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Anno II, 25 novembre 2007, Comunicato n. 118

 

 

IN QUESTA 118ª EDIZIONE:

  1. Annapolis: Fumo negli occhi

  2. Benedetto XVI: Preghiamo per la Conferenza di Annapolis

  3. Conferenza - Meeting a Milano : Palestina a 60 anni dalla Nakba

  4. I tempi precipitano

  5. Olmert autorizza il rifornimento a Abbas di 50 carri militari di fabbricazione russa

  6. Rapporto del Movimento Internazionale per la Difesa dei Bambini: dal 1991, l'occupazione israeliana ha ucciso 1148 minori palestinesi.

  7. Ariel Sharon dixit

  8. La responsabilità che tutti portiamo


Annapolis: fumo negli occhi

 

Impossibile non vedere, con sguardo ad ampio raggio, la drammaticità nella quale è immerso il mondo intero, abbagliato dalle illusioni quotidiane di cui ci si vorrebbe convincere della bontà e veridicità, e conseguentemente non intuire il grande inganno che ci viene proposto nelle imminenti "trattative di pace" di Annapolis.

 

È doveroso e responsabile impegno il proclamare sempre e comunque che la speranza sia in ogni caso l'ultima a morire, e che si debba sperare e lavorare affinchè anche la più remota possibilità di una soluzione pacifica dei problemi mediorientali giunga ad un punto interessante di progresso ed avanzate prospettive.

Così auspica il Santo Padre, e non potrebbe essere diversamente data la sua posizione; così auspicano coloro che sono stati tirati in ballo in qualche modo in questa fase delle trattative di pace che terranno banco ad Annapolis nei prossimi giorni.

 

Ma quando è Dracula con i suoi accoliti a gestire la banca del sangue, c'è poco da sperare che i beneficiari siano coloro che realmente ne hanno bisogno.

Al di là delle roboanti frasi ad effetto spacciate dai soliti giornalisti telecomandati, è evidente che questo banco di "trattative di pace" sia solo un esile paravento, imbrattato dal sangue della popolazione araba palestinese massacrata negli ultimi sessant'anni, per agitare i pupazzi politicamente accreditati, dietro ai quali continuare a prendere tempo mentre fuori dai riflettori si continua il lento inesorabile stillicidio della gente di Palestina.

L'assedio alla popolazione di Gaza continua, implacabile, determinando un criminale disastro umanitario senza precedenti, con il beneplacido delle Nazioni democratiche, quelle che si scandalizzano per le condanne a morte di pluriomicidi, ma che voltano la testa dall'altra parte mentre "l'unica democrazia mediorientale" prende di mira vecchi, malati, donne e bambini, colpevoli solo di esistere su un lembo di terra già battuto all'asta ed aggiudicato ai coloni bianchi kazari, con i capelli rossi e le lentiggini.

 

Nei Territori Occupati, o in mano alla "Autonomia Palestinese", le cose non vanno diversamente.

Assediati da un doppio cordone di posti di blocco, israeliani e delle milizie di Fatah, i palestinesi, residenti nelle enclavi prigioniere di Muri e cinzioni, non godono di libertà di movimento per recarsi a lavorare o studiare, per gli approvigionamenti alimentari e per le cure mediche.

I coloni li perseguitano e molestano oltre ogni limite, uccidendo bestiame e pastori, danneggiando i giardini e avvelenando i pozzi d'acqua, distruggendo cisterne e infrastrutture, abbattendo le case arabe quando non riescono ad impossessarsene con la violenza.

L'esercito israeliano divertito osserva e vigila che nessun palestinese reagisca.

Se ancora non li hanno eliminati, andatevi a vedere questi video scaricati su YouTube:

Intanto le milizie al guinzaglio di Abbas hanno ormai in dotazione solo armi americane, fornite da Isrele, con le quali sfacciatamente perseguitano il proprio popolo, facendo il lavoro sporco per conto di Tel Aviv.

Ho personalmente assistito all'arresto di giovanotti dissidenti, in canottiera, presi a calci e minacciati con fucili mitragliatori M16, chiusi a forza nei bagagliai delle auto, peggio di animali, e deportati. Le armi che impugnavano i pupilli di Abbas erano nuovissime e fiammanti semiautomatiche USA.

Come i loro leader, sono forti con i deboli e deboli con i forti.

 

In tali condizioni, mentre la strategia coloniale isreliana, sempre foraggiata da un fiume in piena di dollari, stringe sempre più d'assedio gli agglomerati ad alta densità di popolazione palestinese, non abbiamo assistito ad alcuna diminuzione del numero dei check-point, mentre le colonie continuano ad essere consolidate ed allargate.

Nessun allentamento agli impedimenti di movimento tra le diverse enclavi palestinesi.

Nessuna agevolazione alla cura dei casi più disperati che versano in gravi condizioni nelle cliniche palestinesi ormai senza medicinali e attrezzature. E non passa giorno senza registrare nuovi morti per omissione di soccorso.

Nessun incremento nel permesso di importazione di generi alimentari a Gaza, dove i bambini si recano sui banchi di scuola storditi per la fame e senza neppure la carta e i libri. Cibo e carta sono bloccati da Israele al confine, a macerare al sole.

E neppure ai pescatori è permesso gettare le reti là dove il mare sarebbe pescoso, sebbene in acque territoriali palestinesi.

Gerusalemme e tutta la sua periferia sono strettamente in mano sionista, oggi più che mai, mentre il processo di giudaizzazione procede senza sosta.

