In
almeno due crateri di bombe lanciate da Israele nella zona
libanese di Khiam e At-Tiri si sono trovate alte concentrazioni di
uranio.
Uranio arricchito.
Lo rivela Robert Fisk, il più serio giornalista che si occupa di
Medio Oriente.
(1)
Il quale ha portato ad esaminare campioni del terreno
contaminato a chi di dovere: al dottor Chris Busby, segretario
scientifico britannico della Commissione Europea per i Rischi di
Radiazione.
Per una conferma, i campioni sono stati fatti esaminare anche a un
istituto militare, del ministero inglese della Difesa, lo Harwell
Laboratory dello Oxfordshire, che ha analizzato i reperti con la
spettrometria di massa.
Entrambe le autorità hanno confermato l’altissima concentrazione di
isotopi di uranio.
Il rapporto di Busby fa due ipotesi: «
la prima: che l’arma
lanciata sia un qualche nuovo piccolo ordigno sperimentale che usa
la fissione nucleare [dunque una micro-bomba atomica]
o
quale altra arma sperimentale (ad esempio di tipo termobarico)
basata sulle alte temperature provocate dall’ossidazione
fulminea dell’uranio. La seconda: che l’arma fosse una bomba
anti-bunker che usa il penetratore ad uranio già noto, ma impiega
uranio arricchito anziché impoverito».
L’area è stata teatro di intensi combattimenti fra Hezbollah e
giudei.
Una foto che riprende l’esplosione della prima bomba mostra vaste
nubi di fumo nero, possibile indizio dell’uranio che si incendia,
come noto, all’impatto.
Ovviamente Israele nega.
Mark Regev, il portavoce del
ministero degli Esteri sionista cui Fisk ha chiesto
spiegazioni, ha risposto: «Israele non usa alcun armamento non
autorizzato dal diritto internazionale».
Il che, nota Fisk, non significa nulla dato che le convenzioni sono
state scritte prima che l’uranio impoverito entrasse in uso come
arma «convenzionale».
Inoltre Israele ha negato di aver inondato il Libano, nelle ultime
72 ore del conflitto, di una quantità enorme di cluster bombs, le
cui «bombletes» coprono ora i campi, pronte ad esplodere proiettando
centinaia di piccole sfere metalliche.
Più tardi un generale israeliano ha ammesso un abuso «mostruoso»
(parola sua) di questi aggeggi da assassinio di massa, che infatti
continuano a provocare ancor oggi tre morti la settimana.
Israele ha negato fieramente di aver usato bombe al fosforo; per poi
ammetterlo di fronte a prove raccapriccianti.
Fisk in persona dice di aver visto, durante l’assedio di Beirut
nella precedente aggressione al Libano, «i cadaveri di due
bambini che, una volta tirati fuori dalla cella frigorifera,
improvvisamente riprendevano fuoco», o corpi umani le cui
ustioni tornavano a fiammeggiare appena tolte dall’acqua.
Dopo aver negato, il ministro israeliano per le relazioni col
parlamento, Jacob Edery ha ammesso l’uso di bombe al fosforo ma,
beninteso, solo «in attacchi diretti contro Hezbollah».
Che tali attacchi diretti venissero compiuti in zone densamente
abitate da civili non è ovviamente colpa del popolo eletto.
Si ricordi che Israele nega anche di aver usato armi di
tipo sconosciuto, segnalate da medici disperati in Libano e
a Gaza: i feriti arrivavano al pronto soccorso con segni di
piccolissimi shrapnel sulla pelle, ma i raggi X non li rivelavano;
ferite apparentemente piccole provocavano la necessità di
amputazioni imponenti perché la necrosi era inarrestabile; il 30 %
dei feriti ha dovuto essere amputato.
In seguito, fonti militari USA hanno ammesso (o ipotizzato) che i
danni fossero provocati da «Dense Inert Metal Explosives»
(DIME), un proiettile col contenitore in fibra di carbonio per
evitare la dispersione di schegge vulneranti a largo raggio, ma la
cui carica esplosiva spara microschegge di tungsteno molto
concentrate.
Le fonti hanno fatto passare le DIME per un’arma la cui efficacia
consiste nell’essere letale a brevissima distanza contro singole
persone, ma che evita di danneggiare e colpire gli astanti. Un’arma
quasi umanitaria. (2)
Varrà la pena di ricordare gli effetti di quest’arma
umanitaria, come li hanno descritti al Guardian i medici libanesi.
