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Anno II, Comunicato n. 63/2 (italiano), del 21/5/2007

 

 
Giudeo-nazismo
di Maurizio Blondet per www.effedieffe.com
 

Ronnie Kasrils è il ministro per l’Intelligence in Sudafrica.
Di recente, a margine di una riunione ONU sulla Palestina, ha definito le azioni di Israele contro i palestinesi «peggio dell’apartheid sudafricano».
«Noi non abbiamo mai attaccato i nostri ghetti neri con carri armati né li mitragliavamo dagli elicotteri», come fanno invece gli israeliani.
Kasrils ha esortato (invano) USA e Unione europea a mettere un termine all’embargo economico contro la Palestina.
Ha aggiunto: «E’ importante che diciamo alle autorità israeliane che si stanno comportando come fascisti, quando fanno certe cose, benchè non chiamiamo Israele uno Stato fascista». (1)
Silenzio dei media occidentali.
E silenzio anche sulla denuncia di Mustafa al-Barhouthi, ministro dell’Informazione palestinese, sulle torture praticate dagli ebrei contro i palestinesi detenuti nel carcere di Ofer: regolarmente aggrediti con cani e con bombe a gas.
Pongo queste notizie - su cui cala il silenzio consueto - come sfondo necessario alla figura e alle idee di Jean-Claude Milner, un linguista il cui libro sull’antisemitismo sta trovando grande favore in Francia.
Il suo libro si chiama «Penchant criminels de l’Europe Dèmocratique», pubblicato nel 2003, ed è seguito oggi da un saggio intitolato «Juifs de Savoir».
La sua tesi centrale, con parole sue, è questa (2): «L’Europa si è costruita a partire dall’attuazione da parte di Hitler del suo principale scopo bellico: rendere lo spazio europeo Judenrein (libero da ebrei)».
S’intenda bene: l’Europa di oggi, quella disarmata e aperta a tutte le influenze della nota lobby. Quella che rende continuo omaggio alle vittime della shoah.
Quella che brucia incenso a Yad Vashem, che si genuflette davanti ai simboli dell’unica religione pubblica rimasta.
Tutto questo non basta a Milner.
Lui, non si lascia infinocchiare: in questa quest’Europa genuflessa e pacifista, l’antisemitismo infuria.
Anzi, dice lui: l’antisemitismo «esiste in proporzione esatta del rigetto proclamato dell’antisemitismo».
Ecco a quanto serve il nostro servilismo: urlate che rigettate l’antigiudaismo, dimostratelo pure emanando leggi liberticide, leggi Gayssot, leggi Mancino e Mastella, che vietano di mettere in dubbio i minimi dettagli della shoah, Milner vi riconosce.
Proprio nel vostro rifiuto dell’antisemitismo, vi rivelate antisemiti.
Come fa a giungere a questa conclusione?

Lasciamogli la parola: «l’Europa unita  nutre lo stesso odio anti-ebraico di prima [quando c’era Hitler], ma stavolta mascherato sotto un pacifismo a vocazione universale. Gli europei non hanno mai sopportato la presenza ebraica fra di loro; ancor meno sopportano lo Stato d’Israele alle loro porte perché questo impedisce al loro pacifismo santimonioso di erigersi a dogma».
Ecco dunque: la critica ad Israele super-armato che minaccia il Mediterraneo con 300 bombe atomiche è una manifestazione del vecchio antisemitismo hitleriano.
Lo sgomento davanti alla devastazione del Libano e dell’Iraq, la denuncia delle interminabili atrocità commesse dai giudei contro i palestinesi, derubati, messi alla fame e mitragliati dal cielo, torturati e demonizzati, è null’altro che «pacifismo».
Il rifiuto della guerra è in sé antisemitismo.
Per essere veramente amici, bisogna diventare guerrafondai.
Almeno nel senso di approvare visceralmente le guerre di Israele, e di pagarne volentieri le spese.
Infatti, aggiunge Milner, «Il nome ebreo continua a fare inciampo [agli europei] perché non si accorda con la promessa di pace generale di cui l’Europa si vuole portatrice, pace internazionale».
Più avanti, Milner ha infatti parole durissime contro questa Europa che pretende di «funzionare come il super-ego per i giudei».
La parola super-ego traduce, in termini freudiani, ciò che potremmo chiamare la voce della coscienza.
E’ ora di smascherarla: la voce della coscienza che rimprovera le atrocità, che censura i crimini contro l’umanità, è radicalmente antisemita.
Milner legge nei nostri pensieri profondi, inconfessati: «Nelle cancellerie e nelle opinioni pubbliche, si preferirebbe dormire tranquilli senza sentir parlare quotidianamente degli ebrei».
Già, come negarlo?
Si preferirebbe non dover sentir parlare ogni giorno degli ebrei che torturano, che mitragliano, che abbattono case e sradicano olivi.
Il super-ego europeo sa che questo è, come dice il sudafricano Kasrils, il nazismo nella nuova forma - feroce e per giunta vittimistica - del ventunesimo secolo: ma non può dichiararlo, perché lo vieta il tabù e la dogmatica olocaustica.
Come sempre, la maggior parte degli europei preferiscono sì dormire tranquilli mentre avvengono i crimini di guerra; preferirebbero non vedere.
Preferirebbero poter dire alla fine: «Noi non sapevamo quello che facevano» i nostri amici e alleati. Esattamente come i tedeschi del 1945, o come i comunisti italiani ai tempi di Stalin, non vorremmo sentir parlare dei grandi delitti che si compiono nel nostro secolo, in nostra presenza.
Difatti i media ci aiutano spontaneamente, tacendo le orrende notizie che vengono dalla Palestina, censurando la coraggiosa denuncia del ministro sudafricano, facendoci dimenticare in fretta ciò che abbiamo visto fare al Libano.