Addirittura i coloni sono giunti ad occupare la Spianata delle Moschee, mentre dobbiamo assistere impotenti all'arroganza di poliziotti armati israeliani sin dentro l'Edicola del Santo Sepolcro.

 

In questo scenario, in cui Israele la fa da padrona, minacciando ed aggredendo costantemente i suoi vicini, forte della sua tecnologia bellica e di alcune centinaia di testate nucleari già posizionate (molte delle quali puntate sulle principali capitali europee...all'insegna dell'amicizia democraticamente condivisa...), nonchè sicura della subordinazione dei leader arabi e palestinesi oltremodo corrotti, i potentati del mondo si presentano ad Annapolis.

 

Fumo negli occhi. Nient'altro che fumo negli occhi.

 

Sono le grossolane mosse di piccoli anticristi. Di chi sia la coda, che si agita oggi più che mai indisturbata, bisogna essere ciechi per non accorgersene.

Nessuno si illuda che il progetto sionista di conquista, nella sua visione messianica deviata e folle, possa accennare a rallentare.

 

Ogni mezzo passo, che sembra sia fatto a ritroso, è solo per prendere maggior forza e spiccare un balzo per compierne altri due in avanti.

Non sono la pace e la giustizia gli obiettivi di Isrele: non lo sono mai stati. Perchè lo dovrebbero essere ora, che tutto è a loro vantaggio?

 

E dove sarebbero i rappresentanti di quella Palestina, "Entità Nemica", con i quali si dovrebbero realizzare i veri trattati di pace, per stabilire restituzioni di territori e permessi al ritorno dei profughi? Rinchiusi nelle galere israeliane, o in quelle di Abu Mazen Abbas, o nella galera di Gaza, o entro le Mura della vergogna.

E se anche per avventura riuscissero a raggiungere un aeroporto, lì sarebbero bloccati ed impediti.

Perchè questa è la democrazia israeliana: falsa. Falsa come le promesse di pace con cui hanno abbindolato i creduloni, con senso di colpa da shoà, di mezzo mondo.

 

Chi conosce i suoi aeroporti e passaggi di confine sa di cosa parlo. Arroganza oltre ogni limite concepibile.

 

Mi unisco certamente alle preghiere per la pace promosse dal Santo Padre Benedetto XVI, ma esorto anche tutti coloro che abbiano una visione disincantata della reale situazione di Terra Santa, e che siano soprattutto liberi da vincoli diplomatici, a prendere atto che, a dispetto delle "trattative di pace" prospettate, una catastrofe umanitaria di proporzioni enormi è in corso, e che una ben più grave minaccia di morte e distruzione pesa sul capo dell'umanità tutta, e non solo della gente di Terra Santa.

E il momento è talmente grave, la minaccia così grande, le prospettive così devastanti per tutti, come mai fu nel corso della storia umana (data la potenzialità bellica e strategie coordinate a livello globale), che oggi non solo bisogna rigettare decisamente gli incitamenti allo "scontro di civiltà", esternati dagli sconsiderati media di regime che tristemente conosciamo, ma è il momento di fare muro contro il peggior pericolo che il mondo stia oggi affrontando.

 

L'ideologia coloniale, razzista, esclusivista, sionista, è la più perversa e subdola forma di dittatura (perchè esercitata ai danni del mondo intero, anche se spesso per interposte persone...) che il mondo abbia mai conosciuto.

 

 

 

Ricordando che non tutti gli ebrei sono sionisti (anzi, la maggior parte degli ebrei non lo sono), e che non tutti i sionisti sono ebrei (la maggioranza che sostiene il sionismo si spaccia per "cristiana").

 

 

 

È questo il momento per una sincera cooperazione tra tutte le forze, tra tutti gli uomini e donne di buona volontà, indipendentemente dalla loro collocazione, colorazione, tradizione, politica, confessione, fede o non fede, per fronteggiare un'emergenza: lo strapotere del colonialismo israeliano sionista, che sta sterminando fisicamente e spiritualmente l'identità dei fratelli arabi di Terra Santa, e corrompendo l'anima dei popoli del mondo intero.

 

Non è questo il momento delle polemiche e dei particolarismi.

 

Ciascuno di noi, pur restando fedele ai propri principi morali, alle proprie battaglie etiche, alla propria fede religiosa, al proprio ideale politico, è chiamato a prendere posizione apertamente contro la perfidia strategica sionista.

Solo fianco a fianco, unendo voce a voce, potremo far sentire forte l'urlo di dolore di chi soffre ed il grido di denuncia nei confronti dei crimini impuniti commessi da Israele.

Sono sessant'anni che Israele commette nefandezze e crimini contro l'umanità: impunita.

 

Sono solo di poco più di un anno fa gli omicidi orrendi del Libano, con i suoi oltre mille morti, devastazione delle infrastrutture, semina di milioni di bombe antiuomo (antibambino) a conflitto terminato. E tutt'ora il registro è lo stesso a Gaza e in Cisgiordania come a Gerusalemme.

 

Abbiamo già dimenticato? Bisogna solo e sempre ricordare gli olocausti che fanno comodo, quelli di sessant'anni e più fa?

Non è l'attitudine al perdono che ci manchi, ma l'intolleranza alla presa costante per i fondelli, che ci urta.

 

Ognuno di noi è una goccia, forse un bicchiere, o magari un secchio pieno d'acqua, che isolato non avrà mai la forza necessaria. Solo insieme potremo essere un'onda d'urto e sperare che il fragore creato raggiunga altre gocce d'acqua, che si uniscano per formare altre onde.

Molte onde avranno forse la forza di cancellare i castelli di sabbia costruiti sulla mollezza della nostra inazione.

