Ronnie
Kasrils è il ministro per l’Intelligence in Sudafrica.
Di recente, a margine di una riunione ONU sulla Palestina,
ha definito le azioni di Israele contro i palestinesi «peggio
dell’apartheid sudafricano».
«Noi non abbiamo mai attaccato i nostri ghetti neri
con carri armati né li mitragliavamo dagli elicotteri»,
come fanno invece gli israeliani.
Kasrils ha esortato (invano) USA e Unione europea a
mettere un termine all’embargo economico contro la
Palestina.
Ha aggiunto: «E’ importante che diciamo alle autorità
israeliane che si stanno comportando come fascisti, quando
fanno certe cose, benchè non chiamiamo Israele uno Stato
fascista». (1)
Silenzio dei media occidentali.
E silenzio anche sulla denuncia di Mustafa al-Barhouthi,
ministro dell’Informazione palestinese, sulle torture
praticate dagli ebrei contro i palestinesi detenuti nel
carcere di Ofer: regolarmente aggrediti con cani e con
bombe a gas.
Pongo queste notizie - su cui cala il silenzio consueto -
come sfondo necessario alla figura e alle idee di
Jean-Claude Milner, un linguista il cui libro
sull’antisemitismo sta trovando grande favore in Francia.
Il suo libro si chiama «Penchant criminels de l’Europe
Dèmocratique», pubblicato nel 2003, ed è seguito oggi
da un saggio intitolato «Juifs de Savoir».
La sua tesi centrale, con parole sue, è questa (2): «L’Europa
si è costruita a partire dall’attuazione da parte di
Hitler del suo principale scopo bellico: rendere lo spazio
europeo Judenrein (libero da ebrei)».
S’intenda bene: l’Europa di oggi, quella disarmata e
aperta a tutte le influenze della nota lobby. Quella che
rende continuo omaggio alle vittime della shoah.
Quella che brucia incenso a Yad Vashem, che si genuflette
davanti ai simboli dell’unica religione pubblica rimasta.
Tutto questo non basta a Milner.
Lui, non si lascia infinocchiare: in questa quest’Europa
genuflessa e pacifista, l’antisemitismo infuria.
Anzi, dice lui: l’antisemitismo «esiste in proporzione
esatta del rigetto proclamato dell’antisemitismo».
Ecco a quanto serve il nostro servilismo: urlate che
rigettate l’antigiudaismo, dimostratelo pure emanando
leggi liberticide, leggi Gayssot, leggi Mancino e
Mastella, che vietano di mettere in dubbio i minimi
dettagli della shoah, Milner vi riconosce.
Proprio nel vostro rifiuto dell’antisemitismo, vi rivelate
antisemiti.
Come fa a giungere a questa conclusione?
Lasciamogli la parola: «l’Europa unita nutre lo
stesso odio anti-ebraico di prima [quando c’era
Hitler], ma stavolta mascherato sotto un pacifismo a
vocazione universale. Gli europei non hanno mai sopportato
la presenza ebraica fra di loro; ancor meno sopportano lo
Stato d’Israele alle loro porte perché questo impedisce al
loro pacifismo santimonioso di erigersi a dogma».
Ecco dunque: la critica ad Israele super-armato che
minaccia il Mediterraneo con 300 bombe atomiche è una
manifestazione del vecchio antisemitismo hitleriano.
Lo sgomento davanti alla devastazione del Libano e
dell’Iraq, la denuncia delle interminabili atrocità
commesse dai giudei contro i palestinesi, derubati, messi
alla fame e mitragliati dal cielo, torturati e
demonizzati, è null’altro che «pacifismo».
Il rifiuto della guerra è in sé antisemitismo.
Per essere veramente amici, bisogna diventare
guerrafondai.
Almeno nel senso di approvare visceralmente le guerre di
Israele, e di pagarne volentieri le spese.
Infatti, aggiunge Milner, «Il nome ebreo continua a
fare inciampo [agli europei] perché non si
accorda con la promessa di pace generale di cui l’Europa
si vuole portatrice, pace internazionale».
Più avanti, Milner ha infatti parole durissime contro
questa Europa che pretende di «funzionare come il
super-ego per i giudei».
La parola super-ego traduce, in termini freudiani, ciò che
potremmo chiamare la voce della coscienza.
E’ ora di smascherarla: la voce della coscienza che
rimprovera le atrocità, che censura i crimini contro
l’umanità, è radicalmente antisemita.
Milner legge nei nostri pensieri profondi, inconfessati: «Nelle
cancellerie e nelle opinioni pubbliche, si preferirebbe
dormire tranquilli senza sentir parlare quotidianamente
degli ebrei».
