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Anno II, 25 novembre 2007, Comunicato
n. 118
IN QUESTA 118ª EDIZIONE:
-
Annapolis: Fumo negli occhi
-
Benedetto XVI: Preghiamo per la Conferenza di
Annapolis
-
Conferenza - Meeting a Milano : Palestina a 60 anni
dalla Nakba
-
-
Olmert autorizza il rifornimento a Abbas di 50 carri
militari di fabbricazione russa
-
Rapporto del Movimento Internazionale per la Difesa
dei Bambini: dal 1991, l'occupazione israeliana ha
ucciso 1148 minori palestinesi.
La responsabilità che tutti
portiamo
Annapolis: fumo
negli occhi
Impossibile non
vedere, con sguardo ad ampio raggio, la
drammaticità nella quale è
immerso
il mondo intero, abbagliato dalle illusioni quotidiane
di cui ci si vorrebbe convincere della bontà e
veridicità, e conseguentemente non intuire il grande
inganno che ci viene proposto nelle
imminenti "trattative di pace" di Annapolis.
È doveroso e
responsabile impegno il proclamare sempre e
comunque che la speranza sia in ogni caso l'ultima a
morire, e che si debba sperare e lavorare affinchè
anche la più remota possibilità di una soluzione
pacifica dei problemi mediorientali giunga ad un punto
interessante di progresso ed avanzate prospettive.
Così auspica il Santo
Padre, e non potrebbe essere diversamente data la sua
posizione; così auspicano coloro che sono stati tirati
in ballo in qualche modo in questa fase delle
trattative di pace che terranno banco ad Annapolis nei
prossimi giorni.
Ma quando è
Dracula con i suoi accoliti a gestire la banca del
sangue, c'è poco da sperare che i
beneficiari siano coloro che realmente ne hanno
bisogno.
Al di là delle roboanti
frasi ad effetto spacciate dai soliti giornalisti
telecomandati, è evidente che questo banco di
"trattative di pace" sia solo un esile
paravento, imbrattato dal sangue della popolazione
araba palestinese massacrata negli ultimi
sessant'anni, per agitare i pupazzi politicamente
accreditati, dietro ai quali continuare a prendere
tempo mentre fuori dai riflettori si continua il lento
inesorabile stillicidio della gente di Palestina.
L'assedio alla
popolazione di Gaza continua, implacabile,
determinando un criminale disastro umanitario senza
precedenti, con il beneplacido delle Nazioni
democratiche, quelle che si scandalizzano per le
condanne a morte di pluriomicidi, ma che voltano la
testa dall'altra parte mentre "l'unica democrazia
mediorientale" prende di mira vecchi, malati, donne e
bambini, colpevoli solo di esistere su un lembo di
terra già battuto all'asta ed aggiudicato ai coloni
bianchi kazari, con i capelli rossi e le lentiggini.
Nei Territori
Occupati, o in mano alla "Autonomia Palestinese",
le cose non vanno diversamente.
Assediati da un doppio
cordone di posti di blocco, israeliani e delle milizie
di Fatah, i palestinesi, residenti nelle enclavi
prigioniere di Muri e cinzioni, non godono di libertà
di movimento per recarsi a lavorare o studiare, per
gli approvigionamenti alimentari e per le cure
mediche.
I coloni li perseguitano
e molestano oltre ogni limite, uccidendo bestiame e
pastori, danneggiando i giardini e avvelenando i pozzi
d'acqua, distruggendo cisterne e infrastrutture,
abbattendo le case arabe quando non riescono ad
impossessarsene con la violenza.
L'esercito israeliano
divertito osserva e vigila che nessun palestinese
reagisca.
Se ancora non li hanno
eliminati, andatevi a vedere questi video scaricati su
YouTube:
Intanto
le milizie al guinzaglio di Abbas hanno ormai
in dotazione solo armi americane, fornite da Isrele,
con le quali sfacciatamente perseguitano il
proprio popolo, facendo il lavoro sporco per conto di
Tel Aviv.
Ho personalmente
assistito all'arresto di giovanotti dissidenti, in
canottiera, presi a calci e minacciati con fucili
mitragliatori M16, chiusi a forza nei bagagliai delle
auto, peggio di animali, e deportati. Le armi che
impugnavano i pupilli di Abbas erano nuovissime e
fiammanti semiautomatiche USA.
Come i loro leader, sono
forti con i deboli e deboli con i forti.
In tali
condizioni, mentre la strategia coloniale
isreliana, sempre foraggiata da un fiume in piena di
dollari, stringe sempre più d'assedio gli agglomerati
ad alta densità di popolazione palestinese, non
abbiamo assistito ad alcuna diminuzione del numero dei
check-point, mentre le colonie continuano ad essere
consolidate ed allargate.
Nessun
allentamento agli impedimenti di movimento
tra le diverse enclavi palestinesi.
Nessuna
agevolazione alla cura dei casi più disperati
che versano in gravi condizioni nelle cliniche
palestinesi ormai senza medicinali e attrezzature. E
non passa giorno senza registrare nuovi morti per
omissione di soccorso.
Nessun
incremento nel permesso di importazione di generi
alimentari a Gaza, dove i bambini si recano
sui banchi di scuola storditi per la fame e senza
neppure la carta e i libri. Cibo e carta sono bloccati
da Israele al confine, a macerare al sole.
E neppure ai
pescatori è permesso gettare le reti là dove
il mare sarebbe pescoso, sebbene in acque territoriali
palestinesi.
Gerusalemme e
tutta la sua periferia sono strettamente in
mano sionista, oggi più che mai, mentre il processo di
giudaizzazione procede senza sosta.
