I mezzi di comunicazione ci inondano
ogni giorno di notizie di attacchi terroristici e
rappresaglie, frutto del clima di assurda violenza che
ha preso piede in Terra Santa. L’israeliano vede nel
palestinese un nemico che lo vuole sopprimere, a sua
volta il palestinese vede nell’israeliano uno che non
solo lo odia ma che ha usurpato la sua terra, l’ultimo
arrivato che lo ha privato della patria e della libertà.
Da qui le sofferenze della gente, la fame, le
distruzioni, le violazioni dei diritti fondamentali
dell’uomo. Questo vale naturalmente per entrambi i
popoli, anche se, data l’attuale disparità di forze, le
conseguenze peggiori sono per i palestinesi. Tutti i
tentativi di mediazione fatti finora, tanto dal mondo
politico internazionale quanto dai capi religiosi, sono
in pratica falliti.
La forte diminuzione del numero dei cristiani
in Terra Santa
In questo complesso di problemi ve
n’è uno che i mezzi di comunicazione, tanto locali
quanto stranieri, passano sotto silenzio o al quale non
danno il rilievo che sarebbe necessario dare: l’esodo
dei cristiani. La Terra Santa senza cristiani! O meglio:
i cristiani sono ormai ridotti a una minoranza veramente
piccola, quasi insignificante rispetto al resto degli
abitanti della Terra Santa. La Chiesa Madre di Terra
Santa diventa ogni giorno più povera e “rachitica”, con
le prevedibili conseguenze negative che ciò comporta per
tutto il mondo cristiano. C’è anche da tenere presente
il fatto che la visione cristiana dell’uomo, che è
universale ed egualitaria (siamo tutti uguali perché
figli del medesimo Padre e perché il Cristo è venuto ed
è morto per tutti), farebbe un gran bene alla causa
della pace, perché alla sua luce si comprenderebbe
meglio l’importanza del rispetto per ogni persona umana
e per la vita, vincendo la tentazione dell’esclusione
dell’«altro». Purtroppo, a causa della diminuzione
crescente del numero dei cristiani, la visione cristiana
della vita e della persona umana ha ben poche
possibilità d’influire. Se non si affronta seriamente il
problema della presenza cristiana nella culla del
Cristianesimo, questa diventerà presto una presenza solo
“simbolica”. L’esodo, infatti, continua e anzi va
accelerando, tanto in Israele quanto soprattutto nei
territori palestinesi. I dati forniti dalle ambasciate
parlano chiaro: sono sempre di più coloro che chiedono
un visto per emigrare in un Paese straniero.
Tre sono i fattori che concorrono a
far sì che la comunità cristiana diventi una parte
sempre più esigua della popolazione del Paese:
l’immigrazione di massa degli ebrei, l’alta natalità dei
musulmani e l’esodo dei cristiani. Ecco alcuni dati:
secondo il dott. Bernard Sabella, dell’università di
Betlemme, dal 1948 circa 230.000 arabi cristiani hanno
lasciato la Terra Santa, dalla guerra del 1967 è
emigrato il 35% della popolazione cristiana palestinese
e si ritiene che nel 2020 i cristiani rappresenteranno
solo l’1,6% della popolazione totale.
Questo fenomeno appare evidente
soprattutto nei tre principali centri della Bibbia e del
Cristianesimo: Gerusalemme, Betlemme e Nazaret. La
popolazione cristiana di Gerusalemme è scesa dal 25% al
2% tra il 1840 e il 2002. In questo stesso periodo gli
ebrei sono passati da 4000 a 400.000 grazie
all’immigrazione, mentre i musulmani sono passati da
4600 a 143.000 grazie a una natalità che, come succede
nella maggior parte dei paesi musulmani, riesce a
raddoppiare il loro numero ogni 25 anni. Al contrario si
è registrata un’emigrazione molto consistente di
cristiani soprattutto a partire dalla guerra del 1948:
da quell’anno sono passati da 25.000 a 14.000. E la
“prima Intifada” ha portato con sé una ripresa
dell’emigrazione, dall’andamento lento ma continuo: lo
dimostra il fatto che nel 1994 i cristiani erano scesi a
meno di 12.000.