 

Indubbiamente la forza dell'oppressore in kippa sta nella potenza di fuoco delle sue armi. Ma ciò che permette loro di usare tali armi con disinvoltura è la divisione del movimento d'opposizione al colonialismo sionista ed al mare di menzogne e falsi storici con cui ci inondano giorno e notte.

 

Quello che dobbiamo maggiormente sviluppare è la nostra collaborazione e condivisione.

Collaborazione a non farci strumentalizzare ed isolare, ognuno nel proprio ghetto politico e culturale.

Condivisione dell'informazione, indipendentemente dalla fonte politica o confessionale da cui proviene.

Il momento è grave e non ci si può permettere il lusso di sprecare o mancare occasioni.

 

Il prossimo giovedì 29 novembre ci sarà a Milano un'incontro tra rappresentanti di diverse realtà per consolidare le Nazioni Unite per la Palestina e per ricordare i 60 anni dalla Nakba. Saranno presenti rappresentanti della cristianità Ortodossa palestinese, della cattolicità internazionale (sperando nella presenza a sorpresa di qualche esponente in particolare legato alla missione di Terra Santa...), a fianco di esponenti del mondo islamico ed ebraico anti-sionista, come pure saranno presenti vari rappresentanti politici e testimoni diretti di quel che succede in Palestina.

Non si tratta di un incontro ecumenico, e non vengono messe in questa sede in discussione le proprie fedi e convinzioni, ma semplicemente ci si incontra per capire, per conoscersi, per coordinare meglio informazione e contro-informazione sul grande inganno di Annapolis, per chiedere la fine dell'occupazione della Terra Santa da parte di un esercito senza onore. Qualsiasi intervento sarà utile ed apprezzato per meglio intendere i termini del conflitto e le migliori strategie per impedire il peggio.

 

Moderatrice ed ispiratrice di questo meeting è Angela Lano, Direttrice dell'Agenzia di Stampa InfoPal, persona della cui correttezza e professionalità sono certo.

 

Se puoi partecipa. Partecipa se sai e avresti qualcosa da dire. Partecipa se non sai e avresti molte cose da conoscere.

È un'occasione da non perdere e può essere l'inizio di un vero fronte anti-sionista anche in Italia, che sappia inserirsi a fianco delle altre forze anti-sioniste internazionali, che sappia superare le barricate ed i limiti che una politica nazionale becera vorrebbe imporci.

Almeno non potremo dire di non averci provato.

 

Filippo Fortunato Pilato

 

Benedetto XVI: Preghiamo per la Conferenza di Annapolis

Terrasanta.net Città del Vaticano, 26 novembre 2007

Nell'Angelus pronunciato ieri in piazza San Pietro dopo la solenne Messa che ha concluso il concistoro per la nomina di 23 nuovi cardinali, Papa Benedetto XVI ha rivolto il pensiero all'imminente conferenza di pace sul Medio Oriente invitando tutti a pregare: «Martedì prossimo, ad Annapolis, negli Stati Uniti, israeliani e palestinesi, con l'aiuto della comunità internazionale, intendono rilanciare il processo negoziale per trovare una soluzione giusta e definitiva al conflitto che da sessant'anni insanguina la Terra Santa e tante lacrime e sofferenze ha provocato nei due popoli. Vi chiedo di unirvi alla Giornata di preghiera indetta per oggi dalla Conferenza episcopale degli Stati Uniti d'America per implorare dallo Spirito di Dio la pace per quella regione a noi tanto cara e i doni della saggezza e del coraggio per tutti i protagonisti dell'importante incontro».

Parole altrettanto accorate il rappresentante della Santa Sede presso le Nazioni Unite, mons. Celestino Migliore, aveva pronunciato l'8 novembre scorso a New York, intervenendo nel dibattito sulle attività dell'Agenzia Onu che si occupa dei rifugiati palestinesi in Medio Oriente (Unrwa): «La Santa Sede spera - aveva detto Migliore in un passaggio del suo breve discorso - che la conferenza internazionale in programma per fine mese possa condurre il processo di pace verso questo obbiettivo (la costituzione di due Stati in Terra Santa) e verso la definizione di un realistico accordo che le parti siano poi determinate ad applicare. Sappiamo tutti che è più facile dirlo che farlo. I ripetuti atti di ingiustizia e violenza che si sono assommati l'uno all'altro nel corso di decenni hanno prodotto recriminazioni e rabbia profondamente radicati nell'animo delle popolazioni di quell'area. In una condizione di allarme costante e angoscia permanente i popoli finiscono per formare comunità che si isolano le une dalle altre. Un simile stato di cose è antitetico a quella costruzione di relazioni e di reciproca fiducia che sono necessarie in ogni processo di pace e di coesistenza pacifica. La mia delegazione incoraggia i gruppi in seno alla società civile israeliana e palestinese che, condividendo le medesime sconfitte e paure, si aprano l'una all'altra per ricevere e offrire perdono e riconciliazione».

