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Anno II, 19 novembre 2007, Comunicato n. 117

 

 

Se il dialogo tappa le bocche dentro i palazzi,

qualcuno deve urlare dai tetti

 (Nota di Redazione)

 

IN QUESTA 117ª EDIZIONE:

  1. Israele non mantiene le promesse fatte alla Santa Sede, denuncia il Nunzio a Washington

  2. Restrizioni di Israele ai cristiani: Dichiarazione dei sacerdoti di Terra Santa

  3. Palestina-Israele: andate a constatare la verità voi stessi. Io l'ho fatto.

  4. Cos’è il kathecon?

  5. Coloni israeliani invadono Spianata delle Moschee

  6. Truppe israeliane distruggono le fonti d'acqua di due villaggi palestinesi

  7. Inviato ONU: "Israele è il peggiore regime coloniale"

  8. Niente meno della nostra libertà

  9. Israele vieta al capo delegazione palestinese di entrare a Gerusalemme

  10. STRALCI  ARCHIVIO 2002= Il governo Sharon vieta alle delegazioni di incontrare Arafat


 

1- Israele non mantiene le promesse fatte alla Santa Sede, denuncia il nunzio a Washington

apostolico negli Stati Uniti e già nunzio apostolico in Israele, denuncia che lo Stato di Israele non mantiene le promesse fatte alla Santa Sede.

“Se devo essere franco, le relazioni tra la Chiesa cattolica e lo Stato d'Israele erano migliori quando non c'erano i rapporti diplomatici”, riconosce il presule in un’intervista concessa a www.terrasanta.net .

Secondo il rappresentante vaticano, “la Santa Sede ha deciso di stabilire i rapporti diplomatici con Israele come un atto di fiducia, lasciando a promesse impegnative di regolare più tardi gli aspetti concreti della vita delle comunità cattoliche e della Chiesa”.

Il 30 dicembre 1993 è stato firmato l'Accordo Fondamentale, il quale, oltre a prevedere lo stabilimento dei rapporti diplomatici, “comanda anche che vi sia un Accordo giuridico, firmato nel 1997 e mai entrato in vigore sul territorio israeliano, e un Accordo economico”.

Quest’ultimo accordo, indica, “deve toccare soprattutto tre argomenti: le proprietà della Chiesa ingiustamente espropriate o sottoposte a ingiusta servitù; i servizi che la Chiesa rende alla popolazione israeliana, sia essa di origine ebraica o palestinese: ad uguale servizio deve corrispondere uguale compenso, come per le istituzioni statali; la questione delle tasse”.

“Per la questione delle tasse, la Santa Sede chiede una cosa semplice e naturale: ciò che è avvenuto durante gli ultimi tre secoli, ciò che Israele ha promesso al momento della sua indipendenza nel 1948, ciò che è sottinteso con la firma dell'Accordo giuridico, ciò che di fatto avviene fino a questo momento in materia di esenzione di tasse per le istituzioni religiose cristiane, sia cristallizzato giuridicamente in un accordo di valore internazionale”.

“Ora, c'è una strana situazione: gli accordi già firmati, quello Fondamentale e quello Giuridico, sono validi internazionalmente, ma non sono validi in Israele, perché la legge israeliana rende obbligatoria l'approvazione della Knesset perché un accordo valido internazionalmente diventi valido sul territorio israeliano”.

“E l'approvazione della Knesset nessuno ha avuto la preoccupazione di chiederla”, rivela.

“L'Accordo economico, dopo quasi dieci anni di trattative rese inutili da rinvii degli incontri da parte della delegazione israeliana, da mancanza di poteri della medesima nelle trattative, in una parola per assenza di volontà politica, non è stato ancora firmato”.

“È sotto gli occhi di tutti quale fiducia si possa accordare alle promesse d'Israele”, osserva.

“Il problema dei visti per il personale religioso cattolico – conclude – era di più facile soluzione quando non esistevano i rapporti diplomatici tra la Santa Sede ed Israele”.


2 - RESTRIZIONI DI ISRAELE AI CRISTIANI. MINACCIANDO IL FUTURO DELLA CHIESA 

dichiarazione dei sacerdoti di Terra Santa, inviataci da don Mario Cornioli 

 

Ciao a tutti. Forse vi sarà arrivato l'eco di quello che sta succedendo in questi giorni in TerraSanta. Avrete letto quello che Mons. Sambi, già nunzio a Gerusalemme ora nunzio negli Stati Uniti d'America, ha detto (mi domando : è così grave la sua dichiarazione??? Non dice nulla più che la verità...) di come l'ambasciatore in vaticano Ben Hur si sia scaldato chiedendo urgenti chiarimenti ( ma mi domando : forse non li dovevamo e li dobbiamo chiedere noi i chiarimenti e con urgenza dato che siamo bloccati dal 1993???) di come Padre Lombardi abbia subito risposto (mi domando : poteva essere più coraggioso e meno pauroso??? Non è forse arrivato il momento di essere più decisi e chiari e meno intimiditi???).

Per chi non ha seguito la vicenda vi allego la situazione dei nostri preti della TerraSanta...bastano pochi minuti per leggerle!!!

Dopo averle lette una domanda anche per voi :

 

MA NON VI SEMBRA CHE CI SIA UNO SCOPO CHIARO DIETRO TUTTO QUELLO CHE STA SUCCEDENDO?????? O SEMBRA SOLO A ME????

 

Vi chiedo un gesto di carità...aiutatemi a capire meglio la storia, quello che sta succedendo perché a me sembra molto poco chiaro....e la nostra gerarchia "locale" ( quella di TerraSanta ha fatto questo documento...) non ha forse il dovere di darci qualche risposta in più....di dirci se è evangelico o meno questo silenzio intorno a quella che sta diventando una delle più grandi ingiustizie viventi???

Gesù cosa avrebbe fatto?????????

 

Scrivetemi qualcosa vi prego!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

 

E preghiamoci sopra ma proviamo però anche ad uscire da questo imbarazzante silenzio.......   con affetto  un povero prete che si sente solo come i suoi confratelli della chiesa madre di Gerusalemme che diversi di voi hanno conosciuto e che ogni giorno sono umiliati e impediti nello svolgimento normale della propria missione e che rischiano di essere sbattuti fuori dalle proprie parrocchie senza motivo.

don Mario Cornioli

 


 

Dichiarazione dei sacerdoti di Terra Santa

 

Il Ministero degli Interni Israeliano ha deciso di limitare l’entrata dei possessori di visti validi per “una sola entrata” oppure “nessuna entrata”. Inizialmente questo provvedimento era intenzionato a proibire l’ingresso a coloro che provenivano da “paesi nemici”. Malgrado ciò adesso comprende anche GIORDANI  ed EGIZIANI , gli unici due Paesi Arabi che avevano firmato il trattato di pace con Israele; tra i possessori di “visto” che hanno queste restrizioni sono sacerdoti,uomini e donne religiosi, seminaristi ed altre persone della Chiesa.

 

QUELLO CHE PUO’ SEMBRARE UNA RESTRIZIONE NORMALE IMPONE INVECE DELLE GRAVI CONSEGUENZE.  

 

Il Patriarcato di Gerusalemme, che include PALESTINA,ISRAELE e GIORDANIA, sarà diviso in quanto ai sacerdoti Giordani e al personale delle Chiese non sarà permesso loro di spostarsi fra GIORDANIA,ISRAELE e PALESTINA.Le stesse restrizioni saranno applicate alla CUSTODIA DELLA TERRASANTA , la CHIESA MELCHITA e LE CONGREGAZIONI RELIGIOSE.

Ai SEMINARISTI del Seminario del Patriarcato Latino in BEIT JALA, la maggior parte dei quali sono Giordani, non sarà permesso loro di visitare le loro famiglie a Natale, Pasqua oppure altre occasioni, comprese eventuali emergenze che si possano verificare: queste visite comportereb-

bero la perdita del “visto di residenza”.Le richieste di un nuovo “visto” mentre sono fuori del Paese, in base alle nuove regolamentazioni Israeliane,può richiedere 3-4 mesi .I Giordani possano lasciare il Paese (Israele,Palestina) ma il re-ingresso non è garantito.                                   Giordani ed altri Sacerdoti arabi devono rimanere nel paese (Israele,Palestina) senza uscirne e quando il “visto di residenza” scade, devono lasciare il Paese, richiedere un nuovo visto prima che possano ritornare alle loro parrocchie e ministeri;il periodo di attesa può essere 3-4 mesi  senza garanzie di poterlo avere.