Addirittura i coloni
sono giunti ad occupare la Spianata delle Moschee,
mentre dobbiamo assistere impotenti all'arroganza di
poliziotti armati israeliani sin dentro l'Edicola del
Santo Sepolcro.
In questo
scenario, in cui Israele la fa da padrona,
minacciando ed aggredendo costantemente i suoi vicini,
forte della sua tecnologia bellica e di alcune
centinaia di testate nucleari già posizionate (molte
delle quali puntate sulle principali capitali
europee...all'insegna dell'amicizia democraticamente
condivisa...), nonchè sicura della subordinazione dei
leader arabi e palestinesi oltremodo corrotti, i
potentati del mondo si presentano ad Annapolis.
Fumo negli
occhi. Nient'altro che fumo negli occhi.
Sono le grossolane mosse
di piccoli anticristi. Di chi sia la coda, che si
agita oggi più che mai indisturbata, bisogna essere
ciechi per non accorgersene.
Nessuno si illuda che il
progetto sionista di conquista, nella sua visione
messianica deviata e folle, possa accennare a
rallentare.
Ogni mezzo passo,
che sembra sia fatto a ritroso, è solo per prendere
maggior forza e spiccare un balzo per compierne altri
due in avanti.
Non sono la pace e la
giustizia gli obiettivi di Isrele: non lo sono mai
stati. Perchè lo dovrebbero essere ora, che tutto è a
loro vantaggio?
E dove sarebbero
i rappresentanti di quella Palestina, "Entità Nemica",
con i quali si dovrebbero realizzare i veri trattati
di pace, per stabilire restituzioni di
territori e permessi al ritorno dei profughi?
Rinchiusi nelle galere israeliane, o in quelle di Abu
Mazen Abbas, o nella galera di Gaza, o entro le Mura
della vergogna.
E se anche per avventura
riuscissero a raggiungere un aeroporto, lì sarebbero
bloccati ed impediti.
Perchè questa è la
democrazia israeliana: falsa. Falsa come le promesse
di pace con cui hanno abbindolato i creduloni, con
senso di colpa da shoà, di mezzo mondo.
Chi conosce i
suoi aeroporti e passaggi di confine sa di
cosa parlo. Arroganza oltre ogni limite concepibile.
Mi unisco
certamente alle preghiere per la pace
promosse dal Santo Padre Benedetto XVI, ma esorto
anche tutti coloro che abbiano una visione
disincantata della reale situazione di Terra Santa,
e che siano soprattutto liberi da vincoli diplomatici,
a prendere atto che, a dispetto delle "trattative di
pace" prospettate, una catastrofe umanitaria di
proporzioni enormi è in corso, e che una ben più grave
minaccia di morte e distruzione pesa sul capo
dell'umanità tutta, e non solo della gente di Terra
Santa.
E il momento è
talmente grave, la minaccia così grande, le
prospettive così devastanti per tutti, come mai fu nel
corso della storia umana (data la potenzialità bellica
e strategie coordinate a livello globale), che oggi
non solo bisogna rigettare decisamente gli incitamenti
allo "scontro di civiltà", esternati dagli
sconsiderati media di regime che tristemente
conosciamo, ma è il momento di fare muro contro il
peggior pericolo che il mondo stia oggi affrontando.
L'ideologia
coloniale, razzista, esclusivista, sionista,
è la più perversa e subdola forma
di
dittatura (perchè esercitata ai danni del mondo
intero, anche se spesso per interposte
persone...) che il mondo abbia mai conosciuto.
Ricordando che
non tutti gli ebrei sono sionisti (anzi, la
maggior parte degli ebrei non lo sono), e che
non tutti i sionisti sono ebrei (la
maggioranza che sostiene il sionismo si spaccia per
"cristiana").
È questo il
momento per una sincera cooperazione tra tutte le
forze, tra tutti gli uomini e donne di buona
volontà, indipendentemente dalla loro collocazione,
colorazione, tradizione, politica, confessione, fede o
non fede, per fronteggiare un'emergenza: lo strapotere
del colonialismo israeliano sionista, che sta
sterminando fisicamente e spiritualmente l'identità
dei fratelli arabi di Terra Santa, e corrompendo
l'anima dei popoli del mondo intero.
Non è questo il
momento delle polemiche e dei particolarismi.
Ciascuno di noi,
pur restando fedele ai propri principi
morali, alle proprie battaglie etiche, alla propria
fede religiosa, al proprio ideale politico, è chiamato
a prendere posizione apertamente contro la perfidia
strategica sionista.
Solo fianco a fianco,
unendo voce a voce, potremo far sentire forte l'urlo
di dolore di chi soffre ed il grido di denuncia nei
confronti dei crimini impuniti commessi da Israele.
Sono
sessant'anni che Israele commette nefandezze e crimini
contro l'umanità: impunita.
Sono solo di
poco più di un anno fa gli omicidi orrendi
del Libano, con i suoi oltre mille morti, devastazione
delle infrastrutture, semina di milioni di bombe
antiuomo (antibambino) a conflitto terminato. E
tutt'ora il registro è lo stesso a Gaza e in
Cisgiordania come a Gerusalemme.
Abbiamo già
dimenticato? Bisogna solo e sempre ricordare gli
olocausti che fanno comodo, quelli di sessant'anni e
più fa?
Non è l'attitudine al
perdono che ci manchi, ma l'intolleranza alla presa
costante per i fondelli, che ci urta.
Ognuno
di noi è una goccia, forse un bicchiere, o
magari un
secchio pieno d'acqua, che isolato non avrà mai la
forza necessaria. Solo insieme potremo essere un'onda
d'urto e sperare che il fragore creato raggiunga altre
gocce d'acqua, che si
uniscano per formare altre onde.