Già, come negarlo?
Si preferirebbe non dover sentir parlare ogni giorno degli
ebrei che torturano, che mitragliano, che abbattono case e
sradicano olivi.
Il super-ego europeo sa che questo è, come dice il
sudafricano Kasrils, il nazismo nella nuova forma - feroce
e per giunta vittimistica - del ventunesimo secolo: ma non
può dichiararlo, perché lo vieta il tabù e la dogmatica
olocaustica.
Come sempre, la maggior parte degli europei preferiscono
sì dormire tranquilli mentre avvengono i crimini di
guerra; preferirebbero non vedere.
Preferirebbero poter dire alla fine: «Noi non sapevamo
quello che facevano» i nostri amici e alleati.
Esattamente come i tedeschi del 1945, o come i comunisti
italiani ai tempi di Stalin, non vorremmo sentir parlare
dei grandi delitti che si compiono nel nostro secolo, in
nostra presenza.
Difatti i media ci aiutano spontaneamente, tacendo le
orrende notizie che vengono dalla Palestina, censurando la
coraggiosa denuncia del ministro sudafricano, facendoci
dimenticare in fretta ciò che abbiamo visto fare al
Libano.
Al
Terzo Reich, al regime sovietico, in fondo questo bastava:
che i più facessero finta di non vedere e di non sentire.
Ma ad Israele, a Milner, questo non basta.
Il nuovo totalitarismo esige che guardiamo, e che
applaudiamo il macello insostenibile.
Infatti, per Milner, «l’antigiudaismo moderno si
esprime anzi tutto come una profonda indifferenza.
Indifferenza a tutto ciò che può ferire un ebreo: è questo
che vedo crescere nell’Europa ideale, consenziente a tutte
le modernità».
Ecco qui: anche l’indifferenza è un peccato.
La sola religione obbligatoria rimasta non condona
l’agnosticismo.
Più
profondamente, Milner implica questo: che trattare un
ebreo come ogni altro uomo - con indifferenza, come si può
essere indifferenti ad uno svedese o a un sudanese - è
antisemitismo.
Gli ebrei devono essere considerati come speciali, i più
delicati e superiori esseri del pianeta.
Si può essere indifferenti ai venezuelani o ai cinesi; è
permesso, anzi approvato, essere indifferenti a ciò che
può ferire un musulmano.
E’ addirittura obbligatorio essere indifferenti a ciò che
viene fatto ai palestinesi.
Ma essere indifferenti verso gli ebrei è una espressione
implicita di odio.
E' un «penchant criminel», una tendenza
criminale, come suona il titolo dell’opera di Milner.
Un crimine che cova in tutta quanta l’Europa.
L’europeo medio è indifferente ai 650 mila iracheni
massacrati dalla guerra che Bush ha scatenato per il bene
di Israele.
E’ stato indifferente ai boat people vietnamiti, che
fuggivano dal loro totalitarismo.
E’ generalmente indifferente a quel che succede in Darfur
o in Cina.
Nel senso che non pensa a questi oppressi e ai loro
oppressori né in bene né in male; si occupa d’altro: di
calcio, di TV, di profitto… questo è permesso.
Ma cercare di non pensare agli ebrei né in bene né in
male, come parte indifferenziata della comune umanità, è
già qualcosa che «ferisce un ebreo».
Egli vuole che ci si occupi attivamente del suo bene, ad
esclusione del bene di tutti gli altri.
Vuole che curiamo le sue ferite.
Che lo capiamo quando uccide inermi e bambini, quando
sequestra governi interi (come in USA), quando esercita il
suo occulto potere intimidatorio sui media e sui politici.
Milner vuole che adoriamo l’ebreo, che lo preghiamo
continuamente di perdonarci: sine intermissione orate.
Non sfuggirà che questa non è una paranoia privata del
linguista francese.
E’ lo stato d’nimo generale degli ebrei, e lo ha rivelato
il libro (Einaudi) di Gadi Luzzatto Voghera, «Antisemitismo
a sinistra».
Ecco cosa ne dice, genuflesso, il giornalista-carrierista
Aldo Cazzullo su Il Corriere della Sera del 27 aprile2007:
«L’ idea di Gadi Luzzatto Voghera è che
l’antisemitismo non sia un’esclusiva della destra, e
neppure alligni solo nella sinistra radicale. Anche alla
sinistra riformista, perbene, che si accinge a far nascere
il partito democratico, accade di parlare un linguaggio
antisemita; ‘che è un linguaggio molto moderno, usato
dalle diversi componenti della politica europea. Compresi
i partiti di sinistra, che restano il mondo in cui mi
riconosco’.