Al Terzo Reich, al regime sovietico, in fondo questo bastava: che i più facessero finta di non vedere e di non sentire.
Ma ad Israele, a Milner, questo non basta.
Il nuovo totalitarismo esige che guardiamo, e che applaudiamo il macello insostenibile.
Infatti, per Milner, «l’antigiudaismo moderno si esprime anzi tutto come una profonda indifferenza. Indifferenza a tutto ciò che può ferire un ebreo: è questo che vedo crescere nell’Europa ideale, consenziente a tutte le modernità».
Ecco qui: anche l’indifferenza è un peccato.
La sola religione obbligatoria rimasta non condona l’agnosticismo.
Più profondamente, Milner implica questo: che trattare un ebreo come ogni altro uomo - con indifferenza, come si può essere indifferenti ad uno svedese o a un sudanese - è antisemitismo.
Gli ebrei devono essere considerati come speciali, i più delicati e superiori esseri del pianeta.
Si può essere indifferenti ai venezuelani o ai cinesi; è permesso, anzi approvato, essere indifferenti a ciò che può ferire un musulmano.
E’ addirittura obbligatorio essere indifferenti a ciò che viene fatto ai palestinesi.
Ma essere indifferenti verso gli ebrei è una espressione implicita di odio.
E' un «penchant criminel», una tendenza criminale, come suona il titolo dell’opera di Milner.
Un crimine che cova in tutta quanta l’Europa.
L’europeo medio è indifferente ai 650 mila iracheni massacrati dalla guerra che Bush ha scatenato per il bene di Israele.
E’ stato indifferente ai boat people vietnamiti, che fuggivano dal loro totalitarismo.
E’ generalmente indifferente a quel che succede in Darfur o in Cina.
Nel senso che non pensa a questi oppressi e ai loro oppressori né in bene né in male; si occupa d’altro: di calcio, di TV, di profitto… questo è permesso.
Ma cercare di non pensare agli ebrei né in bene né in male, come parte indifferenziata della comune umanità, è già qualcosa che «ferisce un ebreo».
Egli vuole che ci si occupi attivamente del suo bene, ad esclusione del bene di tutti gli altri.
Vuole che curiamo le sue ferite.
Che lo capiamo quando uccide inermi e bambini, quando sequestra governi interi (come in USA), quando esercita il suo occulto potere intimidatorio sui media e sui politici.
Milner vuole che adoriamo l’ebreo, che lo preghiamo continuamente di perdonarci: sine intermissione orate.
Non sfuggirà che questa non è una paranoia privata del linguista francese.
E’ lo stato d’nimo generale degli ebrei, e lo ha rivelato il libro (Einaudi) di Gadi Luzzatto Voghera, «Antisemitismo a sinistra».

