Ç
Vuoi ricevere la nostra
Newsletter con articoli, commenti,
avvenimenti, aggiornamenti, appuntamenti riguardanti la Terra Santa ed il
Medio Oriente?
Iscriviti alla nostra Newsletter
"Notizie dalla Terra Santa",
semplicemente
È
|
Notizie dalla Terra Santa
Anno II,
Comunicato n. 41 (italiano), del 20/3/2007
|
Il prezzo
dell'ignoranza
di Gideon Levi
scrittore e
giornalista israeliano
Haaretz Daily
Newspaper Israel
Il kamikaze della giunzione di Geha, Shehad Hanani, era
di Beit Furik, uno dei villaggi più imprigionati della
Cisgiordania, circondato da ogni lato da montagne di
terreno. E' un luogo in cui i malati e le donne in
travaglio devono azzardarsi a camminare attraverso i
campi per raggiungere l'ospedale nell'adiacente Nablus.
Almeno una donna, Rula Ashatiya, ha partorito al
checkpoint di Beit Furik ed ha perso il suo bambino.
Pochi israeliani riescono ad immaginare cosa sia la vita
a Beit Furik: la disoccupazione quasi totale, la
miseria, l'assedio senza fine e l'umiliazione di vivere
chiusi in prigione. Un giovane come Hanani, che aveva 21
anni, non ha alcuna ragione per alzarsi dal letto la
mattina se non per vivere un'altra giornata di
disperazione ed umiliazione.
Agli israeliani, tuttavia, non
interessa conoscere la realtà della terra da cui partono i
kamikaze. I media non hanno nulla da raccontare sulla vita
a Beit Furik.
 |
Allo stesso modo, e' passato completamente
inosservato che 10 giorni prima, a Nablus, era stato
assassinato Fadi Hanani, fratello del kamikaze,
proprio come inosservate sono tutte le vittime
palestinesi.
Israele ha contato "81 giorni di quiete, senza
attacchi terroristici". Non vi e' bugia più grande
di questa. La quiete era solo qui. Durante questa
"quiete", sono state uccise dozzine di palestinesi e
nessuno si e' disturbato a riportarlo. Ecco come e'
possibile parlare di quiete e dichiarare che i
palestinesi l' hanno disturbata. Il fatto che i
media non parlino delle vittime palestinesi non
significa che esse non esistano. Gli otto
palestinesi uccisi in un solo giorno a Rafah, ad
esempio, insieme ad una distruzione la cui
magnitudine e' sconosciuta in Israele, non hanno
generato alcun tipo di interesse, la settimana
scorsa. Sono stati appena citati, e con difficoltà,
proprio nel paese i cui militari hanno perpetrato
quell'eccidio. L'immagine dei bulldozers giganteschi
che demoliscono sempre più case e le scene dei morti
e dei 42 feriti - tra cui donne e bambini - portati
all'ospedale di Rafah, non vengono mostrate in
Israele. |
Il quotidiano popolare Yedioth
Ahronoth, ad esempio, ha menzionato gli omicidi commessi a
Rafah in un trafiletto di una pagina interna in cui si
parlava, molto più estesamente delle leggere ferite subite
da una coppia di coloni nell'insediamento di Nisanit,
striscia di Gaza. Ecco come viene determinata l'agenda
nazionale. Tale disgraziata copertura delle letali
operazioni condotte dall'esercito israeliano evoca altri
regimi, in cui al pubblico viene mostrato solo quello che
vuole l'autorità.
Ciò non ha nulla a che vedere con le critiche ai media; si
tratta della nostra immagine. Una società che non si cura
delle morti inflitte dal suo esercito e' una società
malata. Una società che nasconde tali vitali informazioni
ai suoi cittadini intende estirpare il loro senso del
giudizio. La situazione si complica allorché si esaminano
le attitudini della società israeliana verso le sue
vittime: non vi sono molte altre società che si immergono
così intensamente nel vittimismo. Ci troviamo di fronte ad
una moralità doppia: contano solo i nostri morti, il resto
non esiste.
Nascondere le informazioni ha un'altra
ramificazione: se non sappiamo, nessuno chiederà il
perché. Nessuno potrà neanche chiedersi se l'operazione a
Rafah fosse in qualche modo giustificata, a qualsiasi
prezzo. Ciò ha uno scopo deliberato - permette di
presentare i palestinesi come i colpevoli - ed inoltre
trova terreno fertile presso la maggioranza del pubblico,
che non vuole sapere cosa stia realmente facendo
l'esercito israeliano nei territori occupati. I media,
dunque, stanno gravemente violando il loro dovere. Sia
coloro che supportano l'occupazione che coloro che sono
contro hanno diritto ad avere l'informazione reale sul
prezzo che essa esige. La presentazione degli omicidi come
fatti marginali lancia un messaggio terribile agli stessi
militari: non c'e' nulla di spregevole nell'uccidere
sempre più palestinesi.
Lo scorso giovedì, 15 passanti sono
stati feriti durante l'assassinio "mirato" dell'attivista
del Jihad Islamico Makled Hamid a Gaza. La scorsa
settimana tre bambini, uno dei quali di cinque anni, sono
stati uccisi nel campo profughi di Balata, presso Nablus.
|
La settimana prima, tre bambini
furono assassinati in un solo sabato a Jenin e nel
vicino Burkin. Due palestinesi sono stati uccisi due
giorni fa presso la recinzione di Gaza, mentre
cercavano di entrare in Israele in cerca di lavoro.
A metà mese altri sei palestinesi furono assassinati
a Rafah, in una ennesima operazione alla ricerca di
tunnel. Un numero crescente di bambini viene colpito
a morte nella cintura del campo profughi di
Qalandiya. Tutti questi casi vengono citati a stento
nei media. Ma dietro ogni vittima palestinese vi e'
una famiglia e degli amici, e l'odio si sprigiona
dalle loro tombe. |
 |
Ibrahim Abdel Qader, di Qalandiya, che
pochi mesi fa ha perso il suo figlio maggiore - Fares, 14
anni, sparato in testa dai militari israeliani - giura che
si vendicherà. E' così difficile comprenderlo?
Vi e' un prezzo israeliano da pagare per le tante vittime
palestinesi dimenticate. Ognuna di esse e' un incentivo
per il terrorismo. La loro esclusione dalla nostra agenda
non farà sparire anche le conseguenze delle nostre azioni.
Hanani avrebbe condotto la sua operazione alla giunzione
di Geha se fosse vissuto in condizioni umane, se i suoi
familiari non fossero stati assassinati? La domanda
potrebbe disturbare molti tra noi. Intanto, non e' in
agenda.
traduzione a cura di
www.arabcomint.com
|
|
Torna ai Comunicati gia' pubblicati
|