Betlemme era nel 1863 una città quasi
completamente cristiana con 4400 cristiani a fronte di
600 musulmani. Ancora nel 1922 c’erano 5838 cristiani e
soltanto 818 musulmani. Ma nel 2002 nella Città di
Davide troviamo soltanto 12000 cristiani, mentre i
musulmani sono ora 33.500. Questo rovesciamento della
situazione è dovuto, oltre che all’alta natalità dei
musulmani, a due altri fattori: i campi di rifugiati che
sono sorti intorno a Betlemme dopo la guerra del 1948 e
la loro crescita demografica, e l’immigrazione a
Betlemme di migliaia di musulmani da Ebron. A tutto
questo si deve aggiungere l’emigrazione lenta ma
costante dei cristiani di Betlemme durante tutto il
secolo XX.
I tre fattori indicati sopra hanno
congiurato per determinare un forte ridimensionamento
della comunità cristiana di Nazaret. Intorno al 1897
Nazaret era una piccolo centro urbano abitato per due
terzi da cristiani: circa 4000 di fronte a circa 2000
musulmani. Nel 1947 la popolazione era raddoppiata
arrivando a 12.000, in maggioranza cristiani. Ma la fuga
a Nazaret di tutti gli
abitanti della vicina Seforis,
bombardata dagli israeliani, fece crescere la
popolazione della città quasi all’istante da 12.000 a
40.000. Guarda caso, gran parte dei nuovi arrivati era
di fede islamica. Qualche anno dopo Israele creò, a est
della città araba, una borgata ebraica – Nazaret “Illit”
– che è cresciuta enormemente in questi ultimi anni. A
tutto ciò si è aggiunta l’emigrazione cristiana: anche
qui lenta ma costante. E così la Nazaret cristiana del
1900 si è trasformata nel 2002 – dati ufficiali alla
mano – in una città di 140.000 abitanti, dei quali
70.000 sono ebrei, 38.000 musulmani e 32.000 cristiani.
È difficile quantificare l’esodo dei
cristiani dai territori sotto l’Autorità palestinese in
questi ultimi anni, specialmente dall’inizio della
“seconda Intifada”, che scoppiò alla fine di settembre
dell’anno 2000. Neanche i parroci dispongono di dati
affidabili, poiché a volte si tratta di un’emigrazione
clandestina. Però c’è, eccome, ed è in continuo aumento
soprattutto a causa della crisi del turismo, che a sua
volta è dovuta in massima parte alla scomparsa dei
pellegrini cristiani. Come esempio valga questo: solo
dalla “Casa Nova” di Gerusalemme (la foresteria
francescana) sono emigrati all’estero in questi ultimi
mesi quattro giovani dipendenti, probabilmente per
sempre. In verità tutti noi che viviamo in Terra Santa
siamo a conoscenza di casi di persone che se ne sono
andate, anche se non in modo ufficiale. Secondo dati dei
comuni di Betlemme, Bet Giala e Bet Sahur, in questi
ultimi mesi hanno lasciato ufficialmente le predette
città 412 persone, in maggioranza cristiani: 100 da
Betlemme, 40 da Bet Giala e 272 da Bet Sahur. Ma, come
abbiamo appena detto, molte altre persone sono partite
alla… chetichella. Tutte queste persone, che in gran
parte sono giovani, emigrano all’estero per cercare un
futuro migliore. Lasciano gli anziani e le persone meno
capaci, che come tali non potranno dare molto alla
Chiesa che è in Terra Santa. Questa situazione sta
facendo emergere un altro fattore negativo: molte
giovani cristiane della zona di Betlemme devono trovarsi
il marito tra i giovani musulmani, pur sapendo anche che
i loro figli non potranno essere educati nella religione
cristiana.
Per capire bene il fenomeno della
continua diminuzione del numero dei cristiani in Terra
Santa c’è anche da tenere presente il fatto che le
famiglie cristiane, benché abbiano meno figli di quelle
musulmane, hanno pur sempre in media 3 o 4 figli, il che
dovrebbe comportare una crescita abbastanza sostenuta
della popolazione cristiana. Tanto più che la mortalità
infantile è quasi scomparsa. Pertanto, se i cristiani
continuano a diminuire di numero a Gerusalemme, a
Betlemme, a Nazaret e negli altri centri della Terra
Santa, ciò è soprattutto a causa dell’esodo,
dell’emigrazione.