Tutto l’operato della Chiesa sarà messo a repentaglio da questa procedura.

Se ISRAELE continua con le nuove regolamentazioni, le conseguenze saranno pessime:

 

1 - entro giugno 2008 la CHIESA CATTOLICA perderà molto del suo Clero in prevalenza

       della GIORDANIA

 

2 - il SEMINARIO, fondato nel 1852 e che ha formato e forma tutto il Clero e i Vescovi del       PATRIARCATO LATINO (256 vescovi dal 1852) sarà CHIUSO.

 

3 - tante Parrocchie saranno lasciate senza Preti..

  

QUESTE NUOVE RESTRIZIONI SONO AGGIUNTE A QUELLE GIA’ ESISTENTI.

 

Assistiamo a innumerevoli ritardi e complicate procedure burocratiche per ottenere i “visti” per il personale di cui la Chiesa ha bisogno per il Suo lavoro; il rifiuto di emettere o rinnovare visti senza nessuna spiegazione.

La libertà della Chiesa nella gestione ordinaria è dichiarata nell’ ACCORDO FONDAMENTALE fra la SANTA SEDE  e lo STATO DI ISRAELE NEL 1993  ma MAI RATIFICATO dal Parlamento Israeliano ( La Knesset).

 

  • Ai preti palestinesi non è permesso di entrare in ISRAELE o GERUSALEMME.possono avere il rilascio dei “permessi”dalle autorità militari Israeliane,limitando i punti di entrata, la durata del soggiorno, restrizione degli orari , vietato l’uso delle auto, dovendosi sottoporre a controlli umilianti ai checkpoint  e annullando i permessi in qualsiasi momento o ancora di più con la frequente chiusura “dei Territori”. Queste restrizioni non permettono qualsiasi tipo di normale lavoro pastorale o qualsiasi partecipazione alle cerimonie religiose nella Terra Santa o gli incontri mensili-ritiri al Patriarcato Latino.

  • Ai CRISTIANI PALESTINESI oppure come è nel caso di tutti i PALESTINESI non è permesso di andare a GERUSALEMME e/o visitare i Luoghi Santi..  Con l’applicazione delle nuove restrizioni imposte ai pastori,seminaristi  e personale della Chiesa, la vita stessa della Chiesa sarà gravemente toccata.

  

  CIO’ CHE E’ RICHIESTO ADESSO AD ISRAELE:

 

-          rispettare la libertà religiosa;

-          rispettare la realtà che la Terra Santa è il centro della vita della Chiesa;

-          rispettare la libertà della Chiesa per esercitare il suo lavoro pastorale;

-          rispettare l’accordo preso nel “TRATTATO FONDAMENTALE” con la SANTA SEDE;

-          consentire al personale della Chiesa di spostarsi liberamente, semplicemente dando l’opzione “INGRESSI-MULTIPLI” e i loro visti di residenza.

  

SE LE RESTRIZIONI CONTINUANO, IL FUTURO DELLA CHIESA IN TERRA SANTA SARA’ GRAVEMENTE MINACCIATO.


3 - Palestina-Israele: Andate a constatare la verità voi stessi. Io l’ho fatto

 

Lettera al British Medical Journal

del Dott. Asad KHAN
 

"Il dottor Khan è un medico inglese. Questi commenti sono apparsi nel British Medical Journal, dove è in corso un accesso dibattito riguardo alla proposta di boicottare Israele da parte dei medici britannici."


Ho seguito il dibattito su queste colonne
con un misto di interesse ed incredulità. Mi chiedo quanti tra coloro che accusano Tom Hickey and Derek Summerfield di "pregiudizi anti-israeliani" e di "anti-Semitismo" abbiano mai visitato la Cisgiordania e Gaza per vedere i fatti con i loro occhi. Io ho avuto la fortuna di visitare Israele e la Cisgiordania per due settimane, in Agosto.

Ciò che ho visto laggiù ha cambiato la mia vita per sempre.

Abbiamo trascorso un mucchio di tempo ai checkpoint in Cisgiordania. Sfortunatamente, la parola checkpoint suona talmente benevola da trasmettere a fatica l'orrore del posto. Avete presente una stalla per bovini traboccante di bestie? Con un solo cancello per uscire, sorvegliato da un fattore con un bastone? Bene, sostituitelo con un soldato israeliano armato di fucile-e i palestinesi a far la parte degli animali-e ci andrete vicino. Al checkpoint di Huwwara, vicino Nablus, abbiamo visto una fila che si estendeva per mezzo chilometro fuori dalla ristretta stalla, sotto un sole spietato. Uno ad uno, i palestinesi venivano chiamati avanti e i loro documenti controllati. Alcuni sono riusciti a passare, altri sono stati respinti indietro. Così, a seconda dell'umore del militare. La giustificazione data per l'esistenza dei checkpoint-la sicurezza-è una balla, poiché il muro, per lo più, si trova tra città e villaggi palestinesi, non tra la Palestina e Israele.

Israele, per mezzo del suo sistema composto da 700 checkpoint, blocchi stradali e terrapieni, soffoca la libertà di movimento dei palestinesi in Cisgiordania. Dal 2000 ad oggi, 68 donne sono state costrette a partorire presso i checkpoint (www.ifamericansknew.org). La metà dei neonati coinvolti sono morti, così come quattro donne. Molti dei bambini nati hanno subito danni irreparabili al cervello. Immaginate di essere l'inerme marito o il figlio di una donna costretta a sopportare il dolore dello sforzo sul suolo bollente ad un checkpoint-con un soldato armato che vi fissa-e forse comincerete a capire l'origine dei kamikaze. Dal 1967, Israele ha demolito 18 mila case, spesso sopra le teste dei loro abitanti (Comitato israeliano contro le demolizioni delle case - www.icahd.org).

Di nuovo: per quale motivo? La gran bugia-sicurezza. La verità è che, anche se un palestinese possiede un pezzo di terra, per costruire o ampliare una residenza esistente, deve presentare una richiesta che costa 20 mila dollari. Questa viene rifiutata quasi regolarmente, e mentre la sua famiglia cresce, lui si vede costretto a costruire abusivamente. E allora arrivano i bulldozer. Poi il palestinese deve lui stesso ripulire le macerie e pagare al governo israeliano il costo per la demolizione della propria casa.

Ci sono stati molti riferimenti, in queste colonne, agli attentati terroristi da parte di dottori musulmani in Gran Bretagna. Queste persone farebbero bene a ricordare che il primo "dottore terrorista" fu l'ebreo Baruch Goldstein, che uccise 29 palestinesi in preghiera nella città santa di Hebron nel 1994, ferendone altri 150. A Goldstein è stato eretto un cippo commemorativo nella colonia estremista di Kiryat Arba, con una targa in cui si legge: "Al santo Baruch Goldstein, che ha dato la sua vita per il popolo ebraico, la Torah e la nazione d'Israele". Il luogo è diventato sito di pellegrinaggio per quelli dell'estrema destra.

Nella città vecchia di Hebron, 400 coloni estremisti-protetti dai soldati dell'esercito israeliano-tengono in ostaggio 30 mila palestinesi. Prendono a calci gli abitanti e gli tirano pietre, mentre l'esercito israeliano proibisce ai palestinesi di guidare-in alcune zone, perfino di camminare per le strade. Io stesso ho visto i blocchi di cemento, la spazzatura e gli escrementi umani venire gettati di sotto ai passanti palestinesi da parte di coloni abusivi che occupano gli appartamenti sopra i negozi arabi.

