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Notizie dalla Terra Santa
Anno II,
Comunicato n. 48 (italiano), del 30/3/2007
Il crimine di esser nati palestinesi
di Anna Baltzer
Anna Baltzer, ebrea-americana, è una volontaria
dell'International Women's Peace Service nella West Bank, ed è
autrice del libro, Witness in Palestine: Journal of a Jewish
American Woman in the Occupied Territories. Per informazioni
sui suoi scritti, fotografie, DVD, e giri di conferenze
visitate il suo sito
www.AnnaInTheMiddleEast.com
Circa
due settimane fa, il mio amico Dawud, un insegnante di inglese del
liceo di Kufr'ain, mi ha chiamato quasi in lacrime per parlarmi
della sosta al checkpoint che costò la vita al suo bambino di sei
mesi. Subito dopo la mezzanotte dell'8 marzo, il figlio del mio
amico cominciò ad avere problemi respiratori. I suoi genitori
chiamarono subito un taxi per portarlo al più vicino ospedale di
Ramallah, dove speravano di poterlo far mettere sotto una tenda ad
ossigeno, che nel passato lo aveva aiutato a riprendersi dalle
crisi respiratorie.
Appena la famiglia uscì dalla sua
città palestinese nella West Bank verso l'ospedale palestinese, ma
fu fermata al checkpoint di Atara, dove un soldato israeliano
chiese i documenti di padre, madre ed autista. Dawud spiegò al
soldato che suo figlio aveva bisogno di urgenti cure mediche, ma
il soldato insisteva nella sua volontà di controllare prima i
documenti, una procedura che in genere prende solo pochi minuti.
Quella di Dawud era la sola automobile presente al checkpoint nel
cuore della notte, e tuttavia i soldati trattennero le tre carte
di identità per più di venti minuti, anche quando Dawud e sua
moglie iniziarono a piangere e ad implorare che gli fosse
consentito il passaggio. Dopo quindici minuti dalla bocca del
bambino cominciò a fuoriuscire un liquido ed il mio amico disse
tra i gemiti al soldato che li lasciasse passare, che il loro
bambino stava morendo. Per tutta risposta il soldato disse che
voleva perquisire l'auto, dopo che le carte di identità erano
state controllate. All'1,05 del mattino il bambino di sei mesi di
Khalid Dawud morì al checkpoint di Atara.
Durante la perquisizione
dell'auto il soldato illuminò la faccia del bambino deceduto
comprendendo cosa era successo, quindi restituì i documenti e
permise alla famiglia distrutta dal dolore di passare.
Checkpoint e carte di indentità.
Menzionate queste parole ed ogni vittima o testimone
dell'apartheid può produrre dozzine di orribili storie come quella
di Dawud. Il Sudfrica impiegava un sistema del genere nelle sue
vecchie leggi di transito di apartheid, che il governo usava per
monitorare il movimento degli Africani neri del sud. I neri
dovevano portare documenti di riconoscimento personali, che
richiedevano timbri governativi prima che i possessori potessero
muoversi all'interno del loro paese. Allo stesso modo, ai
Palestinesi della West Bank è richiesto di portare documenti
emessi in Israele che indicano a quali aree, strade, e luoghi
santi essi sono ammessi e a quali no. Le leggi di transito
mettevano in grado la polizia Sudafricana di arrestare i neri a
piacere. Così, le forze di occupazione israeliane usano documenti
di identità non solo per monitorare il movimento dei Palestinesi,
ma anche per giustificare la frequente arbitraria detenzione e
l'arresto in un regime di generale impunità. Gli abitanti ebraici
della West Bank (come tutti gli Ebrei di Israele) hanno diversi
documenti di identità, che proclamano la loro nazionalità
"ebraica", e concedono loro il permesso automatico di accedere a
moderne strade e a quasi tutti i luoghi santi chiusi alla
maggioranza dei Palestinesi.
![]()
Quarantasette anni fa oggi, il 21
Marzo 1960, centinaia di Sudafricani neri si raccolsero a
Sharpville, Sudafrica, e marciarono insieme per protesta contro le
leggi di transito razziste e disumane del sistema dell'Apartheid.
