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Anno II, Comunicato n. 108-3 (italiano), del 29 settembre 2007

 

 

Ancora sul Primato di Pietro

 

di Stefano Maria Chiari

per www.effedieffe.com

27/09/2007

La statua di San Pietro in Vaticano

 
I commenti di alcuni lettori, anche di fede non cattolica, mi spingono ad approfondire ancora di più il tema dirimente del primato di San Pietro.
Per comprendere appieno il momento solenne dell’investitura operata da Cristo stesso, occorre approfondire alcuni aspetti circostanziali, ricavabili con certezza, anche se indirettamente, dalla lettura dei Santi Vangeli.
In primo luogo è opportuno catalogare l’evento inquadrandolo nel contesto liturgico del tempo.
La liturgia dell’epoca infatti non era estranea alla vita di Cristo e degli apostoli, ne scandiva momenti ed episodi importanti, per essere poi superata e trasfigurata dalla nuova ed eterna Alleanza.
Il tempo in cui Gesù chiese ai suoi apostoli di riferire cosa la gente pensasse di Lui, ribaltando poi la domanda su di loro, per sapere cosa essi credessero in proposito, è quello della cosiddetta festa dell’Espiazione (Yora Kippur).
La data viene determinata a partire dalla Trasfigurazione (che, secondo San Matteo e San Marco ebbe luogo «sei giorni dopo» la professione di fede di San Pietro), la quale si configura come nuovo compimento della cosiddetta «festa delle Tende», preceduta appunto di cinque giorni da quella dell’Espiazione.
Era durante questa festa, consistente nell’offerta di un sacrificio per la remissione dei peccati del popolo, che al sommo sacerdote spettava (una sola volta l’anno, all’epoca di Gesù)  di proferire ad alta voce, nel Santo dei Santi, il nome divino, alla pronunzia del quale seguivano atti di adorazione e prostrazione comunitari (vedi Sir 50,20-21).
Va da sé, quindi, che, parallelamente a tale ritualità, Simone stia pronunciando il Nome Divino del Figlio di Dio, «tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Matteo16,13-16), la sua unica ed autentica Rivelazione; questo sembra proprio palesare, nella nuova economia di salvezza, l’investitura di Pietro nel ruolo di Sommo Sacerdote.

Il Nome divino nel Nuovo Testamento non soltanto è infatti assunto a pieno titolo dal nome di Gesù, ma è altresì esplicitato nel rapporto di «filiazione divina», proclamato da Pietro.
Identificare il Figlio in Gesù, Messia, è entrare nel Mistero Trinitario.
Gesù, in risposta alla bellissima proclamazione di fede, dirà: «Simone, figlio di Giona».
Pare che il nome greco Giona corrisponda all’ebraico Yohanan (reso, nel testo greco dei LXX, con Giona, Ionia o Onia).
Questo dato conferma un’altra notevole coincidenza di nomi; vi è infatti l’allusione al Sommo Sacerdote dell’Ecclesiastico (50,1), «Simone figlio di Onia», a rafforzare l’idea che San Pietro ricopra proprio il ruolo del Sommo Sacerdote (1) della Nuova Alleanza.
Prosegue ancora Gesù: «Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli»; questa sentenza di Cristo sarà ribadita dalla medesima voce del Padre, che si udrà durante l’evento del Tabor, «Questi è il Figlio mio prediletto» (Matteo 17,5).
Alla proclamazione solenne del Nome Divino di Cristo segue, a conferma dell’investitura unica del principe degli apostoli, l’assegnazione del nuovo nome a Simone: «E io ti dico che tu sei Pietro», che nel Vangelo di San Giovanni (1,42) suona così: «Tu sei Simone, il figlio di Giona; ti chiamerai Kefa (che vuoi dire Pietro)».
Ora il sommo sacerdote in carica in quell’anno era proprio Kaipha, stesso nome e significato coincidente con quello di Pietro (in greco, in realtà, vi è una differenza di genere tra Petros e Petra, Pietro e la pietra, ma in aramaico il vocabolo, Keypha, è unico).
«Su questa pietra edificherò la mia Chiesa».
L’intenzione di fondare la Chiesa di Cristo - «mia», dice Gesù - è evidentemente espressa nella necessità assoluta di avere davanti a sé un uomo nuovo: Pietro e non più Simone; una nuova personalità che significa nuova creazione, opera dell’onnipotenza di Dio, del Padre, che rinnova tutte le cose e che sorpassa le contingenze delle umane debolezze, «né la carne né il sangue».
Ed è proprio per questo che leggere il passo riferendolo solo alla fede personale di San Pietro è oltremodo riduttivo, perché non contempla la trasformazione dell’individualità, conferita dallo straordinario intervento del Padre e palesata dall’attribuzione del nuovo nome, che costituirà una potenza tale da resistere e vincere le medesime forze dell’inferno, che non prevarranno.