Le cause dell’emigrazione dei cristiani
Perché dunque emigrano i cristiani
della Palestina? La diminuzione si deve soprattutto alla
situazione insostenibile derivante dall’ormai
cinquantennale conflitto arabo-israeliano,
all’impossibilità di condurre una vita degna di questo
nome. Mancano oggi più che mai le condizioni
indispensabili come l’abitazione, il lavoro, la
sicurezza ecc. per poter credere in un futuro vivibile…
L’attuale situazione politica spinge soprattutto i
cristiani a lasciare il Paese, tanto più che Israele
facilita in vari modi questa fuoriuscita. Un rapporto
dell’agenzia pontificia CNEWA su «L’emigrazione
cristiana dalla Palestina» ci dice che le cause
principali dell’esodo sono le seguenti:
1. Il “problema casa”: Questo è un problema
soprattutto per le giovani coppie, poiché i bassi salari non permettono loro
di comprare e neanche affittare una casa o meglio un
alloggio; a Gerusalemme, poi, i prezzi delle abitazioni
sono astronomici, dato che di abitazioni
disponibili ne sono rimaste pochissime. Inoltre Israele
ha confiscato circa il 60% della terra dei palestinesi
per costruirci insediamenti ebraici; e quando il terreno
c’è, le autorità frappongono mille difficoltà e ostacoli
alla concessione del permesso di costruzione. Questo
vale anche per la ricostruzione o la riparazione delle
abitazioni. Un dato: solo nella zona di Betlemme, Bet
Giala e Bet Sahur ben 2992 case sono state distrutte o
danneggiate in questi ultimi mesi.
2. Il lavoro che non c’è: L’attuale
crisi socio-politica ha lasciato senza lavoro molti
cristiani e ridotto notevolmente il salario di coloro
che il lavoro ce l’hanno ancora. I dati dicono che il
potere di acquisto dei palestinesi è diminuito di circa
il 65% e che i loro salari sono la metà di quello che
erano da ormai due anni.
3. Futuro incerto: Gli abusi e le
restrizioni imposte dall’esercito israeliano,
soprattutto nelle zone di Betlemme e di Ramallah, e
dall’altra parte il fatto che non ci sono tuttora dei
cristiani in seno al governo dell’Autorità Nazionale
Palestinese (ANP) concorrono alla mancanza di
prospettive per i cristiani, che perciò si sentono
spinti a emigrare per cercare qualcosa di meglio.
4. Pericoli di morte: L’occupazione
da parte dell’esercito israeliano ha
portato con sé non
solo la distruzione di tanti edifici, ma anche gravi
pericoli per la propria stessa vita dovuti agli attacchi
indiscriminati della macchina bellica israeliana. Come
se ciò non bastasse, soprattutto nella zona di Betlemme
gli estremisti musulmani hanno spesso occupato e usato
le case dei cristiani per sparare agli israeliani, di
modo che i cristiani hanno dovuto subire anche le
rappresaglie di questi ultimi. E non viene risparmiata
loro neppure la distruzione vandalica e impune delle
loro proprietà da parte dei coloni e di altri abitanti
degli insediamenti ebraici.
5. Un’istruzione senza avvenire: Non c’è avvenire per i
professionisti e gli specialisti, molti dei quali
appartengono alla comunità cristiana. Si deve porre in
rilievo la situazione disastrosa in cui si trovano gli
istituti scolastici palestinesi, che sono costretti a
rimanere chiusi per lunghi periodi, quando non vengono
addirittura attaccati od occupati dall’esercito. Più di
2000 studenti palestinesi sono stati feriti finora, 137
uccisi e la maggioranza soffre di disturbi di carattere
psichico. Molti genitori, essendo rimasti senza lavoro,
non possono pagare le rette scolastiche. I due Collegi
di Terra Santa a Betlemme, che hanno complessivamente
1942 allievi (due terzi dei quali sono ragazzi
cristiani, il resto è costituito da musulmani), vanno
avanti ancora solo grazie a considerevoli somme di
denaro che escono mensilmente dalle casse della Custodia
di Terra Santa. Non è molto migliore la situazione
degli arabi cristiani che vivono in Israele.