Le forze di polizia sudafricane controllate dai bianchi spararono
sulla folla inerme, uccidendo almeno 67 persone e ferendone tre
volte tante, tra cui uomini, donne e bambini. Testimoni dicono che
la maggior parte della gente era stata colpita alle spalle mentre
fuggiva.
Quasi 50 anni dopo il massacro di
Sharpville, le leggi di transito ancora opprimono la vita della
gente. Ogni giorno incontro nella West Bank Palestinesi che vivono
senza permessi e carte di identità, sia perché Israele non gli ha
mai concesso il diritto di residenza sulla loro stessa terra, sia
perché i soldati o la polizia hanno confiscato i loro documenti
come punizione o anche solo come forma di molestia. Recentemente
ho intervistato la famiglia di Ibrahim, uno studente di
veterinaria ventenne arrestato tre anni fa per il crimine di non
avere una carta di identità emessa da Israele. I genitori di
Ibrahim erano nati e cresciuti nella West Bank e possedevano terra
nel loro piccolo villaggio di Fara'ata, dove li ho intervistati.
Nel 1966, la coppia si spostò in Kuwait e cominciarono a lavorare
all'estero. L'anno successivo, Israele occupò la West Bank e
subito dopo fece un censimento. Ogni Palestinese che non era
registrato per ragioni di assenza - o perché studiava all'estero,
visitava la famiglia, o qualunque altra cosa - divenne un
rifugiato. Israele, il nuovo occupante, privò i genitori di
Ibrahim e centinaia di migliaia di altri Palestinesi del loro
diritto a tornare alle loro case e alla loro terra, ed aprirono la
via alla colonizzazione della West Bank per ogni Ebreo che avesse
voglia di trasferirsi.
La
strategia israeliana nel censimento del 1967 ha un'impressionante
rassomiglianza con la Legge di Proprietà degli Assenti che
Israele approvò dopo le espulsioni del 1948. Secondo
Passia, la
legge "definisce assente una persona che in qualsiasi
momento nel periodo tra il 29 Novembre 1947 ed il 1°
settembre 1948 era in qualunque parte di Israele fuori dal
territorio di Israele (cioè West Bank e Striscia di Gaza),
o in altro stati arabi". La legge sancisce che
la proprietà di tale assente sarebbe stata trasferita sotto la
Custodia della Proprietà degli Assenti, senza nessuna possibilità
di appello o compensazione. Da lì, per mezzo di un'altra legge, la
proprietà veniva trasferita così che quanto era stato lasciato
indietro dai rifugiati palestinesi nel 1948 (ed anche alcune delle
proprietà appartenenti a Palestinesi che ora erano in Israele),
passò allo Stato di Israele". Fino ad oggi, il Fondo Nazionale
Ebraico, che ereditò la Terra dei Rifugiati, insieme allo Stato
d'Israele possiede il 93% della terra d'Israele. Questa terra è
esclusivamente riservata agli Ebrei ed è quasi impossibile che
venga ceduta a cittadini palestinesi di Israele o ai loro veri
proprietari: i rifugiati del 1947-1948.
Quando dico
93% della "terra d'Israele", sto parlando della terra all'interno
delle frontiere di Israele internazionalmente riconosciute del
1967, a differenza della Legge sulla Proprietà degli Assenti, del
1950, che definisce la "Terra d'Israele" come l'insieme di
Israele, West Bank e Striscia di Gaza. Questo era molto prima del
1967, ma rende l'occupazione dei territori di quasi due decenni
dopo una stupefacente coincidenza o qualcosa di niente affatto
sorprendente.
Fino ad
oggi, Palestinesi come i genitori di Ibrahim che si trovavano nel
posto sbagliato durante l'occupazione del 1967 ed il censimento -
insieme ai loro bambini - devono fare richiesta per ciò che viene
chiamato "riunificazione familiare" presso il Ministero degli
Interni così da poter ottenere la residenza legale nelle loro case
e nei loro villaggi. Scriva Passia, "la decisione di rispondere
positivamente o negativamente a queste richieste è in definitiva,
secondo la legge israeliana, a discrezione del Ministro degli
Interni, che non è tenuto a dare spegazioni in caso di rifiuto.