Molte onde avranno forse
la forza di cancellare i castelli di sabbia costruiti
sulla mollezza della nostra inazione.
Indubbiamente la
forza dell'oppressore in kippa sta nella
potenza di fuoco delle sue armi. Ma ciò che permette
loro di usare tali armi con disinvoltura è la
divisione del movimento d'opposizione al colonialismo
sionista ed al mare di menzogne e falsi storici con
cui ci inondano giorno e notte.
Quello che
dobbiamo maggiormente sviluppare è la nostra
collaborazione e condivisione.
Collaborazione
a non farci strumentalizzare ed isolare, ognuno nel
proprio ghetto politico e culturale.
Condivisione
dell'informazione, indipendentemente dalla fonte
politica o confessionale da cui proviene.
Il momento è grave e non
ci si può permettere il lusso di sprecare o mancare
occasioni.
Il prossimo
giovedì 29 novembre ci sarà a Milano
un'incontro tra rappresentanti di diverse realtà per
consolidare le Nazioni Unite per la Palestina e per
ricordare i 60 anni dalla Nakba. Saranno presenti
rappresentanti della cristianità Ortodossa
palestinese, della cattolicità internazionale
(sperando nella presenza a sorpresa di qualche
esponente in particolare legato alla missione di Terra
Santa...), a fianco di esponenti del mondo islamico ed
ebraico anti-sionista, come pure saranno presenti
vari rappresentanti politici e testimoni diretti di
quel che succede in Palestina.
Non si tratta di un
incontro ecumenico, e non vengono messe in questa sede
in discussione le proprie fedi e convinzioni, ma
semplicemente ci si incontra per capire, per
conoscersi, per coordinare meglio informazione e
contro-informazione sul grande inganno di Annapolis,
per chiedere la fine dell'occupazione della Terra
Santa da parte di un esercito senza onore. Qualsiasi
intervento sarà utile ed apprezzato per meglio
intendere i termini del conflitto e le migliori
strategie per impedire il peggio.
Moderatrice ed
ispiratrice di questo meeting è Angela Lano,
Direttrice dell'Agenzia di Stampa InfoPal, persona
della cui correttezza e professionalità sono certo.
Se puoi partecipa. Partecipa se sai e
avresti qualcosa da dire. Partecipa se non sai e
avresti molte cose da conoscere.
È un'occasione da non
perdere e può essere l'inizio di un vero fronte
anti-sionista anche in Italia, che sappia inserirsi a
fianco delle altre forze anti-sioniste internazionali,
che sappia superare le barricate ed i limiti che una
politica nazionale becera vorrebbe imporci.
Almeno non potremo dire
di non averci provato.
Benedetto XVI:
Preghiamo per la Conferenza di Annapolis
Terrasanta.net Città del Vaticano,
26 novembre 2007
|
Nell'Angelus pronunciato ieri in
piazza San Pietro dopo la solenne Messa
che ha concluso il concistoro per la
nomina di 23 nuovi cardinali, Papa
Benedetto XVI ha rivolto il pensiero
all'imminente conferenza di pace sul Medio
Oriente invitando tutti a pregare:
«Martedì prossimo, ad Annapolis, negli
Stati Uniti, israeliani e palestinesi, con
l'aiuto della comunità internazionale,
intendono rilanciare il processo negoziale
per trovare una soluzione giusta e
definitiva al conflitto che da
sessant'anni insanguina la Terra Santa e
tante lacrime e sofferenze ha provocato
nei due popoli. Vi chiedo di unirvi alla
Giornata di preghiera indetta per oggi
dalla Conferenza episcopale degli Stati
Uniti d'America per implorare dallo
Spirito di Dio la pace per quella regione
a noi tanto cara e i doni della saggezza e
del coraggio per tutti i protagonisti
dell'importante incontro».
Parole altrettanto accorate il
rappresentante della Santa Sede presso le
Nazioni Unite, mons. Celestino Migliore,
aveva pronunciato l'8 novembre scorso a
New York, intervenendo nel dibattito sulle
attività dell'Agenzia Onu che si occupa
dei rifugiati palestinesi in Medio Oriente
(Unrwa): «La Santa Sede spera - aveva
detto Migliore in un passaggio del suo
breve discorso - che la conferenza
internazionale in programma per fine mese
possa condurre il processo di pace verso
questo obbiettivo (la costituzione di due
Stati in Terra Santa) e verso la
definizione di un realistico accordo che
le parti siano poi determinate ad
applicare. Sappiamo tutti che è più facile
dirlo che farlo. I ripetuti atti di
ingiustizia e violenza che si sono
assommati l'uno all'altro nel corso di
decenni hanno prodotto recriminazioni e
rabbia profondamente radicati nell'animo
delle popolazioni di quell'area. In una
condizione di allarme costante e angoscia
permanente i popoli finiscono per formare
comunità che si isolano le une dalle
altre. Un simile stato di cose è
antitetico a quella costruzione di
relazioni e di reciproca fiducia che sono
necessarie in ogni processo di pace e di
coesistenza pacifica. La mia delegazione
incoraggia i gruppi in seno alla società
civile israeliana e palestinese che,
condividendo le medesime sconfitte e
paure, si aprano l'una all'altra per
ricevere e offrire perdono e
riconciliazione».
Su invito del governo
degli Stati Uniti, anche la Santa Sede
invierà una delegazione alla Conferenza
che si apre domani nel Maryland. |
http://www.terrasanta.net/terrasanta/att_det.jsp?wi_number=902&wi_codseq= |
22/11/2007
L'Università del Maryland ha diverse filiali in
Europa: sotto contratto col Pentagono, fornisce
corsi e lezioni per i militari americani
all'estero.