6. Carenza dei servizi: I servizi
medici, l’acqua, l’elettricità e altri servizi del
genere, che prima la popolazione palestinese riceveva da
Israele, con l’inizio della “seconda Intifada” sono
stati praticamente interrotti.
7. Crisi d’identità: I cristiani si
sentono chiusi tra i due gruppi maggioritari, il
Giudaismo e l’Islam, per entrambi i quali religione e
politica s’identificano. I cristiani si sentono
sollecitati ad accettare un modello di società e di vita
che non è il loro, o meglio non è quello proposto dal
Vangelo. Questo fatto produce una tensione evidente tra
musulmani e cristiani. Spesso i musulmani considerano i
cristiani come una sorta di ebrei o di “sionisti”, più
spesso come una longa manus della politica dei Paesi
occidentali, in particolare degli Stati Uniti, che essi
identificano senza ombra di dubbio con i cosiddetti
«Paesi cristiani».
8. La piccola comunità cristiana in
stato d’isolamento a opera d’Israele: Non parliamo solo
di centri urbani come Ramallah, ma anche di luoghi che
erano meta di pellegrinaggio per migliaia di cristiani,
sia locali che provenienti da tutto il mondo. Un fossato
circonda da più di un anno tutta la città biblica ed
evangelica di Gerico e impedisce di entrarvi; lo stesso
accade a Emmaus, il luogo dell’incontro di Gesù con i
due discepoli la sera della domenica di Pasqua.
Difficoltà enormi rendono quasi impossibile entrare e
uscire da Betania e, malgrado le assicurazioni
dell’esercito, anche i pellegrini e i turisti stranieri
devono mettersi in coda e armarsi di tanta pazienza se
vogliono andare e visitare Betlemme. I palestinesi che
riescono a oltrepassare i posti di controllo militari lo
fanno a piedi e ingoiando tanti bocconi amari. Aspettano
per ore sotto un sole implacabile e devono a volte
incassare dei colpi bassi: insulti e peggio. I cristiani
che abitano nei centri suddetti e che normalmente hanno
il lavoro a Gerusalemme, soprattutto presso istituti o
case appartenenti a enti ecclesiastici, cioè presso
scuole, conventi, alberghi per pellegrini ecc., ricevono
il necessario permesso di transito ormai con il
contagocce e possono considerarsi fortunati se è valido
per un mese, perché spesso lo è soltanto per cinque
giorni! In queste condizioni è molto difficile andare
avanti. Ancora: i cristiani che vivono nei territori
palestinesi non hanno praticamente la possibilità di
visitare Gerusalemme e gli altri Luoghi Santi.
Risultato: una grande ignoranza delle loro radici
cristiane.
9. Difficilissimo ottenere il
permesso di residenza: È una situazione, questa, che
pone seri problemi ai responsabili delle comunità
cristiane di Terra Santa, tanto cattoliche (Custodia di
Terra Santa, Patriarcato Latino ecc.) quanto ortodosse.
Le comunità cristiane locali sono quasi al cento per
cento di lingua e cultura arabe, di conseguenza tutte le
attività parrocchiali, educative, assistenziali ecc.
sono sotto la direzione di religiosi di questa lingua e
cultura, quali palestinesi, arabi israeliani, libanesi,
giordani, siriani ed egiziani. Se fino a un anno fa non
era molto difficile per un religioso straniero di
nazionalità araba ottenere la residenza temporanea in
Israele, ora non è più così, infatti a parecchi è stata
negata. Le stesse restrizioni sono imposte anche ai
seminaristi e agli studenti di teologia che non hanno
passaporto israeliano. Tutto ciò porta con sé grandi
pericoli per il Cristianesimo e la Chiesa in Terra
Santa, perché le piccole comunità locali corrono il
rischio di restare senza pastori. A poco serve
protestare quando si ha di fronte il muro di una certa
burocrazia.
