
Tre
giorni di lutto nazionale in Iraq per i minareti
sbriciolati del santuario di Askariyah: è plumbea
la voce di Alastair Northedge, massima autorità
mondiale nell'arte di Samarra, docente di Arte e
Archeologia islamica alla Sorbonne parigina. Se
nel febbraio del 2006, alla notizia del
bombardamento di quello stesso mausoleo, lui
tuonava contro la profanazione del culto,
dell'arte e della storia, questa volta al telefono
da Parigi ha il tono sconsolato di chi cerca
rifugio nella rassegnazione: «II fatto è», dice,
«che la devastazione dell'Iraq è per certi versi
dissimile dalla rovina toccata a tanti Paesi
infestati dalle guerre: qui si assiste alla
distruzione del patrimonio di una intera nazione,
anziché di città isolate. Se infatti osserva la
Seconda Guerra Mondiale, in Europa si sono persi
beni inestimabili, però più per negligenza che per
proposito. E invece adesso, dalle forze della
coalizione all'insorgenza, tutti si accaniscono
contro le fragili architetture dell'antica
Mesopotamia».
Professore Northedge, che aspetto ha la mappa
dell'arte irachena vista dal suo osservatorio?
«È una mappa tutta crivellata dagli scavi dei
trafficanti di antichità, dai colpi degli obici e
dei mortai di entrambi gli schieramenti
avversari. Poco sfugge alla violenza. Oggi fanno
notizia le bombe detonate da mani esperte a
Samarra, ma in un solo mese si è consumata
un'orgia di scempi: 18 santuari del IX e X secolo
sono andati perduti in appena quattro settimane, e
fra questi alcune delle più splendide moschee del
mondo arabo»
Qual' è il danno reale infetto a Samarra?
«Il danno già era stato causato dagli ordigni del
2006: un colpo ben studiato contro il luogo di
sepoltura di due fra gli imam più venerati,
progettato da chi voleva un'apocalisse. Adesso
quegli stessi ci riprovano, con mezzi identici.
Sotto il profilo architettonico, i minareti hanno
un valore relativo. Risalgono all'Ottocento: sono
piuttosto recenti. Ma sotto il profilo politico il
potenziale è esplosivo: la carica deriva dalla
centralità del culto del Dodicesimo Imam, cioè a
dire del Messia, svanito in quel luogo e di cui
si aspetta il ritorno. Davvero: il nuovo
attentato è una pessima notizia: l'ultima di una
indicibile sequenza di ferite».
A quali altre pensa?
«A troppe per riassumerle: penso a Ur, la città di
Abramo, sfigurata da scariche di granate. Penso al
tragico destino del Museo nazionale, alla metà
dei capolavori svanita; ai cinque secoli di testi
ottomani dati alle fiamme nella Biblioteca
nazionale, alla grandiosa città di Babilonia
riconvertita in base americana, i viali
plurimillenari spianati dai tank».
«Vuole che le dica ancora? Il caravanserraglio di
Khan al-Raba, del X secolo, è stato usato dalle
forze alleate per far esplodere gli arsenali
catturati agli insorti. Rimangono solo rovine. I
resti di Isin e Shurnpak, città del 2000 a.C.,
sono evaporati, e così pure castelli, ziqqurat,
antichi minareti e moschee. E fuori della
capitale, almeno diecimila siti d'inestimabile
valore per la storia della civiltà occidentale
sono alla mercé dei saccheggiatori».
Professore, lei sta dipingendo un patrimonio
dell'umanità per sempre perduto?
«Niente affatto: malgrado la profondità
dell'orrore, nell'archeologia esiste sempre un
margine parziale di conservazione. Nemmeno i
saccheggiatori sanno distruggere tutto. Però,
perché la storia e l'arte dell'Iraq risorgano,
bisognerà aspettare la fine della guerra, il
ritiro americano. Nell'attesa, noi archeologi non
possiamo far altro che stare a guardare».