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Anno II, Comunicato n. 108 (italiano), del AGOSTO 2007

 

 

Un fiore di speranza in un deserto di cuori spezzati

 

Bassam Aramin:

aspettando la giustizia israeliana

 

di Dan Izenberg

 

THE JERUSALEM POST, 18 Agosto 2007

 

            Abin Aramin, 10 anni, è morta improvvisamente il 16 gennaio 2007, dopo essere uscita da scuola camminando sottobraccio lungo la strada con sua sorella e due amiche. Al momento della sua morte, la Polizia di Frontiera stava pattugliando la scuola e la vicina scuola maschile di Anata, un villaggio palestinese  a cavallo dei confini della municipalità di Gerusalemme.

 

            Diversamente dalla travolgente maggioranza di eventi in cui bambini palestinesi sono stati uccisi durante episodi che hanno coinvolto l’IDF (Israeli Defence Force) o la polizia di frontiera dall’inizio della seconda Intifada (fine del 2000), la polizia ha investigato sulla morte di Abir. Ma come nei numerosi casi in cui nessuno è stato dichiarato colpevole della morte dei un bambino palestinese, la Procura di Stato ha informato la settimana scorsa il padre di Abir, Bassam Aramin, che il caso di sua figlia stava per essere chiuso per mancanza di prove. Il fatto è accaduto in una delle principali strade commerciali, e molti testimoni palestinesi hanno testimoniato che la polizia di frontiera ha aperto il fuoco verso gli studenti.(…) Qui il caso avrebbe dovuto chiudersi, se non fosse che il padre di Abir è un uomo non comune. Aramin non ha rinunciato a quella che spera essere la giustizia israeliana. È stato ora informato dal Procuratore Generale Menahem Mazuz che ha 30 giorni per appellarsi alla chiusura del caso (il Ministro della Giustizia non ha fornito alcun ulteriore commento sul caso). Lui e il suo avvocato, Michael Sfard, si appelleranno all’Alta Corte di Giustizia se l’appello dovesse fallire.

 

            Aramin, 39 anni, ha passato sette anni in carcere a Hebron per aver aggredito dei soldati IDF. Aveva 18 anni quando è stato incarcerato. In un’intervista al Jerusalem Post, Aramin, che zoppica a causa di una fase di poliomielite infantile, ha detto di aver iniziato a tirare sassi ai soldati con un amico quando aveva 13 anni. “Era un gioco di bambini”, ha detto. “Non sapevamo niente di Israele o di noi stessi”. Quello che sapeva era che i soldati comparivano quando volevano e interrompevano i loro giochi. Sapeva anche che i soldati si arrabbiavano molto ogni volta che vedevano qualcuno esporre i colori dell’ OLP. Lui e i suoi amici si divertivano a farli arrabbiare. In un’occasione, poiché non poteva correre abbastanza veloce, ha detto, è stato colpito da un soldato durante una manifestazione. In un’altra, ha detto, ha visto dei soldati sparare e uccidere un dimostrante palestinese. In una terza, ha visto un soldato sparare sei proiettili alle gambe di un anziano contadino palestinese, e ha visto il contadino cadere urlare dal dolore. Lui e i suoi amici sono arrivati ad odiare visceralmente i soldati. Man mano che crescevano, i bambini, ormai adolescenti, hanno concluso che se volevano pareggiare i conti con loro, avrebbero avuto bisogno di armi. Alla fine, si procurarono un Kalashnikov, due bombe a mano e alcuni esplosivi. Gli amici di Aramin non gli avrebbero permesso di andare con loro perché la zoppicatura lo rallentava. Ha detto di non aver mai esploso un colpo di arma da fuoco. Nel 1985, lui e i suoi amici sono stati arrestati per attacco a delle pattuglie IDF.

In prigione, ha detto, ha messo da parte i suoi pensieri infantili ed è venuto a conoscenza del movimento nazionale Palestinese. Un anno dopo, mentre era in prigione, Aramin ha visto il film Schindler’s List. È stato uno dei momenti significativi della sua vita. “Quella notte non riuscivo a dormire” ha detto. “Mi sono visto piangere per quella gente perché stava andando a morire. Ho visto gente spogliata dei suoi vestiti, bulldozer, gas velenoso, esecuzioni in cui gli Ebrei semplicemente stavano in piedi lì e non resistevano. Ho pianto ed ero anche arrabbiato. Perché non hanno resistito? Ho sentito di voler entrare nel film e combattere. Per me, quel film è l’Olocausto Ebreo”. Schindler’s List non ha di suo reso Aramin più simpatetico verso gli israeliani. Sotto molti aspetti, ha sentito che i Palestinesi sono ora in una situazione simile a quella degli Ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale.