Luzzatto [aggiunge]: ‘Non mi sfugge che i frati delle
marce di Assisi sono francescani come quelli della
Custodia di Terrasanta [ecco, ecco il punto: testimoni
della atrocità], che fino all’avvento di padre Pizzaballa
producevano documenti di incredibile virulenza
antiebraica. E poi io non sono pacifista’. Luzzatto
denuncia un’ ‘ipersensibilità’ verso il dramma della
Palestina rispetto ad altri non meno sanguinosi, ‘per cui
i cinquemila morti arabi e i 1.500 israeliani della
seconda Intifada pesano più di 250 mila bosniaci e di
mezzo milione di ceceni’. Ancora: ‘L’attitudine
terzomondista presenta Israele come l’ultima potenza
coloniale; Israele sarebbe l’avamposto dell’Occidente,
criticare Israele sarebbe come criticare noi stessi. Non è
così; se non altro perché tre quarti degli israeliani sono
nati là o vengono dal Nordafrica e dal Medio Oriente’.
Luzzatto invece rifiuta il pregiudizio ‘per cui
l’ebreo dev’essere sempre e comunque vittima. E’ lo
stereotipo da cui nascono le giornate della memoria, che
considero una cosa non del tutto positiva. L’ebreo può
anche essere altro’.
Da qui la critica all’urlo di Fausto Bertinotti al
congresso del 2002 a Rimini, quando respinse l’accusa di
antisemitismo dicendo ‘noi siamo ebrei’. ‘In
sé, nulla da obiettare. Poi però aggiunse: siamo ebrei
così come siamo donne, disabili, omosessuali, lesbiche,
neri… Appunto: l’ebreo va bene solo quando è vittima’.
Il libro cita criticamente editoriali e interviste di
intellettuali e politici importanti. Sostiene Luzzatto che
‘il mea culpa chiesto agli ebrei da Barbara Spinelli
ricade nel vezzo di assegnare al popolo ebraico in
generale una sua condotta omogenea; un po’ come quando si
considera in blocco l’Islam come integralista’. C’è
un passo di Gianni Vattimo, ‘che per dire cose
spiacevoli le fa dire a ebrei: Steiner, Oz, Cases. Per
Vattimo sarebbe meglio che Israele non esistesse. Dice di
commuoversi per il paesaggio dell’anima della Palestina, e
depreca l’esistenza di discoteche uguali a quelle della
Florida. Ma il paesaggio di Israele è composto anche di
discoteche, non necessariamente da far saltare in aria’.
C’è Alberto Asor Rosa, ‘che porta alle estreme
conseguenze la categorizzazione dell’ebreo come vittima, e
arriva a parlare di Olocausto in una situazione
completamente diversa come quella dei palestinesi’.
C’è Angelo d’Orsi, ‘autore di distillati di
antisemitismo, ma inchiodato alla convinzione che sinistra
e antisemitismo siano incompatibili’.
C’è poi Massimo D’Alema. ‘Che ha una doppia immagine.
Da una parte gli riconosco di avere una visione della
politica estera, di non interpretarla solo alla stregua
della politica interna come fanno i suoi colleghi. Ma
dall’altra parte D’Alema è intriso e nutrito di pregiudizi
antiebraici, che non esita a esternare. Se non altro lui
dice apertamente ciò che altri dicono quando gli ebrei
sono lontani e non possono sentire’. Luzzatto lo
chiama ‘antisemitismo liberatorio’: si parla in
un modo con gli ebrei, in un altro degli ebrei. ‘Accade
nei salotti privati, nei quali si può constatare l’assenza
di ebrei e si è quindi più liberi di esprimersi. Mi dicono
che accada anche nei salotti DS e della Margherita. Ma
preferisco non sapere, e fermarmi alla pubblicistica’.
Nell’introduzione, Luzzatto parla di sé, di quando nell
‘82 aderì all’appello di Primo Levi contro la guerra in
Libano, che oggi definisce ‘una trappola’. ‘Ovviamente
non è in discussione l’onestà intellettuale dell’immenso
Levi. Ma le sue parole furono usate sul piano politico
dagli estremisti del fronte opposto, e finirono per
rinvigorire l’icona dell’ebreo cattivo; per questo unirsi
all’appello significò cadere in una trappola’. Suo
padre Amos Luzzatto, già presidente dell’Unione delle
comunità ebraiche italiane, ha letto il libro?
‘Certo. E l’ha apprezzato. Mi ha anche consigliato di
approfondire la denuncia del terzomondismo, ma non ho
voluto infierire…’».
Come vedete, c’è in Luzzatto lo stesso vittimismo totale:
tutti ce l’hanno con noi, destra, sinistra estrema,
sinistra moderata, musulmani e francescani, e tutti senza
motivo.
