di
Benjamin WHITE
Abbiamo avuto il Live 8 e il Live Earth, e questa
settimana, sebbene su scala più piccola, abbiamo quasi
avuto One Million Voice. Organizzato dal gruppo One
Million, lo scopo conclamato era riunire Israeliani e
Palestinesi in eventi simultanei a Tel Aviv, Gerico,
Londra, Washington e Ottawa, per esprimere sostegno ai
"moderati" e invitare ad una soluzione a due stati
negoziata.
Il
progetto è abortito, tra dichiarazioni e
contro-dichiarazioni, quando gli artisti hanno voluto la
cancellazione dell'evento di Gerico, e il concerto a Tel
Aviv ha fatto seguito. Ciò a causa di una pressione da
parte del movimento palestinese che obiettava verso ciò
che loro sembrava un altro tentativo di promuovere una
falsa pace che non affronta le ingiustizie strutturali
alla base del conflitto.
In
effetti, nonostante la retorica pacifista -- e la pretesa
di rappresentare una volontà universale -- l'approccio di
One Voice evidenzia gli stessi difetti che hanno segnato
gli sforzi "ufficiali" di pace da Oslo fino al Quartetto.
Questi errori erano ampiamente dimostrati nel commento di
Seth Freedman su Guardian's Comment is Free, che sosteneva
che il principale ostacolo alla pace è l'"estremismo"
presente su entrambi gli schieramenti.
Questa interpretazione della situazione in
Palestina/Israele è possibile solo attraverso una
considerevole scrollata di spalle verso la storia e una
fondamentale distorsione del presente. La dice lunga che
il concerto di Tel Aviv era programmato per aver luogo a
Hayarkon Park -- lo stesso luogo in cui, quasi 60 anni fa,
il villaggio palestinese di Jarisha fu cancellato dalle
mappe da parte delle forze armate ebraiche.
I
suoi abitanti condivisero la sorte di quasi 800.000 altri
Palestinesi, espulsi da quello che divenne Israele ed
impediti fino a oggi di tornare alle loro case, con la
loro terra confiscata. Tuttavia il materiale ufficiale di
OneVoice dà l'impressione che il conflitto iniziò solo 40
anni fa, quando Israele occupò il resto della Palestina
(la West Bank, Gaza Strip e Gerusalemme Est).
Condannando la "minoranza estremista" di entrambe gli
schieramenti suona lodevole. Naturalmente "entrambi gli
schieramenti" usano la violenza, e naturalmente vi è odio
ed estremismo religioso sia tra i Palestinesi che tra gli
Israeliani. La questione cruciale, comunque, è che tutto
il potere è nelle mani di Israele. Israele sta occupando e
colonizzando la terra palestinese, non il contrario. Le
città palestinesi sono assediate da un esercito moderno ed
altamente tecnologico, e sono soggette a chiusura, raid e
bombardamenti -- non il contrario.

La
colonizzazione sionista non è la riserva di una frangia di
fanatici in Israele -- è fondamentale per l'indentità e la
pratica dello stato. Come Martin Luther King diceva: "La
libertà non è mai volontariamente donata dall'oppressore;
è l'oppresso che deve esigerla". Dato che Israele continua
a non mostrare la minima intenzione di abbandonare il suo
ruolo di signore coloniale, non è giusto condannare
"entrambe le parti", come se tra occupante ed occupato vi
fosse uguaglianza.
Non
c'è da sorprendersi che quelli che hanno un'esperienza
diretta di questo apartheid non si facciano illusioni
sull'utilità di "processi di pace" privi degli strumenti
per incidere. All'inizio di questa settimana l'inviato per
i diritti umani delle Nazioni Unite nei Territori
Occupati, John Dugard, ha condannato il Quartetto per aver
mancato di garantire i diritti dei Palestinesi. Tim
Frank's, della BBC, ha osservato che molti diplomatici e
funzionari nella regione "sarebbero d'accordo con
l'analisi di Dugard", anche se non lo ammettono
pubblicamente.
C'è
la riscossa del linguaggio della moderazone, da One Voice
a Condoleeza Rice, dai mancati concerti per la pace alla
prossima conferenza di pace di Novembre. E' una dicotomia
seducente, da una parte quelli che portano la fiaccola
della pace, che si sforzano per un "risveglio di tutte le
coscienze" a favore delle "forze della luce, dell'amicizia
e dell'amore". Sull'altro lato quelli che minacciano,
calunniano e ingannano; quelli malignamente intransigenti
che soffocano la speranza e bruciano le bandiere.
Ma
cos'è un "moderato"? In tempi recenti la parola "moderato"
è stata applicata ad alcuni improbabili personaggi del
Medio Oriente. Per gli USA, la Gran Bretagna e Israele tra
questi vi sarebbero l'Arabia Saudita, l'Egitto e la
Giordania. Nessuno di questi permette una grande libertà
di espressione: tutti opprimono i movimenti di
opposizione. Di fatto, l'Arabia Saudita è uno dei regimi
più repressivi del mondo.
Si
direbbe che la "moderazione" non abbia niente a che fare
col fatto che tu faccia riscorso o meno alla tortura degli
attivisti politici o alla fustigazione dei "devianti", e
tutto a che fare con la tua obbedienza alle politiche USA
e agli interessi di Israele. Ovvero ciò che unisce i reali
sauditi, il presidente egiziano e il re giordano.
Frattanto gruppi come ISM e Another Voice vengono
condannati da Freedman e One Voice come "estremisti" volti
a "distruggere l'altro lato", e accusati di muovere
fantasiose e non specificate minacce. Tuttavia questi
gruppi sono impegnati nella difesa dei diritti umani e del
diritto internazionale, e sono composti da motivati
Israeliani, Palestinesi e altri stranieri. L'etichettarli
come "estremisti" è un riflesso del loro rifiuto di
accettare un apartheid indorato e luoghi comuni pieni di
buone intenzioni funzionali al mantenimento dello status
quo.
Può
essere una verità scomoda, ma la pace per entrambe i
popoli non arriverà se la fondamentale disparità di potere
tra Israele e i Palestinesi (senza uno stato, occupati ed
espropriati) continua ad essere oscurata. Sfidare gli
interessi costituiti che perpetuano la conquista della
Palestina non vi farà avere premi da parte dei monarchi
giordani o lodi dal Dipartimento di Stato USA, ma in
ultima analisi è ciò che avvicina alla pace.