Qualche giorno fa un professore di questa
università, dall'Europa, ha scritto al collega
Eric Alterman, docente d'inglese e giornalismo
alla City University di New York.
Eccola (1):
«Ti scrivo per informarti di qualcosa di molto
inquietante. Lo scorso fine-settimana abbiamo
avuto un incontro di facoltà di tutti i
professori europei nella nostra centrale di
Heidelberg in Germania. In questo incontro ci è
stato detto che i contratti per l'istruzione dei
militari della University of Maryland saranno
presto estesi ad Iraq, Turkmenistan, Uzbekistan,
Gibuti ed altre località in Africa e Medio
Oriente. Ma ciò che è stato stupefacente è che
ci hanno detto di prepararci a un concorso per
programmi educativi in Iran e Siria e - strano a
dirsi - in Francia (dove non abbiamo presenze
[militari] da quando il Paese uscì dalla NATO
nel 1967, forse un piacere del nuovo governo
conservatore di Sarkozy). Dobbiamo preparare
l'offerta per la fine di novembre.
'Questo è davvero sinistro. L'Università del
Maryland segue le truppe nel mondo. Dunque è
chiaro che i preparativi per un'occupazione di
diversi Paesi del Medio Oriente non sono
soltanto discussi, ma ormai messi in atto».
«Stiamo per occupare anche Iran e Siria?», si
chiede Alterman.
La domanda va ampliata: che cosa non conta di
occupare la Casa Bianca?
E con quali mezzi?
Impantanata in Afghanistan ed Iraq,
l'Amministrazione ha ventilato pochi giorni fa
un intervento in Pakistan per mettere al sicuro
le testate atomiche di quel Paese, se esso
cadesse nelle mani di un regime fondamentalista.
Secondo il New York Times di lunedì, sono in
corso piani per dispiegare forze speciali USA
nelle regioni di frontiera pakistane allo scopo
- si dice - di addestrare milizie locali da
lanciare contro le milizie sostenute dai
Talebani ed «Al Qaeda».
La fonte militare ha detto al New York Times:
«Contiamo di espandere la presenza di istruttori
in Pakistan, di finanziare una separata forza
paramilitare che fino ad ora si è mostrata
inefficiente, e pagare milizie che hanno
accettato di combattere Al Qaeda e militanti
stranieri».
Ciò allo scopo apparente - o con la scusa - di
salvare il pericolante regime militare
pakistano, di cui gli USA hanno più bisogno che
mai nell'ampliarsi incontrollabile dell'area di
instabilità, da loro stessi provocata.
Guerra, guerra, guerra.
E' la sola soluzione a cui Washington sembra
capace di pensare: e ciò mentre l'America
precipita in una recessione storica tipo '29, il
dollaro è ai minimi e cadrà ancora, il greggio a
100 dollari il barile, le sue banche rivelano
ogni giorno nuovi buchi da subprime, milioni di
americani stanno perdendo la casa perché non
pagano i mutui, crolla Wall Street, Goldman
Sachs prevede una restrizione mondiale del
credito pari a 2 mila miliardi di dollari, i
generi alimentari rincarano e scarseggiano nel
mondo - insomma tutti i sintomi di una crisi
sistemica globale spaventosa convergono
contemporaneamente verso il peggio.
Afghanistan, Iraq, Siria ed Iran… e non
dimentichiamo, la NATO si prepara a rafforzare
il controllo sul Kossovo del Nord in
preparazione alla dichiarazione d'indipendenza
unilaterale che il Kossovo stesso proclamerà il
10 dicembre: ciò che metterà le forze europee in
rotta di collisione diretta con la Russia,
protettrice della Serbia.
Guerra guerra e poi altra guerra.
Senza mezzi, senza denaro (l'America vive a
credito dei Paesi esportatori, Cina in testa).
C'è un progetto in questa follia?
Un altissimo funzionario europeo sentito da
Dedefensa (2) al ritorno da Washington, vi ha
trovato «una situazione di completa anarchia
molto educata e che si presenta bene (sic). Il
potere è frammentato in centri multipli,
ciascuno dei quali si occupa dei suoi piccoli
affari immediati. E' quasi impossibile avere
presa su qualcosa che dia l'impressione di
controllare la situazione, la decisione
l'azione. Non c'è più niente che possa essere
identificato come 'lo Stato' ».
E' così?
Agghiacciante.
Non c'è testa a Washington?
Anche Justin Raimondo parla di «un vuoto
morale» in cui paiono agitarsi solo le centrali
neocon, dall'American Enterprise alla Brookings
Institution al Weekly Standard di Kagan, tutti i
neocon sono attivissimi nel premere per
bombardare l'Iran, perché «Israele è in una
crisi esistenziale che il mondo non capisce».
Ari Fleischer, l'ex portavoce della Casa Bianca
(ebreo vicino alla setta Lubavitcher), ha
fondato un think tank chiamato «Freedom Watch»
dove tiene riunioni di «marketing politico»,
dove personalità neocon cercano le parole giuste
per «vendere» agli americani l'attacco all'Iran.
Da questo centro emanano sondaggi che chiedono:
«Quali sentimenti provereste se Hillary Clinton
bombardasse l'Iran? Se Bush bombardasse l'Iran?
Se Israele bombardasse l'Iran?» (3).
Valutano e soppesano i «sentimenti» variabili,
ma il bombardamento dell'Iran resta fisso.
In Afghanistan, intanto, secondo i rapporti
militari la situazione è giunta a «proporzioni
di crisi», coi Talebani che controllano metà del
Paese e si avvicinano all'aeroporto di Kabul.
