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Notizie dalla Terra Santa
Anno II, Comunicato n. 24/1 (italiano), del 16/2/2007
 

La scelta degli ebrei
di Susan Abulhawa

Susan Abulhawa e' scrittrice e fondatrice di Playgrounds for Palestine. Può essere contattata a  sjabulhawa@yahoo.com
 
 Un giovedì feci un discorso ad un gruppo di studenti della Council Rock South HS. Naturalmente a proposito del conflitto in Palestina/Israele. Sapevo che la maggior parte degli studenti erano ebrei dall'opinione forte, ma non ero preparata, almeno inizialmente, ad un assalto dopo appena cinque minuti dall'inizio del mio discorso. Il nocciolo delle domande e dei commenti si condensava nella credenza mitica che la terra compresa tra il Mediterraneo ed il fiume Giordano appartenesse giustamente ad Israele e che i palestinesi, esistiti in quella terra per millenni, erano puri trasgressori, occupanti abusivi, meri incidenti della storia.
Con un angolo d'orecchio, afferrai il commento sarcastico di un ragazzo: "Israele ha preso a calci le loro teste ed il resto e' bottino di guerra". Feci finta di non sentire, ma ammetto che mi sentii bruciare dentro. Con un tale ironico, incorreggibile razzismo, uno studente ebreo americano di scuola superiore ridusse la mia famiglia e l' intera nazione a cui apparteniamo a "bottino di guerra".
 Per qualche momento, lottai per domare le immagini che ribollivano nella mia mente: mia nonna, l'erede di una bellissima casa di pietra entro le mura della Città Vecchia, marcita come profuga in una baracca infestata da scarafaggi, mentre una famiglia di immigrati ebrei godeva i frutti del suo patrimonio, i suoi mobili, i suoi denari e gli effetti personali; gli antichi orti d'olivi, passati da una generazione di palestinesi all'altra come fossero cimeli, confiscati e sradicati per fare posto ad un altro insediamento per soli ebrei; le innumerevoli immagini dell'ineffabile sofferenza di esseri umani privati di casa e retaggio, dignità e libertà, acqua e vita.
Gli studenti più vociferanti erano pronti alla battaglia. Di questi, pochi erano venuti per ascoltare. Ed io ammisi che chiunque ha il diritto di  credere che una popolazione di immigrati dall'Europa, dalla Russia e da New York abbia a sua volta il diritto di appropriarsi con la forza delle proprietà della popolazione indigena; che un soldato abbia il diritto di sparare ad un bambino disarmato che tira sassi a dei militari d'occupazione; o che sia accettabile promuovere il benessere di un gruppo selezionato in base alla religione, a scapito di chi non appartiene a quella religione. Ma tale convinzione non ha alcuna base morale e, di certo, nessuna base legale.
Non ho mai capito come un bambino abusato possa diventare un adulto che abusa di bambini, e non capirò mai come un popolo che abbia vissuto il razzismo possa violentare ed opprimere un altro popolo come Israele fa da oltre cinquant'anni. Credo che non potrò mai capire come gli ebrei americani, liberali e compassionevoli difensori dei diritti civili, continuino a difendere e giustificare gli orrendi abusi commessi da Israele contro il popolo palestinese.
Come si può lottare contro le case e le scuole segregate negli USA, ed allo stesso tempo supportare una nazione che non permette a persone non ebree di comprare o acquistare il 93% della terra? Come si può lottare per le uguali opportunità negli USA, e, d'altra parte, supportare l'accaparramento dell'85% delle risorse idriche di Hebron da parte di 600 coloni, mentre il restante 15% viene razionato ai 240.000 abitanti palestinesi indigeni?
Si possono evocare i kamikaze, l'Olocausto o il Vecchio Testamento, ma resta il fatto puro e semplice: Israele e' una nazione fondata sulla nozione del diritto ebraico ad una terra che aveva già un popolo. Quelle antiche case di pietra, di cui spesso Israele si fa vanto, sono state costruite dai palestinesi. Gli orti d'aranci e di melograni e gli oliveti sono stati piantati e nutriti dai palestinesi molto tempo prima che qualche europeo giungesse a rivendicarne il fittizio possesso.
Eppure, oggi i palestinesi chiedono solo che venga loro restituito il 22% 
 
della loro legittima patria storica. Nonostante tale dolorosa concessione da parte dei nativi di quella terra, Israele continua a confiscare e colonizzare la Cisgiordania e Gaza, imprigionando come bestie un intero popolo, negandogli istruzione, lavoro, cure mediche ne gli elementi basilari della vita: acqua e riparo.
Feci questa domanda ad uno studente del pubblico: perché un ebreo straniero, che non ha alcun legame personale con la terra (a parte l'attaccamento religioso che ogni ebreo, cristiano e musulmano ha con la Terra Santa), ha il diritto di vivere in una casa che appartiene da secoli e secoli ad una famiglia palestinese? Perché un ebreo americano, francese, tedesco ha il diritto automatico ad una doppia cittadinanza, mentre i profughi palestinesi sopravvivono in un deserto umano, senza nazione e senza passaporto? Il nocciolo del conflitto non e' solo la terra, ma anche la convinzione fondamentalmente razzista secondo cui la religione sia il criterio ultimo per valutare gli esseri umani e determinare il loro accesso alla libertà.
Ci sono molte persone che obietteranno che garantire eguali diritti ai palestinesi significherebbe distruggere "il carattere ebraico" di Israele. Ma questa e' una vecchia giustificazione, che risale a molto tempo prima che Israele brillasse nell'occhio di Herzl. Gli schiavisti rifiutavano di concedere la libertà alla loro proprietà umana per la stessa ragione. Poi i bianchi avanzarono la stessa giustificazione, quando si parlò di garantire i diritti civili ai neri d'America. E' la giustificazione adoperata dal Sudafrica dell'apartheid e da tutte le altre potenze imperiali che si sono succedute con la forza sulla terra.
Gli ebrei, in particolare gli ebrei americani, devono scegliere se supportare la nozione che "tutti gli uomini sono creati uguali" o supportare Israele. Le scelte si escludono reciprocamente.
 
FONTE: Palestine Chronicle - www.arabcomint.com

 

 

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