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Anno II, 13 dicembre 2007, Comunicato
n. 122-3
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QUANDO LA ROADMAP E' UNA STRADA A SENSO
UNICO
JEFF HALPER,
Counterpunch

13 dicembre 2007
La Strategia d’Israele per l’Occupazione
Permanente
Si potrebbe legittimamente pensare che la disputa
all’interno della comunità ebraica di Israele
contrapponga le destre, che vogliono mantenere gli
insediamenti ad est di Gerusalemme e il West Bank
[Cisgiordania] in modo da "riscattare" la Grande
Terra d’Israele quale nazione ebraica, e le sinistre
che cercano con i palestinesi una soluzione che
preveda due Stati e sono così disposti a rinunciare
a una sufficiente quantità dei "territori", se non a
tutti, affinché possa sorgere uno Stato palestinese
autonomo.
Ma le cose in effetti non stanno così. I sondaggi e
la composizione del governo israeliano suggeriscono
che forse un quarto degli ebrei d’Israele appartiene
al primo gruppo, i duri a morire, mentre non più di
un 10% sostiene un completo ritiro dai territori
occupati. (Effettivamente nessun ebreo israeliano
usa il termine "occupazione", che Israele nega di
compiere).
La grande maggioranza degli ebrei israeliani, che va
dal partito liberale Meretz attraverso quello
laburista, il Kadima, fino all’ala "liberale" del
Likud, con la sola eccezione dei partiti religiosi e
dell’estrema destra guidata dall’ex Primo Ministro
Benjamin Netanyahu e dall’attuale Ministro per gli
affari strategici, Avigdor Lieberman, è ampiamente
d'accordo: sia per motivi di sicurezza sia per "i
fatti sul terreno" di Israele, gli arabi (come noi
[israeliani] chiamiamo i palestinesi) dovranno
accontentarsi di un mini stato mutilato e costituito
da non più del 15-20% del Paese tra il Mediterraneo
e il fiume Giordano.
Ma la cosa più importante è l’essere d'accordo sul
fatto che la decisione se rinunciare al territorio e
in che quantità, spetti esclusivamente a Israele.
Potremo offrire ai palestinesi un qualche tipo di
"proposta generosa" se si comporteranno bene e si
adatteranno ai nostri obbiettivi, tuttavia ogni
iniziativa nella direzione della "pace" deve essere
unilaterale. I palestinesi possono suggerire una
preferenza, ma la decisione è nostra e soltanto
nostra. Il nostro potere, la nostra preoccupazione
onnicomprensiva per la sicurezza e per il piano
fanno si che gli arabi non siano considerati affatto
un limite (eccetto come fattore di disturbo) a
qualunque processo di pace che preveda, al massimo,
una disponibilità a garantire un minuscolo Bantustan
diviso in quattro o cinque distretti, e
completamente circondato dagli insediamenti e
dall’esercito israeliano. Il controllo israeliano
dell’intera Terra di Israele, sia per ragioni
religiose, che nazionali o di sicurezza è un fatto
scontato da non mettere mai in discussione.
Naturalmente per i palestinesi questo è del tutto
inaccettabile. E non per il fatto in sé, ma in
quanto si solleva un problema fondamentale. In
qualunque autentico negoziato che conduca a un
intesa sostenibile e reciprocamente concordata,
Israele dovrebbe rinunciare a molto più di quanto
non sia disposta in effetti. E’ necessario che di
tanto in tanto i negoziati abbiano luogo, almeno per
dare una buona immagine di Israele quale paese alla
ricerca della pace –Annapolis è semplicemente
l’ultima farsa – ma che non possono mai condurre ad
alcun reale progresso in quanto i due terzi degli
ebrei sostengono la presenza permanente, civile e
militare, di Israele nei territori occupati
precludendo lo sviluppo di uno Stato palestinese
autonomo. Ma come può Israele mantenere la maggior
parte dei suoi insediamenti , una Grande Gerusalemme
e il controllo su territorio e confini senza
apparire intransigente? Come può conservare la sua
immagine di unico cercatore di pace e vittima del
terrorismo arabo, sotto cui si cela la propria
violenza, e di fatto proprio l’occupazione, con lo
scopo di scaricare la responsabilità sui
palestinesi?
La risposta per i passati 40 anni di occupazione è
stata lo status quo, il ritardo, mentre
silenziosamente si andavano allargando gli
insediamenti e si estendeva il controllo sulla
Giudea e la Samaria (ribadisco, non usiamo il
termine "occupazione" o "territori occupati" in
Israele, per non parlare poi del nome
"palestinese"). Comunque, esaminiamo il periodo che
precede Annapolis e i negoziati promessi da Israele.