E ciò mentre l'agenzia umanitaria britannica
Oxfam chiede «azione urgente per scongiurare il
disastro umanitario»: milioni di afghani sono di
fronte «a gravissime difficoltà paragonabili a
quelle dell'Africa Sub-Sahariana».
La Oxfam denuncia che solo una parte
microscopica delle spese militari USA in
Afghanistan va in aiuti, e quasi tutto in alti
salari.
Ma il Pentagono esige che la presenza NATO in
Afghanistan sia rafforzata, e che gli alleati
mandino più uomini: sarà questo il tema imposto
al vertice NATO che si terrà in Romania
(Romania! Ecco chi l'ha voluta nella UE)
l'aprile prossimo.
Guerra, guerra anche per noi europei: più
guerra, all'infinito.
In Iraq il Pentagono vanta come successo un
certo acquietarsi degli assassinii e degli
attentati (il 20 novembre, «solo» 24 iracheni
uccisi, più sei corpi decomposti ritrovati): una
«pacificazione» non difficile da spiegare, tutti
i quartieri di Baghdad sono ormai etnicamente o
settariamente omogenei, tutti gli sciiti sono
stati cacciati dai quartieri sunniti (o uccisi)
e viceversa; quattro milioni di iracheni sono
profughi in Siria e Giordania, dunque scarseggia
la materia prima per la morte.
A Gaza, è morto Nael al-Kordi, 21 anni: malato
di cancro, aveva chiesto a giugno agli aguzzini
israeliani il permesso di espatriare in Egitto
per farsi curare.
Permesso negato fino ad ieri, fino a che la
morte ha liberato il giovane dalla prigione.
Altri cinque malati di cancro aspettano lo
stesso permesso da mesi: Giuda accampa, per il
rifiuto, «motivi di sicurezza»: i malati di
cancro sono pericolosi per l'esistenza stessa di
Israele (4).
Israele stringe la vite sul suo lager
palestinese.
Ha imposto il coprifuoco in tutti i villaggi
della Cisgiordania.
Ha bloccato l'accesso a Gerusalemme ai fedeli
musulmani che vogliono pregare ad Al Aqsa.
Ha aumentato i posti di blocco - ora sono 700 -
che paralizzano il movimento dei palestinesi
anche all'interno dei territori.
Il governo di Gaza (Hamas) ha fatto l'ennesimo
apppello al mondo: l'assedio e l'embargo stanno
provocando morti per mancanza di medicine e
denutrizione, Israele ha bloccato altri progetti
umanitari internazionali di «natura economica,
umanitaria e vitale».
Ha ammazzato, solo lunedì, tre palestinesi a
Gaza.
I suoi «coloni» strappano più olivi di prima.
I suoi soldati picchiano con più lena.
Hanno fretta.
I tempi precipitano, evidentemente.
Forse, s'affrettano perchè le elezioni
presidenziali americane si avvicinano a gran
passi: hanno fretta di far trovare al nuovo
presidente il fatto compiuto di una guerra
ampliata ad Iran e Siria, e forse al Libano?
Hanno fretta di entrare nella terza guerra
mondiale auspicata da Bush prima che la
popolazione americana, consapevole delle
conseguenze economiche, sociali e sanitarie dei
conflitti già in corso, si ribelli e precipiti
il Paese nel disordine?
Forse.
Ma c'è una data più vicina che può giustificare
la fretta: quella del crollo del sistema
americano a capitalismo globale e senza limiti.
Entro febbraio (da qui a tre mesi) l'istituto
francese Europe 2020 (5) prevede la bancarotta
di «almeno una grande istituzione finanziaria
americana» che trascinerà con sé, per effetto
domino, i fallimenti di «altre banche, in Gran
Bretagna ed Asia particolarmente, Cina,
Giappone»: sta per aprirsi un «buco nero
finanziario» che ingoierà intere economie,
spargendo il panico e poi la depressione.
Si aggiunga che le riserve alimentari mondiali
sono al livello più basso della storia.
Effetto collaterale del liberismo globale: i
prezzi pagati agli agricoltori si abbassano,
mentre i prezzi ai consumatori sono in aumento
vertiginoso, e questo provoca la fuga dai campi
dei contadini, specie nel terzo mondo, dove i
contadini sono due miliardi e più (6).
E se fosse proprio questo lo scopo ultimo
dell'assurda, folle moltiplicazione dei
conflitti e delle instabilità?
Ossia: se tutto mirasse ad una riduzione
tragica della popolazione mondiale?
Con la fame e la guerra? (7)
Nel 2003, in «Dopo l'impero», il sociologo
Emmanuel Todd prevedeva qualcosa del genere: la
dissoluzione dell'impero americano ha
pianificato anche la rovina del mondo, il
capitalismo globale fallito, vuol cadere - come
Sansone - con tutti i filistei.
Ecco cosa scrisse Todd di questo impero che
sopravvive e guerreggia a credito: «Il movimento
di denaro concepito dai privilegiati della
periferia dell'impero [i ricchi di Cina, Arabia,
India, Europa] come un investimento di capitale,
per gli americani si trasforma in segni monetari
che servono al consumo corrente di beni
acquistati nel mondo. L'investimento di capitale
dovrà quindi essere, in un modo o nell'altro,
vaporizzato. Non sappiamo ancora a che ritmo gli
investitori europei, giapponesi ed altri si
troveranno spennati, ma accadrà. La cosa più
verosimile è un panico borsistico di un'ampiezza
mai vista, seguito da un crollo del dollaro,
concatenamento che avrebbe l'effetto di mettere
termine allo status imperiale degli Stati Uniti
[…]. L'implosione del meccanismo sarà così
sorprendente quanto lo è stato il suo emergere».
Ecco perché a Washington non si pensa al
futuro, al costo umano e finanziario delle
guerre ulteriori e decise.
