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Notizie dalla Terra Santa
Anno II, Comunicato n. 19/4 (italiano), del 8/2/2007
 

 

Negazionismo
 

di Ida Magli 
giornalista de "Il Giornale"
ItalianiLiberi | 28 Gennaio 2007


 
Adesso che siamo usciti dalla “Giornata della Memoria“, sarà forse possibile fare una riflessione sincera su tale celebrazione; una riflessione che in realtà è indispensabile se si vuole davvero evitare che l’antipatia verso gli Ebrei non sedimenti, più o meno oscuramente, anche nell’anima delle persone più tranquille. I primi a capirlo dovrebbero essere gli Ebrei, ma questo è molto difficile anche perché nessuno si azzarda a dire loro quello che pure la grande maggioranza ha pensato di fronte all’imposizione della giornata della memoria, con il suo accompagnamento di programmi televisivi tutti dedicati esclusivamente agli Ebrei negli anni della seconda guerra mondiale e della persecuzione. Proviamo dunque a dirlo. Prima di tutto, ovviamente, che in quella guerra sono morti 80 milioni di individui e che un numero incalcolabile ha sofferto  fame, freddo, distruzioni, lutti e paure inenarrabili in ogni parte del mondo; non soltanto gli Ebrei. Di questo non è stata detta una parola come se non si sapesse che le guerre vengono decise dai governanti e che i popoli ne sono vittime sia che appartengano agli aggressori, sia che appartengano agli aggrediti.
 Il fatto è che gli Ebrei continuano a inseguire il loro ruolo di “vittime assolute“, un ruolo che gli appartiene in base all’Antico Testamento e al quale, per quanto sia terribile dirlo, lo sterminio nazista sembra aver apposto una suprema ratifica. Il problema, naturalmente, consiste nel voler far coincidere gli avvenimenti della storia terrena, umana, con la storia “trascendente“, quella della colpa e della condanna da parte di Dio, che trova perciò sempre disposti gli Ebrei a sottolineare le loro sofferenze, le persecuzioni, gli odi di cui sono vittime purché questi siano “diversi“ da quelli di ogni altro popolo in quanto segno di Dio. Non si rendono conto, purtroppo, che proprio questa voluta diversità suscita sempre nuovi odi in quanto viene percepita come noncuranza e dispregio delle sofferenze di tutti gli altri uomini e come il vero razzismo, quello contro il quale vogliono combattere. L’ennesima prova di questo tragico circolo vizioso si è avuta con l’approvazione da parte dell’ONU della risoluzione che condanna chiunque neghi lo sterminio degli Ebrei; un atto gravissimo, denso di conseguenze negative sia per gli Ebrei che per tutto il mondo, ma in particolare per noi, per la civiltà occidentale. Il 26 gennaio 2007 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite (cito dal Corriere della Sera): “Ha approvato la risoluzione americana contro la negazione dell’Olocausto, sponsorizzata da 104 Paesi, con l’assenza di 22 e un solo no, quello dell’Iran. Il testo condanna senza riserve qualsiasi diniego dell’Olocausto, sollecita tutti i membri a respingerlo, che sia parziale o totale, e a respingere iniziative in senso contrario”. Richiamo l’attenzione dei lettori sul fatto che in un testo politico ufficiale viene usato un termine, “olocausto“, che non appartiene a nessuna strategia bellica, ma esclusivamente al linguaggio tecnico del Sacro. L’olocausto è un particolare tipo di offerta sacrificale, la più solenne ed eccezionale, nella quale la vittima animale viene (veniva) consumata totalmente, tranne la pelle, con il fuoco. L’olocausto è presente nell’Antico Testamento, ma anche presso i Greci, i Fenici, forse gli Arabi preislamici e altri popoli dell’area mesopotamica.
 Perché gli Ebrei vogliono identificarsi con le vittime di un sacrificio religioso? Perché hanno imposto il ricordo della strage nazista come “olocausto“, anzi come l’Olocausto per eccellenza, ponendosi così fuori dalla realtà della storia, e impedendo perciò a tutti di comprendere ciò che è avvenuto con gli strumenti normali dell’analisi storica? E’ probabile che abbiano provocato in questo modo, se non altro come reazione psicologica, proprio quello di cui si lamentano: la negazione dello sterminio.  Fino a quando lo chiameranno “olocausto “ potrà facilmente succedere che qualcuno lo neghi, se non altro perchè non corrisponde alla realtà. E’ chiaro che i campi di sterminio non erano pensati affatto da Hitler come altari sacrificali e che gli ebrei che vi venivano uccisi (come del resto tutte le altre vittime: zingari, omosessuali, vecchi) non erano offerti come vittime a nessun dio. Disprezzati al massimo, ritenuti esseri inferiori e incapaci per razza di diventare diversi, non avrebbero mai potuto essere offerti a nessuna divinità, neanche dal più pazzo degli Hitler, in quanto ai propri Dei o al proprio Dio si offre  il meglio di ciò che si possiede, la cosa più pregiata o perché vale molto sul mercato o perché è la più  cara al proprio cuore: un bambino, una vergine, il figlio maschio primogenito. Incombe su tutti noi il dovere di richiamare gli Ebrei alla necessità di storicizzare gli avvenimenti, anche quelli che li riguardano in modo così tragico, se vogliono davvero far sì che fatti simili non accadano più.
 Inoltre c’è in gioco qui non soltanto il futuro nostro e degli Ebrei, ma anche lo strumento più prezioso della civiltà occidentale, la capacità di fare storia. E’ l’ unica tecnica che ci contraddistingue come esseri liberi, proiettati verso il divenire; la stessa tecnica di cui usufruiscono tutte le scienze: poter riflettere in continuazione su ogni fatto, su ogni problema, rimettendolo sempre in discussione senza alcun timore, con la certezza che scopriremo ancora qualche altra cosa. Insomma il principio del dubbio in ogni disciplina, in ogni ramo del sapere, ivi incluso ovviamente il sapere storico. La risoluzione dell’ONU rappresenta perciò non soltanto l’atto più incivile che l’Occidente oggi potesse immaginare, ma anche quello che un organismo politico laico non ha il diritto di emanare in quanto nella ricerca storica esistono sempre e soltanto “errori“, non “eresie“ da condannare.
 Quello che fa più paura, però, in questo atto e che deve indurre maggiormente a riflettere, è il fatto che sia stato compiuto da un organismo sovra nazionale. Questo significa (cosa di cui siamo stati sempre convinti e che ci siamo affannati a ripetere per anni) che più si unificano i centri decisionali e più facilmente si incorre nell’assolutezza del potere. Le dittature nascono così.
www.ItalianiLiberi.it

Roma, 28 Gennaio 2007

 


 
 

 

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