Su invito del governo degli Stati Uniti, anche la Santa Sede invierà una delegazione alla Conferenza che si apre domani nel Maryland. 

http://www.terrasanta.net/terrasanta/att_det.jsp?wi_number=902&wi_codseq=

 


 

I tempi precipitano

di Maurizio Blondet per www.effedieffe.com  

22/11/2007

L'Università del Maryland ha diverse filiali in Europa: sotto contratto col Pentagono, fornisce corsi e lezioni per i militari americani all'estero.
 Qualche giorno fa un professore di questa università, dall'Europa, ha scritto al collega Eric Alterman, docente d'inglese e giornalismo alla City University di New York.
 Eccola (1):
 «Ti scrivo per informarti di qualcosa di molto inquietante. Lo scorso fine-settimana abbiamo avuto un incontro di facoltà di tutti i professori europei nella nostra centrale di Heidelberg in Germania. In questo incontro ci è stato detto che i contratti per l'istruzione dei militari della University of Maryland saranno presto estesi ad Iraq, Turkmenistan, Uzbekistan, Gibuti ed altre località in Africa e Medio Oriente. Ma ciò che è stato stupefacente è che ci hanno detto di prepararci a un concorso per programmi educativi in Iran e Siria e - strano a dirsi - in Francia (dove non abbiamo presenze [militari] da quando il Paese uscì dalla NATO nel 1967, forse un piacere del nuovo governo conservatore di Sarkozy). Dobbiamo preparare l'offerta per la fine di novembre.
 'Questo è davvero sinistro. L'Università del Maryland segue le truppe nel mondo. Dunque è chiaro che i preparativi per un'occupazione di diversi Paesi del Medio Oriente non sono soltanto discussi, ma ormai messi in atto».
 «Stiamo per occupare anche Iran e Siria?», si chiede Alterman.
 La domanda va ampliata: che cosa non conta di occupare la Casa Bianca?
 E con quali mezzi?
 Impantanata in Afghanistan ed Iraq, l'Amministrazione ha ventilato pochi giorni fa un intervento in Pakistan per mettere al sicuro le testate atomiche di quel Paese, se esso cadesse nelle mani di un regime fondamentalista.
 Secondo il New York Times di lunedì, sono in corso piani per dispiegare forze speciali USA nelle regioni di frontiera pakistane allo scopo - si dice - di addestrare milizie locali da lanciare contro le milizie sostenute dai Talebani ed «Al Qaeda».
 La fonte militare ha detto al New York Times: «Contiamo di espandere la presenza di istruttori in Pakistan, di finanziare una separata forza paramilitare che fino ad ora si è mostrata inefficiente, e pagare milizie che hanno accettato di combattere Al Qaeda e militanti stranieri».
 Ciò allo scopo apparente - o con la scusa - di salvare il pericolante regime militare pakistano, di cui gli USA hanno più bisogno che mai nell'ampliarsi incontrollabile dell'area di instabilità, da loro stessi provocata.
 Guerra, guerra, guerra.
 E' la sola soluzione a cui Washington sembra capace di pensare: e ciò mentre l'America precipita in una recessione storica tipo '29, il dollaro è ai minimi e cadrà ancora, il greggio a 100 dollari il barile, le sue banche rivelano ogni giorno nuovi buchi da subprime, milioni di americani stanno perdendo la casa perché non pagano i mutui, crolla Wall Street, Goldman Sachs prevede una restrizione mondiale del credito pari a 2 mila miliardi di dollari, i generi alimentari rincarano e scarseggiano nel mondo - insomma tutti i sintomi di una crisi sistemica globale spaventosa convergono contemporaneamente verso il peggio.
 Afghanistan, Iraq, Siria ed Iran… e non dimentichiamo, la NATO si prepara a rafforzare il controllo sul Kossovo del Nord in preparazione alla dichiarazione d'indipendenza unilaterale che il Kossovo stesso proclamerà il 10 dicembre: ciò che metterà le forze europee in rotta di collisione diretta con la Russia, protettrice della Serbia.
 Guerra guerra e poi altra guerra.
 Senza mezzi, senza denaro (l'America vive a credito dei Paesi esportatori, Cina in testa).
 C'è un progetto in questa follia?
 Un altissimo funzionario europeo sentito da Dedefensa (2) al ritorno da Washington, vi ha trovato «una situazione di completa anarchia molto educata e che si presenta bene (sic). Il potere è frammentato in centri multipli, ciascuno dei quali si occupa dei suoi piccoli affari immediati. E' quasi impossibile avere presa su qualcosa che dia l'impressione di controllare la situazione, la decisione l'azione. Non c'è più niente che possa essere identificato come 'lo Stato' ».
 E' così?
 Agghiacciante.
 Non c'è testa a Washington?
 Anche Justin Raimondo parla di «un vuoto morale» in cui paiono agitarsi solo le centrali neocon, dall'American Enterprise alla Brookings Institution al Weekly Standard di Kagan, tutti i neocon sono attivissimi nel premere per bombardare l'Iran, perché «Israele è in una crisi esistenziale che il mondo non capisce».
 Ari Fleischer, l'ex portavoce della Casa Bianca (ebreo vicino alla setta Lubavitcher), ha fondato un think tank chiamato «Freedom Watch» dove tiene riunioni di «marketing politico», dove personalità neocon cercano le parole giuste per «vendere» agli americani l'attacco all'Iran.
 Da questo centro emanano sondaggi che chiedono: «Quali sentimenti provereste se Hillary Clinton bombardasse l'Iran? Se Bush bombardasse l'Iran? Se Israele bombardasse l'Iran?» (3).
 Valutano e soppesano i «sentimenti» variabili, ma il bombardamento dell'Iran resta fisso.