Sanno che non pagheranno mai i loro debiti.
Sanno di non avere futuro.
E non permetteranno a noi di averne uno.
Maurizio Blondet
http://www.effedieffe.com/interventizeta.php?id=2430¶metro=esteri
Note
1) Eric Alterman, «Are we going to occupy Iran
and Syria too?», Globalresearch, 18 novembre
2007.
2) «The warlords of Washington», Dedefensa, 20
novembre 2007.
3) «Ari Fleischer's Freedom's Watch Involved In
'Marketing Sessions' To 'Sell' Iran War»,
ThinkProgress, 20 novembre 2007.
4) «Israel to heart patient: go to die in
Gaza», e «Israel increases restriction on
Palestinians», Uruknet, 20 novembre 2007.
5) «Les banques mondiales aspirées dans le
'trou noir' de la crise financière: Les quatre
facteurs déclencheurs d'une grande faillite
bancaire», Europe 2020, 15 novembre 2007.
6) Dirk Barrez, «Pourquoi les prix de la
nourriture augmentent», Réseau Voltaire, 5
novembre 2007.
7) Nel maggio 2005 una ex ricercatrice della
NASA, Renèe Welch, ha sostenuto di aver avuto
conoscenza fin dagli anni '80, da membri della
famiglia bin Laden, di un piano per la riduzione
della popolazione attraverso una guerra globale
da innescare con un mega-attentato false flag,
come l'11 settembre. Il piano si chiamerebbe
«Global Cleanse 2000», Pulizia Globale (citato
da Roberto Quaglia, «Il mito dell'11 settembre»,
Gassino Torinese, 2007, pagina 238).
________________________________________
Olmert autorizza il rifornimento a Abbas di 50
carri militari di fabbricazione russa
21-11-2007
Tel Aviv
Il primo ministro israeliano Ehud Olmert ha
autorizzato il rifornimento di 50 carri militari
di fabbricazione russa alle forze palestinesi di
Mahmoud Abbas. Serviranno per combattere il
“terrorismo” e saranno dispiegate a Nablus.
Fonti israeliane hanno dichiarato che il
ministro della difesa ha bloccato le operazioni
di arresti nella città di Nablus per
tranquillizzare il clima prima della conferenza
di Annapolis e per dare all’esercito di Abbas la
possibilità di dimostrare le proprie capacità di
affrontare il “terrorismo palestinese”.
Secondo i responsabili israeliani, Olmert ha
accettato anche di far entrare 1000 fucili e 2
milioni di pallottole alle forze di Abbas.
Da parte loro, le forze di sicurezza israeliane
hanno espresso il timore che i carri possano
finire in mano di Hamas, del Jihad Islamico o di
altre fazioni della resistenza, e hanno aggiunto
che Hamas ha messo le mani su una grande
quantità di armi in possesso delle forze di
sicurezza di Abbas donate dall’America e da
altri Paesi.
Il giornale israeliano Haaretz, nel suo numero
di oggi, ha riferito che la direzione centrale
dell’esercito israeliano, ieri l’altro, ha
avviato addestramenti.
Tali addestramenti hanno simulato scenari sulla
possibilità che la situazione in Cisgiordania
cambi, tra cui quella che Hamas possa prendere
il controllo della Cisgiordania, che possano
essere attaccate le colonie israeliane, e come
opporsi a un eventuale scoppio di una grande
Intifada in Cisgiordania.
http://www.infopal.it/testidet.php?id=6858
Rapporto del Movimento Internazionale per la
Difesa dei Bambini:
dal
1991, l'occupazione israeliana ha ucciso 1148
minori palestinesi.
23-11-2007
Ramallah
Un rapporto del Movimento Internazionale per la
Difesa dei Bambini, sezione Palestina, in
occasione del diciottesimo anniversario
dell’accordo sui diritti internazionali
dell'Infanzia, ha dichiarato che l’occupazione
israeliana ha violato tale accordo e che dal
1991 si è resa responsabile dell’uccisione di
1148 bambini, di cui 899 durante l’Intifada di
al-Aqsa.
Nel suo rapporto, di cui il corrispondente di
Infopal.it ha ricevuto copia, il Movimento
afferma che, in aggiunta alle evidenti
violazioni dei diritti alla vita, Israele ha
violato tutti gli altri contenuti nel documento
dell’accordo, come il diritto alla non
discriminazione, il diritto a un livello
sanitario e di vita idoneo, il diritto
all’istruzione e il diritto alla protezione
durante gli scontri armati.
Si afferma poi che le autorità di occupazione
utilizzano ancora la tortura e altri metodi
crudeli per punire duramente i bambini
palestinesi, e che li privano dalla loro libertà
con la violenza. Durante l’anno in corso, spiega
il rapporto, le forze di occupazione hanno
arrestato centinaia di minori, di cui 340 sono
ancora in prigione.
Il Movimento ha anche dichiarato che da quando
ha occupato i territori palestinesi, Israele
prosegue con la violazione dei diritti
dell'infanzia: si tratta di violazioni civili,
politiche, economiche, sociali e culturali, che
durante la seconda Intifada sono divenute più
frequenti di prima. D’altra parte, secondo il
rapporto, il fatto stesso che esse proseguano
ininterrotte va considerato come una
dimostrazione che gli Stati firmatari
dell’accordo non hanno intenzione, in base alle
loro responsabilità individuali e collettive, di
fare pressioni su una parte che non rispetta
l’accordo.
Violazioni
della legge internazionale
La comunità internazionale e i suoi organi, che
controllano l’applicazione degli accordi
internazionali per i diritti umani, hanno
confermato la validità di questi ultimi anche
nei casi di lotta armata e di occupazione.
