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Notizie dalla Terra Santa
Anno II,
Comunicato n. 83 (italiano), del 29/6/2007
- Operazione
israeliana "Estate degli stupidi"
- Palestina.
Tutto è possibile
Operazione israeliana "Estate degli
stupidi"
Operazione
israliana "Estate degli stupidi" nella
Striscia di Gaza. Bombardamenti e invasioni
di terra provocano 14 morti e decine di
feriti tra la popolazione civile. Nei
Territori Occupati continuano invece le
aggressioni di Tsahal ai villaggi
palestinesi, dove viene seminato terrore e
morte, distrutte case, arrestati oppositori
politici. Il mondo tace, perchè questo non è
terrorismo, ma la norma alla quale ci hanno
abituato e addomesticato le "grandi penne"
del giornalismo italiano ed internazionale.
Perchè
Israele è una grande democrazia e questa è
la sua applicazione diretta. Sinistri e
destri applaudono. Che vergogna.
Giornalisti alla moda e accreditati
nei salotti buoni ci vorrebbero impietosire
piangendo solo su alcune tombe e drammi
ereditati dalla storia, tralasciando la
maggioranza degli altri lutti e
devastazioni, che tutt'oggi, giorno dopo
giorno, inesorabilmente, subisce
trasversalmente una popolazione vittima di
giochi di potere e di isteria indotta, senza
che nessuno si scandalizzi.
Come la
vorremmo definire? Omissione o Omertà?
Per
fortuna a quel Furio Colombo, che
dalle pagine de "il Giornale" del 27-6-2007
bacchetta la sinistra per non essere
abbastanza sionista, ne fanno da contrappeso
altri come Sergio Romano, che nelle stesse
pagine rivendica il diritto a manifestare
civilmente le proprie idee e informazioni,
senza che ciò debba diventare un "reato
d'opinione" per cui rischiare d'essere
perseguibili.
Ma ci sono
altre voci, altrettanto, se non più,
attendibili e genuine, che non trovano
spazio per essere divulgate al grande
pubblico.
Politicamente non corretti, non omologati e
gestibili, non ricattabili e censurabili,
questi giornalisti e scrittori, di diverse
nazionalità, etnie e confessioni, ci offrono
un disinteressato e generoso contributo alla
comprensione di realtà altrimenti
indecifrabili e incomprensibili.
Crediamo di
fare un buon servizio dando loro spazio.
Aiutateci a
farli conoscere ai vostri amici e
conoscenti.
Diamo voce al
loro impegno.
La voce a cui
diamo spazio di seguito è quella di Yigal
Bronner, un ebreo che ha conosciuto in prima
persona il vero volto del sionismo.
Filippo Fortunato Pilato
29-6-2007
Palestina. Tutto è possibile
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Yigal
Bronner
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Fa
una strana sensazione discutere possibili
soluzioni al conflitto israelo-palestinese.
Preferiamo la formula ad un solo stato o a
due stati? Quale delle due è più realistica?
Queste domande appaiono così lontane dalla
difficile realtà sul terreno, dove la
soluzione del conflitto non è mai apparsa
così distante. Attualmente, Israele sta
drammaticamente ed unilateralmente cambiando
il paesaggio regionale. Il progetto chiamato
in modo fuorviante "Recinzione di
sicurezza" sta perpetuando ed espandendo
largamente le colonie che Israele aveva
occupato nel 1967, mentre sacrifica una
manciata di insediamenti nelle lontane e più
popolate aree palestinesi. Il progetto è poi
completato dal sistema di strade per soli
Ebrei e dai numerosi checkpoint che
frammentano la West Bank -- concentra i
Palestinesi in aree densamente popolate,
enclave impoverite, ed assicura il completo
controllo israeliano sulle più prezione
risorse della regione: terra libera ed
acqua.
Molte comunità Palestinesi nella West Bank
sono già rinchiuse da tutti i lati (e in
qualche caso persino tagliate nel mezzo) da
un sistema di trincee, muri di cemento e
filo spinato. Anche Gaza è sigillata. Il
movimento tra le sacche palestinesi è
estremamente difficoltoso. L'accesso
all'assistenza sanitaria, all'istruzione, e
al lavoro è limitato e in qualche caso
impossibile. La povertà è ovunque (60% della
popolazione è sotto la linea di povertà
delle Nazioni Unite di due dollari di
reddito al giorno). Nel giro di qualche
mese, il progetto sarà completato con
successo. Esso rinchiuderà i Palestinesi in
piccoli ghetti, connessi da strade
sotterranee sotto il controllo di Israele.
Non ci sarà alcun aeroporto, alcun porto, ed
il passaggio via terra per i paesi vicini
sarà sorvegliato da soldati israeliani. Il
risultato finale -- già operativo nella
Striscia di Gaza ed in varie "strisce" della
West Bank -- è un sistema di affollate
prigioni all'aria aperta. E se i reclusi si
fanno prendere la mano e si rivolteranno, i
secondini li bersaglieranno con raid aerei e
cannoneggiamenti.