 In Afghanistan, intanto, secondo i rapporti militari la situazione è giunta a «proporzioni di crisi», coi Talebani che controllano metà del Paese e si avvicinano all'aeroporto di Kabul.
 E ciò mentre l'agenzia umanitaria britannica Oxfam chiede «azione urgente per scongiurare il disastro umanitario»: milioni di afghani sono di fronte «a gravissime difficoltà paragonabili a quelle dell'Africa Sub-Sahariana».
 La Oxfam denuncia che solo una parte microscopica delle spese militari USA in Afghanistan va in aiuti, e quasi tutto in alti salari.
 Ma il Pentagono esige che la presenza NATO in Afghanistan sia rafforzata, e che gli alleati mandino più uomini: sarà questo il tema imposto al vertice NATO che si terrà in Romania (Romania! Ecco chi l'ha voluta nella UE) l'aprile prossimo.
 Guerra, guerra anche per noi europei: più guerra, all'infinito.
 In Iraq il Pentagono vanta come successo un certo acquietarsi degli assassinii e degli attentati (il 20 novembre, «solo» 24 iracheni uccisi, più sei corpi decomposti ritrovati): una «pacificazione» non difficile da spiegare, tutti i quartieri di Baghdad sono ormai etnicamente o settariamente omogenei, tutti gli sciiti sono stati cacciati dai quartieri sunniti (o uccisi) e viceversa; quattro milioni di iracheni sono profughi in Siria e Giordania, dunque scarseggia la materia prima per la morte.
 A Gaza, è morto Nael al-Kordi, 21 anni: malato di cancro, aveva chiesto a giugno agli aguzzini israeliani il permesso di espatriare in Egitto per farsi curare.
 Permesso negato fino ad ieri, fino a che la morte ha liberato il giovane dalla prigione.
 Altri cinque malati di cancro aspettano lo stesso permesso da mesi: Giuda accampa, per il rifiuto, «motivi di sicurezza»: i malati di cancro sono pericolosi per l'esistenza stessa di Israele (4).
 Israele stringe la vite sul suo lager palestinese.
 Ha imposto il coprifuoco in tutti i villaggi della Cisgiordania.
 Ha bloccato l'accesso a Gerusalemme ai fedeli musulmani che vogliono pregare ad Al Aqsa.
 Ha aumentato i posti di blocco - ora sono 700 - che paralizzano il movimento dei palestinesi anche all'interno dei territori.
 Il governo di Gaza (Hamas) ha fatto l'ennesimo apppello al mondo: l'assedio e l'embargo stanno provocando morti per mancanza di medicine e denutrizione, Israele ha bloccato altri progetti umanitari internazionali di «natura economica, umanitaria e vitale».
 Ha ammazzato, solo lunedì, tre palestinesi a Gaza.
 I suoi «coloni» strappano più olivi di prima.
 I suoi soldati picchiano con più lena.
 Hanno fretta.
 I tempi precipitano, evidentemente.
 Forse, s'affrettano perchè le elezioni presidenziali americane si avvicinano a gran passi: hanno fretta di far trovare al nuovo presidente il fatto compiuto di una guerra ampliata ad Iran e Siria, e forse al Libano?
 Hanno fretta di entrare nella terza guerra mondiale auspicata da Bush prima che la popolazione americana, consapevole delle conseguenze economiche, sociali e sanitarie dei conflitti già in corso, si ribelli e precipiti il Paese nel disordine?
 Forse.
 Ma c'è una data più vicina che può giustificare la fretta: quella del crollo del sistema americano a capitalismo globale e senza limiti.
 Entro febbraio (da qui a tre mesi) l'istituto francese Europe 2020 (5) prevede la bancarotta di «almeno una grande istituzione finanziaria americana» che trascinerà con sé, per effetto domino, i fallimenti di «altre banche, in Gran Bretagna ed Asia particolarmente, Cina, Giappone»: sta per aprirsi un «buco nero finanziario» che ingoierà intere economie, spargendo il panico e poi la depressione.
 Si aggiunga che le riserve alimentari mondiali sono al livello più basso della storia.
 Effetto collaterale del liberismo globale: i prezzi pagati agli agricoltori si abbassano, mentre i prezzi ai consumatori sono in aumento vertiginoso, e questo provoca la fuga dai campi dei contadini, specie nel terzo mondo, dove i contadini sono due miliardi e più (6).
 E se fosse proprio questo lo scopo ultimo dell'assurda, folle moltiplicazione dei conflitti e delle instabilità?
 Ossia: se tutto mirasse ad una riduzione tragica della popolazione mondiale?
 Con la fame e la guerra? (7)
 Nel 2003, in «Dopo l'impero», il sociologo Emmanuel Todd prevedeva qualcosa del genere: la dissoluzione dell'impero americano ha pianificato anche la rovina del mondo, il capitalismo globale fallito, vuol cadere - come Sansone - con tutti i filistei.
 Ecco cosa scrisse Todd di questo impero che sopravvive e guerreggia a credito: «Il movimento di denaro concepito dai privilegiati della periferia dell'impero [i ricchi di Cina, Arabia, India, Europa] come un investimento di capitale, per gli americani si trasforma in segni monetari che servono al consumo corrente di beni acquistati nel mondo. L'investimento di capitale dovrà quindi essere, in un modo o nell'altro, vaporizzato. Non sappiamo ancora a che ritmo gli investitori europei, giapponesi ed altri si troveranno spennati, ma accadrà. La cosa più verosimile è un panico borsistico di un'ampiezza mai vista, seguito da un crollo del dollaro, concatenamento che avrebbe l'effetto di mettere termine allo status imperiale degli Stati Uniti […]. L'implosione del meccanismo sarà così sorprendente quanto lo è stato il suo emergere».
 Ecco perché a Washington non si pensa al futuro, al costo umano e finanziario delle guerre ulteriori e decise.
 Sanno che non pagheranno mai i loro debiti.
 Sanno di non avere futuro.
 E non permetteranno a noi di averne uno.
 