Il Primo Ministro israeliano Ehud Olmert ha detto
recentemente che "Annapolis è una pietra miliare
sulla via dei negoziati e dell' autentico sforzo per
immaginare le due nazioni: lo Stato di Israele – la
nazione ebraica; e lo Stato palestinese – la nazione
dei palestinesi". Suona bene, vero?
Ora esaminiamo le pre-condizioni che Israele ha
imposto proprio le due settimane prima di Annapolis:
Ridefinire la Fase 1 della Road Map. La prima
Fase della Road Map, la vera base dei negoziati,
esige che Israele congeli la costruzione dei suoi
insediamenti. Cosa che Israele ovviamente non farà.
Così, sulla base di una lettera che il precedente
Primo Ministro Ariel Sharon ha ricevuto dal
Presidente Bush nel 2004, – un cambiamento
fondamentale nella politica americana che tuttavia
non vincola gli altri membri del "Quartetto" della
Road Map: Europa, Russia e ONU – Israele ha
annunciato che considera le aree che il Quartetto
ritiene "occupate" unicamente quelle ricadenti fuori
dai propri maggiori blocchi di insediamenti e dalla
"Grande" Gerusalemme. Così, unilateralmente, Israele
(e apparentemente gli USA) ha ridotto il territorio
da negoziare con i palestinesi dal 22% al 15%, e lo
ha frammentato in distretti.
Richiedere il riconoscimento di Israele come
"Stato ebraico". Ai palestinesi è richiesto di
riconoscere formalmente lo Stato di Israele. Lo
hanno già fatto nel 1988 quando hanno accettato la
soluzione dei due Stati, all’inizio del processo di
Oslo e ripetutamente per il ventennio passato. Ora
giunge una nuova richiesta: che prima di qualunque
negoziato riconoscano Israele come Stato ebraico.
Questo non solo introduce un elemento completamente
nuovo che Israele sa che i palestinesi non
accetteranno, ma pregiudica lo status egualitario
dei cittadini palestinesi d’Israele, il 20% della
popolazione israeliana. Questa è la via che porterà
al trasferimento, alla pulizia etnica. Tzipi Livni,
il Ministro degli Esteri di Israele, recentemente ha
dichiarato in una conferenza stampa che il futuro
dei cittadini arabi di Israele è in un futuro Stato
palestinese, non in Israele.
Creare insormontabili ostacoli politici. Due
settimane prima di Annapolis, al Knesset, il
parlamento israeliano, è passata una legge dove si
stabiliva che occorresse una maggioranza dei due
terzi per approvare modifiche nello stato giuridico
di Gerusalemme, una soglia impossibile.
Attuazione ritardata. OK, il governo
israeliano dice: negozieremo. Ma l’attuazione di
qualunque accordo seguirà solo alla completa
cessazione di ogni resistenza da parte dei
palestinesi. Dato che Israele considera la
resistenza, armata o non violenta, una forma di
terrorismo, questo erige un altro ostacolo
insormontabile prima di qualunque processo di pace.
Dichiarare uno Stato palestinese di "transizione".
Se tutto ancora fallisce – non essendo
effettivamente una opzione né la negoziazione con i
palestinesi né la rinuncia all’occupazione – gli
USA, per ordine di Israele, possono fare in modo di
saltare la Fase 1 della Road Map e passare
direttamente alla Fase 2, che esige prima la nascita
di uno Stato palestinese di "transizione", i cui
confini effettivi, il territorio e la sovranità
saranno stabiliti nella Fase 3. Questo è l’incubo
palestinese: essere rinchiusi indefinitamente nel
limbo di uno Stato di "transizione". Per Israele è
l’ideale, poiché si offre la possibilità di imporre
i confini e di espandersi ancora nelle aree
palestinesi unilateralmente, eppure, poiché il fatto
compiuto è solo di "transizione", di farlo sembrare
conforme alla richiesta della Road Map di decidere
sulle questioni finali attraverso i negoziati.