(3)
«I corpi ci arrivano gravemente frammentati, fusi e
sfigurati», ha detto Jumaa Saqa’a, dell’ospedale di Shifa: «constatiamo
che gli organi interni appaiono bruciati e cotti, mentre all’esterno
ci sono solo segni di piccole schegge. Solo quando apriamo il corpo
scopriamo la devastazione degli organi interni».
La maggior parte delle ferite erano all’addome, a circa un metro da
terra.
Parecchi pazienti erano stati amputati da questa arma.
Altri, curati e stabilizzati in ospedale, «morivano di colpo
dopo un paio di giorni senza una causa scientifica apparente».
Inoltre fin dal 2000 le forze armate USA hanno segnalato che le DIME
hanno poi, sui sopravvissuti, effetti carcinogeni: la lega di
tungsteno sparsa nei visceri causa un cancro detto rabdomiosarcoma,
o cancro delle ossa, a causa delle mutazioni neoplastiche che
provoca negli osteblasti.
A modesto parere di chi scrive, Israele ha usato
queste armi «a breve raggio» come armi di sterminio, intese ad
inabilitare ed uccidere a lungo termine, e indiscriminatamente,
quanto più possibile della popolazione nemica, civili e non civili.
Tutto ciò secondo il dettame talmudico e più volte ripetuto nella
Bibbia, di «non lasciare vivo nulla che respiri» tra i
nemici del popolo eletto.
Va ricordato che Saul perse il regno d’Israele per non aver obbedito
al seguente ordine del Dio misericordioso contro gli Amaleciti: «Vota
all’anatema tutto quello che gli appartiene e non aver pietà di lui:
uccidi uomini e donne, ragazzi e lattanti, buoi e pecore, cammelli
ed asini» (I Samuele, 15, 3).
Saul fu punito perché, anziché sterminare tutto e tutti, tenne per
sé «la parte migliore dell’armento, gli animali grassi»,
disobbedendo così al Signore.
Ho sentito con le mie orecchie uomini politici israeliani riferirsi
ai palestinesi chiamandoli «Amaleciti»: segno evidente
della volontà ebraica, stavolta, di obbedire alla lettera all’ordine
del loro Dio («Non avrai pietà di loro»).
E’ questo il Dio che Israele trionfante porta al mondo, sotto forma
delle armi più malvagie e insidiose.
Sulla natura del Dio che Israele adora - e che i
giudaizzanti cattolici e protestanti ci invitano ad adorare con i
fratelli maggiori finalmente tornati in possesso della Promessa,
riconoscendo in esso quello stesso Padre di cui Gesù si disse Figlio
- varrà il solito avvertimento del Cristo: «Dai frutti li
riconoscerete».
L’uso di uranio arricchito anziché impoverito nei proiettili a
penetrazione sembra corrispondere fin troppo bene a questa volontà
di genocidio.
Il già citato dottor Busby scrive nel suo rapporto: «Gli effetti
sulla popolazione civile dell’uso larghissimo di penetratori
all’uranio con la conseguente diffusione nell’aria di particelle
respirabili di ossidi di uranio saranno significativi» esempio
di understatement britannico: «Raccomandiamo che la zona sia
esaminata alla ricerca di ulteriori tracce, in vista di una
decontaminazione profonda».
Fisk sa che «da lungo tempo il Libano viene usato come poligono
di prova per nuove armi» - esperimenti in corpore vili - ma si
domanda perché Israele «abbia voluto usare tali armamenti su
bersagli che, come nel caso di Khiam, giacciono a solo due miglia
dal territorio israeliano. La polvere di uranio impoverito bruciato
viene portata dal vento oltre i confini».
Ma questa obiezione razionale cade di fronte all’euforia «religiosa»
che scuote l’ebraismo e insieme i suoi alleati «cristiani rinati»,
americani o anche cattolico-italiani.
Per i quali «Il ritorno degli ebrei in Israele è un segno che il
Messia sta per tornare, che la profezia di migliaia di anni fa si
sta avverando». (4)
Cosa volete che significhi, di fronte alla
prospettiva di accelerare il ritorno del Messia, la morte per cancro
di qualche centinaio o migliaio anche di ebrei.
Quanto poi ai non-ebrei, la loro vita conta ancor meno di fronte al
regno messianico avanzante.
