|
Le amnesie della ”Giornata della memoria”
di
Enrico Galoppini
per Rinascita quotidiano
sabato 2 febbraio 2008
Premessa (gennaio 2008).
Due anni fa, un “coraggioso”
(sic) professore di Liceo mio amico propose
quest’articolo alla sua classe come argomento di
discussione. Ne uscirono dei temi nei quali i ragazzi
espressero un ampio consenso per le idee sostenute in
questo articolo, articolandolo con numerose ed originali
riflessioni. I giovani, infatti, non avendo ancora un
“posto” da mantenere, una “reputazione” da difendere, un
ruolo (una “maschera”?) da recitare, non si
“scandalizzano” come gli adulti, non hanno sviluppato il
fiuto che li tiene lontani dalle “rogne”: sono
naturalmente portati - prima di essere “educati” - ad
accogliere ogni “verità”, per discuterla ed integrarla
con altre “verità”.
Si capisce bene perché dei “poveri di spirito” si
agitano tanto affinché le “giovani generazioni" “vengano
educate”... Per evitare che ragionino, che “pensino con
la propria testa”, sebbene si senta ripetere che questo
è un (laicissimo) “valore”...
Mentre una propaganda a tamburo battente in questi
giorni ci obbliga a «non dimenticare», il circo
politico-mediatico (nel quale si agitano, appunto, veri
pagliacci) che da un settimana a questa parte,
totalitariamente, propone all’attenzione degli italiani
solo e sempre un’unica interpretazione di un’unica
vicenda, è lo stesso che di fronte a situazioni del
tutto analoghe a quelle vissute dagli abitanti di
Varsavia sessant’anni fa non trova di meglio che
glissare, occultare, mistificare, far passare una cosa
per un’altra. Per cui, se gli ebrei del ghetto avevano
tutte le ragioni per insorgere contro i tedeschi, ed il
loro eroismo varrà sempre come fulgido esempio, per gli
insorti delle odierne Varsavia non c’è neanche l’ombra
di una citazione: nessuno - a meno che non si vada su
internet a cercare informazione alternativa - ne vedrà
mai gli abitanti massacrati e le abitazioni sventrate:
Jenin, nel 2002, Falluja, nel 2004 (e tutt’ora)…
città i cui abitanti hanno opposto una strenua
resistenza agli invasori israeliani, nell’un caso,
americani, nell’altro. Occhio non vede, cuore non duole.
Un innominabile parlamentare, commentando la storica
sentenza milanese [1] che distingue tra guerriglia e
terrorismo [2] in Iraq, ha sproloquiato: “Tutti gli
italiani che seguono quel che accade in Iraq non possono
non indignarsi di fronte a questa sentenza”. Tanto per
cominciare, tutti gli italiani meno uno, ovvero il
sottoscritto. E poi chissà quanti altri… probabilmente
tutti quelli che leggono questo giornale, verrebbe da
dire parafrasando quell’esaltato.
Ma non solo, perché almeno tutte le persone che
frequento io hanno trovato quella sentenza sacrosanta.
Le cose sono due: o io, i lettori di “Rinascita” e i
miei amici siamo tutti ‘sbagliati’, oppure si è in
presenza di un fenomeno di sovraesposizione mediatica di
un unico punto di vista, di un controllo dei confini
della «moralità» del dibattito politico mai visto prima.
Le redazioni dei giornali, i centri studi, le «fabbriche
del consenso», insomma, più le segreterie dei partiti,
sono difatti presidiate da personaggi incaricati di
fissare i paletti del «moralmente corretto»:
oltrepassarli equivale inequivocabilmente a collidere
con tendenze innominabili, ad evocare «rigurgiti
nazisti», ad intelligenza col Nemico, a farsi portatori
del Maligno.
Tuttavia, in circolazione ci sono molti meno cretini di
quanti spererebbero questi apprendisti stregoni, per cui
ciascuno, in mancanza di tribune partitiche, televisive
e giornalistiche libere da questa invadente, insolente,
prepotente e vomitevole presenza (per non parlare di
quegli ‘alternativi’ che si autocensurano), può
arrangiarsi come può. Ad esempio, recandosi in
un’emeroteca per rileggersi come la stessa stampa che
oggi vediamo allineata in blocco sulle posizioni
israelo-americane si posizionava negli anni
Settanta-Ottanta riguardo agli stessi argomenti.
L’ipotetico investigatore si accorgerebbe che le cose
non sono sempre andate così come ci troviamo a
sopportarle. Se ne rende conto se solo va a ripassare la
stampa di sinistra radical chic, quella benpensante
scalfariana, che ha sempre avuto la pretesa di parlare
in nome della «gente», mentre in realtà è espressione di
uno snobismo elitario che è quanto di più lontano si
possa pensare dalla famosa «gente».
Il nostro Sherlock Holmes, spulciando, s’imbatterebbe
nel titolo dell’editoriale de La Repubblica del 13
agosto 1976 sulla strage di palestinesi avvenuta nel
campo di Tell el Zaatar, assediato da siriani e
falangisti libanesi: Come 30 anni fa nel ghetto di
Varsavia. E ad un primo sbigottimento, ne farebbe
seguito un altro: lo stesso quotidiano, il 20 settembre
1982, dopo il massacro di Sabra e Shatila (16-18
settembre), titolava: Le menzogne israeliane;
nell’occhiello: I soldati israeliani rastrellano e
deportano i sopravvissuti.