I graffiti razzisti sui muri sono scioccanti: "Arabi alle camere a gas!", "Occhio Fatima, violenteremo tutte le arabe!", "Maometto è un maiale". Sotto c'è un maiale che legge il Corano. "Se voi arabi aveste usato un sfottuto preservativo, allora tutto questo non sarebbe successo". (Se qualcuno dovesse ritenerlo impossibile, datemi le vostre email e sarò ben lieto di inviarvi prove fotografiche).

Attraversando a piedi la vecchia Hebron, si passa davanti a sfilze di negozi abbandonati con le entrate saldate tra di loro e con la stella di Davide dipinta sopra. Il riecheggio del ghetto di Varsavia è raggelante. 

Quanto all'assunto che Israele è "l'unica democrazia del Medio Oriente" e "tratta con equità tutti i suoi cittadini", vi invito a visitare il deserto del Negev in Israele. L'organizzazione israeliana "Medici per i diritti umani"
(www.phr.org.il) ci testimonia della condizione dei Beduini che lì vivono. Ci sono 60 villaggi che esistono da prima del 1948, esistenza che Israele non riconosce. Di conseguenza, non godono di servizi sanitari, elettricità o acqua potabile. Il loro tasso di mortalità infantile è sette volte quello israeliano-nel quarto paese più ricco del mondo, quello che forse ha il migliore sistema sanitario.

Quelli che si rattristano per la potenziale perdita di libertà accademica che un boicottaggio contro Israele potrebbe causare, farebbero bene ad informarsi sulle violazioni contro la libertà accademica palestinese.

Noi abbiamo visitato l'Università di Birzeit, appena fuori Ramallah. Lì Yasser Darwish, il funzionario addetto alle pubbliche relazioni, ci ha detto di come gli Israeliani costruirono un checkpoint tra la città di Ramallah e Birzeit durante la seconda Intifada. Questo checkpoint non era altro che una serie di terrapieni, mucchi di macerie ed enormi blocchi di pietra che si estendeva per due chilometri e mezzo, al solo scopo di impedire il passaggio delle persone.

Non era tutto: le persone che provavano a raggiungere l'università aggirando gli ostacoli, spesso venivano accolte a suon di pestaggi, proiettili di gomma e gas lacrimogeni.

A volte agli studenti e agli insegnati veniva concesso di andare a Birzeit di mattina ma, al momento di ritornare a casa, di pomeriggio, il checkpoint era puntualmente chiuso. Cosicché, 5000 studenti ed insegnanti dovevano prendere un sentiero per le colline e attraversare valli per tornare a casa cosa che richiedeva circa 2 ore.  Gli studenti-ragazze incluse-erano soggetti ad umilianti perquisizioni. In diverse occasioni, i soldati irrompevano nei dormitori delle ragazze, rompendo finestre e mobili. A Birzeit e Ramallah, l'elettricità, l'acqua e le linee telefoniche venivano tagliate, isolando la gente dal mondo esterno.

La sanità non è un "diritto umano fondamentale", in Palestina.

E' incredibile che qualcuno abbia messo in rilievo come Israele accetti gentilmente di curare feriti e malati palestinesi. In virtù delle convenzioni di Ginevra, una potenza occupante ha la responsabilità della salute delle persone che tiene sotto occupazione.

 

A Nablus, abbiamo visitato l'ospedale Rafidia, il nosocomio generale più importante. Siamo stati ricevuti dal Dott. Sadaqah, il vice-direttore. Ci ha detto che ogni volta che gli Israeliani invadono Nablus, la prima cosa che fanno è quella di circondare l'ospedale, per impedire il transito di personale e pazienti, con il risultato di provocare morti inutili. A volte i pazienti hanno bisogno di essere trasferiti all'ospedale di Gerusalemme o in Israele - per quanto le autorità israeliane creino ostacoli appena ne hanno l'opportunità. Spesso, dal momento in cui ottiene il permesso (un minimo di 2 giorni, persino per un'emergenza), il paziente  muore-ciò è accaduto ad un paziente ustionato due giorni prima della nostra visita.

Al culmine delle invasioni e dei coprifuoco del 2002-2003, a Rafidia venivano ricoverati 8-9 casi di feriti gravi ogni giorno. Il personale finì con il dover vivere all'ospedale per 23 giorni. L'esercito israeliano impedì ai feriti della Città Vecchia di raggiungere Rafidia - una moschea fu adibita a clinica per curarli. Il Dott. Sadawqah ci ha detto che questa clinica si trovò a dover eseguire due amputazioni d'emergenza senza anestesia. Gli israeliani inoltre impedirono che i corpi venissero presi per la sepoltura-e di conseguenza l'obitorio dell'ospedale diventava colmo e si doveva ricorrere ai camion dei gelati per immagazzinare i cadaveri.

Ci ha anche detto che gli israeliani entravano regolarmente nell'ospedale, e addirittura rimossero quattro pazienti dai loro letti. Uno di questi era effettivamente un paziente in terapia intensiva che era appena stato sottoposto ad un importante intervento. Quando medici ed infermieri chiesero spiegazioni, furono semplicemente spinti da parte. Siamo inorriditi al sapere che quando i soldati rimossero pazienti dall'ospedale, essi furono coadiuvati da dottori israeliani che non fecero niente per impedire che tutto ciò accadesse. Inoltre, i soldati erano soliti rimuovere pazienti dalle ambulanze mentre le "ispezionavano".

Avete per caso mai sentito protestare l'Associazione Medici Israeliani contro queste lampanti violazioni dei diritti umani commesse da Israele?  Ho avuto la fortuna di intervistare due studenti della facoltà di medicina dell'università Al Quds a Gerusalemme. Per comprendere la singolare situazione con cui gli studenti di Gerusalemme-ed in realtà di tutti i palestinesi gerosolimitani-devono fare i conti, è importante tornare indietro al 1967 quando Israele occupò la Cisgiordania e Gaza, annettendosi illegalmente Gerusalemme Est. Israele dichiarò Gerusalemme "capitale indivisibile di Israele"; una posizione che la comunità internazionale, inclusi gli USA, non riconosce.

Ai residenti palestinesi di Gerusalemme fu offerta la cittadinanza israeliana-sebbene ciò implicasse la solenne promessa di fedeltà ad Israele. Ovviamente, la maggior parte dei palestinesi rifiutò. Questi furono dichiarati "residenti" senza cittadinanza e costretti a portare con sé le carte d'identità blu di Gerusalemme. L'apposito spazio della "nazionalità" è lasciato in bianco. I residenti in Cisgiordania, per contro, portano delle carte d'identità verdi. Chi ha la carta d'identità blu non può spostarsi in Cisgiordania mentre quelli che hanno le carte d'identità verdi non possono entrare a Gerusalemme. La situazione ha diviso le famiglie-comprese le coppie di sposi. Se un residente di Gerusalemme sposa un palestinese cisgiordano, non è concesso loro di vivere insieme né in Cisgiordania né a Gerusalemme. Di conseguenza, molte coppie convivono nell'illegalità, con la costante paura che uno dei due venga scoperto ed espulso. L'unico precedente di questa oscena situazione è quello del Sud Africa dell'apartheid.

Gli studenti ci hanno spiegato che il campus della facoltà di medicina si trova nella periferia di Gerusalemme, nel quartiere di Abu Dis. Il principale ospedale per fare pratica-il Maqassed-si trova nella città propriamente detta. Un tempo non si poteva dire con certezza dove finisse Abu Dis e dove cominciasse Gerusalemme. Adesso non più. Il muro di separazione eretto da Israele ha diviso le due zone e per ragioni meramente pratiche adesso Abu Dis fa parte della Cisgiordania.

Uno degli studenti ci ha detto che su 40 studenti del suo anno, 5 possiedono carte d'identità blu e gli altri quelle verdi. Potete ben capire le conseguenze. Per poter fare pratica al Maqassed, gli studenti con le carte verdi necessitano di un permesso speciale-molto difficile da ottenere.

Perfino quelli che riescono ad ottenerlo non possono mai esser certi di riuscire a raggiungere l'ospedale poiché vengono frequentemente respinti al checkpoint senza alcun motivo. Ragion per cui, la maggior parte degli studenti possessori di carte verdi sono obbligati a spostarsi negli ospedali cisgiordani per frequentare le loro lezioni-cioè altri checkpoint da attraversare.