Il dirigente del Veteran Affairs Department (l’organo americano che
si occupa dei reduci di guerra), Anthony Principi, si è dimesso
senza dare spiegazioni, secondo Arthur Berklau, direttore
dell’associazione «Veteran for Constitutional Law» - che lo
ha scritto su «Preventive Psychiatry» (un notiziario
scientifico) - le dimissioni sono in relazione con la crescente
evidenza dei danni provocati sui reduci americani dall’esposizione
all’uranio impoverito: danni che l’amministrazione Bush non vuole
siano resi pubblici. (5)
Secondo Berklau, già 11 mila reduci della prima guerra del
Golfo sono morti per cancri ed altre sindromi da uranio impoverito;
e dei 550.400 soldati mandati nel Golfo, circa 385 mila sono nello
stato di «permanent medical disability».
Marion Fulk, un chimico nucleare (ha lavorato al Lawrence Livermore
Laboratory, da cui uscì la prima bomba atomica) ha definito
«spettacolare» il proliferare di tumori maligni che si sta notando
fra i soldati della seconda guerra del Golfo, quella in corso.
E’ il dio di Israele che sta arrivando.
E se la Chiesa non dice il vero nome di questo dio, chi altri lo
dirà? (6)
Provano a dirlo a modo loro due generali americani, con un
appello al pubblico a votare per i democratici alle elezioni di
novembre, «in modo che ci sia un qualche controllo» sugli
atti dell’amministrazione Bush. (7)
Sono il generale John Batiste (cha ha comandato la prima
divisione di fanteria in Iraq, 2004-2005) e Paul Eaton (che è stato
in Iraq tra il 2003 e il 2004), entrambi si sono detti «duri
repubblicani in passato», ma oggi filo-democratici anche a nome
di «tanti che, ancora in uniforme, non possono esprimere le
preoccupazioni dei militari».
I due si sono dimessi qualche mese fa appunto per poi chiedere a
Bush le dimissioni di Rumsfeld. Ma cosa possono due generali a
riposo contro il dio d’Israele?
I democratici non hanno se non la volontà di servirlo ancor meglio.
Maurizio Blondet
Note
1)
Robert Fisk, «Alarm
over radiactive legacy left by attack on Lebanon», Independent,
28 ottobre 2006.
2) Si veda ad esempio l’articolo «Dense Inert
Metal Explosive (DIME)» sul sito GlobalSecurity, organo
ufficioso dell’apparato militare USA.
3) Roy McCarthy, «Gaza doctors say patients
suffering mistery ingjuries after Israeli attacks», Guardian,
17 ottobre 2006.
4) Rolla Scolari, «Gli amici ritrovati - gli
evangelici americani donano 40 milioni di dollari l’anno per aiutare
le tribù dimenticate di Israele», Il Foglio, 28 ottobre 2006.
Quale sia il rapporto tra i fedeli ebrei e il loro Yahvè l’ha
spiegato più volte il rabbino Di Segni: non si obbedisce ai
comandamenti perché sono buoni o moralmente alti, ma semplicemente
perché sono la volontà di Dio. Se in ipotesi dunque Dio avesse
ordinato, anziché di «onorare il padre e la madre», di ammazzarli,
bisognerebbe ammazzarli senza esitazione. A questa forma di
fondamentalismo arcaico e spietato i giudaizzanti cristiani
aderiscono, forse senza capirlo nemmeno, convinti che il Padre di
Gesù sia lo stesso di quello che gli ebrei d’oggi adorano.
5) James Tucker, «DU death toll tops at 11,000»,
American Free Press, 28 ottobre 2006.
6) Anche a modestissimo parere di chi scrive il
ritorno in massa degli ebrei in Terra Santa è un segno
«escalotogico»: tutto sta a vedere se è un segno cristico, o
anti-cristico. L’autorità che può e deve definire la natura di
questo segno è una sola, la Chiesa cattolica apostolica romana.
Nell’ora attuale, è questo il necessario dovere della Chiesa: sta
arrivando il Messia, o l’Anticristo? Se non lo dice, qualunque altra
cosa dica è meno essenziale, è una distrazione e uno sviamento.
Anche di questo i prelati furono avvertiti: «Se il sale diventa
insipido, con che si salerà?».
7) Mark Benjamin, «US generals call for
democratic takeover», Salon.com, 25 ottobre 2006.