Il rapporto precisa che Israele è
giuridicamente e moralmente costretto ad
applicare gli accordi internazionali nelle zone
occupate e ha invitato a premere sul governo di
occupazione per obbligarlo a rispettare la legge
internazionale e a porre fine alle violazioni
dei diritti del bambino palestinese. Viene
inoltre chiesto all’Autorità Nazionale
israeliana di garantire la protezione
necessaria.
Nello stesso contesto, il movimento
internazionale ha confermato che gli stati
firmatari dell’accordo non hanno rispettato i
loro impegni prendendo le misure necessarie nei
confronti di Israele, Stato che viola l’accordo;
in aggiunta, si riconosce che la comunità
internazionale non ha dato l’aiuto necessario
all’Autorità Palestinese per aiutarla a far
valere i suoi diritti, e che anzi ha premuto su
di essa sospendendo gli aiuti umanitari, e
rendendo i bambini palestinesi vittime delle
decisioni politiche.
http://www.infopal.it/testidet.php?id=6886
"Se
avessi saputo che era possibile salvare tutti i
bambini della Germania trasportandoli in
Inghilterra, e soltanto la metà trasferendoli
nella terra d’Israele, avrei scelto la seconda
soluzione, a noi non interessa soltanto il
numero di questi bambini ma il calcolo storico
del popolo d’Israele”.
-- David Ben-Gurion (Citato a pp 855-56 in
Ben-Gurion di Shabtai Teveth).
Ariel Sharon, Primo Ministro d’Israele, dixit:
"E’
dovere dei dirigenti d’Israele
spiegare all’opinione pubblica, chiaramente e
coraggiosamente, un certo numero di fatti che
col tempo sono stati dimenticati. Il primo di
questi è che non c’è sionismo, colonizzazione, o
Stato Ebraico senza lo sradicamento degli arabi
e l’espropriazione delle loro terre.”
-- Ariel Sharon, Ministro degli esteri
d’Israele, parlando ad una riunione di militanti
del partito di estrema destra Tsomet, Agenzia
France Presse, 15 novembre 1998.
"Tutti
devono muoversi, correre
e prendere quante più cime di colline
(palestinesi) possibile in modo da allargare gli
insediamenti (ebraici) perché tutto quello che
prenderemo ora sarà nostro... Tutto quello che
non prenderemo andrà a loro.”
-- Ariel Sharon, Ministro degli esteri
d’Israele, aprendo un incontro del partito
Tsomet Party, Agenzia France Presse, 15 novembre
1998.
“Ogni
volta che facciamo qualcosa
tu mi dici che l’America farà questo o
quello…devo dirti qualcosa molto chiaramente:
Non preoccuparti della pressione americana su
Israele. Noi , il popolo ebraico, controlliamo
l’America, e gli americani lo sanno.”
-- Ariel Sharon, Primo Ministro d’Israele, 31
ottobre 2001, risposta a Shimon Peres, come
riportato in un programma della radio Kol
Yisrael.
"Israele
può avere il diritto di mettere altri sotto
processo,
ma certamente nessuno ha il diritto di mettere
sotto processo il popolo ebraico e lo Stato
d’Israele.”
-- Ariel Sharon, Primo Ministro d’Israele, 25
marzo 2001 citato dalla BBC News Ondine.
La responsabilità che tutti portiamo
Joharah
Baker,
MIFTAH, 14 Novembre 2007
Quando l'anziano Presidente Yasser Arafat
dichiarò uno stato palestinese indipendente il
15 Novembre 1988, è pacifico che non immaginasse
una situazione come quella prodottasi ai giorni
nostri. Il bagno di sangue a Gaza il 12
Novembre, quando sette Palestinesi sono stati
uccisi da altri Palestinesi, è una catastrofe da
ogni punto di vista -- una catastrofe così
potenzialmente distruttiva che, se averà un
seguito, finirà per cancellare tutto ciò per cui
i Palestinesi, Arafat o chiunque altro, hanno
combattuto.
Lunedì
12 Novembre,
migliaia di sostenitori di Fatah sono convenuti nelle
strade di Gaza per il terzo anniversario della morte del
Presidente Arafat. L'anniversario, alla vigilia, è una
giornata che nessuno Palestinese può trascurare, che sia
stato d'accordo con le posizion di Arafat o meno. Il
"padre della rivoluzione palestinese" Yasser Arafat fu, ed
evidentemente è ancora, una forza con cui fare i conti.
Questo fu chiaro dalla massa di gente radunatasi l'11
Novembre al mausoleo appena inaugurato presso il quartier
generale di Ramallah, e dai sostenitori di Fatah che si
riunirono per dimostrare in suo nome.
Comunque, il raduno di Lunedì ebbe una tragica
svolta quando membri della Forza Esecutiva, una
unità di sicurezza affiliata ad Hamas, aprirono
il fuoco contro il raduno
nel centro di Gaza.
FE, che è la forza armata agli ordini del
deposto ministro degli interni, più tardi ha
dichiarato che stavano reagendo ad atti ostili
dei dimostranti di Hamas che li bersagliavano
con sassi e sparavano contro di loro con armi
silenziate. Secondo funzionari di Hamas, Fatah
non si era attenuta ai termini dell'accordo per
il mantenimento della legge e dell'ordine.
Piuttosto, hanno scandito slogan incendiari e
provocatori contro Hamas e hanno esibito un
comportamento aggressivo verso le forze di
sicurezza.
Che
queste siano accuse
basate su fatti o meno, niente giustifca
l'uccisione di sette persone, tra cui un bambino di 12
anni e il ferimento di altre 100. Il fatto stesso che la
Forza Esecutiva si è assegnata il diritto di prendersi le
vite di altri Palestinesi nelle strade di Gaza per
commemorare il leader che ha lungamente rappresentato la
causa è inaccettabile e ingiustificabile.