La situazione opposta è che gli studenti con le carte d'identità blu possono anche essere in grado di fare pratica al Moqassed ma spesso viene loro impedito di frequentare le lezioni ad Abu Dis. E non si tratta di un viaggio lineare-uno spostamento che dovrebbe richiedere non più di dieci minuti può durare un'ora e mezzo a causa dei checkpoint e del percorso contorto che gli studenti devono prendere.

Quando finalmente riescono a laurearsi, ai dottori della Al Quds viene proibito di lavorare negli ospedali di Gerusalemme e di Israele poiché la loro qualifica non è riconosciuta da Israele. Gli ospedali cisgiordani sono un'opzione solo per gli studenti con le carte d'identità verdi. La situazione obbliga molti ad emigrare all'estero.

Quanto a coloro che sostengono che Israele, con le sue violazioni dei diritti umani, "si sta semplicemente difendendo", vorrei focalizzare la vostra attenzione sulla seguente statistica della BBC: nel 2006, 660 palestinesi furono uccisi dalle forze di "sicurezza" israeliane. Queste cifre comprendono 141 bambini. Volete sapere il totale di israeliani uccisi da palestinesi? 23. Su questo punto si vada al link:
http://news.bbc.co.uk/1/hi/world/middle_east/6215769.stm

Adesso che sono tornato in Gran Bretagna-e ho detto la mia su queste colonne-so che verrò accusato di essere un anti-Semita.

Questa è, intellettualmente parlando, un'insensatezza. Qui ho molti amici ebrei, e adesso anche in Israele. Loro sono disgustati da quello che fa Israele, e stanno combattendo una coraggiosa e spesso pericolosa battaglia, a volte a costo di venir ostracizzati dalla famiglia e dagli amici.

Tutti i maggiori critici delle politiche israeliane sono ebrei-Noam Chomsky, Amira Hass, Ilan Pappe, Norman Finkelstein e la defunta Tanya Reinhart.

Qui non stiamo parlando di un conflitto secolare tra Ebrei e Musulmani (si ricordi inoltre che il 12% dei palestinesi sono cristiani e questo dato comprende personalità eminenti come Hanan Ashrawi e il defunto Edward Said).

Si tratta di diritti umani basilari. Se si critica le demolizioni di case, i checkpoint, gli omicidi mirati, ecc…e si viene accusati di antisemitismo, allora chi accusa è veramente una persona stramba. Affinchè queste critiche possano definirsi antisemitiche, l'accusatore dovrebbe accettare queste violazioni della legge internazionale come caratteristiche inerenti del giudaismo.

Allora chi è l'antisemita qui?  Un'altra domanda che è probabile che mi venga fatta è, "Ci sono molti conflitti nel mondo oggigiorno; perché siete così fissati con la Palestina?"

Nel caso in cui non ci siete ancora arrivati, la chiave per la pace in Medio Oriente è giustizia per la Palestina. Si tratta di una ferita in putrefazione nel corpo di ogni arabo; più va avanti, e più aumenta il risentimento arabo verso l'Occidente.

E' vero, ci sono molti conflitti orrendi come nel Darfur, in Somalia, nel Congo, in Cecenia e nel Kashmir. Ma questi sono relativamente recenti, mentre l'oppressione contro i palestinesi dura da 60 anni.

E' la più lunga occupazione in atto nel mondo oggi-e l'unica, ad eccezione di quella in Iraq. E l'unica in cui l'oppressore viene finanziato e armato fino ai denti dal mondo cosiddetto "civilizzato". Forse vi chiederete cosa c'entri tutto ciò con il dibattito sul boicottaggio. Bene, nonostante voci individuali fuori dal coro, è chiaro che l'accademia israeliana e l'associazione dei medici israeliani non sono riusciti a venire allo scoperto come un unico corpo a condannare l'occupazione. Tutto ciò, nonostante reiterati appelli da parte di organizzazioni palestinesi, israeliane ed organizzazioni internazionali per i diritti umani. Con il loro silenzio, diventano complici nelle violazioni dei diritti umani. Non mi rimane altra scelta che promuovere la campagna per un boicottaggio.

Lo "scambio di idee" non ha portato a nulla-nonostante anni di confronti a livello governativo, una giusta pace per i palestinesi rimane una lontana chimera. E' tempo che le persone di altre nazioni adottino misure per stigmatizzare Israele, qualcosa che i loro governi si rifiutano di fare.

Esiste un precedente-il Sud Africa. Dato che molti illustri personaggi sudafricani-compresi Mandela, Ronnie Kasrils e Desmond Tutu-hanno pubblicamente affermato che l'oppressione israeliana contro i palestinesi è di gran lunga peggiore di quella del Sud Africa dell'apartheid, da dove ha origine l'esitazione a mettere in vigore un boicottaggio?

Quanto a coloro che solidarizzano coi palestinesi, ma sono contrari ai boicottaggi, ho una semplice domanda: nel caso, che hanno intenzione di fare per i palestinesi, che il mondo boicotta e ormai ha abbandonato da un bel pezzo? Se la libertà accademica degli israeliani è sacra, lo stesso non dovrebbe valere per i palestinesi?

Per un completo resoconto del mio viaggio, visitate per favore il link:
http://chestdocinpalestine.blogspot.com

Tradotto da  Diego Traversa 

 


4 - Cos’è il kathecon?

 

di Maurizio Blondet

17/11/2007 

 

 Pubblichiamo quella che sarà la sostanza dell'intervento del direttore Blondet al Master Enrico Mattei 2007 presso l'Università di Teramo (nota www.effedieffe.com).

Oggi è egemone nella Chiesa «aggiornata» la corrente giudaizzante, che si pretende un ritorno alle origini, alle arcaiche «fonti primordiali» del cristianesimo, depurato delle concrezioni accumulate in due millenni.
In questa corrente, un cardinale ha perfino estrapolato un presunto «vangelo aramaico» che starebbe sotto i quattro Vangeli canonici: arcaicismo ridicolo, visto che i Vangeli furono scritti fin da principio nel greco comune dell'epoca (koinè).
Del resto, già un secolo prima di Cristo i saggi ebrei di Alessandria avevano dovuto tradurre in greco la Torah - è la Bibbia detta dei Settanta - perché la maggior parte degli ebrei dell'epoca, specie nella diaspora dove gli ebrei erano più numerosi degli ebrei viventi in Palestina, parlavano greco e non capivano l'ebraico.
La corrente giudaizzante chiama gli ebrei d'oggi, sentimentalmente, «fratelli maggiori».
Ma non nel senso biblico (nella Bibbia i fratelli maggiori sono regolarmente diseredati a favore dei minori), bensì in quello di fratelli che, essendo più vecchi, ci possono insegnare cosa sia la fede. Con ciò, ignora il fatto che l'ebraismo quale oggi vige - basato sul Talmud - è nato un secolo dopo Cristo, quando la distruzione del Tempio fece perdere il centro del culto, e i rabbini (farisei) tramutarono la religione del popolo in una religione del Libro: e la nuova religione fu influenzata dal cristianesimo, almeno nel senso che si rielaborò anche in funzione anti-cristiana, sicchè gli ebrei contemporanei sono se mai «fratelli minori».
C'è di peggio: questa tendenza (o moda) abbraccia quali autentici ebrei arcaici gruppi come i Lubavitcher, movimento moderno ed ereticale, ferocemente esclusivista, influenzato dal protestantesimo americano, e sorto fra ebrei australiani e poi andati a New York «a studiare da askhenaziti polacchi» (vedi Ariel Levi di Gualdo, «Erbe Amare», Bonanno editore, presto disponibile nel nostro shop).
Questi giudaizzanti clericali ci ricordano continuamente, quasi non lo sapessimo, che «Gesù era ebreo».
Ed esercitano una forte diffidenza verso San Paolo, colpevole  secondo loro di aver innestato la fede nel «vero ebreo Gesù» nel tronco di una cultura estranea, greco-romana, e così snaturato il messaggio ebraico del Messia.