Notate che quanto accade nei Territori
Occupati nel 1967 non è essenzialmente
nuovo. Il conflitto israelo-palestinese è
vecchio non di 40 ma di 120 anni. In tutto
questo periodo, Israel Yeshuv [l'entità
sionista prima della nascita dello stato
d'Israele -- ndt] ha usato una varietà
di mezzi per acquisire quanta più terra
possibile e sfrattare o strangolare la
popolazione nativa. Un grande punto di
svolta in questo sforzo ebbe luogo durante
la guerra del 1948, quando almeno 700.000
Palestinesi o scapparono spaventati o furono
scacciati dai loro villaggi e dalle loro
città sulla canna dei fucili. Le loro case
vennero sistematicamente abbattute dallo
stato di nuova fondazione di Israele e non
gli fu più permesso di fare ritorno.
Per quanto riguarda quei Palestinesi che nel
1948 si tennero stretti alle loro case (e
che resistettero ad un'ulteriore tentativo
di espulsione negli anni 50), gli venne
concessa la cittadinanza israeliana, ed oggi
costituiscono il 20% della popolazione di
Israele. Ma le politiche di espulsione e
furto di terra hanno coerentemente
continuato ad essere attuare anche all'interno
di Israele, contro i suoi stessi cittadini
arabi. Nel Negev, per fare un solo esempio,
circa 80.000 beduini vivono in "villaggi non
riconosciuti", che lo stato si rifiuta di
rifornire con acqua, elettricità, scuole
adeguate e servizi sanitari. Mentre parliamo
le forze israeliane stanno lavorando duro
per risistemare questa popolazione, contro
la sua volontà, in affollate città. Non
passa una settimana senza che case, qualche
volta interi villaggi, vengano distrutti, il
bestiame confiscato, le coltivazioni
estirpate, mentre il governo sta
generosamente distribuendo queste terre a
coloni ebraici. Soprattutto, l'opinione che
lo stato dovrebbe revocare la cittadinanza
ai suoi cittadini arabi, e che questi
dovrebbero essere costretti in aree recluse
o addirittura espulsi, sta diventando una
posizione dominante tra gli Ebrei d'Israele.
Alla fine del 19mo secolo gli immigranti
ebraici in Palestina furono mobilitati dallo
slogan "una terra senza popolo per un popolo
senza terra" , e sembra che il movimento
sionista non abbia mai smesso di svuotare la
terra dalla sua popolazione nativa. Un altro
slogan assai noto parlava della redenzione
della terra "un acro qui e un acro lì" (dunam
po ve-dunam sham). La slealtà, la
visione storica e l'inesorabiltà del
progetto sionista appaiono tutte in questo
slogan, insegnatoci a scuola: differenti
porzioni di terra potrebbero essere ottenute
col ricorso a diversi mezzi -- comprandola,
confiscandola o prendendola con la forza. La
terra conquistata può non essere contigua
all'inizio, un pezzo qui e un pezzo lì, ma
alla fine "acro dopo acro", essa sarà presa
tutta.
Lo slogan non dice niente della gente che
abitava già qui. Ancora negli anni 70, il
Primo Ministro Golda Meir insisteva che non
esiste alcun popolo palestinese. E Ariel
Sharon, che ebbe un profondo impatto sulla
colonizzazione israeliana della West Bank
alla fine degli anni 70, disse ripetutamente
che se i Palestinesi volevano uno stato
dovevano andarselo a cercare in Giordania. E
ancora, in anni recenti, lo stesso Sharon ha
improvvisamente adottato la retorica dei due
stati per due popoli, ed ha invitato alla
fondazione di una entità palestinese nelle
aree che Israele occupò nella guerra del
1967.
Venendo dall'uomo che ha guidato le
politiche di insediamento, gli avamposti, e,
più recentemente, lo strangolamento delle
città della West Bank con muri, questa nuova
retorica segnala una svolta storica. La
popolazione araba della Palestina storica è
diventata sufficientemente disintegrata ed
espropriata. Le enclave senza terra e con
deboli legami della West Bank stanno per
essere fissate -- non possono più espandersi
da nessuna parte. Sharn, Olmert e Barak
possono ora cambiare il loro linguaggio --
con l'applauso dell'amministrazione Bush e
delle nazioni occidentali. Se i Palestinesi
issassero le loro bandiera nei loro ghetti
isolati, o tenessero elezioni, Israele non
potrebbe essere più felice. Chiamando stato
questo sistema di prigioni a cielo aperto
potrà lavarsi le mani delle miserabili
condizioni dei detenuti.
Dunque, c'è una soluzione possibile? Alcuni
dicono che la realtà che Israele ha creato
sul terreno è irreversibile, e che la
partizione della Palestina storica in due
stati non è più pratica. Altri sostengono
che è la soluzione ad un solo stato ad
essere inattuabile, dal momento che gli
Israeliani non saranno mai d'accordo a
dividere il potere sul modello nord
irlandese.
