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Quali ritiene
possano essere gli scenari che si apriranno dopo la
dichiarazione di indipendenza del Kosovo?
“Dopo la dichiarazione di indipendenza del Kosovo non si
interromperà il rapporto diplomatico con l’Italia,
soltanto io sarò richiamata a Belgrado perché siamo
delusi e arrabbiati del sostegno alla secessione. Torno
a Belgrado per consultarmi con il governo e per decidere
quali saranno le prossime mosse da intraprendere dopo le
decisioni del vostro esecutivo. L’Italia è considerata
un Paese amico dalla Serbia. Il vostro Paese ci ha
sempre sostenuto nel nostro cammino e i rapporti
bilaterali rimangono sempre molto buoni. Per questo
abbiamo sperato che l’Italia non portasse avanti questo
atto di riconoscimento unilaterale”.
Cosa pensa
della missione Ue “Eulex”, che prevede l’invio di un
contingente di circa 2.000 uomini tra forze di polizia,
magistrati europei, ecc., nel Kosovo?
“È una missione verso la quale non abbiamo niente in
contrario ma siamo contrari al modo in cui viene ad
inserirsi nella regione. La missione Eulex è giunta in
Kosovo senza una decisione del Consiglio di Sicurezza
dell’Onu, e visto che la risoluzione 1244 del 1999 è
nata in seno al Consiglio di Sicurezza, questa dovrebbe
essere implementata per riportare lo Stato di diritto e
garantire il ritorno dei rifugiati. D’altronde anche
l’Unmik ha fallito non riuscendo ad ottemperare ai suoi
doveri. Dopo l’espulsione di 250.000 serbi soltanto 1226
sono tornati in Kosovo, mentre 256 chiese sono state
distrutte. A tutto questo bisogna aggiungere la
terribile pulizia etnica compiuta a Pristina, una città
che allora comprendeva 250.000 abitanti, di cui 41.000
serbi. Oggi invece i serbi rimasti sono soltanto 87
sugli attuali 600.000 abitanti. In sostanza, la presenza
degli albanesi si è quasi triplicata mentre i serbi non
esistono quasi più. Gli unici serbi rimasti sono molto
anziani, incapaci di deambulare e di spostarsi fino in
Serbia, non avendo neanche dei parenti nella madre
patria. Gli albanesi a Pristina hanno occupato invece
gli appartamenti e le terre dei serbi, e hanno costruito
tutto senza dare un soldo ai legittimi proprietari
serbi. Per quanto riguarda, Eulex ritengo che fallirà
perché non ha gli strumenti per operare. Eulex sarà una
missione completamente dipendente dalla volontà del
governo di Pristina. Gli albanesi quando vorranno
potranno dire agli europei grazie tante, andate a casa
che non abbiamo più bisogno di voi. Ma c’è un’altra
cosa, da sottolineare: Eulex sarà soltanto un sostegno
per il governo albanese e nient’altro”.
In sostanza
viene applicato il piano dell’inviato dell’Onu, Martti
Ahtisaari?
“Sì è proprio questo il principio che muove la missione
Eulex. Tutta la questione tirata fuori dal Consiglio di
Sicurezza è molto pericolosa per quello che potrebbe
causare. L’opposizione alla dichiarazione unilaterale di
indipendenza non è portata avanti soltanto dalla Russia
e dalla Serbia ma adesso anche dalla Cina e da altri
otto Paesi. I contrari alle strategie albanesi ritengono
che la soluzione migliore sia quella di continuare i
negoziati. D’altronde le trattative nell’isola di Cipro
che vedono contrapposte le due comunità quello
greco-cipriota e quella turco-cipriota proseguono da
quasi quarant’anni, come quelle per il Nagorno-Karabakh
continuano da dieci anni, così come i negoziati fra
israeliani e palestinesi proseguono anch’essi da alcuni
decenni.
Ritiene che
vi siano delle differenze nella politica estera dei
governi europei che si sono succeduti in questi anni?
“Sono sicura di questo per quanto riguarda ad esempio la
Francia. Visto che il presidente Jacques Chirac era
molto diverso dall’attuale capo dell’Eliseo, Nicolas
Sarkozy. La Francia è stato infatti uno dei primi Paesi
a sostenere la secessione del Kosovo.
La Merkel è più cauta anche se ha mostrato di voler
seguire la politica americana. La Germania non ha
riconosciuto immediatamente l’indipendenza. I più
disponibili alle richieste degli albanesi sono stati
invece Francia e Gran Bretagna. Gli spagnoli hanno avuto
un attitudine diversa, poiché devono rispettare il
diritto internazionale e se non lo facessero aprirebbero
il vaso di Pandora nella loro terra, con la Catalogna e
i Paesi Baschi”.
Vi sono
differenze in politica estera fra il governo Berlusconi
e quello guidato da Prodi?