Ecco cosa ne dice, genuflesso, il giornalista-carrierista Aldo Cazzullo su Il Corriere della Sera del 27 aprile2007:
«L’ idea di Gadi Luzzatto Voghera è che l’antisemitismo non sia un’esclusiva della destra, e neppure alligni solo nella sinistra radicale. Anche alla sinistra riformista, perbene, che si accinge a far nascere il partito democratico, accade di parlare un linguaggio antisemita; ‘che è un linguaggio molto moderno, usato dalle diversi componenti della politica europea. Compresi i partiti di sinistra, che restano il mondo in cui mi riconosco’.
Luzzatto [aggiunge]: ‘Non mi sfugge che i frati delle marce di Assisi sono francescani come quelli della Custodia di Terrasanta [ecco, ecco il punto: testimoni della atrocità], che fino all’avvento di padre Pizzaballa producevano documenti di incredibile virulenza antiebraica. E poi io non sono pacifista’. Luzzatto denuncia un’ ‘ipersensibilità’ verso il dramma della Palestina rispetto ad altri non meno sanguinosi, ‘per cui i cinquemila morti arabi e i 1.500 israeliani della seconda Intifada pesano più di 250 mila bosniaci e di mezzo milione di ceceni’. Ancora: ‘L’attitudine terzomondista presenta Israele come l’ultima potenza coloniale; Israele sarebbe l’avamposto dell’Occidente, criticare Israele sarebbe come criticare noi stessi. Non è così; se non altro perché tre quarti degli israeliani sono nati là o vengono dal Nordafrica e dal Medio Oriente’.
Luzzatto invece rifiuta il pregiudizio ‘per cui l’ebreo dev’essere sempre e comunque vittima. E’ lo stereotipo da cui nascono le giornate della memoria, che considero una cosa non del tutto positiva. L’ebreo può anche essere altro’.
Da qui la critica all’urlo di Fausto Bertinotti al congresso del 2002 a Rimini, quando respinse l’accusa di antisemitismo dicendo ‘noi siamo ebrei’. ‘In sé, nulla da obiettare. Poi però aggiunse: siamo ebrei così come siamo donne, disabili, omosessuali, lesbiche, neri… Appunto: l’ebreo va bene solo quando è vittima’.
Il libro cita criticamente editoriali e interviste di intellettuali e politici importanti. Sostiene Luzzatto che ‘il mea culpa chiesto agli ebrei da Barbara Spinelli ricade nel vezzo di assegnare al popolo ebraico in generale una sua condotta omogenea; un po’ come quando si considera in blocco l’Islam come integralista’. C’è un passo di Gianni Vattimo, ‘che per dire cose spiacevoli le fa dire a ebrei: Steiner, Oz, Cases. Per Vattimo sarebbe meglio che Israele non esistesse. Dice di commuoversi per il paesaggio dell’anima della Palestina, e depreca l’esistenza di discoteche uguali a quelle della Florida. Ma il paesaggio di Israele è composto anche di discoteche, non necessariamente da far saltare in aria’. C’è Alberto Asor Rosa, ‘che porta alle estreme conseguenze la categorizzazione dell’ebreo come vittima, e arriva a parlare di Olocausto in una situazione completamente diversa come quella dei palestinesi’. C’è Angelo d’Orsi, ‘autore di distillati di antisemitismo, ma inchiodato alla convinzione che sinistra e antisemitismo siano incompatibili’.
C’è poi Massimo D’Alema. ‘Che ha una doppia immagine. Da una parte gli riconosco di avere una visione della politica estera, di non interpretarla solo alla stregua della politica interna come fanno i suoi colleghi. Ma dall’altra parte D’Alema è intriso e nutrito di pregiudizi antiebraici, che non esita a esternare. Se non altro lui dice apertamente ciò che altri dicono quando gli ebrei sono lontani e non possono sentire’. Luzzatto lo chiama ‘antisemitismo liberatorio’: si parla in un modo con gli ebrei, in un altro degli ebrei. ‘Accade nei salotti privati, nei quali si può constatare l’assenza di ebrei e si è quindi più liberi di esprimersi. Mi dicono che accada anche nei salotti DS e della Margherita. Ma preferisco non sapere, e fermarmi alla pubblicistica’.
Nell’introduzione, Luzzatto parla di sé, di quando nell ‘82 aderì all’appello di Primo Levi contro la guerra in Libano, che oggi definisce ‘una trappola’. ‘Ovviamente non è in discussione l’onestà intellettuale dell’immenso Levi. Ma le sue parole furono usate sul piano politico dagli estremisti del fronte opposto, e finirono per rinvigorire l’icona dell’ebreo cattivo; per questo unirsi all’appello significò cadere in una trappola’. Suo padre Amos Luzzatto, già presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane, ha letto il libro?
Certo. E l’ha apprezzato. Mi ha anche consigliato di approfondire la denuncia del terzomondismo, ma non ho voluto infierire…’».
 