Nel maggio 2002, Israele sospese le procedure di riunificazione
familiare tra i cittadini palestinesi di Israele ed i Palestinesi
della West Bank e Gaza per impedire a questi ultimi di acquisire
la cittadinanza israeliana, sostenendo che la crescita della
popolazione non ebraica di Israele era una minaccia al "carattere
ebraico" dello stato".
Le
richieste di riunificazione familiare non riguardanti cittadini
israliani erano già state bloccate lo scorso anno dopo le elezioni
di Hamas, compreso la domanda da parte di Ibrahim e della sua
famiglia. La famiglia fece legalmente ritorno nella West Bank nel
1998 quando dagli accordi di Oslo sembrava che i Palestinesi
avrebbero avuto il loro stato, ma quando si vide che l'occupazione
d'Israele e gli insediamenti non facevano che accelerare, Ibrahim
e i suoi genitori rimasero con ancor meno diritti dei Palestinesi
con residenza nella West Bank. Sebbene l'Autorità Palestinese e il
DVO furono d'accordo nel ritenere che la famiglia di Ibrahim
potesse vivere nel loro villaggio (con i vantaggi di istruzione e
cure mediche gratuite), essi continuarono ad aver bisogno del
permesso di Israele.
Ibrahim
iniziò la scuola di veterinaria all'Università di An-Najah nel
2000, ma dovette fare il pendolare sulle colline di Nablus dato
che i soldati di servizio ai checkpoint non gli avrebbero mai
permesso di entrare in città senza la carta di indentità. Il 23
marzo, 2004, durante l'ultimo semestre di Ibrahim prima del
diploma, l'esercito israeliano lo catturò che andava a scuola a
Nablus e lo mise in prigione. Questo venerdì sono tre anni esatti
che Ibrahim - ora ventitreenne - è in galera, ed il suo solo
crimine è il non aver posseduto una carta di identità israeliana.
Il primo anno Israele ha incarcerato Ibrahim all'interno della
West bank, ma gli ultimi due anni lo ha trattenuto su territorio
israeliano, una violazione della legge internazionale -gli
occupanti non possono tenere prigionieri e detenuti provenienti
dalla popolazione occupata sul territorio della potenza occupante,
a ragione di quanto ciò limiti i loro diritti di prigionieri.
Infatti, la politica di Israele di detenere i prigionieri in
Israele significa che le loro famiglie spesso non possono
visitarli se non hanno il permesso di entrare in Israele, e non
possono avere neppure un avvocato palestinese perché gli avvocati
della West Bank e della Striscia di Gaza non possono esercitare la
professione in Israele. Il padre di Ibrahim, ad esempio, è un
avvocato ma non può fare nulla per aiutare suo figlio senza una
carta di identità, per non parlare della licenza ad esercitare in
Israele. Da quando egli è tornato dal Kuwait ha lavorato come
pastore, dato che con può recarsi con sicurezza in nessun posto
che non sia il suo villaggio senza documenti.
La
situazione di Ibrahim è peggiore di quella di molti altri. Dal
momento che la sua famiglia non ha carte di identità non può
neanche fare domanda per entrare in Israele e recarsi in visita da
lui. Persino la sorella di Ibrahim, che ha ottenuto la carta di
identità attraverso suo marito al tempo in cui talvolta Israele
concedeva la residenza dopo il matrimonio, non può visitare suo
fratello perché gli è impossibile provare la sua parentela con una
persona che non ha un nome ed un'identità ufficiale.
"Nessuno
nella sua famiglia ha visto Ibrahim negli ultimi due anni", mi ha
detto sua madre Hanan mentre teneva le mie mani nelle sue al
termine dell'intervista. "Io gli mando spesso regali e ricevo notizie
attraverso la madre di un altro detenuto della West Bank nella
stessa cella, un'amica che occasionalmente ottiene il permesso da
Israele per andare a visitare suo figlio. Ibrahim non può neppure
usare il telefono", dice Hanan inziando a piangere. "Lui è la
prima cosa a cui penso quando mi sveglio al mattino e l'ultima
cosa prima di addormentarmi. Non sopporto l'immagine di lui lì in
prigione, forse per il resto della sua vita, sapendo quanto
probabilmente sta soffrendo, sapendo che non c'è niente che io
possa fare per aiutarlo. Lui non ha fatto niente di male. Il suo
solo crimine è di essere nato in Palestina".