Sembra di riesumare dei reperti archeologici, eppure
sono titoli di venti-venticinque anni fa, quando il
ricatto morale dei filo-sionamericani non era ferreo
come oggi e stare con i palestinesi garantiva pur sempre
un rendita. Che cosa è cambiato nel frattempo, si
chiederebbe il nostro allibito investigatore?
A chiarirgli le idee è giunta, quanto mai tempestiva, la
messa in onda, in occasione della «Giornata della
memoria», del film Il pianista di Roman Polanski, in cui
si narra la storia di un suonatore di piano di religione
israelita, le cui note vengono irradiate nell’etere
dall’ultima trasmissione della radio polacca prima che i
nazisti provvedano a chiuderla.
Apriamo una parentesi necessaria. Per comprendere come
il ricatto morale imposto su tutto ciò che coinvolge il
Sionismo si stia rinforzando sempre più, è bene tenere a
mente che i filo-israeliani (israeliti e non) profondono
energie intellettuali e risorse finanziarie di non poco
conto in una certosina opera di conservazione dello
stato di narcosi in cui i non diretti interessati - che
potrebbero sempre tornare in sé - vengono
interessatamente e forzatamente mantenuti. Tuttavia,
come nei normali casi di tossicodipendenza, il drogato
non può restare tale se non gli si somministrano dosi
sempre più elevate. A questo provvedono i vari
Schindler's List, La vita è bella, Perlasca... sfornati
e riproposti con cadenza regolare, a dosi omeopatiche,
ammantati dell’aura del capolavoro e puntualmente
sommersi da statuette premio, elargite da istituzioni
culturali ovviamente libere e indipendenti.
Ma non è questo il punto più importante. E non è neppure
in questione l’aspetto artistico de Il Pianista, come
quello delle altre pellicole summenzionate. Si tratta
invece di una questione di equità.
Questo genere di film - ci viene detto - viene proposto
all’attenzione del pubblico perché impartirebbe una
lezione imperitura, affinché simili abiezioni non
abbiano più a ripetersi. «Mai più», è uno degli slogan
più ripetuti.
E allora perché lo stupro di Jenin? Perché il martirio
di Falluja? E, soprattutto, perché la totale
indifferenza da parte dello stesso sistema che manda le
scolaresche ad Auschwitz [3] e impone un consenso
bulgaro sulla «Giornata della memoria»?
Ecco, piuttosto, le lezioni che si traggono
dall’osservazione della realtà:
Prima lezione: simili abiezioni – malgrado le
rieducazioni cinematografiche - si sono ripetute e si
ripetono regolarmente, per non dire sempre più spesso;
Seconda lezione: la maggior parte di simili odierne
abiezioni si svolgono nell’indifferenza, massima nel
caso della Palestina e dell’Iraq;
Terza lezione: per tale indifferenza si distinguono
particolarmente coloro che sono in prima fila nel
denunciare quotidianamente l’abiezione che ha portato
alla rivolta del ghetto di Varsavia.
Parliamoci chiaro. A chi non vuol vedere le cose con le
lenti del pregiudizio, l’osservazione dei dati forniti
dall’esperienza insegna che la somministrazione regolare
di queste pellicole determina un unico risultato:
l’impunità dei crimini passati, presenti e futuri
dell’America e del Sionismo [4], e la garanzia della
(immeritata) rispettabilità per tutti quei politici,
giornalisti ed opinionisti che hanno qualche interesse
nel dimostrare una somma indifferenza di fronte ai
massacri dei popoli aggrediti dai loro padroni. Popoli
la cui cinematografia, al massimo, viene proposta in
qualche cineclub seminascosto (è il caso dell’ultimo
documentario-intervista ad Arafat, che né la Rai né La7
hanno voluto trasmettere), con la scusa che si tratta di
materiale inopportuno, fazioso, antiamericano,
antisemita…
L’insistenza su una «memoria» a senso unico alimenta il
conformismo, e il risultato è che un solo messaggio
veicolato da una sola cinematografia, la più potente e
dotata di mezzi, impone la dittatura dei soggetti e dei
palinsesti. Ecco dove conduce la cultura della «memoria»
sponsorizzata Hollywood[5]: al punto zero
dell’indifferenza.
Fonte: “Rinascita”, 29
gennaio 2005 (articolo di Enrico Galoppini)
[1] A. Lai, Un’assoluzione per la Resistenza,
“Rinascita”, 26 gennaio 2005
[2] A. Venier,
Considerazioni sulla distinzione tra guerriglia e
terrorismo, “ISTRID – Istituto Studi Ricerche
Informazioni Difesa”, anno VI, n. 87/88/89, set.-dic.
2003, pp. 21-23.
[3] Cfr.
Let’s stop with the Auschwitz lies. This was a work camp.
[4] P. Barnard,
Due pesi due misure: riconoscere il terrorismo dello
Stato d'Israele.
[5] Cfr. Hollywar.
Le guerre di Hollywood.
|