Come vedete, c’è in Luzzatto lo stesso vittimismo totale: tutti ce l’hanno con noi, destra, sinistra estrema, sinistra moderata, musulmani e francescani, e tutti senza motivo.
C’è lo stesso elogio della guerra (se la fa Israele) e sprezzo per le sciagure dei palestinesi, a cui saremmo «ipersensibili» per antisemitismo.
C’è, soprattutto, lo stesso esercizio del sospetto da psico-poliziotto: ogni frase detta in conversazione cova un occulto antisemitismo, persino quando lo nega.
Persino il «noi siamo ebrei» di Bertinotti (come si permette, il noachide goy?).
Persino le giornate della memoria: come dice Milner, questo rigetto proclamato dell’antisemitismo nasconde un antisemitismo più insidioso.
Luzzatto ha sentito dire che «anche nei salotti dei DS e Margherita», una volta certi che non sono presenti ebrei, «si è più liberi di esprimersi».
Da chi l’ha sentito?
Da quali delatori?
Come si fa a vivere sapendo di non poter parlare liberamente se ci sono presenti degli ebrei?
Che cosa vi ricorda questo timore di parlare delle atrocità del potente, di essere spiati e ascoltati, e denunciati di nascosto?
Che cosa vi porta alla memoria questo avvertimento minaccioso: «Attento a quel che dici»?
Come europei abbiamo già vissuto queste situazioni, questo esercizio del sospetto, questo obbligo di tacere e questa paura di essere denunciati: nei totalitarismi del secolo, soprattutto in quelli comunisti.
Perciò io sostengo - finchè non sparirò - che questo spirito di Luzzatto e Milner sta già instaurando il totalitarismo del nuovo secolo.
La polizia segreta che smaschera i nostri pensieri non espressi, anzi rimossi.
Che ci fruga dentro e che processa le intenzioni, non le azioni.
Che tiene dossier su di noi, tutti potenziali nemici e psico-criminali, come fece la Stasi.
Chiamarlo giudeo-nazismo è forse troppo poco; è la Ghepeù delle anime.
E condurrà, inevitabilmente, a un nuovo inedito universo concentrazionario.
Aggiungo che la presa del nuovo totalitarismo è già ferrea negli Stati Uniti, dove i neocon hanno portato la nazione ad identificare i propri destini con quelli di Israele.
Là un’intera classe politica si suicida politicamente piuttosto che opporsi alla lobby israeliana, si copre di vergogna in azioni belliche malvagie e insensate, si svena per quelle guerre senza via d’uscita (ma che hanno eliminato un nemico d’Israele) e getta il suo prestigio imperiale nel fango. In Europa, come comprovano le accuse e le lagnanze di Milner e Luzzatto, non siamo ancora a questo punto.
Ci sono resistenze.
Ci sono «indifferenze a ciò che può ferire un giudeo».
Ci sono ancora parole sussurrate nei salotti, quando non c’è in giro un ebreo.

Milner e Luzzatto vogliono evidentemente mettere fine a questi sussurri, a queste «ipersensibilità» per i palestinesi.
Vogliono esercitare una piena e completa censura sulle coscienze, e persino sull’inconscio.
Milner incita gli ebrei a «liberarsi dell’Europa», ma non nel senso che auspichiamo sussurrando.
«Mi si comprenda bene», aggiunge, «non si tratta di un appello a fare le valige e a sloggiare. Si tratta, per gli ebrei, di smettere di riconoscere non so quale Europa ideale a giudice supremo delle loro azioni».
Insomma, liberarsi dall’Europa nel senso di liberarsi dalla coscienza che rimprovera, dei princìpi etici della civiltà.
Restando in Europa, ed esercitando il potere del sospetto senza alcun rimorso di coscienza: esattamente il programma del totalitarismo, del nuovo regno della menzogna.
Vorrei fare appello ai politici italiani che Luzzato ha denunciato e schedato: resistano al ricatto.
So di non potermi appellare alla civiltà europea (ne sono usciti da tempo) né alla loro coscienza morale; non ne hanno alcuna.
Ma mi appello almeno alla loro sete di potere: guardate come s’è ridotto Bush, ad obbedire a Israele.
Guardate come s’è rovinato Blair, ex-speranza della sinistra moderna.
Servire Sion, oltretutto, non aiuta nella carriera.

Maurizio Blondet
 

Note
1) «Kasrils says Israel’s behaviour worse than apartheid», Agence France Presse, 14 maggio 2007.
2) Michel Wlassikof, «Le Juif de savoir de Jean-Claude Milner», intervista sulla Tribune Juive, numero 26, aprile 2007.
 

 

 

 

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