Il nome Kefa richiama anche un’altra realtà: quella della fondazione del Tempio.
La pietra fondante emergeva dal suolo, nel Santo dei Santi, ed era posta in luogo dell’arca e del propiziatorio, scomparsi all’epoca della distruzione del primo Tempio; pietra, sulla quale, si riteneva fosse stato fondato il mondo stesso.
In realtà Gesù precisa come sia Lui stesso la pietra angolare sulla quale poggia l’intero edificio della salvezza (vedi Marco 12,10, Isaia 28,16, Rom 9,32, Ef 2,20); anche qui a Simone è conferita una qualità intrinseca appartenente al Cristo.
Tale criterio di «discontinuità», unito alla forte presenza di semitismi, conferma la piena veridicità del testo, anche se da taluni è stato, senza prove!, messo in dubbio nella sua interezza.
«A te darò le chiavi del regno dei cieli».
La consegna delle chiavi implica un ulteriore riferimento alla capacità di aprire e chiudere, che soltanto il sommo sacerdote poteva esercitare nell’ingresso al Santo dei Santi.
L’immagine ricorda anche il passo di Isaia e quello dell’Apocalisse, che fanno espresso riferimento al Messia, a Gesù, che nella lettera agli Ebrei è definito come Colui che entra nel santuario del Cielo.
Cristo, quindi, inaugura il nuovo tempo, restituendo all’uomo l’accesso alla vita eterna.
Anche qui Gesù «attacca» a Pietro una proprietà appartenente solo al Cristo.
Gli altri due Santi Vangeli, che parlano del primato, Luca e Giovanni, lo fanno in maniera differente, ma ugualmente non meno chiara, quasi a completare il quadro d’insieme.
San Luca, conferendo espressamente il compito della «conferma nella fede», indica, quale condizione indispensabile il «ravvedersi».
Pietro, il Papa, allorché si stringa a Cristo e formi con Lui una cosa sola; cioè quando pensi secondo Dio e non secondo gli uomini (2), parlando, cioè, a nome della Chiesa, non sbaglia mai.
In san Giovanni, invece, l’accento è spostato sulla giurisdizione universale ed esclusiva spettante al vicario di Cristo.
Gli agnelli e le pecore rappresentano infatti tutto il popolo di Dio (gerarchia compresa).

«Insegniamo, dunque, e dichiariamo che, secondo le testimonianze dell’evangelo, il primato di giurisdizione su tutta la Chiesa di Dio fu promesso e conferito immediatamente e direttamente al beato apostolo Pietro da Cristo Signore.
Infatti al solo Simone - cui aveva già detto: Tu sarai chiamato Cefa - dopo che egli ebbe professato la sua confessione con le parole: ‘Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente’, si rivolse il Signore con queste solenni parole: ‘Sei beato, Simone, figlio di Giovanni, poiché non la carne o il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. Io, quindi, ti dico che tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa, e le porte dell’inferno non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli. Qualsiasi cosa tu legherai sulla terra, sarà legata anche nei cieli; e qualunque cosa scioglierai sulla terra, sarà sciolta anche nei cieli’.
Al solo Simone Pietro, inoltre, dopo la resurrezione, Gesù conferì la giurisdizione di sommo pastore e rettore su tutto il suo ovile, dicendo: ‘Pasci i miei agnelli; pasci le mie pecore’.
A questa dottrina così chiara delle sacre scritture, com’è stata sempre intesa dalla Chiesa cattolica, si oppongono apertamente le false opinioni di coloro che, fraintendendo la forma di governo istituita da Cristo nella sua Chiesa, negano che il solo Pietro, rispetto agli altri apostoli, sia presi singolarmente che tutti insieme, abbia ricevuto un vero e proprio primato di giurisdizione da Cristo; o quanti affermano che questo primato immediatamente e direttamente sarebbe stato conferito non allo stesso beato Pietro, ma alla Chiesa e, per mezzo di essa, a lui, come a suo ministro.
Perciò se qualcuno dirà che il beato apostolo Pietro non è stato costituito da Cristo signore, principe di tutti gli apostoli e capo visibile di tutta la Chiesa militante; ovvero che egli direttamente ed immediatamente abbia ricevuto dal signore nostro Gesù Cristo solo un primato d’onore e non di vera e propria giurisdizione: sia anatema
». (CVI, capitolo I).

Stefano Maria Chiari


Note
1)
Unico ed eterno Sommo Sacerdote è Cristo stesso, Pietro è il suo vicario visibile.
2) Ossia, quando eserciti il potere conferitogli di insegnare e governare la Chiesa, mediante l’esercizio di un Magistero costante; diciamo che opera una sorta di principio di «continuità», per il quale ed in forza del quale l’insegnamento del Papa è infallibile certamente. Un nuovo esempio per spiegare meglio: se il Papa domani dichiara lecito l’uso di contraccezione, la sua pronuncia non è secondo questo principio di «continuità e non contraddizione», quindi lascia il tempo che trova; se, al contrario, esplicita meglio il concetto di divieto nella medesima materia la sua affermazione sarà vincolante. Non si tratta di disobbedienza, ma di coerenza logica interna alla fede stessa, dalla quale l’assenso dell’intelletto del singolo fedele non può prescindere. «Infatti ai successori di Pietro è stato promesso lo Spirito Santo non perché per sua rivelazione manifestassero una nuova dottrina, ma perché con la sua assistenza custodissero santamente ed esponessero fedelmente la rivelazione trasmessa dagli apostoli, cioè il deposito della fede». (CVI, cap.V).
 

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