-1976, Verona 1976, pag. 192.

 

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