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Anno III,  Comunicato  54 ,  del 2 luglio  2008

 

 

 

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L’arsenale nucleare dello Stato ebraico

 

 

L’arsenale nucleare dello Stato ebraico fu svelato con certezza al mondo intero solo nel 1986, quando il tecnico nucleare israeliano dissidente Mordechai Vanunu raccontò al «Sunday Times» di Londra dell’esistenza di circa 200 testate atomiche in Israele, fornendo prove fotografiche concernenti gli impianti di produzione. Vanunu divenne all’istante il ricercato numero uno da Tel Aviv, e in una sporca vicenda da film di spionaggio su cui grava il sospetto della complicità del nostro Paese, il tecnico fu irretito da una bella spia, attirato a Roma per poi essere sequestrato dai Servizi segreti israeliani che lo riportarono in patria. Fu condannato a diciotto anni di carcere, di cui undici passati in isolamento, che sconterà interamente per poi subire ulteriori vessazioni appena liberato. Akiva Orr, l’ex partigiano d’Israele della guerra del 1948 e oggi uno dei più sagaci e colti intellettuali israeliani viventi, ha commentato nel corso di una nostra recente conversazione l’odissea di Vanunu sottolineandone un lato grottesco: «Il suo processo fu una farsa, perché Israele non ha mai ammesso di avere armi nucleari e dunque Mordechai fu condannato per aver rivelato un segreto che coloro che lo hanno processato sostengono non esista neppure».
Dunque nel 1986 il mondo ebbe la certezza che Israele era a tutti gli effetti una potenza nucleare, e gli Stati arabi reagirono di conseguenza. Spiega Orr: «Quella data coincide con l’accelerazione fra i Paesi arabi della gara per acquisire armi di distruzione di massa, soprattutto biologiche e chimiche, da contrapporre all’arsenale israeliano. Nacque così la corsa agli armamenti non convenzionali nel Medioriente, per colpa di Israele». Ma sempre secondo l’intellettuale ebreo, la miopia di Ben Gurion finì per trasformare quello che secondo le intenzioni dello statista doveva essere un deterrente contro la minaccia di distruzione dello Stato d’Israele per mano araba, nell’esatto contrario: «L’aver portato la competizione al livello più alto, e cioè quello del confronto atomico, ha paradossalmente indebolito il nostro Paese come mai prima. Per comprenderlo basta un semplice ragionamento: poniamo che Israele attacchi per primo l’Iran. Teheran avrebbe sicuramente il tempo di reagire e di lanciare i suoi ordigni, poiché la sua superficie è talmente vasta che è impossibile neutralizzarlo in un colpo solo. Al contrario la superficie di Israele è assai piccola ed è densamente popolato, in particolare i due centri urbani di Tel Aviv e Haifa. Ciò significa che in pratica può essere distrutto da appena due bombe H, una su ciascun centro, poiché la loro devastazione significherebbe l’annientamento dei gangli nevralgici della nazione. Ammesso anche che Israele fosse poi in grado di lanciare un secondo attacco, a che servirebbe visto che sarebbe già sostanzialmente distrutto?». La conclusione di Akiva Orr è che l’unica strada affidabile sarebbe un trattato di denuclearizzazione di tutto il Medioriente iniziando proprio dal disarmo di Israele. Ma sappiamo bene che gli Stati Uniti hanno da tempo cessato di esercitare pressioni affinché Tel Aviv firmi il Trattato di Non Proliferazione Nucleare, e tacciono sull’opportunità che gli ispettori internazionali visitino i suoi centri di ricerca atomica, in una palese e ipocrita contraddizione con quanto invece hanno fatto nei confronti dell’Iran o, ancor di più, dell’Iraq.
Teheran, come è ormai più che ovvio, altro non vuole se non tutelarsi dal dilagante e unilaterale espansionismo militare degli Stati Uniti e soprattutto dalla minaccia nucleare originata da Israele nell’area mediorientale, e dunque l’unica via per fermare gli Ayatollah sembra essere proprio quella suggerita da Orr.
Una sorprendente conferma di queste tesi si trova in un rapporto americano commissionato dal Pentagono nel 2005 e intitolato Getting Ready for a Nuclear-Ready Iran, i cui curatori sono gli strateghi Henry Sokolsky e Patrick Clawson, che hanno lavorato sotto la supervisione del U.S. Army War College’s Strategic Studies Institute.
Si tratta di pensatori di tendenza conservatrice, e nel caso di Clawson decisamente pro-Israele essendo vicedirettore dell’Institute for Near East Policy, una delle potenti lobby di cui ho trattato in precedenza. Eppure persino questi falchi americani sono giunti alla conclusione che «... se Israele possiede un arsenale nucleare segreto, gli arabi penseranno che sia giusto bilanciarlo con programmi di armamento atomico segreti in Iran, in Arabia Saudita o in Egitto, e altri. È per caso giusto che gli Stati Uniti e l’Europa pretendano che gli Stati musulmani mediorientali frenino le loro “pacifiche” ambizioni nucleari quando Israele stesso possiede la bomba e pubblicamente sostiene che non arriverà secondo nell’introdurre armi atomiche nella regione? Non avrebbe più senso forzare Israele ad ammettere che possiede questi armamenti nucleari e poi pretendere che vi rinunci nel contesto di un negoziato di disarmo regionale?».