 

            Un giorno, ha detto, un gruppo di uomini mascherati e armati di mazze sono entrati nell’ ala della prigione destinata ai ragazzi, dove lui era prigioniero. Hanno obbligato i detenuti a spogliarsi e a correre oltre la linea dei soldati, che li hanno picchiati e bastonati, finché non hanno raggiunto un cortile. Aramin ha detto di aver dovuto correre per 80 metri attraverso le due linee armate, e ha avuto paura di non farcela. Allora si è ricordato degli ebrei che durante l’olocausto non hanno resistito. Ha corso attraverso la linea urlando “nazisti, animali”, e non ha sentito il dolore dei colpi. Poco dopo, Aramin è stato avvicinato da una guardia, un colono di Kiryat Arba, noto per essere particolarmente duro con i prigionieri. La guardia gli disse che sembrava troppo fine per essere un terrorista. Aramin ha replicato di non essere un terrorista, ma che i coloni lo erano. La guardia gli ha detto che erano i Palestinesi ad essersi intromessi, perché la terra apparteneva agli ebrei. Aramin ha detto di non aver mai sentito una cosa simile prima. Ha proposto alla guardia di avere un dialogo. La guardia ha accettato e lo hanno portato avanti per sette mesi. Alla fine, ha detto Aramin, la guardia era d’accordo sul fatto che i Palestinesi meritavano in effetti di avere uno stato proprio. “Una specie di amicizia si era sviluppata tra noi” ha detto Aramin. “Io ho capito che quando parlavamo l’uno all’altro, potevamo cambiare le nostre opinioni. Quando ci sparavamo l’un l’altro, potevamo solo eliminarci a vicenda”. Quando Aramin è uscito di prigione nel 1992, era giunto alla conclusione che la guerra non aveva risolto niente. “Fin a quel momento, i soli israeliani che avevo conosciuto erano soldati, coloni e guardie carcerarie”, ha detto. “Ora, cominciai a vedere donne e bambini israeliani. Mi oppongo all’uccisione di civili. È contro la mia religione e il mio codice morale”. Aramin si è sposato e sistemato. Oggi ha 5 figli, a parte Abir.

 

Nel 2000 ha iniziato ad essere attivo di nuovo, unendosi a un gruppo di ex-prigionieri che credono nella democrazia e nel dialogo.

 

Nel 2006, qualcuno gli chiese se era pronto ad incontrare un gruppo di ex soldati IDF che avevano rifiutato di servire nei territori.

Anche se odiava i soldati, la curiosità ha avuto la meglio su di lui, e ha accettato. I due gruppi si incontrarono all’ Hotel Everest a Beit Jalla, vicino a Betlemme – sette israeliani e tre palestinesi.

“È stato un incontro difficile per me. Li guardavo con molta ostilità, “ha detto. “Attraverso di loro, vedevo l’intera storia dell’occupazione”.

Ogni partecipante si presentò. (…)Questi incontri si svilupparono in un’organizzazione Israelo-Palestinese chiamata “Combattenti per la Pace”, che è composta di ex soldati israeliani ed ex palestinesi imprigionati per motivi di sicurezza.

Ha condotto incontri mensili per raccogliere più israeliani e palestinesi insieme. Aramin stesso ha parlato spesso a platee israeliane di sé stesso, della sua esperienza e di quello in cui crede.

Poi, la tragedia è avvenuta. Abir è stata ferita gravemente e portata di corsa all’ospedale Mukassad. Da lì, Aramin la portò all’Hadassah University Medical Center a Ein Karem.

Era arrivato da un attimo, quando i membri ebrei del gruppo hanno cominciato a arrivare nella stanza d’ospedale.

“Volevano sapere cosa avrei detto”  ricorda Aramin.

“Dissi loro che questo incidente ci avrebbe solo rafforzato. Dobbiamo diventare più forti per la salvezza dei nostri figli.

“Abir è morta, ma io ho ancora  figli vivi. Dobbiamo combattere questa battaglia per via legali”

Gli amici ebrei sono rimasti con lui attraverso tutta questa drammatica esperienza, finché Abir è morta.

“Hanno passato tre giorni e tre notti con me”, ha detto Aramin.

“Abbiamo cominciato a legarci come una famiglia. Ho sentito che questa bambina era anche la loro bambina”.(…)

 

Tratto da BoccheScucite, newswletter quindicinale di don Nandino Capovilla

(Pax Christi International)

tradotto da Cristina Graziani

 

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