Il cardinal Martini s'è dispiaciuto che San Paolo fosse «influenzato da ambienti antisemiti».
E altissimi prelati, oggi, considerano un po' troppo «antisemita» anche il vangelo di Giovanni.
Per sospettare Saulo di Tarso di antisemitismo occorre aver dimenticato quello che Paolo dice di se stesso: è uno studente rabbinico, è andato a scuola dal più influente rabbino dell'epoca, Gamaliele.
E' uno zelota e persecutore di cristiani.
E dopo la conversione misteriosa e traumatica sulla via di Damasco, mentre si dedica anima e corpo a far conoscere Cristo ai goym (ai gentili) ancora scrive: «Preferirei essere dannato io stesso (anathema) purchè fossero salvati i miei fratelli» carnali, il suo popolo.
Ancor più ridicolo è definire un Paolo «influenzabile».
Nelle sue Lettere, e negli Atti degli Apostoli  spicca un uomo energico, straordinariamente accorto, pratico, abile anche nei rapporti sociali.
A Corinto, a salvarlo dal linciaggio da parte degli ebrei è il governatore romano Gallione, uomo che gli mostra cordialità, e che accelera la sua partenza per Roma onde sottrarlo alle ire della sinagoga.
Gallione - pochi ne tengono conto - è fratello di Seneca, il filosofo allora istitutore di Nerone adolescente, e di fatto capo del governo imperiale.
Esiste una corrispondenza Seneca-Paolo, a lungo ritenuta apocrifa, di cui la storica romanista Marta Sordi («I cristiani e l'impero romano») ha affermato l'autenticità: del resto sarebbe strano se Paolo, così accorto ed ebraicamente pratico ad approfittare delle situazioni, non si fosse fatto dare da Gallione una lettera di presentazione al potente fratello.
Accade così che nelle lettere, in Luca e negli Atti, gli autori salutino continuamente dei «cesariani», o «quelli della casa di Cesare»: si tratta di esponenti della corte imperiale, forse potenti liberti che erano di fatto ministri governativi.
Apparentemente, il primo cristianesimo fece breccia non tra le plebi come dice una certa propaganda, bensì nei quartieri alti di Roma.
Del resto Tiberio, già attorno al 35 dopo Cristo, aveva proposto di riconoscere a quegli ebrei seguaci di Cristo lo stato di religione riconosciuta («religio licita»); ne fu impedito dai senatori per ripicca burocratica, perché il riconoscimento di religioni estere era una prerogativa del Senato.
Fu emanato così il senatusconsultum fatale («Non licet esse christianos») che - avendo forza di legge - legalizzò le future persecuzioni.
Tiberio non potè far altro che porre il suo veto, come un presidente americano: lui vivo, la legge non avrebbe avuto vigore.
E' sicuramente questo veto ciò a cui Paolo allude nella II Tessalonicesi come «kathecon» (ciò che trattiene).

Oggi, scrive, c'è «qualcosa che trattiene» l'Anticristo; prima che si manifesti,  bisogna che sia tolto di mezzo «colui che trattiene» la sua manifestazione.
Ed usa qui il maschile, non più il neutro: allude a Tiberio, la cui scomparsa avrebbe ridato vigore al senatusconsultum.
Paolo era informatissimo di ciò che accadeva nel Palazzo.
Da Seneca o da altri «cesariani», non importa.
Importa qui vedere l'atteggiamento del potere romano: la  sua «cordialità», come la definì lo storico (ebreo) Ernst Bloch nel notare che Roma estese sempre più generosamente la cittadinanza a popoli prima vinti: fino a  darla, nel 200 dopo Cristo, a ciascun abitante dell'impero.
Ciò che significava aprire a tutti le cariche politiche pubbliche, locali e centrali, militari e civili. Senza alcuna discriminazione.
Questo è il segreto del potere romano, il motivo per cui si resse cinque secoli con forze militari esigue (150 mila uomini al tempo di Augusto) per un così vasto impero: non c'era bisogno di esercitare sempre e solo la violenza, perché ogni persona, di ogni razza, etnia o cultura, poteva diventare «romana», con i diritti che Paolo ben conosceva: quando si dichiarò «civis romanus», i funzionari che l'avevano fatto fustigare si spaventarono a morte, e s'affrettarono a dargli quel che chiedeva, l'appello all'imperatore, il processo di ultima istanza spettante ai cives.
Augusto non si vantò (come Bush) della forza militare, ma della «Pax Augusta».
Pace sul mondo.
«Di tutto l'orbe terracqueo hai fatto l'Urbe», scriveva ancora Rutilio Namaziano, al tramonto di Roma.
Roma fu il più grande e costante sistema d'integrazione che mai la storia abbia visto.
Come dice Ortega y Gasset: «La chiamata di genti diverse ed inizialmente ostili a fare qualcosa di grande assieme», a condividere onori, oneri e responsabilità.
Ciò fin dall'inizio: Mommsen definisce già la Roma prisca, dei mitici sette re, un sistema d'incorporazione (sinecismo): stranieri vengono chiamati a «vivere insieme», in un preciso status giuridico.

Per questo, quando San Paolo dice che dopo Cristo «non c'è più né giudeo né greco», non aggiunge «né romano».
Perché le prime due erano etnie in cui si nasceva; essere romano invece era una condizione giuridica.
Nessun apartheid, quale quello che vige nello Stato odierno d'Israele, nessun razzismo.
Chi ci ricorda continuamente che Gesù «era ebreo», èvoca senza forse saperlo (o forse sì) una religione ebraica che fin dal principio discrimina gli uomini in due parti, in due destini: gli eletti  e i non-ebrei, che «non avranno parte del mondo a venire».
Una religione che non accetta conversioni, basata sul sangue (ebreo è chi è nato da madre ebrea), che si dà infiniti tabù alimentari e di purificazione per distinguersi dagli «altri».
Convinta che Dio abbia fatto la sua promessa solo a un popolo, ad esclusione degli altri: e che questa promessa consista in un potere terreno, in un impero mondiale.
Ma era «quel» tipo di ebreo, Gesù?
Egli loda la fede del centurione.
Quando deve fare un esempio di bontà, cita un samaritano, un eretico.
I farisei, antenati dei rabbini attuali, lo accusano continuamente di violare il sabato.
Di infrangere le norme kasher.
Di esentare i suoi discepoli dalle abluzioni rituali.
Di chiamare le sacre regole talmudiche «precetti di uomini».
Di «mangiare con pubblicani e prostitute», esseri impuri con cui i farisei non si sedevano a tavola. Di farsi toccare da una peccatrice, che gli lava i piedi.
Studiosi acrobatici hanno tentato di negare la dirompente novità di Gesù, di ridurlo ad esponente di una delle tante sette pullulanti dell'ebraismo.
Sulla base dei rotoli di Qumram, hanno voluto farne un esseno: ma gli esseni, sappiamo ora, erano dei fanatici così settari che non solo mai avrebbero mangiato «con pubblicani e prostitute», ma non mangiavano insieme ai farisei, non ritenendoli abbastanza kasher.
Cristo è libero da tutto questo.
Di una spregiudicatezza scandalosa per gli ebrei.
E la sua libertà ha natura regale: può violare il sabato, perché Dio è Signore anche del sabato.