 Maurizio Blondet
 http://www.effedieffe.com/interventizeta.php?id=2430&parametro=esteri
 
 Note
 1) Eric Alterman, «Are we going to occupy Iran and Syria too?», Globalresearch, 18 novembre 2007.
 2) «The warlords of Washington», Dedefensa, 20 novembre 2007.
 3) «Ari Fleischer's Freedom's Watch Involved In 'Marketing Sessions' To 'Sell' Iran War», ThinkProgress, 20 novembre 2007.
 4) «Israel to heart patient: go to die in Gaza», e «Israel increases restriction on Palestinians», Uruknet, 20 novembre 2007.
 5) «Les banques mondiales aspirées dans le 'trou noir' de la crise financière: Les quatre facteurs déclencheurs d'une grande faillite bancaire», Europe 2020, 15 novembre 2007.
 6) Dirk Barrez, «Pourquoi les prix de la nourriture augmentent», Réseau Voltaire, 5 novembre 2007.
 7) Nel maggio 2005 una ex ricercatrice della NASA, Renèe Welch, ha sostenuto di aver avuto conoscenza fin dagli anni '80, da membri della famiglia bin Laden, di un piano per la riduzione della popolazione attraverso una guerra globale da innescare con un mega-attentato false flag, come l'11 settembre. Il piano si chiamerebbe «Global Cleanse 2000», Pulizia Globale (citato da Roberto Quaglia, «Il mito dell'11 settembre», Gassino Torinese, 2007, pagina 238).

 
 
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 Olmert autorizza il rifornimento a Abbas di 50 carri militari di fabbricazione russa

 21-11-2007 Tel Aviv
 

 Il primo ministro israeliano Ehud Olmert ha autorizzato il rifornimento di 50 carri militari di fabbricazione russa alle forze palestinesi di Mahmoud Abbas. Serviranno per combattere il “terrorismo” e saranno dispiegate a Nablus.
 
 Fonti israeliane hanno dichiarato che il ministro della difesa ha bloccato le operazioni di arresti nella città di Nablus per tranquillizzare il clima prima della conferenza di Annapolis e per dare all’esercito di Abbas la possibilità di dimostrare le proprie capacità di affrontare il “terrorismo palestinese”.
 
 Secondo i responsabili israeliani, Olmert ha accettato anche di far entrare 1000 fucili e 2 milioni di pallottole alle forze di Abbas.
 Da parte loro, le forze di sicurezza israeliane hanno espresso il timore che i carri possano finire in mano di Hamas, del Jihad Islamico o di altre fazioni della resistenza, e hanno aggiunto che Hamas ha messo le mani su una grande quantità di armi in possesso delle forze di sicurezza di Abbas donate dall’America e da altri Paesi.
 
 Il giornale israeliano Haaretz, nel suo numero di oggi, ha riferito che la direzione centrale dell’esercito israeliano, ieri l’altro, ha avviato addestramenti.
 
 Tali addestramenti hanno simulato scenari sulla possibilità che la situazione in Cisgiordania cambi, tra cui quella che Hamas possa prendere il controllo della Cisgiordania, che possano essere attaccate le colonie israeliane, e come opporsi a un eventuale scoppio di una grande Intifada in Cisgiordania.
 http://www.infopal.it/testidet.php?id=6858

 


 
 Rapporto del Movimento Internazionale per la Difesa dei Bambini:

 dal 1991, l'occupazione israeliana ha ucciso 1148 minori palestinesi.
 
 
23-11-2007 Ramallah
 
 
 Un rapporto del Movimento Internazionale per la Difesa dei Bambini, sezione Palestina, in occasione del diciottesimo anniversario dell’accordo sui diritti internazionali dell'Infanzia, ha dichiarato che l’occupazione israeliana ha violato tale accordo e che dal 1991 si è resa responsabile dell’uccisione di 1148 bambini, di cui 899 durante l’Intifada di al-Aqsa.
 
 
 Nel suo rapporto, di cui il corrispondente di Infopal.it ha ricevuto copia, il Movimento afferma che, in aggiunta alle evidenti violazioni dei diritti alla vita, Israele ha violato tutti gli altri contenuti nel documento dell’accordo, come il diritto alla non discriminazione, il diritto a un livello sanitario e di vita idoneo, il diritto all’istruzione e il diritto alla protezione durante gli scontri armati.
 
 
 Si afferma poi che le autorità di occupazione utilizzano ancora la tortura e altri metodi crudeli per punire duramente i bambini palestinesi, e che li privano dalla loro libertà con la violenza. Durante l’anno in corso, spiega il rapporto, le forze di occupazione hanno arrestato centinaia di minori, di cui 340 sono ancora in prigione.
 
 
 Il Movimento ha anche dichiarato che da quando ha occupato i territori palestinesi, Israele prosegue con la violazione dei diritti dell'infanzia: si tratta di violazioni civili, politiche, economiche, sociali e culturali, che durante la seconda Intifada sono divenute più frequenti di prima. D’altra parte, secondo il rapporto, il fatto stesso che esse proseguano ininterrotte va considerato come una dimostrazione che gli Stati firmatari dell’accordo non hanno intenzione, in base alle loro responsabilità individuali e collettive, di fare pressioni su una parte che non rispetta l’accordo.
 
 
 Violazioni della legge internazionale
 
 
 La comunità internazionale e i suoi organi, che controllano l’applicazione degli accordi internazionali per i diritti umani, hanno confermato la validità di questi ultimi anche nei casi di lotta armata e di occupazione.
 