La proposta concreta di Sokolsky e Clawson è che «...Israele dovrebbe annunciare che congelerà unilateralmente Dimona e che porrà l’istallazione sotto la tutela della IAEA (Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica). Allo stesso tempo dovrebbe annunciare che (in teoria) è pronto a smantellare Dimona e a riporre il materiale nucleare che ha prodotto sotto la supervisione di una potenza atomica di sua fiducia, come ad esempio gli Stati Uniti. Ma questo secondo passo avrà una condizione: che almeno due su tre nazioni mediorientali (es. Algeria, Egitto o Iran) seguano Israele nel congelamento da qui ai prossimi tre anni delle loro installazioni nucleari in grado di produrre plutonio e uranio arricchito in quantità sufficienti per una bomba».
Trovo rimarchevole che persino all’interno dell’establisbment militare statunitense vi sia chi si è arreso di fronte all’insostenibilità del nostro sistema di due pesi e due misure applicato alla questione nucleare in Medioriente, ma ancor più degno di nota è scoprire che tali posizioni erano mainstream (dominanti) fra i conservatori americani già più di quindici anni fa, quando il dibattito era ancora allo stadio larvale. Lo dimostra un articolo pubblicato nell’estate del 1989 dall’autorevole «Foreign Affairs», un periodico organo del Council On Foreign Relations di Washington, che si può definire la regina incontrastata delle fondazioni dedite agli studi di strategia internazionale in America e la cui opinione è tradizionalmente considerata «il Verbo» alla Casa Bianca. Gli autori, Gerard C. Smith e Helena Cobban, dopo aver sottolineato che fra le nuove sfide poste al blocco occidentale dal crollo dell’Impero sovietico vi era proprio l’impegno a impedire una disordinata proliferazione nucleare, si permettevano di criticare gli Stati Uniti perché «... hanno frequentemente adottato un atteggiamento permissivo soprattutto verso due jolly atomici come il Pakistan e Israele...», una doppiezza morale che avrebbe potuto giocargli un brutto scherzo in futuro, poiché «... il fatto che gli USA chiudano un occhio quando ad acquisire armi nucleari sono i suoi amici finirà per andare contro ai suoi interessi; e deve assolutamente cessare».
Nonostante il fatto che queste lucide e autorevolissime analisi abbiano da tempo smascherato l’ipocrisia del blocco occidentale che fustiga selettivamente i trasgressori nucleari mantenendo però un occhio di estremo riguardo solo per l’illegalità di Israele (e di pochissimi altri), quando i commentatori e gli esperti dell’area mediorientale vengono posti di fronte a questo stato di cose di norma reagiscono con una duplice argomentazione: e cioè che la condotta di Tel Aviv è comunque giustificata sulla base del fatto che Israele è un piccolo Stato assediato da regimi arabi che ancora oggi ne cercano l’annientamento fisico, e dunque necessita di un forte deterrente militare; in secondo luogo, Israele è in ogni caso una democrazia per cui «ci si può fidare».
La risposta che smantella la prima tesi è semplice: si è già visto che la dotazione atomica dello Stato ebraico non lo protegge per nulla dall’annientamento nucleare, date le minuscole dimensioni del suo territorio e la concentrazione dei suoi gangli vitali in soli due centri abitati facilmente devastabili; se ne deduce che essa risulta pressoché inutile. Ma soprattutto è chiaro che un attacco atomico contro Israele equivarrebbe a un attacco agli Stati Uniti d’America, con conseguenze catastrofiche per chiunque lo tentasse. Questo gli Stati arabi e islamici lo sanno perfettamente, e dunque è più che improbabile che si lanceranno mai in una simile avventura.
La conferma di questa opinione mi viene direttamente da uno dei più eminenti strateghi israeliani, il dottor Ephraim Kam, direttore del Jaffe Center for Strategic Studies di Tel Aviv. In una nostra recentissima conversazione Kam mi disse che «... se Israele riuscirà a far prendere posizione agli Stati Uniti, nel senso di una dichiarazione ufficiale che un attacco su Tel Aviv equivarrebbe a un attacco su Washington, possiamo essere certi che ciò sarebbe un forte deterrente per l’Iran. Ma sono convinto che anche in assenza di una presa di posizione americana esplicita, Teheran sappia benissimo che un attacco contro di noi scatenerebbe la più devastante rappresaglia americana, che li distruggerebbe del tutto». Credo he queste parole tolgano ancor più ragion d’essere all’esistenza di un arsenale atomico in Israele, in particolare, lo riordo, se si considera che esso sta all’origine della pericolosa corsa agli armamenti di distruzione di massa di molti altri Paesi dell’area.
La risposta all’argomento che «ci si può fidare più di Israele in quanto democrazia» piuttosto che degli Stati islamici illiberali come l’Iran, è ancora più semplice: lo Stato ebraico si è reso responsabile di aggressioni militari e di atti di terrorismo di una ferocia sicuramente pari, se non talvolta superiore, a quella mostrata dai cosiddetti Stati Canaglia mediorientali, e che non di rado neppure l’intervento degli Stati Uniti è riuscito a contenere, lungo una scia di sangue impressionante. Per cui diviene chiaro a chiunque approcci il tema con un minimo di imparzialità che la fiducia che noi ricordiamo alla presunta moderatezza d’Israele (e che chiediamo ai Paesi islamici) non ha alcuna base nei fatti reali, ed è frutto solo di un’abitudine mentale che ci caratterizza, poiché percepiamo il popolo ebraico come affine ai nostri valori e cioè come «uno di noi». La bomba atomica nelle mani di Israele è stata, e rimane, un pericolo per tutta l’umanità.

 

Paolo Barnard

Fonte : http://civiumlibertas.blogspot.com/2008/04/israel-lobby-4-fiamma-nirenstein-e-la.html