Giustamente un moderno rabbino, Neusner, dice: solo se Cristo è davvero Dio può violare il sabato. E per questo, lo rifiuta: Neusner rifiuta il possibile messia per stare attaccato ai divieti rituali, ai cibi proibiti e permessi, alle abluzioni discriminanti.
San Paolo prese le distanze da tutto questo.
Dichiarò che la Legge non salvava.
Che salvava la Carità universale, di fronte a cui non c'è più «né ebreo né greco».
Per questo lo accusano: è lui, non Cristo, il fondatore del cristianesimo.
E con questo, ha tradito il messaggio del «Cristo ebreo», sussurrano a mezza bocca.
Ma questa obiezione - guarda caso - non gliel'anno fatta gli altri discepoli.
Che erano tutti ebrei.
Non Pietro, non Giacomo «fratello di Gesù»: gente tanto attaccata all'ebraismo da restare a Gerusalemme, continuare a frequentare il Tempio e la sinagoga, tanto da pretendere dai nuovi convertiti goym la circoncisione.
Paolo si adirò su questa faccenda della circoncisione e dei cibi proibiti, rimproverò Pietro - il primo Pontefice, designato da Cristo - perché evitava di farsi vedere a mangiare coi gentili.
Pietro avrebbe potuto replicargli: ma chi sei tu?
Non eri con noi al seguito di Gesù.
Non l'hai visto vivo.
Sei venuto dopo, dici che ti è apparso sulla via di Damasco…
Cosa ne sai del suo vero messaggio?
Ebbene: Pietro non gli rispose così.
Gli disse che aveva ragione lui.
E così la Chiesa primigenia, quella di Giacomo, non lo espulse né rigettò.
Era la Chiesa tutta ebraica, che andava in sinagoga e nel Tempio perché si sentiva ancora parte della promessa, non aveva coscienza di essere diversa dagli ebrei circostanti.
Eppure, vide che Paolo aveva ragione.
Di quel che aveva detto e fatto Cristo, ne sapevano qualcosa, loro: e non dissero che Paolo distorceva quel messaggio.
Evidentemente, l'universalità del messaggio era chiara anche a loro, la chiamata universale alla salvezza.

Povera prima Chiesa ebraica: fu sterminata completamente dai fanatici che seguirono un falso messia, Bar Kokhba, il Figlio della Stella.
Costoro entrarono nelle sinagoghe e chiesero a ciascuno se Maria era vergine.
Gli ebrei di Cristo non potevano negare: la professione aperta della propria fede è un obbligo, anzitutto, di lealtà verso gli altri uomini, non c'è dissimulazione lecita possibile.
Così furono identificati (la prima psico-polizia) e massacrati.
Se San Paolo non avesse diffuso il messaggio fra i gentili, oggi non ci sarebbe il cristianesimo.
Sbagliò a innestare la fede in Cristo nella cultura estranea?
Ma come abbiamo visto, c'era un punto comune fra quella fede e quella cultura, fra Roma e Cristo: la «cordiale» universalità, la chiamata a tutti, senza distinzione di razza, a «fare qualcosa di grande assieme».
L'affinità fra Roma e Cristo è sempre stata riconosciuta: i cristiani hanno sempre ritenuto provvidenziale che Gesù di Nazareth sia apparso nel mondo unificato dall'impero romano.'
Ora, i giudaizzanti prelatizi misconoscono la provvidenzialità di Roma.
La credono una concrezione superficiale e traditrice.
Con ciò, mostrano la loro stessa superficialità: l'affinità è più profonda di quanto si creda.
Da cosa si vede?
Da un fatto inaudito: che sia la civiltà romana, sia la religione cristiana, si riconoscono «secondarie».
Roma, la superpotenza mondiale, avrebbe potuto sancire: la civiltà comincia da noi, prima c'era la barbarie oscura, cancelliamo tutte le culture che abbiamo sconfitto con le armi.
Invece, Roma sa di essere sorta in un mondo che è già stato civilizzato: dalla Grecia.
E' nata nella storia, e la storia non comincia con Roma.
C'è stato Socrate, Platone, Aristotile.
Non si possono cancellare, bruciare i libri greci.
Roma manda i suoi figli a studiare ad Atene.
Roma stessa s'innesta nella cultura precedente, senza orgoglio, con cordialità.
La Chiesa  fa lo stesso.
La religione cristiana si riconosce «secondaria», derivata da un'altra religione, l'ebraismo.
Ed è un caso unico.
Non pensa che, prima di Cristo, tutto fosse errore e peccato o barbarie.
Non pensa che nei Vangeli sia contenuta «tutta» la verità che serve alla vita, come pensano molti musulmani del Corano, sicchè la sapienza di prima non occorra.
Non vivono il Vangelo come un codice né come una enciclopedia.
Per il sapere, anch'essi si rivolgono ai greci.
Vedono in Socrate, Platone e Aristotile i «profeti dei pagani», da cui è bello imparare: «Habent suos gentes prophetas», dice Sant'Agostino.
Non bruciano i libri, li copiano e ricopiano perché la saggezza umana precedente, pagana, non vada perduta.
E' Cristo l'ebreo che gliel'ha insegnato.
Come, quando?

Senza parole: con la sua incarnazione.
Egli non è nato in uno spazio astorico.
E' nato in un preciso paese, è morto sotto un preciso e identificato governatore romano, tra i regni di Augusto e Tiberio.
Incarnazione significa: venire al mondo come uomo «dentro la storia».
La storia non comincia con Cristo, è già cominciata quando appare, e si deve cominciare dalla storia, inserirsi in essa.
Senza purismi.
Senza discriminazioni, senza razzismi.
E' la stessa cordialità romana, la stessa storicità romana, la stessa «secondarietà» di Roma, che si allarga a tutto il mondo, a ciascun uomo.
«Farsi tutto in tutti», dice San Paolo.
Questa apertura cordiale è ciò che ancora oggi, anche i secolarizzati e laici, riconoscono come
«la civiltà», la chiamata universale alla civiltà, al diritto, alla dignità umana.
Se vogliamo è civiltà «occidentale», perché è nata in questa parte del mondo in tremila anni.
Ma «occidentale» non significa esclusivismo, né un privilegio di alcuni: significa riconoscersi un compito, di gente che sa di essere in un mondo con altre civiltà degne di esistere, e che chiama anche loro.
Solo per questo possiamo invitare anche i musulmani ad aprirsi, a diventare «come noi»: venite, siate «romani».
Non si rinuncia a niente, ad essere romani.
Non si rinuncia all'etnia, alla cultura propria: romano è una condizione giuridica, precisi diritti e doveri, per ogni razza o cultura.
Anche noi stiamo imparando del resto: esattamente come voi,  non siamo «nati» romani, né greci.  Spesso non siamo stati abbastanza romani né cristiani, ci siamo chiusi, abbiamo discriminato, massacrato altre razze.
Come vedete, anche noi dobbiamo imparare.

Per questo critico Israele: non è l'avamposto dell'Occidente, ma il suo esatto contrario.
Uno Stato basato sul sangue e sul suolo, esclusivista e discriminatorio, va combattuto in nome della civiltà universale.
Ovviamente mi prendo per questo dell' «antisemita», e ovviamente rifiuto questa etichetta, anzi me ne infischio.
Siccome non sono razzista, ma «romano e cristiano», non riconosco negli ebrei una razza, men che meno una razza unica e privilegiata.
Sarei razzista se «amassi» gli ebrei in quanto etnia: sono fatti così, è la loro razza...
Appartenere a una razza non è una colpa ovviamente, un africano non può diventare biondo e bianco.
Ma gli ebrei possono cambiare: ciò che li rende esclusivisti, discriminatori, settari, non è la razza, ma la «cultura».
Quella cultura farisaica, rabbinica e talmudica che li fa vivere nel disprezzo e nella paura degli altri uomini, che ha fatto loro costruire un muro di 700 chilometri in cui si sono chiusi, che nega ogni diritto ai palestinesi («Sono bestie, sono animali»), che li ha resi il Paese più armato del Mediterraneo, con 500 bombe atomiche, missili per lanciarle, e pure il «secondo colpo nucleare» - e tuttavia non acquieta la loro ansia e paura.
Non è la razza che li ha resi così.
E' la cultura ebraica.
Quella che insegnano nelle loro yeshivot, ai loro figli.
E' questa cultura a creare i coloni che sparano ai bambini, il blocco di Gaza ridotto a Lager affamato, l'aggressione continua alla Siria e la minaccia di bombardamento all'Iran, le pressioni occulte dietro le quinte ai governi occidentali, documentati dal saggio «The Israeli Lobby» di Walt e Mearsheimer.
Con l'azione dietro le quinte, fra l'altro, gli ebrei dimostrano che non sanno, che non possono «comandare».
Il comando è «chiamare genti diverse» a compartecipare al comando; ma la loro cultura gli insegna che gli altri, tutti gli altri uomini, «non avranno parte del mondo a venire».