Hanan ha
sei figli, tre dei quali hanno deciso di stabirsi in Giordania,
dove possono avere la cittadinanza (come tutti i Palestinesi che
avevano carta di identità giordana prima del 1967), e Hanan non li
vede da nove anni. Lei piange di nuovo appena mi dice che ha
nipoti, generi e nuore che non ha mai visto. Anche se ora lei
volesse la cittadinanza giordana, non potrebbe averla per essere
stata così a lungo fuori dalla Giordania. Ed i membri della
famiglia che sono tornati per reclamare la loro terra e i loro
diritti nella West Bank sono diventati degli apolidi, come molti
milioni di altri Palestinesi rifugiati della diaspora.
In
riconoscimento dei tragici eventi che ebbero luogo nel Massacro di
Sharpville nel 1960, le Nazioni Unite dichiararono il 21 maggio
Giornata Mondiale per l'Eliminazione della Discriminazione
Razziale, invitando tutti gli stati del mondo a raddoppiare i loro
sforzi a combattere tutti i tipi di discriminazione etnica.
Tuttavia in Israele, un paese membro delle Nazioni Unite,
l'appartenenza etnica ancora determina la nazionalità (non c'è
alcuna nazionalità israeliana: i Palestinesi sono "Arabi", gli
Ebrei sono "Ebrei"), la destinazione delle risorse ed il diritto
di entrare in possesso di terra dello stato o del Fondo Nazionale
Ebraico. Ci sono leggi discriminatorie che separano le famiglie
palestinesi residenti in Israele e che minacciano di revocare la
cittadinanza israeliana ai Palestinesi e la Facoltà di Medicina
dell'Università di Tel Aviv ha già annunciato un regolamento che
di
fatto colpisce l'ammissione di studenti
palestinesi.
Nel resto
della cosiddetta "Terra di Israele", la discriminazione etnica è
molto peggiore, per le norme di segregazione che riguardano le
strade e il sistema legale. So cosa Israele potrebbe dire: questa
è solo autodifesa. Fino a un certo punto è vero: se Israele
desidera controllare il territorio in suo possesso da più di due
terzi della sua storia, e rimanere uno stato ebraico esclusivista,
ed essere anche democratico, deve trovare un modo di creare una
maggioranza ebraica su una striscia di terra su cui la maggior
parte di abitanti non sono ebrei. Ci sono diverse possibili
soluzioni: la deportazione di massa (come si provò a fare nel
1948, ed è tuttora proposto dal vice primo ministro Avigdor
Lieberman), c'è l'imprigionamento di massa (al momento in cui
scrivo i Palestinesi detenuti in Israele sono più di 10.000), c'è
il genocidio... o c'è l'apartheid. Le alternative più umane di
ritirata di Israele nei suoi confini del 1967 o di diventare uno
stato per tutti i suoi cittadini non sono neanche vagamente
contemplate.
L'apartheid
e la segregazione sono fallite nel Sudafrica e negli Stati Uniti e
falliranno anche in Israele e in Palestina. Il nazionalismo
etnocentrico fallì nella Germania nazista e fallirà nell'Israele
sionista. Ma finché esso continua, gli Ibrahim e i figli di Khalid
della Palestina contano su di voi e su di me per fare qualcosa,
per dire qualcosa, visto che loro non possono farlo. Il silenzio è
complicità. Non possiamo aspettare che le cose peggiorino. La
pulizia etnica e l'apartheid sono andati troppo oltre.
Anna Baltzer, ebrea-americana, è una volontaria dell'International Women's Peace Service nella West Bank, ed è autrice del libro, Witness in Palestine: Journal of a Jewish American Woman in the Occupied Territories. Per informazioni sui suoi scritti, fotografie, DVD, e giri di conferenze visitate il suo sito www.AnnaInTheMiddleEast.com.
(selezione di foto scelte a cura di
www.jerusalem-holy-land.org)
(Traduzione di Gianluca
Bifolchi - InfoPal.it)
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