 
 Il rapporto precisa che Israele è giuridicamente e moralmente costretto ad applicare gli accordi internazionali nelle zone occupate e ha invitato a premere sul governo di occupazione per obbligarlo a rispettare la legge internazionale e a porre fine alle violazioni dei diritti del bambino palestinese. Viene inoltre chiesto all’Autorità Nazionale israeliana di garantire la protezione necessaria.
 
 
 Nello stesso contesto, il movimento internazionale ha confermato che gli stati firmatari dell’accordo non hanno rispettato i loro impegni prendendo le misure necessarie nei confronti di Israele, Stato che viola l’accordo; in aggiunta, si riconosce che la comunità internazionale non ha dato l’aiuto necessario all’Autorità Palestinese per aiutarla a far valere i suoi diritti, e che anzi ha premuto su di essa sospendendo gli aiuti umanitari, e rendendo i bambini palestinesi vittime delle decisioni politiche.

 http://www.infopal.it/testidet.php?id=6886

 
 
 "Se avessi saputo che era possibile salvare tutti i bambini della Germania trasportandoli in Inghilterra, e soltanto la metà trasferendoli nella terra d’Israele, avrei scelto la seconda soluzione, a noi non interessa soltanto il numero di questi bambini ma il calcolo storico del popolo d’Israele”.
 -- David Ben-Gurion (Citato a pp 855-56 in Ben-Gurion di Shabtai Teveth).


 Ariel Sharon, Primo Ministro d’Israele, dixit:
 
 
"E’ dovere dei dirigenti d’Israele spiegare all’opinione pubblica, chiaramente e coraggiosamente, un certo numero di fatti che col tempo sono stati dimenticati. Il primo di questi è che non c’è sionismo, colonizzazione, o Stato Ebraico senza lo sradicamento degli arabi e l’espropriazione delle loro terre.”
 -- Ariel Sharon, Ministro degli esteri d’Israele, parlando ad una riunione di militanti del partito di estrema destra Tsomet, Agenzia France Presse, 15 novembre 1998.
 
 "Tutti devono muoversi, correre e prendere quante più cime di colline (palestinesi) possibile in modo da allargare gli insediamenti (ebraici) perché tutto quello che prenderemo ora sarà nostro... Tutto quello che non prenderemo andrà a loro.”
 -- Ariel Sharon, Ministro degli esteri d’Israele, aprendo un incontro del partito Tsomet Party, Agenzia France Presse, 15 novembre 1998.
 
 “Ogni volta che facciamo qualcosa tu mi dici che l’America farà questo o quello…devo dirti qualcosa molto chiaramente: Non preoccuparti della pressione americana su Israele. Noi , il popolo ebraico, controlliamo l’America, e gli americani lo sanno.”
 -- Ariel Sharon, Primo Ministro d’Israele, 31 ottobre 2001, risposta a Shimon Peres, come riportato in un programma della radio Kol Yisrael.
 
 "Israele può avere il diritto di mettere altri sotto processo, ma certamente nessuno ha il diritto di mettere sotto processo il popolo ebraico e lo Stato d’Israele.”
 -- Ariel Sharon, Primo Ministro d’Israele, 25 marzo 2001 citato dalla BBC News Ondine.


 La responsabilità che tutti portiamo
 
 
Joharah Baker,

MIFTAH, 14 Novembre 2007
 
 Quando l'anziano Presidente Yasser Arafat dichiarò uno stato palestinese indipendente il 15 Novembre 1988, è pacifico che non immaginasse una situazione come quella prodottasi ai giorni nostri. Il bagno di sangue a Gaza il 12 Novembre, quando sette Palestinesi sono stati uccisi da altri Palestinesi, è una catastrofe da ogni punto di vista -- una catastrofe così potenzialmente distruttiva che, se averà un seguito, finirà per cancellare tutto ciò per cui i Palestinesi, Arafat o chiunque altro, hanno combattuto.
 
 Lunedì 12 Novembre, migliaia di sostenitori di Fatah sono convenuti nelle strade di Gaza per il terzo anniversario della morte del Presidente Arafat. L'anniversario, alla vigilia, è una giornata che nessuno Palestinese può trascurare, che sia stato d'accordo con le posizion di Arafat o meno. Il "padre della rivoluzione palestinese" Yasser Arafat fu, ed evidentemente è ancora, una forza con cui fare i conti. Questo fu chiaro dalla massa di gente radunatasi l'11 Novembre al mausoleo appena inaugurato presso il quartier generale di Ramallah, e dai sostenitori di Fatah che si riunirono per dimostrare in suo nome.
 
 Comunque, il raduno di Lunedì ebbe una tragica svolta quando membri della Forza Esecutiva, una unità di sicurezza affiliata ad Hamas, aprirono il fuoco contro il raduno
nel centro di Gaza. FE, che è la forza armata agli ordini del deposto ministro degli interni, più tardi ha dichiarato che stavano reagendo ad atti ostili dei dimostranti di Hamas che li bersagliavano con sassi e sparavano contro di loro con armi silenziate. Secondo funzionari di Hamas, Fatah non si era attenuta ai termini dell'accordo per il mantenimento della legge e dell'ordine. Piuttosto, hanno scandito slogan incendiari e provocatori contro Hamas e hanno esibito un comportamento aggressivo verso le forze di sicurezza.
 
 Che queste siano accuse basate su fatti o meno, niente giustifca l'uccisione di sette persone, tra cui un bambino di 12 anni e il ferimento di altre 100. Il fatto stesso che la Forza Esecutiva si è assegnata il diritto di prendersi le vite di altri Palestinesi nelle strade di Gaza per commemorare il leader che ha lungamente rappresentato la causa è inaccettabile e ingiustificabile.
 