“È molto difficile notare delle differenze. In
un’intervista al quotidiano serbo Vecernje Novosti, il
presidente Berlusconi aveva dichiarato che mai avrebbe
riconosciuto l’indipendenza del Kosovo. Lo stesso aveva
fatto due anni fa il ministro degli Esteri Gianfranco
Fini, durante un nostro incontro con lui. In quel
contesto aveva affermato di avere molti dubbi sul
riconoscimento dell’indipendenza. L’altro giorno però
Fini ha appoggiato il ministro D’Alema e il capogruppo
di Forza Italia non voleva firmare la richiesta di un
gruppo di senatori che avevano chiesto la presenza del
capo della Farnesina alla Camera per discutere della
questione. Prodi è sempre stato un grande amico della
Serbia e ha spinto il nostro Paese verso l’Unione
europea, lo stesso ha fatto D’Alema. Ma in queste ultime
settimane a causa della grande pressione statunitense il
governo dimissionario ha deciso di seguire la politica
americana”.
Cosa pensa di
fare il governo serbo anche a livello diplomatico per
affrontare la situazione attuale in Kosovo?
“Innanzitutto, verranno ritirati gli ambasciatori dai
vari Paesi per consultazioni, ma non solo. Siamo
arrabbiati e vogliamo studiare le prossime mosse per
fare fronte alla situazione. Il ritiro avverrà soltanto
in quei Paesi che hanno approvato la secessione, con gli
altri non avverrà la stessa cosa. C’è una cosa che
pavento però: il popolo serbo è molto ferito e per
questo temo il boicottaggio dei beni albanesi in Serbia,
come il denaro nelle banche, ecc. Spero tuttavia che
questo non avvenga”.
Alcuni hanno
parlato persino di un piano della Serbia per tagliare
l’elettricità al Kosovo qualora realizzasse la
secessione.
“Il Kosovo è una piccola regione che dipende dalla
Serbia per quanto riguarda cibo, acqua ed elettricità.
L’attuale Stato fantoccio è legato però agli Stati Uniti
che hanno scritto tutte le sue leggi. Gli Usa hanno
redatto la dichiarazione di indipendenza e adesso
scriveranno anche la Costituzione. Washington fa di
tutto per raggiungere i suoi obiettivi. E questa è una
cosa molto triste perché
quelli che erano i criminali di guerra, i ricercati, i
terroristi, i contrabbandieri di sigarette sono
diventati i più importanti uomini politici del Kosovo.
Mentre per il nostro governo democratico questo non è
avvenuto. Stati Uniti e Unione europea preferiscono la
mafia albanese e questo è molto preoccupante”.
Il ministro
degli Esteri serbo, Vuk Jeremic, ha dichiarato che
Belgrado farà di tutto per impedire che il Kosovo
secessionista possa avere la sua rappresentanza all’Osce
o in seno all’Onu.
“Certamente, è questo ciò che ha dichiarato Jeremic. Non
vedo come il Kosovo possa sedere alle Nazioni Unite
visto che Cina e Russia hanno detto che bloccheranno
qualsiasi progetto di adesione. Non capisco il sostegno
degli Stati Uniti e dell’Ue. In particolar modo, quello
dell’Unione europea che equivale al sostegno ad un
progetto condannato al fallimento. Il Kosovo sarà uno
Stato fantoccio per sempre, poiché Cina e Russia non
lasceranno che entri a far parte delle Nazioni Unite. E
per l’Osce il problema è simile”.
C’è ancora
uno spiraglio per giungere ad una soluzione, anche sul
piano diplomatico?
“Lavoreremo molto sul piano diplomatico. Il pericolo
vero è che è stato aperto il vaso di Pandora ed in
particolare è nato il sogno della “Grande Albania”. Un
sogno questo che ha più di 130 anni. È stato il
presidente Usa George W. Bush in visita a Tirana nei
mesi scorsi a puntare a questo progetto dicendo che
adesso che gli albanesi hanno guadagnato l’indipendenza
del Kosovo possono credere nella nascita della Grande
Albania. Penso che se un giorno il Kosovo dovesse unirsi
all’Albania questo potrebbe provocare un’enorme
pressione su Macedonia occidentale e Grecia. Abbiamo
visto infatti gli striscioni degli albanesi della
Grecia, giunti a Pristina, che dichiaravano che non può
esistere l’Albania senza Ciamuria (regione del nord
della Grecia)”.
Quale sarà il
futuro dei serbi rimasti in Kosovo?
“La questione del Kosovo settentrionale è ancora aperta.
Il diritto all’autodeterminazione è stato garantito
dall’Onu soltanto al popolo albanese ma non a quello
serbo. A nord del fiume Ibar - in un’area geografica
equivalente al 10% del Kosovo-Metohija - vivono 55.000
serbi e 3.000 albanesi. Per questo, i kosovaro-serbi non
vogliono sottostare al dominio di Pristina così come i
kosovaro-albanesi non accettano quello di Belgrado. Vi
sarà poi un’enorme pressione sulle piccole enclave e
questo è già iniziato. Per esempio, in villaggio è stata
picchiata brutalmente una donna anziana e intimidita,
distruggendo tutte le suppellettili della sua casa. In
un’altra piccola enclave un anziano è stato malmenato e
per questo la gente è spaventata. I serbi temono la
violenza e pensano di fuggire via. D’altronde questo è
il modus operandi degli albanesi. Venti anni prima che
Milosevic diventasse presidente, quando era ancora uno
studente, queste cose già avvenivano”. |