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L’imbarazzante ritardato globale
Maurizio Blondet
Per www.effedieffe.com
15/01/2008
Bush
che piange:
«Dovevamo bombardare Auschwitz» (sua unica soluzione
ad ogni problema), e poi farfuglia «le ferrovie che
portavano in prigionieri, voglio dire».
Condy Rice gli passa un bigliettino: «Zitto, shut up».
Bush che insiste ad Abu Dhabi: «Le azioni dell'Iran
minacciano la sicurezza di tutte le nazioni. Sicchè gli
Stati Uniti rafforzano il loro impegno di lunga durata per
la sicurezza dei nostri amici nel Golfo, e radunano amici in
tutto il mondo per affrontare questo pericolo prima che sia
troppo tardi».
E gli «amici del Golfo», emiri e monarchi petroliferi, si
guardano imbarazzati.
«L'Iran è nostro vicino, e dobbiamo conviverci» ha
spiegato poco dopo ai giornalisti Ibrahim Mohieldin,
direttore del dipartimento Americhe della Lega Araba.
«Gli USA sono lontani migliaia di miglia - è la 'nostra'
sicurezza che sarà minacciata se isoliamo Teheran» come
chiede Bush. Bush dice di sentirsi «incoraggiato dalle
elezioni in Libano, Iraq e territori palestinesi», e
tutti si scambiano occhiate a disagio (1).
A proposito dei fanatici religiosi (gli sciiti iraniani): «Essi
odiano il nostro governo perché non condivide la loro oscura
visione. Odiano gli Stati Uniti perché sanno che stiamo al
vostro fianco opponendoci alle loro brutali ambizioni».
Imbarazzo persino dei grandi media americani, che sorvolano
su questo triste viaggio di Bush, e obiettano mitemente a
questa retorica che stanno sentendo da sette anni.
Un certo senso di pena ha accolto il cosiddetto «incidente
di Hormuz», con motoscafi iraniani contro un incrociatore e
due cacciatorpediniere lanciamissili; nemmeno la Fox ci ha
ricamato sopra tanto.
Solo Olmert e il governo israeliano abbracciano questi
deliri: attaccare Teheran, attaccare Teheran, ha la bomba
atomica…
Il lato più imbarazzante è stata la bocca impastata del
presidente: «Nookular bombs», «Amer'ka» «A-rabs».
Anche, qui, i presenti non sapevano dove guardare.
Che Bush sia stato spesso ubriaco in questo tour («Tour
del Ritardato», ha scritto un blogger) è stato troppo
evidente.
La biografia autorizzata racconta che Bush è stato
alcolizzato, ma oggi ha trovato la fede ed è un sobrio
«cristiano rinato».
Ma le contusioni sul volto che spesso mostra (gli ubriaconi
cadono e si feriscono di frequente in faccia), le lacrime
facili («la làcrimas de ron» di un famoso tango), la
pronuncia impastata, il singhiozzo da alcool («Gli è
andato di traverso un dolcetto», è la scusa pietosa)
sono segni troppo evidenti per passare sotto silenzio.
Il Globe Magazine, un tabloid da supermercato ma benissimo
informato se queste cose, ha un titolo senza ambagi: «Laura's
claws marks!», e la foto di Bush con in faccia i segni
di graffi profondi fattigli dalla moglie Laura.
I «segni degli artigli di Laura», appunto (2).
E' avvenuto il primo gennaio, prima del penoso viaggio in
Medio Oriente.
«La furiosa first lady gli ha unghiato la faccia durante
un aspro litigio sul vizio di bere del presidente».
Il Gobe cita «una fonte della Casa Bianca»: «Laura ha
perso le staffe, non può sopportarlo quando beve. Gli ha
chiesto di posare il bicchiere, e lui le ha lanciato una
serie di insulti e oscenità. Scena disgustosa».
Da tempo si attribuisce a Laura Bush la decisione di
divorziare appena scadrà il mandato presidenziale, per i
continui litigi e insulti dell'ubriaco.
Pare tenga un diario delle scenate, con cui minaccia di
screditarlo.

Bush in una foto di qualche
anno fa a seguito di una caduta...
Mai un'Amministrazione è stata tanto stupida e folle, tanto
rovinosa e discutibile - un presidente ubriaco che si ripete
come un disco rotto, un vice-presidente in conflitto
d'interessi colossali e forse golpista, un «pensiero
strategico» dei neoconservatori rivelatosi distruttivo per
il Paese - eppure mai un'Amministrazione ha avuto tanto
buona stampa.
Il Washington Post che braccò Nixon e lo costrinse alle
dimissioni, la CNN che non mancava mai di dedicare ore di
pettegolezzi velenosi alle scappatelle di Clinton, la Fox e
gli altri network e grandi giornali hanno dato all'alcolista
un credito mai visto nella storia americana.
Hanno taciuto sui suoi errori folli, non hanno criticato la
sua brutale inefficacia, si sono fatti trascinare in guerre
pretestuose (e perdute) senza alzare l'ombra di una critica.
Hanno accettato la legalizzazione della tortura e le
intercettazioni telefoniche di cittadini americani sospetti.
Hanno accettato un ministero chiamato «Sicurezza della
Patria» e una legge come il Patriot Act, che riduce le
libertà personali.
Hanno condonato brogli e trucchi sporchi.
Sopportano un presidente imbarazzante ad occhi bassi.
Un presidente che finisce sui tabloid per i litigi con la
moglie…
E non l'hanno fatto per lisciare per il suo verso il pelo
del popolo americano, i suoi pregiudizi. L'impopolarità di
Bush cresce ogni giorno da anni.
Nel 2006, gli elettori hanno votato un Congresso
massicciamente democratico, ossia d'opposizione al
presidente, perché i democratici promettevano di tenere a
freno i pazzi della Casa Bianca.
Questo Congresso non ha fatto che approvare e ratificare le
follie di Bush, anche quelle liberticide. Nessuno più di
Bush meritava l'impeachment; nulla.
C'è un solo motivo plausibile per questa mancanza di
opposizione, per questa reticenza nelle critiche: qualcuno
esercita sui media e sul Congresso un qualche tipo di
pressione, di influenza.
O forse di minaccia e ricatto.
Una minaccia o pressione così capillare, incessante e
temibile, che nessuno osa alzare la voce, e gli stessi
candidati anti-Bush si affrettano a proclamare che, se
diverranno presidenti, faranno le guerre di Bush meglio di
Bush, e attaccheranno l'Iran come vuole Olmert.
Provate a immaginare qual è la lobby capace di fare una
simile pressione.
Maurizio Blondet
http://www.effedieffe.com/interventizeta.php?id=2566¶metro=esteri
Note
1)
Hanna Allam, «Bush Mideast speech draws cool response»,
McClatchy, 13 gennaio 2008.
2) «First Lady Laura's Bloody Fight With Boozing
Bush», Globe, 9 gennaio 2008.
3) «Bush's Last Chance To Repair The Pentagon»,
Aviation Week, 17 dicembre 2007.
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