Ci si è domandati chi compie in Iraq
gli attentati settarii, il cui solo scopo è creare una
frattura d’odio e di sangue non più rimarginabile fra
sciiti e sunniti, onde rendere inevitabile lo
smembramento dell’Iraq in tre staterelli
etnico-religiosi.
Ci si è chiesti chi c’era dietro il mega-attentato,
tecnologicamente avanzatissimo, che il 14 febbraio 2005
uccise il premier libanese Rafik Hariri (ed altre 22
persone), ripiombando il Paese nella guerra civile.
E’ l’Iran, è la Siria, è la risposta invariabile del
media.
E’ la Siria, ha cercato di stabilire il procuratore
tedesco (ebreo) Detlev Mehlis, designato dall’ONU per
l’inchiesta su Hariri: tanto bene l’ha stabilito, che ha
dovuto dimettersi sotto l’accusa di aver subornato
testimoni d’accusa, per far loro dire quel che si
doveva.
Sam Hamod, già consulente del dipartimento di Stato e
professore a Princeton, dichiarò subito che «
Israele
e gli USA sono implicati nell’assassinio di Hariri»,
essendo i soli a giovarsi del disordine risultante.
E aggiungeva: «
Sharon ha allestito un gruppo
speciale per ‘operazioni nere’ con il compito di
uccidere chiunque , in qualunque parte del mondo, in
spregio al diritto internazionale.
In Iraq questi specialisti sono creduti responsabili di
una quantità di omicidi mirati (docenti
universitari, classe dirigente)
e sequestri di
persona intimidatori o intesi a perpetuare il caos e a
impedire la ripresa del Paese»
(1).
Ora il settimanale Israel Magazine, pubblicazione
destinata agli ebrei francesi, conferma l’esistenza e il
modus operandi di un gruppo che pare molto simile a
quello di cui parlava Hamod.
Ecco a voi l’unità Lotar.
I giornalisti di Israel Magazine
comunicano estasiati ai loro lettori di aver assistito
alle «
intense esercitazioni» di «
questa
unità di Tsahal», il cui nome, Lotar, «
è
l’acronimo di Lohamei be Terror, ‘combattenti contro il
terrorismo’ » in ebraico.
Questa unità di combattimento «
è composta unicamente
di riservisti volontari aventi in media 40 anni, usciti
dalle professioni liberali (sic),
dall’hi-tech
o dalla Difesa nazionale».
La sua specialità sono «
le operazioni in ambiente
urbano».
Per questo l’addestramento avviene in un luogo «
al
centro d’Israele che ricostruisce la struttura dei
villaggi e delle abitazioni libanesi».
Il settimanale parla diffusamente e con ammirazione del
capo di questa unità, «
G», (il suo vero nome «
non
può essere dichiarato») il quale, dopo aver
lasciato Tsahal nel 1994, «
ha girato il mondo per
assistere governi e varie organizzazioni della Difesa
nella creazione di unità speciali».
Un mercenario, secondo ogni apparenza, i cui uomini
guadagnano «
da 5 a 8 mila dollari netti al mese in
Paesi ‘normali’ dell’Europa dell’Est o in Africa, spese
escluse».
Il comandante «
G» racconta di essere stato,
subito dopo le sue dimissioni dall’esercito regolare, «
in
Jugoslavia nel 1995, al servizio delle forze serbe»
contro i bosniaci.
«
Operavamo in abiti civili, con revolver nascosti.
Attorno a noi era la guerra. Noi lavoravamo coi serbi in
Bosnia, mentre Hezbollah e gli iraniani lavoravano coi
musulmani».
Dice di aver saputo solo dopo, «
dalla TV»,
delle «
atrocità avvenute, per esempio, a Banja Luka».
Del resto, «
abbiamo lasciato molto presto la
Jugoslavia. E’ vero che il mio lavoro è l’addestramento
di un esercito contro un altro in un conflitto che non
mi riguarda, ma io mi pongo dei limiti fin dal
principio. Chiedo sempre un’autorizzazione al ministero
della Difesa israeliano».
Data la comprovata moralità di detto ministero, si può
stare tranquilli.
Resta il fatto che questo specialista
di omicidi in ambiente urbano opera con la previa
autorizzazione delle autorità militari israeliane:
mercenario privato, disponibile ad operazioni in cui
Tsahal non vuole apparire direttamente.
«
G», che si è dato da sè il soprannome di «
Lord
of War. Come Nicolas Cage nel film omonimo», ha
lavorato anche «
in aree conflittuali del Sudamerica
e del Sudafrica», ma «
sempre alle dipendenze di
organizzazioni legali e non di unità clandestine; mai
coi nemici di Israele, e mai coi cartelli della droga -
assicura - anche se in generale sono quelli che pagano
di più in contanti».
E’ un uomo di saldi principii: ha «
operato come
istruttore in un Paese amico di Israele per formare una
unità contro i delitti di sangue e il terrorismo».
Per «
due anni ha lavorato in Iraq alle dipendenze di
una società che aiuta i curdi a costituire una sezione
militare indipendente (sic),
unità di polizia,
sistemi di sicurezza nel nuovo aeroporto, e un’unità
cinofila».
In quel caso, «
il suo passaporto israeliano è
rimasto in Israele».
Ma dall’Iraq non se n’è andato tanto presto.
Ha risposto «
alle offerte d’impiego del ministero
della Difesa americano», per un lavoro che «
richiedeva
attenzione», di cui non dice alcun particolare,
tranne che «
il fatto che fossimo israeliani è stato
un vantaggio».
Come mai?
«
Gli iracheni non conoscono israeliani», è la
risposta, «e
non capivano da dove venivo. Io parlo
bene l’arabo, e pensano che il mio accento sia libanese».
Ecco un vantaggio decisivo per fare attentati «in
ambiente urbano» sia a Basssora, dove «
G» può
passare per un fanatico guerrigliero sciita Hezbollah
venuto a dare una mano ai fratelli di fede, in quegli
«omicidi mirati» contro professori universitari e
dirigenti volti a perpetuare il caos, sia a Beiruth dove
l’accento libanese è un aiuto decisivo nel preparare
agguati come quello ad Hariri nel 2005.
«G», dice, è tornato in Libano anche nel 2006, «
stavolta
come comandante dell’unità di riservisti di Tsahal Lotar».
Il profilo perfetto del terrorista di Stato, addetto a
strategie della tensione.
A ben pensarci, è un po’ come Prodi:
ogni tanto funzionario di Goldman Sachs, da cui
periodicamente si dimette per fare il capo del governo
italiano per conto del suo precedente datore di lavoro
(l’accento emiliano lo fa passare per uno di noi).
Anche «G» passa periodicamente dal lavoro privato come
mercenario, a quello pubblico di colonnello delle forze
armate israeliane.
Nel 2006, mentre l’aviazione ebraica spianava in Libano
dal cielo, il colonnello «G» - tornato soldato regolare
- guidava i suoi quarantenni in azioni irregolari in
profondità, negli abitati.
Maurizio Blondet
http://www.effedieffe.com/interventizeta.php?id=2295¶metro=esteri
Note
1) Sam Hamod, «Israel and/or
America implicated in killing of Rafik Hariri», «Informationclearinghouse»,
14 febbraio 2005.
2) André Darmon, «L’unité LOTAR»,
Israel Magazine, agosto 2007.