
Amal
è figlia di un iracheno che al tempo di Saddam era
funzionario pubblico. Catturato dalle bande sciite
perché ritenuto collaborazionista, il padre è
stato incarcerato. Per potergli far visita in
prigionia, per molti mesi la figlia ha dovuto
subire abusi sessuali da parte dei carcerieri.
Donna e per di più cristiana, ha dovuto scegliere
tra la propria dignità e la necessità di assistere
il padre. Finché non ce l'ha più fatta ed è
fuggita, portandosi nel cuore un doppio rimorso.
Bashar, vent'anni, è stato
picchiato a sangue per la strada, all'uscita di una
chiesa di Baghdad, da un gruppo di fanatici
musulmani. Dal pestaggio è uscito gravemente
menomato...Oggi è ad Amman, in Giordania, sopravvive
con un sussidio della Caritas e non sa cosa
aspettarsi dal futuro. Quando lo incontro, insieme
con sua madre, il sguardo viene catturato dalla
macchina fotografica e non si distoglie per un
attimo dall'obbiettivo.
Storie come queste sono
raccontate nelle carte raccolte in un plico sulla
scrivania di padre Raymond: «Qui ci sono le
richieste d'asilo inoltrate all'Alto commissariato
delle Nazioni Unite per i rifugiati. In queste
pagine è possibile leggere le dimensioni del dramma;
storie emblematiche di cosa significa oggi essere
cristiani in Iraq».
Padre Raymond Moussalli, vicario
del patriarcato caldeo di Baghdad in Giordania, mi
riceve al termine della messa quotidiana, nel suo
studiolo di Amman, ricavato in un seminterrato di
Jebel Luweibeh, nel cuore dell'immensa capitale
giordana. Fuori capannelli di persone si fermano a
chiacchierare o ad accendere ceri alla Madonna nella
cappella ricavata in un garage. Il tema delle
conversazioni, tra profughi iracheni, non può essere
se non quello delle ultime violenze nella terra
d'origine, del rapimento e dell'uccisione dei
sacerdoti, delle sopraffazioni quotidiane,
dell'interminabile catena di sofferenze e lutti.
«In fretta. Fate in fretta - mi
esorta il sacerdote -. Non c'è più tempo. Non dovete
tacere. Il mondo deve sapere in quale baratro di
violenza sono finiti i cristiani del nostro Paese.
Eravamo un milione. Oggi più della metà sono
scappati. Molti sono stati uccisi dalle varie bande
fondamentaliste prima di riuscire a raggiungere i
confini di Siria o Giordania».
Ogni giorno, in questa chiesa di
fortuna, arredata in maniera dignitosa e senza
fronzoli, si raduna parte del popolo caldeo di
Amman. Secondo le stime di padre Raymond, sono
almeno 12 mila i fedeli cattolici di rito caldeo
presenti in città. Complessivamente i cristiani
potrebbero essere 25 mila. Ciascuno ha una sua
storia da raccontare, una ferita ancora aperta, un
lutto che non riesce a dimenticare. «Le situazioni
umane con le quali vengo in contatto ogni giorno
sono tra le più drammatiche. Famiglie spezzate,
donne e uomini senza speranza, ragazzi privati del
loro futuro. Voi cristiani d'Occidente dovere
gridare al mondo la nostra condizione, e dovere
mobilitarvi per costringere i potenti della terra a
prendere misure adeguate per far finire questa
catastrofe. L'alternativa è quella di un Iraq senza
cristiani».
«Il futuro per noi è un vero incubo - spiega padre
Raymond -. Non sappiamo se mai potremo tornare
nella nostra terra. Non sappiamo cosa augurarci,
ma siamo certi che solo una forte mobilitazione
internazionale potrà mettere un argine alla deriva
irachena. Gli Stati Uniti apriranno le loro porte
ai rifugiati? Per molti di noi non è una
soluzione. Un anziano di Mossul, proprio qualche
giorno fa ha rifiutato l'asilo. Non posso
accettare - mi ha detto - di essere accolto nel
Paese che ha deciso di invadere la mia terra».