I cristiani abbandonati a se stessi
Che cosa si può fare? I governi
occidentali, indotti da una falsa visione della libertà
religiosa se non dal solito laicismo, non solo
continuano a non fare nulla, ma peggiorano la
situazione. «Noi non aiutiamo i cristiani – amano dire
–, aiutiamo i palestinesi». E non si rendono conto del
fatto che in Oriente la religione resta un fattore
estremamente importante. Siamo – è vero – di fronte a un
conflitto politico, ma non dobbiamo neppure dimenticare
che questo conflitto è “impastato” di religione e che
questa terra tanto contesa è essenzialmente una «terra
promessa». Il potere si basa qui più che altrove sul
possesso della terra o di quanto vi è costruito sopra.
Ecco perché ebrei e musulmani fanno a gara a chi
acquista più case e abitazioni a Gerusalemme, che pagano
anche quattro volte il loro valore reale. È una
competizione non solo di carattere politico ma anche
religioso. Gli edifici che ogni comunità possiede a
Gerusalemme avranno un peso enorme nella futura
discussione sullo status politico e religioso della
Città Santa. Il non tenere nel debito conto questa
realtà fa sì che gli aiuti dell’Occidente vanno a finire
soprattutto ai musulmani, che sono la maggioranza e
detengono il potere; ai cristiani arrivano al massimo le
briciole. Si può quindi dire che i governi dei paesi
occidentali – i quali non possono negare le loro
profonde radici cristiane – stanno aiutando i musulmani
a rafforzarsi ulteriormente, a tutto svantaggio della
minoranza cristiana, che così si vede ulteriormente
spinta a prendere la via dell’emigrazione. Questo non
accade alle altre due comunità: gli aiuti degli ebrei di
tutto il mondo e in particolare di quelli americani a
Israele sono evidenti a tutti; ugualmente lo sono i
capitali che tanto i governi dei Paesi islamici quanto
una miriade di società di beneficenza fanno giungere ai
soli correligionari.
I cristiani sono praticamente
abbandonati al loro destino. Ben pochi si preoccupano di
loro, almeno a livello ufficiale. A volte è proprio il
caso di dire: «Vi dico che, se questi [i discepoli]
taceranno, grideranno le pietre» (Lc 19,40). Ebbene, è
giunto il momento in cui non si può più restare zitti,
poi sarà troppo tardi.
La costruzione di case: un freno all’esodo
La vita di un discepolo di Gesù Cristo in
Terra Santa non è mai stata
facile e probabilmente non lo sarà mai. Ci sono
qui anche troppi condizionamenti di carattere sociale,
politico, religioso e di altra natura. È necessario fare
almeno qualcosa per frenare l’emorragia, l’esodo dei
cristiani dal Paese di Gesù. «Dategli voi stessi da
mangiare» (Lc 9,13), direbbe anche in questo caso Gesù
ai suoi discepoli. È ciò che hanno fatto da sempre i
francescani in Terra Santa. Ecco alcuni esempi del loro
impegno a favore dei cristiani locali: scuole gratuite,
borse di studio per i giovani universitari che intendono
studiare nel proprio e per il proprio Paese, posti di
lavoro nei loro centri (officine, istituti scolastici,
conventi, santuari ecc.), una molteplicità di aiuti
sociali (per esempio, durante questi due anni di
“Intifada” gli impiegati delle Case Nove francescane
hanno continuato a ricevere il 75% del loro stipendio,
benché i suddetti alberghi per pellegrini rimangano
chiusi per mancanza di clienti) e, oggi in modo
speciale, la costruzione di case.
Quest’ultima opera sociale non è, per
la verità, nuova. Si è cominciato nel XVI secolo e per
una ragione molto semplice: nel periodo in cui i turchi
hanno governato la Palestina, dal 1517 al 1917, i
cristiani erano esclusi da qualsiasi lavoro rimunerativo
e, di conseguenza, erano nell’impossibilità di comprare
o affittare un’abitazione qualsiasi. Per qualunque
famiglia del mondo, ma ancora di più per una che vive in
Oriente, la casa è un elemento da cui dipende
direttamente la sua permanenza in un dato luogo (si può
così capire meglio il significato delle demolizioni di
case da parte degli israeliani). I francescani si resero
presto conto dell’importanza del “problema casa” e
perciò cominciarono a comprare o affittare abitazioni
per poterle dare ai membri della comunità cristiana,
mettendo in tal modo radici soprattutto a Gerusalemme.