 

A nessuno si può chiedere di cambiare razza.
Ma si può ben chiedere - anzi esigere - di cambiare una cultura così incivile, così aggressiva e retriva, e così pericolosa per gli ebrei stessi.

Maurizio Blondet

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5 - Coloni israeliani invadono Spianata delle Moschee.

15-11-2007 Gerusalemme

In concomitanza con l'apertura del Forum Internazionale su Gerusalemme che si sta svolgendo a Istanbul, coloni israeliani hanno invaso la Spianata delle Moschee, a Gerusalemme, occupando il terzo luogo sacro dell'Islam.
Alla Conferenza Internazionale ospitata dalla Turchia partecipano importanti esponenti dell'Islam e del Cristianesimo giunti sia dalla Palestina sia da altri paesi arabi.

 

6 - La calata dei Vandali: le truppe israeliane distruggono le fonti d'acqua di due villaggi palestinesi

 

 

13-11-2007 Jenin

 

 

 

Questa mattina all'alba, le forze di occupazione israeliane hanno distrutto due pozzi d'acqua nelle aree delle cittadine di Arabouna e Deir Abu D'eif, nei pressi di Jenin.

Fonti locali hanno raccontato che sei automezzi militari e un bulldozer hanno distrutto la fonte di acqua da cui si approvvigiona tutta la popolazione di Arabouna.

Parallelamente, le truppe di Israele hanno assaltato il villaggio di Abu Da'eif distruggendone un muro all'ingresso principale.

http://www.infopal.it/testidet.php?id=6797

 


 

7 - INVIATO ONU: "ISRAELE E’ IL PEGGIORE REGIME COLONIALE"

Palestinian Information Center

3 novembre 2007


NEW YORK, (PIC)-- Jean Ziegler, l'inviato speciale dell'Onu per il diritto al cibo, ha duramente criticato l'occupazione israeliana e l'ha descritta come il solo "regime coloniale" che rifiuti di obbedire a qualunque legge internazionale, chiedendo che le Nazioni Unite adottino una efficace politica che costringa Israele a rispettare i diritti umani e la Convenzione di Ginevra.

"Dal punto di vista dell'Onu l'occupazione israeliana è un regime coloniale ed un'occupazione militare illegale, essa continua ad annettere sempre più terre palestinesi; perciò l'occupazione israeliana è la peggiore nella storia del colonialismo", ha affermato Ziegler in una intervista televisiva.

Il funzionario dell'Onu ha sottolineato che l'occupazione israeliana sta causando carestia e oppressione fisica e psicologica al popolo palestinese, ma ha fatto notare che c'è una resistenza palestinese, e si è chiesto la ragione dietro alla complicità dell'Unione Europea con l'occupazione israeliana e il motivo per cui i fondi Usa stiano proteggendo questa occupazione.

L'inviato ha descritto i paesi europei come completamente "ipocriti" perché hanno rifiutato i risultati delle elezioni democratiche supervisionate da loro stessi, dopo che ebbero visto che il vincitore era Hamas, sottolineando che gli europei dovrebbero mantenere un minimo di principi.

Ziegler ha sottolineato che la situazione umanitaria nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania è deteriorata, dal momento che le statistiche dell'Onu hanno rivelato che il 65% della popolazione della Cisgiordania soffre di malnutrizione; inoltre la Striscia di Gaza, che è abitata da più di un milione e mezzo di persone, si è trasformata in un enorme prigione come risultato dell'assedio israeliano imposto contro di essa.

Egli ha anche descritto il Quartetto sul medio oriente come una mera operazione di propaganda, chiedendo che l'Onu e la Comunità Europea si ritirino da esso, dal momento che la loro presenza in tale Quartetto è inutile e senza senso.
A conferma di ciò che l'inviato speciale dell'Onu ha affermato sulle politiche oppressive dell'occupazione israeliana, le forze di occupazione israeliane hanno iniziato domenica a ridurre i rifornimenti di carburante alla Striscia di Gaza in seguito alla risoluzione del governo israeliano che considera la Striscia come un'"entità ostile".

Il portavoce del ministro della guerra israeliano Ehud Barak ha detto alla AFP che la riduzione delle forniture di carburante a Gaza inizierà domenica e che nei prossimi giorni vi saranno numerosi blackout elettrici.

Titolo originale: " Ziegler: Israel is the worst colonial regime":
http://www.palestine-info.co.uk/en/default.aspx?xyz=U6Qq7k%2
bcOd87MDI46m9rUxJEpMO%2bi1s7leKnnQwmY9duRHZ09yVBqV%2fphl5aop ...


Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da ALCENERO


8 - Niente meno della nostra libertà

Mohammed Khatib

Novembre 2007

Per la gente del nostro piccolo villaggio di Bil'in, che si trova ad ovest di Ramallah nella West Bank occupata, i previsti negoziati tra capi palestinesi ed israeliani ad Annapolis, Maryland, evocano sentimenti contrastanti. Come tutti i Palestinesi, preghiamo perché i nostri bambini non passino tutta la loro vita sotto l'occupazione militare israeliana, come è accaduto a noi.

Ma per la nostra esperianza Israele, la parte più forte, sfrutta i colloqui di pace come cortina fumogena per oscurare i fatti che sta stabilendo sul terreno. Durante il processo di "pace" di Oslo, Israele costruì insediamenti nei territori occupati ad un ritmo senza precedenti. Il sistema israeliano di strade per soli coloni, sta ora strangolando le nostre città e i nostri villaggi.

Israele ha costruito insediamenti in tutta la West Bank anche se il diritto internazionale proibisce ad una potenza occupante di insediare la sua popolazione nel territorio occupato. Ora Israele intende annettere la maggior parte degli insediamenti nella West Bank o attraverso un accordo negoziato con i Palestinesi o unilateralmente.

Bil'in, come decine di villaggi della West Bank, sta perdendo terra vitale ed altre risorse in favore degli insediamenti Israeliani. Nel 1991 Israele confiscò 200 acri di terra del nostro villaggio e la dichiarò terra di stato. Nel 2001 ditte private israeliane iniziarono a costruirvi sopra un nuovo blocco abitativo ebraico, come parte dell'insediamento di Modi'in Illit.

Nel 2005 il muro dell'apartheid separò Bil'in dal 50% della nostra terra agricola. In risposta svolgemmo 100 dimostrazioni non violente insieme a sostenitori israealiani e internazionali. Centinaia di noi sono stati feriti e arrestati. Dopo le nostre proteste e un appello legale, l'Alta Corte di Israele ha deciso lo scorso mese che il tracciato del muro a Bil'in deve essere cambiato e che si deve restituire metà della terra che ci era stata tolta.

Anche se abbiamo celebrato questo successo, Israele, con l'appoggio degli USA, ancora pensa di annettere Modi'in Illit, che include altra nostra terra. A differenza degli insediamenti iniziati dal movimento dei coloni, questi altri insediamenti furono costruiti in aree strategiche da parte del governo israeliano sotto il Likud, il Labor e Kadima. I blocchi di insediamento avevano lo scopo di assicurare ad Israele il controllo dei nostri movimenti, le frontiere, l'accesso all'acqua e di Gerusalemme, anche dopo la creazione di uno stato palestinese "sovrano".

Alcuni politici israeliani affermano che gli insediamenti che Israele vuole annettere riguardano il 5% della terra della West Bank. Comunque, questi politici non includono nei loro calcoli gli insediamenti nella Gerusalemme Est occupata, perché Gerusalemme Est fu unilateralmente e illegalmente occupata da Israele nel 1967.

Ma in realtà Israele ha già di fatto annesso una percentuale strategica del 10,2% della West Bank che si trova tra la Green Line e il Muro dell'Apartheid, comprendendovi gli insediamenti. Circa l'80% di tutti i coloni israeliani ora risiedono ad ovest del Muro dell'Apartheid, e dentro la West Bank.