Oggi la Striscia di Gaza è in lutto e le
famiglie continuano a seppellire i propri morti.
I Palestinesi sono un popolo che conosce la
morte e la tragedia per averle vista in faccia
anche troppo bene, essendo stati scacciati dalle
loro case e gettati fuori dal loro paese come
rifugiati nel 1948 e nel 1967, mentre quelli che
rimanevano dovevano vivere sono una occupazione
militare estremamente oppressiva. Centinaia di
migliaia di madri e padri palestinesi hanno
seppellito i loro figli e le loro figlie, uccisi
dalle forze israeliane perché ogni espressione
di resistenza contro la loro occupazione
rappresenta una minaccia alle fondamenta su cui
Israele è stato creato.
Inoltre, gli eventi di due giorni fa a Gaza
rappresentano una tendenza altrettanto se non
più sinistra di un'occupazione nemica. Le morti
e i ferimenti inflitti a quei dimostranti
indicano le profondità dello scisma che divide
in due la società palestinese.
Ancora,
cogliamo il paradosso.
Domani, 15 Novembre, è il 19mo anniversario del discorso
di Yasser Arafat ad Algeri presso il Consiglio Nazionale
Palestinese in cui dichiarò lo stato palestinese nella
West Bank, nella Striscia di Gaza e a Gerusalemme Est. La
dichiarazione giunse meno di un anno dopo l'inizio della
prima Intifada nei territori palestinesi, e tutti i
Palestinesi concepirono grandi speranze per una soluzione
finale. Arafat coniò la famosa frase secondo cui allo
stato palestinese mancava solo "un quarto d'ora ancora" ed
il "lancio di un altro sasso".

Quelle false speranze si sono da molto tempo
ridimensionate nei cuori dei Palestinesi. Che si
sia Palestinesi che rimasero a fianco di Arafat
fino alla fine o che lo si consideri
responsabile del deragliamento chiamato Accordi
di Oslo, nessuno può negare che il carnaio e la
devastazione di oggi non fossero parte dei piani
del leader.
La questione ora è fermare la follia
e in qualche modo liberarsi del cattivo sangue
che si è accumulato tra Hamas e Fatah. Intanto, questa
situazione di Gaza, da tutte le angolazioni pratiche,
isolata com'è dalla West Bank, deve cessare perché più
dura e più le animosità incancreniranno. Il deposto
governo di Hamas sta già manifestando segni di mania,
vivendo in un proprio mondo allucinato di controllo
assoluto, dove ogni cosa è giustificata se lo scopo è
mantenere salde nelle proprie mani le redini del potere.
Frattanto, il governo della West Bank sotto il
Presidente Abbas sta vivendo anch'esso nel suo
mondo di fantasia. Abbas e compagnia non possono
credere nemmeno per un istante che potranno
godere di un oncia di successo fino a che Gaza
continua ad essere un terreno di incitamento
alla lotta intestina, che tra l'altro si sta
trasferendo alla West Bank giorno dopo giorno.
Prima che questo governo ponga tutte le sue uove
in un unico paniere (ad Annapolis), dovrebbe
rimettere ordine nella sua casa diroccata,
qualunque cosa ciò significhi. Questo significa
che quando il deposto primo ministro di Hamas
Ismail Haniye invita al dialogo "tra fratelli",
anche se il suo controverso collega Mahmoud
Zahhar proclama la "conquista della West Bank",
il governo non dovrebbe accantonare subito
l'offerta.
Tuttavia il valore della vita umana deve sempre
venire al primo posto,
il che significa che Hamas ha una responsabilità morale
nel rivalutare le sue azioni nella Striscia di Gaza. Le
vite che sono state distrutte non torneranno indietro, ma
devono essere prese misure che assicurino il non ripetersi
di una tragedia come questa. Se Hamas insiste che è capace
di tenere Gaza con un pugno di ferro ma equo, deve darne
prova. Aprire il fuoco contro i dimostranti --
indipendentemente che vi sia stata provocazione o meno --
non suggerisce un'idea di autorità, ma di spietata
tirannide.
Anche la gente ha la responsabilità di far
sentire la propria voce. Una volta che ci
volgiamo l'uno contro l'altro, chiamandoci con
nomi che una volta riservavamo al nostro peggior
nemico, il viaggio verso la distruzione della
nazione è già cominciato. Se i nostri leader
sono troppo ciechi nei loro programmi e nelle
loro avide aspirazioni, noi non dobbiamo
esserlo. I leader della nostra rivoluzione --
Yasser Arafat, Abu Ali Mustapha, Khalil Al
Wazir, e dozzine di altri -- non avrebbero mai
perdonato questa lotta fratricida.

La vera minaccia è sempre davanti a noi.
Israele non ha posto fine alla sua occupazione,
non ha abbattuto il muro e non ha smantellato
gli insediamenti. I nostri uomini e le nostre
donne continuano ad essere arrestati,
assassinati, braccati. Uno sguardo dall'alto
alla West Bank, cosparsa di insediamenti ebraici
e tagliata a fette da un muro alto nove metri,
dovrebbe farci capire che il nostro lavoro non è
finito, e che ogni distrazione ci costerà cara.
Joharah
Baker
è un'autrice di Media and Information
Programme at the Palestinian Initiative for the Promotion
of Global Dialogue and Democracy (MIFTAH). Può essere
contattata a @miftah.org.
Fonte: MIFTAH
Tradotto dall'inglese da Gianluca Bifolchi
http://achtungbanditen.splinder.com/tag/palestina
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