Attualmente la Custodia francescana di Terra Santa
dispone nella Città Vecchia di Gerusalemme, a beneficio
dei cristiani locali, di 392 appartamenti, di cui 357
sono di sua proprietà e 35 presi in affitto, tutti dati
in affitto ad altrettante famiglie. La maggior parte
delle quali famiglie ha in realtà l’alloggio gratis o
tutt’al più versa una somma simbolica. In questi ultimi
decenni si è fatto molto per ammodernare queste
abitazioni.
Tutto questo però non è sufficiente.
Pertanto, in questi ultimi anni la Custodia francescana
di Terra Santa ha destinato buona parte delle sue
risorse finanziarie, frutto delle offerte dei pellegrini
e dei fedeli di tutto il mondo per la Terra Santa, alla
costruzione di nuove case. Così a Beit Hanina, quartiere
di Gerusalemme nord, sono stati costruiti 42
appartamenti per altrettante famiglie cristiane; a
Betania, il villaggio di Marta, Maria e Lazzaro, «gli
amici di Gesù», 20 famiglie cristiane abitano in
altrettanti appartamenti inaugurati una quindicina di
anni fa; a Er-Ram, che si trova tra Beit Hanina e
Ramallah, vi sono altri 18 nuovi appartamenti, tutti
naturalmente già assegnati e occupati.
E ci sono altri progetti, come la
costruzione di 35 appartamenti a Betlemme, che è già
iniziata con la posa della prima pietra, avvenuta il 6
gennaio di questo’anno, giorno della festa
dell’Epifania. Ma il progetto più ambizioso – riguarda
infatti la costruzione di 72 appartamenti – è quello che
è già in via di realizzazione a Betfage, nelle immediate
vicinanze del santuario che ricorda l’inizio
dell’entrata trionfale di Gesù a Gerusalemme e da dove,
quindi, parte l’annuale processione della Domenica delle
Palme. È un progetto ambizioso e che è stato, e
probabilmente sarà, molto difficile portare avanti. È
stato difficile portarlo avanti, giacché alla Custodia
di Terra Santa sono occorsi 15 anni e il superamento di
molti e vari ostacoli burocratici per ottenere il
permesso di costruzione, il che contrasta con la
facilità con cui Israele costruisce dove e come vuole. E
sarà ancora dura soprattutto per il costo: il preventivo
supera i 10 milioni di dollari USA. Il progetto, che
porta il nome di “Quartiere San Francesco”, è già in
fase di attuazione, come si è detto: tra non molto
saranno pronti i primi appartamenti.
Può sembrare strano che dei figli del Poverello si
occupino di costruzione di appartamenti, preventivi di
milioni di dollari, ecc. Gli è che essi hanno capito
presto, si può dire già nel XIII secolo, quando arrivano
in Terra Santa e ricevono dalla Santa Sede l’incarico di
salvaguardare i Luoghi Santi, che questo è il modo
migliore per evitare l’emigrazione in massa dei
cristiani e la conseguente scomparsa della «Chiesa fatta
di pietre vive» dalla Terra Santa. I santuari che
ricordano i luoghi «per i quali è passato Gesù »
diventerebbero, se venisse a mancare la presenza intorno
a essi di una comunità cristiana viva, né più né meno
che dei musei di ricordi.

Per compiere una missione di così grande
importanza per i credenti di tutto il mondo, i
francescani non fanno assegnamento sull’aiuto dei
governi che “voltano gli occhi dall’altra parte”, come è
accaduto nei 38 giorni in cui è durato l’assedio alla
basilica di Betlemme. Da buoni figli di san Francesco,
essi hanno confidato e continuano a confidare nella
Provvidenza divina, che si serve molto spesso delle
persone più umili e semplici per compiere le cose più
grandi: com’è sicuramente anche quella di riuscire a
porre un freno all’esodo obbligato dei cristiani dalla
Terra Santa. I francescani sanno che ciò che fanno è
forse solo una goccia d’acqua in confronto al mare delle
necessità esistenti in Terra Santa, però sanno anche che
è pur sempre una speranza tangibile che danno a tanti
fratelli in Cristo.