Come Palestinesi ci siamo dichiarati disposti a vivere insieme su questa terra con il popolo ebraico, e a vivere in un unico stato democratico da eguali. Ma la maggior parte dei coloni ebraici e i loro politici hanno chiaramente affermato che essi devono vivere in uno stato ebraico, non in uno stato di tutti i suoi cittadini. Per questa ragione ci siamo detti d'accordo a vivere in due stati -- la Palestina fianco a fianco con Israele.

Per i Palestinesi accettare di vivere in uno stato che è il 22% della loro patria storica è già un grande compromesso. Ma Yasser Arafat fu cinto d'assedio nel suo ufficio da parte di Israele perché non accettò la "generosa offerta" fattagli da Israele a Camp David. Fu punito perché non volle cedere altra terra ed accettare uno stato fatto di cantoni separati e ritagliati sulle esigenze degli insediamenti israeliani.

Ci sentiamo forti della nostra convinzione che nessuna ingiustizia può durare per sempre. Alla fine dovremo vivere su questa terra da uguali. Quando quel tempo alla fine arriverà scopriremo che tra noi ci sono più somiglianze che differenze. Fino ad allora non accetteremo ciondoli luccicanti fatti di parole come "stato" e "sovranità", quando sappiamo che all'interno del nostro "stato" non avremo accesso alla nostra acqua, libertà di entrare ed uscire, o di spostarci da una località all'altra senza il permesso di Israele. Io non sarò un uomo libero finché gli insediamenti e il muro tagliano e rubano la mia terra e circondano la mia capitale, Gerusalemme.

Abbiamo sofferto troppo per troppo tempo. Non accetteremo un apartheid mascherato da pace. Non ci accontenteremo di niente di meno della nostra libertà.


Mohammed Khatib è un membro di rilievo del Comitato Popolare di Bil'in contro il Muro, ed è segretario del consiglio di villaggio di Bil'in. Per maggiori informazioni http://www.apartheidmasked.org/.

Tradotto dall'inglese da Gianluca Bifolchi
Articolo originale ( 7 Novembre 2007 ):
http://electronicintifada.net/v2/article9084.shtml


9 - Clamoroso: Israele vieta al capo delegazione palestinese di entrare a Gerusalemme

Avrebbe dovuto incontrare i 'partner israeliani'.

12-11-2007 Gerusalemme

 

Le forze di occupazione israeliane, ieri sera, hanno impedito l’ingresso del capo della delegazione per le trattative, Ahmad Qree ,“Abu Alaa”, nella città di Gerusalemme: avrebbe dovuto partecipare alla riunione, prevista per la serata, tra le due delegazioni, israeliana e palestinese, per le "trattative di pace".

L’ufficio di Abu Alaa ha riferito che i soldati israeliani di stanza al posto di controllo az-Zaim, a est della città di Gerusalemme, hanno vietato l’ingresso all'auto che trasportava Abu Alaa che avrebbe dovuto partecipare all’incontro con la delegazione israeliana.

L’ufficio ha aggiunto che la delegazione palestinese, compreso Abu Alaa, che è tornato a Ramallah, si è riunita e sta discutendo con Abu Mazen, che si trova in Egitto, su quale decisione prendere contro il divieto israeliano. 

Fonti israeliane hanno riferito che la ministra degli esteri e capo della delegazione israeliana per le trattative, Livni Tzipi, ha telefonato al capo della delegazione palestinese Qree chiedendo scusa per quanto è accaduto.

Il portavoce di Fatah, Fahmi Az-Za’arir, ha dichiarato che Israele, con il suo "divieto di transito" a Qree, "dimostra, senza ombra di dubbio, la reale intenzione nei confronti di tutta l’iniziativa di pace in generale, e verso la conferenza di Annapolis in particolare".

http://www.infopal.it/testidet.php?id=6783

 


NIENTE  DI  NUOVO  SOTTO  IL  SOLE

Stralci di archivio: ieri come oggi, come domani, nulla cambia nella politica sionista israeliana, volta solo a tergiversare per giungere alla conclusione del suo piano coloniale, che nulla ha di diverso dai precedenti schemi coloniali del passato, se non che una dose maggiore di minacciosa arroganza nei confronti delle Nazioni e di stupidità politica, dovute entrambi ad una cecità congenita, intrinseca al deviato concetto messianico talmudico. (Nota di Redazione)

10 - Il governo Sharon vieta alle delegazioni di incontrare Arafat

Medio Oriente, nessuno può incontrare Arafat

Capi di Stato e ministri degli Esteri tentano di far riprendere la via del dialogo a israeliani e palestinesi. Ma Sharon 'blinda' Arafat "fino a quando non avremo qualcuno da parte palestinese con cui negoziare"

Il governo israeliano non intende infrangere l'isolamento imposto ad Arafat. Non permetterà a nessuna delegazione, europea e non, di incontrarlo. Così ha risposto a Solana e Piqué, volati in Medio Oriente in rappresentanza dei 15 paesi dell'Ue e intenzionati a promuovere una negoziazione "ad alto livello". Così ha risposto ad Anthony Zinni, l'americano tornato da quelle parti per conto degli Usa nel tentativo di ripristinare il cessate il fuoco: non potrà incontrare il leader palestinese. Non è andata meglio per i gruppetti di pacifisti italiani giunti a Tel Aviv e rispediti subito a casa.

Nessun rappresentante straniero, ha detto il ministro dell'Interno israeliano Eli Ishai, potrà incontrarlo. Quello di Arafat è un isolamento "limitato nel tempo- ha assicurato- fino a quando non avremo qualcuno da parte palestinese con cui negoziare". E un alto rappresentante del governo Sharon- che ha chiesto l'anonimato- ha dichiarato alla "France press" che "l'unico scopo dell'Europa è quello di dare ad Arafat una ribalta pubblica e questo noi non lo permetteremo". E' proprio questo irrigidimento ad avere escluso dalla missione di pace il premier spagnolo Aznar, presidente di turno dell'Ue. Anche a lui Sharon ha posto il veto.

Diventa dunque sempre più difficile la via diplomatica, mentre da numerosi paesi arrivano pressanti appelli al primo ministro Sharon perche' la situazione in Israele e nei Territori non degeneri ulteriormente, dopo l'escalation di sangue e violenza che ha segnato l'ultimo fine settimana di marzo, che ha coinciso con la più grande festività dei cattolici. Il Papa, nella domenica di Pasqua, aveva chiesto che "alle denunce seguano atti concreti di solidarieta', che aiutino tutti a ritrovare il mututo rispetto e il leale negoziato".

Alle accorate parole del Pontefice, che chiedeva al mondo politico di abbandonare l'inerzia delle denunce, si sono aggiunti però ancora appelli. Dei ministri degli Esteri francese e tedesco, Hubert Vedrine e Joschka Fischer; che hanno parlato a lungo, per telefono, sul Medio Oriente, concordando fra l'altro sulla "assoluta necessita' di garantire la sicurezza di Arafat, ma anche di consentire la normale attivita' della autorita' palestinese" e mettere in atto al piu' presto le misure proposte dal mediatore americano Anthony Zinni. Del presidente francese, Jacques Chirac, il quale ha detto di augurarsi che la vita di Arafat non sia in pericolo: "E' ancora l'unico che puo' negoziare con Israele" ha aggiunto. Appelli ancora dai ministri degli esteri di Cina e Giappone, che hanno telefonato al ministro degli esteri Shimon Peres per esprimere la loro preoccupazione, mentre il re del Marocco, Mohammed, ha avuto un colloquio telefonico con Peres.

Arabia Saudita,Giordania ed Emirati Arabi Uniti hanno fatto a loro volta passi diplomatici. In particolare, la Giordania ha convocato l'ambasciatore israeliano per trasmettergli una protesta. Il ministero degli esteri turco ha avuto contatti con Stati Uniti, Israele e Palestina sulla necessita' di garantire la sicurezza di Arafat. Speranze anche dall'Unione Europea, che, tramite il rappresentante per la politica estera, Javier Solana, ha proposto un "incontro diretto" tra Arafat, rappresentanti della Ue, delle Nazioni unite e della Russia.

Pubblicato il 4 aprile 2002 dal TG-RAI news

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