Il risultato finale verso il quale Israele sta
procedendo deliberatamente e sistematicamente dal
1967, può essere definito soltanto apartheid, che
significa "separazione" per gli Afrikaner,
esattamente lo stesso termine che Israele usa per
descrivere la propria politica (hafrada in
ebraico). Ed è apartheid nel senso stretto del
termine: una popolazione separata dal resto, da
dominare poi, in modo permanente e
istituzionalmente, attraverso il regime politico di
uno Stato d’Israele allargato che chiude i
palestinesi in distretti dipendenti e impoveriti. La
questione prioritaria per il governo di Israele
allora non è come raggiungere la pace. Se pace e
sicurezza fossero veramente in questione, Israele
avrebbe potuto raggiungerle 20 anni fa, concedendo
il 22% del territorio richiesto per dare vita ad uno
Stato palestinese autosufficiente. Oggi che il
controllo israeliano è infinitamente più forte, il
popolo ebraico d’Israele e il governo che questo
elegge si chiedono: perché dovremmo concedere
qualcosa di significativo? Godiamo della pace con
Egitto e Giordania, e la Siria è moribonda per
negoziare. Abbiamo relazioni con la maggior parte
degli stati arabi e musulmani. Godiamo dell’assoluto
e acritico appoggio dell’unica superpotenza del
mondo, sostenuta da una Europa compiacente. Il
terrorismo è sotto controllo, il conflitto è stato
reso gestibile, l’economia israeliana è in
espansione. Che cosa c’è che non va in questo
quadretto? si chiedono gli israeliani.
No, la questione per Israele è piuttosto come
trasformare la sua Occupazione da quello che il
mondo considera una situazione temporanea a un fatto
politico permanente accettato dalla comunità
internazionale, de facto se proprio ce ne
fosse bisogno, e quindi formalmente, se l’apartheid
potrà essere affinato in una soluzione a due Stati.
E questo è il dilemma, e l’origine del dibattito
all’interno del governo israeliano: persistere nella
strategia che ha funzionato così bene nei precedenti
40 anni, rimandare o prolungare i negoziati così da
mantenere lo status quo, rafforzando il controllo
sui territori palestinesi o, in questo unico ma
effimero momento della storia in cui Gorge Bush è
ancora in carica, provare a inchiodarlo
definitivamente, costringendo i palestinesi a uno
Stato di transizione secondo lo schema della Road
Map?
Olmert, seguendo Sharon, preme per la prima ipotesi.
Netanyahu, Lieberman, l’ala destra (che include
molti dello stesso partito di Olmert) e
significativamente il presidente dei laburisti e il
Ministro della Difesa Ehud Barak, pur sempre un
falco militare, resistono nel timore che persino un
processo di finti negoziati potrebbe sfuggire di
mano, e creare aspettative in Israele. Meglio,
dicono, continuare con la politica sperimentata e
certa dello status quo che può, se perseguita con
astuzia, essere esteso indefinitamente. Inoltre,
Bush è fuori uso, e nessuna pressione sarà fatta su
Israele fino al Giugno 2009, e fino ad al meno i sei
mesi successivi all’insediamento del prossimo
presidente americano, Democratico o Repubblicano che
sia. Siamo proprio a posto fino ad allora; perché
quindi dondolare la barca? L’unico periodo difficile
per Israele è rappresentato dai due anni al centro
di un mandato presidenziale. Possiamo resistergli.
Annapolis? Cercheremo di ottenere con cautela
l’apartheid, sperando che Abu Mazen [Mahmoud Abbas],
punzecchiato dall’inviato del Quartetto Toni Blair,
giochi il ruolo del collaboratore. Se questo non
funziona, bene, lo status quo è sempre una opzione
affidabile.
Intanto, per tutto il tempo che gli israeliani
godranno di pace, di quiete e di un buon andamento
economico, per tutto il tempo che resteranno
convinti che la sicurezza richieda che Israele
mantenga il controllo dei territori, dal fronte
interno non arriverà alcuna pressione verso qualche
significativo cambiamento di politica. E grazie a
questo paesaggio politico dentro Israele, nei
territori e all’estero, per i leader d’Israele è
difficile nascondere la propria esuberante
sensazione di "vittoria!", formale o meno che sia.
JEFF
HALPER,
Counterpunch
traduzione di Comedonchisciotte
Jeff Halper è il Coordinatore del
Comitato Israeliano Contro la Demolizione delle Case
palestinesi (ICAHD) e candidato, insieme
all’attivista pacifista palestinese Ghassan Andoni,
al premio Nobel per la Pace 2006. Può essere
raggiunto all’indirizzo:
jeff@icahd.org
Titolo originale: "When the Roadmap is a One Way
Street. Israel's Strategy for Permanent Occupation"
Fonte:http://www.counterpunch.org/
Link
28.11.2007
Traduzione per
www.comedonchisciotte.org a cura di
ANTONELLA SACCO
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