HOME PAGE  (italiano)

HOME  PAGE  (english)


NEWSLETTER ARCHIVIO

Issued Newsletters


 Diario di un Pellegrino

A Pilgrim's Diary



 

ISCRIZIONE NEWSLETTER

 

Ç

CLICCA  QUI

Vuoi ricevere la nostra

Newsletter con articoli,

commenti,  avvenimenti,

aggiornamenti,

appuntamenti

riguardanti la Terra

Santa ed il Medio

Oriente?

Iscriviti alla nostra

Newsletter "Notizie

dalla Terra Santa",

semplicemente

CLICCA  QUI

È

 

ISCRIZIONE NEWSLETTER

 

 

Notizie dalla Terra Santa

 

Anno II, Comunicato n. 80/8 (italiano), del 22/6/2007

 

 

“Così scompare il patrimonio dell'antica Mesopotamia”

 

Alix van Buren, La Repubblica

 
Tre giorni di lutto nazionale in Iraq per i minareti sbriciolati del santuario di Askariyah: è plumbea la voce di Alastair Northedge, massima autorità mondiale nell'arte di Samarra, docente di Arte e Archeologia islamica alla Sorbonne parigi­na. Se nel febbraio del 2006, alla notizia del bombardamento di quello stesso mauso­leo, lui tuonava contro la profanazione del culto, dell'arte e della storia, questa volta al telefono da Parigi ha il tono sconsolato di chi cerca rifugio nella rassegnazione: «II fatto è», dice, «che la devastazione dell'I­raq è per certi versi dissimile dalla rovina toccata a tanti Paesi infestati dalle guerre: qui si assiste alla distruzione del patrimo­nio di una intera nazione, anziché di città isolate. Se infatti osserva la Seconda Guerra Mondiale, in Europa si sono persi beni inestimabili, però più per negligenza che per proposito. E invece adesso, dalle forze della coalizione all'insorgenza, tutti si ac­caniscono contro le fragili architetture dell'antica Mesopotamia».

Professore Northedge, che aspetto ha la mappa dell'arte irachena vista dal suo osservatorio?

«È una mappa tutta crivellata dagli scavi dei trafficanti di antichità, dai colpi degli obici e dei mortai di en­trambi gli schieramenti avversari. Poco sfugge alla violenza. Oggi fanno notizia le bombe detonate da mani esperte a Samarra, ma in un solo mese si è consumata un'orgia di scempi: 18 santuari del IX e X secolo sono andati perduti in appena quattro settimane, e fra questi al­cune delle più splendide moschee del mondo arabo»

Qual' è il danno reale infetto a Samar­ra?

«Il danno già era stato causato dagli or­digni del 2006: un colpo ben studiato con­tro il luogo di sepoltura di due fra gli imam più venerati, progettato da chi voleva un'apocalisse. Adesso quegli stessi ci ri­provano, con mezzi identici. Sotto il pro­filo architettonico, i minareti hanno un valore relativo. Risalgono all'Ottocento: sono piuttosto recenti. Ma sotto il profilo politico il potenziale è esplosivo: la carica deriva dalla centralità del culto del Dodi­cesimo Imam, cioè a dire del Messia, sva­nito in quel luogo e di cui si aspetta il ritor­no. Davvero: il nuovo attentato è una pes­sima notizia: l'ultima di una indicibile sequenza di ferite».

A quali altre pensa?

«A troppe per riassumerle: penso a Ur, la città di Abramo, sfigurata da scariche di granate. Penso al tragico destino del Mu­seo nazionale, alla metà dei capolavori svanita; ai cinque secoli di testi ottomani dati alle fiamme nella Biblioteca naziona­le, alla grandiosa città di Babilonia ricon­vertita in base americana, i viali plurimillenari spianati dai tank».


«Vuole che le dica ancora? Il caravan­serraglio di Khan al-Raba, del X secolo, è stato usato dalle forze alleate per far esplo­dere gli arsenali catturati agli insorti. Ri­mangono solo rovine. I resti di Isin e Shurnpak, città del 2000 a.C., sono evapo­rati, e così pure castelli, ziqqurat, antichi minareti e moschee. E fuori della capitale, almeno diecimila siti d'inestimabile valore per la storia della civiltà occidentale so­no alla mercé dei saccheggiatori».

Professore, lei sta dipingendo un patri­monio dell'umanità per sempre perduto?

«Niente affatto: malgrado la profondità dell'orrore, nell'archeologia esiste sem­pre un margine parziale di conservazione. Nemmeno i saccheggiatori sanno di­struggere tutto. Però, perché la storia e l'arte dell'Iraq risorgano, bisognerà aspettare la fine della guerra, il ritiro americano. Nell'attesa, noi archeo­logi non possiamo far altro che sta­re a guardare».

 

 

Torna ai Comunicati gia' pubblicati - Home Page