 Oggi la Striscia di Gaza è in lutto e le famiglie continuano a seppellire i propri morti. I Palestinesi sono un popolo che conosce la morte e la tragedia per averle vista in faccia anche troppo bene, essendo stati scacciati dalle loro case e gettati fuori dal loro paese come rifugiati nel 1948 e nel 1967, mentre quelli che rimanevano dovevano vivere sono una occupazione militare estremamente oppressiva. Centinaia di migliaia di madri e padri palestinesi hanno seppellito i loro figli e le loro figlie, uccisi dalle forze israeliane perché ogni espressione di resistenza contro la loro occupazione rappresenta una minaccia alle fondamenta su cui Israele è stato creato.
 
 Inoltre, gli eventi di due giorni fa a Gaza rappresentano una tendenza altrettanto se non più sinistra di un'occupazione nemica. Le morti e i ferimenti inflitti a quei dimostranti indicano le profondità dello scisma che divide in due la società palestinese.
 
 Ancora, cogliamo il paradosso. Domani, 15 Novembre, è il 19mo anniversario del discorso di Yasser Arafat ad Algeri presso il Consiglio Nazionale Palestinese in cui dichiarò lo stato palestinese nella West Bank, nella Striscia di Gaza e a Gerusalemme Est. La dichiarazione giunse meno di un anno dopo l'inizio della prima Intifada nei territori palestinesi, e tutti i Palestinesi concepirono grandi speranze per una soluzione finale. Arafat coniò la famosa frase secondo cui allo stato palestinese mancava solo "un quarto d'ora ancora" ed il "lancio di un altro sasso".
 

 Quelle false speranze si sono da molto tempo ridimensionate nei cuori dei Palestinesi. Che si sia Palestinesi che rimasero a fianco di Arafat fino alla fine o che lo si consideri responsabile del deragliamento chiamato Accordi di Oslo, nessuno può negare che il carnaio e la devastazione di oggi non fossero parte dei piani del leader.
 
 La questione ora è fermare la follia e in qualche modo liberarsi del cattivo sangue che si è accumulato tra Hamas e Fatah. Intanto, questa situazione di Gaza, da tutte le angolazioni pratiche, isolata com'è dalla West Bank, deve cessare perché più dura e più le animosità incancreniranno. Il deposto governo di Hamas sta già manifestando segni di mania, vivendo in un proprio mondo allucinato di controllo assoluto, dove ogni cosa è giustificata se lo scopo è mantenere salde nelle proprie mani le redini del potere.
 
 Frattanto, il governo della West Bank sotto il Presidente Abbas sta vivendo anch'esso nel suo mondo di fantasia. Abbas e compagnia non possono credere nemmeno per un istante che potranno godere di un oncia di successo fino a che Gaza continua ad essere un terreno di incitamento alla lotta intestina, che tra l'altro si sta trasferendo alla West Bank giorno dopo giorno. Prima che questo governo ponga tutte le sue uove in un unico paniere (ad Annapolis), dovrebbe rimettere ordine nella sua casa diroccata, qualunque cosa ciò significhi. Questo significa che quando il deposto primo ministro di Hamas Ismail Haniye invita al dialogo "tra fratelli", anche se il suo controverso collega Mahmoud Zahhar proclama la "conquista della West Bank", il governo non dovrebbe accantonare subito l'offerta.
 
 Tuttavia il valore della vita umana deve sempre venire al primo posto, il che significa che Hamas ha una responsabilità morale nel rivalutare le sue azioni nella Striscia di Gaza. Le vite che sono state distrutte non torneranno indietro, ma devono essere prese misure che assicurino il non ripetersi di una tragedia come questa. Se Hamas insiste che è capace di tenere Gaza con un pugno di ferro ma equo, deve darne prova. Aprire il fuoco contro i dimostranti -- indipendentemente che vi sia stata provocazione o meno -- non suggerisce un'idea di autorità, ma di spietata tirannide.
 
 Anche la gente ha la responsabilità di far sentire la propria voce. Una volta che ci volgiamo l'uno contro l'altro, chiamandoci con nomi che una volta riservavamo al nostro peggior nemico, il viaggio verso la distruzione della nazione è già cominciato. Se i nostri leader sono troppo ciechi nei loro programmi e nelle loro avide aspirazioni, noi non dobbiamo esserlo. I leader della nostra rivoluzione -- Yasser Arafat, Abu Ali Mustapha, Khalil Al Wazir, e dozzine di altri -- non avrebbero mai perdonato questa lotta fratricida.
 

 La vera minaccia è sempre davanti a noi. Israele non ha posto fine alla sua occupazione, non ha abbattuto il muro e non ha smantellato gli insediamenti. I nostri uomini e le nostre donne continuano ad essere arrestati, assassinati, braccati. Uno sguardo dall'alto alla West Bank, cosparsa di insediamenti ebraici e tagliata a fette da un muro alto nove metri, dovrebbe farci capire che il nostro lavoro non è finito, e che ogni distrazione ci costerà cara.
 
 
 Joharah Baker è un'autrice di Media and Information Programme at the Palestinian Initiative for the Promotion of Global Dialogue and Democracy (MIFTAH). Può essere contattata a @miftah.org.
 
 Fonte: MIFTAH
 
 Tradotto dall'inglese da Gianluca Bifolchi
 http://achtungbanditen.splinder.com/tag/palestina
 

 

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