C’è lo stesso elogio della guerra (se la fa Israele) e
sprezzo per le sciagure dei palestinesi, a cui saremmo «ipersensibili»
per antisemitismo.
C’è, soprattutto, lo stesso esercizio del sospetto da
psico-poliziotto: ogni frase detta in conversazione cova
un occulto antisemitismo, persino quando lo nega.
Persino il «noi siamo ebrei» di Bertinotti (come
si permette, il noachide goy?).
Persino le giornate della memoria: come dice Milner,
questo rigetto proclamato dell’antisemitismo nasconde un
antisemitismo più insidioso.
Luzzatto ha sentito dire che «anche nei salotti dei DS
e Margherita», una volta certi che non sono presenti
ebrei, «si è più liberi di esprimersi».
Da chi l’ha sentito?
Da quali delatori?
Come si fa a vivere sapendo di non poter parlare
liberamente se ci sono presenti degli ebrei?
Che cosa vi ricorda questo timore di parlare delle
atrocità del potente, di essere spiati e ascoltati, e
denunciati di nascosto?
Che cosa vi porta alla memoria questo avvertimento
minaccioso: «Attento a quel che dici»?
Come europei abbiamo già vissuto queste situazioni, questo
esercizio del sospetto, questo obbligo di tacere e questa
paura di essere denunciati: nei totalitarismi del secolo,
soprattutto in quelli comunisti.
Perciò io sostengo - finchè non sparirò - che questo
spirito di Luzzatto e Milner sta già instaurando il
totalitarismo del nuovo secolo.
La polizia segreta che smaschera i nostri pensieri non
espressi, anzi rimossi.
Che ci fruga dentro e che processa le intenzioni, non le
azioni.
Che tiene dossier su di noi, tutti potenziali nemici e
psico-criminali, come fece la Stasi.
Chiamarlo giudeo-nazismo è forse troppo poco; è la Ghepeù
delle anime.
E condurrà, inevitabilmente, a un nuovo inedito universo
concentrazionario.
Aggiungo che la presa del nuovo totalitarismo è già ferrea
negli Stati Uniti, dove i neocon hanno portato la nazione
ad identificare i propri destini con quelli di Israele.
Là un’intera classe politica si suicida politicamente
piuttosto che opporsi alla lobby israeliana, si copre di
vergogna in azioni belliche malvagie e insensate, si svena
per quelle guerre senza via d’uscita (ma che hanno
eliminato un nemico d’Israele) e getta il suo prestigio
imperiale nel fango. In Europa, come comprovano le accuse
e le lagnanze di Milner e Luzzatto, non siamo ancora a
questo punto.
Ci sono resistenze.
Ci sono «indifferenze a ciò che può ferire un giudeo».
Ci sono ancora parole sussurrate nei salotti, quando non
c’è in giro un ebreo.
Milner
e Luzzatto vogliono evidentemente mettere fine a questi
sussurri, a queste «ipersensibilità» per i
palestinesi.
Vogliono esercitare una piena e completa censura sulle
coscienze, e persino sull’inconscio.
Milner incita gli ebrei a «liberarsi dell’Europa»,
ma non nel senso che auspichiamo sussurrando.
«Mi si comprenda bene», aggiunge, «non si
tratta di un appello a fare le valige e a sloggiare. Si
tratta, per gli ebrei, di smettere di riconoscere non so
quale Europa ideale a giudice supremo delle loro azioni».
Insomma, liberarsi dall’Europa nel senso di liberarsi
dalla coscienza che rimprovera, dei princìpi etici della
civiltà.
Restando in Europa, ed esercitando il potere del sospetto
senza alcun rimorso di coscienza: esattamente il programma
del totalitarismo, del nuovo regno della menzogna.
Vorrei fare appello ai politici italiani che Luzzato ha
denunciato e schedato: resistano al ricatto.
So di non potermi appellare alla civiltà europea (ne sono
usciti da tempo) né alla loro coscienza morale; non ne
hanno alcuna.
Ma mi appello almeno alla loro sete di potere: guardate
come s’è ridotto Bush, ad obbedire a Israele.
Guardate come s’è rovinato Blair, ex-speranza della
sinistra moderna.
Servire Sion, oltretutto, non aiuta nella carriera.
Maurizio Blondet
Note
1) «Kasrils says Israel’s behaviour worse than
apartheid», Agence France Presse, 14 maggio 2007.
2) Michel Wlassikof, «Le Juif de savoir de
Jean-Claude Milner», intervista sulla Tribune
Juive, numero 26, aprile 2007.