Entrambi gli argomenti sono sbagliati --
niente è impossibile. De Gaulle portò un
milioni di coloni francesi fuori
dall'Algeria quando pochi credevano che
l'avrebbe fatto. Per decenni, i bianchi del
Sud Africa hanno detto che loro non
avrebbero mai consentito a dividere il
potere con una maggioranza di colore, e
invece, nel giro di una notte fecero proprio
questo. La cortina di Ferro cadde, e così
fece il Muro di Berlino, e dal momento che
non conosciamo il futuro, non abbiamo modo
di capire cosa è impossibile.
Ma se il conflitto israelo-palestinese
consiste nel trovare una giusta e stabile
soluzione -- un solo stato, due stati,
qualche altra soluzione ancora -- questa
dovrà prevedere una vera condivisione della
terra, dell'acqua, e in verità, del
potere. Dovrà essere il risultato di
un negoziato bilaterale tra due partner di
pari dignità. Dovrà permettere ad entrambe
i gruppi di esercitare i loro diritti
politici e culturali, per conservare le
proprie narrative, i linguaggi e le
tradizioni religiose.
Ad una tale condivisione il movimento
sionista non ha mai dato il suo assenso.
Alcuni sostengono che il piano di partizione
del 1947 consisteva in una sincera offerta
di condivisione della terra. Ma chiunque
abbia studiato la storia della regione sa
che l'accettazione ebraica a questo piano
rientrava nella logica dell'"acro per acro"
in attesa che quell'"acro lì" entrasse in
loro possesso. Lo Yeshuv non aveva
intenzione di accontentarsi di ciò che
allora gli fu offerto, Altri dicono che ad
Israele aveva intenzione di dividere
realmente la terra con l'OLP, ma chiedetelo
ad ogni Palestinese che viva nella West
Bank: gli anni 90 di Oslo, quando Israele
raddoppiò la popolazione degli insediamenti,
costruì molte nuove colonie, ed eresse gli
avamposti, costituiscono il peggiore
decennio dell'occupazione israeliana -- fino
a ben dentro gli anni 2000.
La
ben oliata macchina di espulsione e furto ha
funzionato per decenni senza fermarsi mai.
In realtà, essa ha conquistato sempre più
forza ed ormai è come dotata di vita
propria. Le orecchie di Israele sono
diventate così abituate a questo rumore di
fondo -- gli scricciolii delle demolizioni e
degli sradicamenti per fare posto ai nuovi
coloni -- che non lo sentono neanche più.
Sentono solo quando qualcuno gli spara
addosso. Ma da molto tempo non sentono più i
lavori in corso del processo di
colonizzazione, e non riescono ad immaginare
la calma che risulterebbe dal fermarli.
Io ho osservato in prima persona questa
inarrestabile macchina in funzione. Con i
miei amici di Ta'ayush ed altri gruppi per
la pace abbiamo costruito case che essa
aveva buttato giù, solo per vederle demolite
di nuove, ancora e ancora, fino a cinque
volte di seguito. I bulldozer ritornano
sempre. O considerate la lotta degli
abitanti di Susya, nelle colline a sud di
Hebron. Anni di tremendi sforzi di centinaia
di persone sul posto, in tribunale, sui
media, non sono in alcun modo riusciti ad
assicurare il mantenimento di un fragile
status quo per una manciata di famiglie che
si tenevano strette alle loro piccole,
fragili baracche. I soldati israeliani le
abbatterono al tempo del Primo Ministro
Barak, e a dispetto di tutti gli sforzi, i
bulldozer torneranno a sgombrare l'area per
i coloni del vicinato.
La macchina dell'espropriazione non si ferma
un momento. Continua a funzionare nei
territori occupati, ed anche in Israele, da
Rafah al Negev, da Hebron a Gerusalemme, da
Budrus a Bil'in, da Jenin a Sakhnin. Ruba un
acro qui e un acro lì. Vorrei essere chiaro:
nessuna soluzione al conflitto
israelo-palestinese è possibile finché essa
è al lavoro.
Ma una volta smantellata, tutto diventa
possibile.
Yigal Bronner
22 giugno 2007
Yigal Bronner insegna letterature sud
asiatiche presso l'università di Chicago. E'
un attivista di Ta'ayush: Arab Jewish
Partnership, oltre ad essere un refusnik che
ha passato gran parte dello scorso decennio
battendosi per la pace e contro
l'ingiustizia in Israele/Palestina.
Tradotto dall'inglese
all'italiano da Gianluca Bifolchi, membro di
Tlaxcala,
la rete di traduttori per la diversità
linguística. Questo articolo è in Copyleft
per ogni uso non-commerciale: è liberamente
riproducibile, a condizione di rispettarne
l'integrità e di menzionarne l'autore e la
fonte.
URL di questo articolo:
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