«Due
condizioni sono indispensabili oggi per
riavviare il processo di pace: recuperare
l'unità politica dei palestinesi e che gli Stati
Uniti guidino una coalizione internazionale per
la pace in Medio Oriente che possa mettere sul
tavolo una proposta concreta, possibilmente più
dettagliata e meno generica di quella saudita».
Senza questi punti di partenza, avverte lo
storico Shlomo Ben Ami - ministro degli Esteri,
e della Sicurezza, israeliano nel biennio
2000-2001 -, non c'è da farsi illusioni sugli
esiti della Conferenza di pace convocata a
Washington per metà novembre. «Oggi - ha
aggiunto - la confusione è grande, tanto nel
governo palestinese quanto in quello israeliano:
in questa situazione dubito che si possa
ottenere qualcosa di solido in due mesi.
Dichiarazioni di buona volontà, forse. Ma non è
con la poesia che si cambia qualcosa sul
terreno».
Ben Ami, a capo
della diplomazia israeliana durante il fallito
vertice di Camp David del 2000, era di passaggio
a Roma, nei giorni scorsi, per la rassegna
Incontri nel Mediterraneo in corso
all'Auditorium e per la presentazione
all'Istituto di cultura spagnola Cervantes del
suo libro sul processo di pace Cicatrizes de
guerra, heridas de paz ( Palestina. La
Storia incompiuta, ed. Corbaccio, 2007).
«Chi come me ha negoziato per due anni con i
palestinesi sa che non c'è da inventare nulla di
nuovo: dopo 60 anni tutto il mondo conosce i
termini del problema e le possibili soluzioni.
Ora si tratta, da parte della comunità
internazionale, di farsi carico di una proposta
precisa che non credo si possa discostare molto
dal piano presentato a Camp David nel 2000, i
cosiddetti parametri Clinton» dice a margine
della conferenza Ben Ami.
Lo storico, che
è stato anche ambasciatore d'Israele in Spagna e
oggi vive fra Tel Aviv e Madrid, parla a Roma
nel giorno in cui il segretario di Stato
americano Condoleezza Rice arriva in Medio
Oriente per non far slittare il vertice, mentre
il governo israeliano definisce Gaza «un'entità
ostile» e l'entourage palestinese
minaccia da giorni di boicottare l'incontro se
non si raggiungerà un accordo preliminare sulle
questioni chiave del conflitto. Ben Ami non ha
dubbi: «Si devono dare risposte concrete a
questioni concrete: la fine dell'occupazione,
Gerusalemme, il ritorno dei rifugiati. Una volta
che la comunità internazionale abbia posto sul
tavolo una proposta di pace, bisogna
accompagnare le parti verso la loro
applicazione: assistere l'Autorità palestinese
nel ripristino delle piene funzioni
istituzionali e nella riforma del sistema di
sicurezza, e controllare che anche Israele
faccia la sua parte. Ci vuole insomma un impegno
da parte di tutti: questo è quello che va fatto.
Ma che suggeriscano a Olmert e Abbas di
incontrarsi ogni due settimane e che la Rice
venga a farsi un giro una volta al mese per
vedere come procedono... è inutile» allarga le
braccia Ben Ami.
Il diplomatico
pensa che sia stato un errore strategico
spingere Hamas nell'angolo come ha fatto la
comunità internazionale fin dall'esito delle
elezioni. «Oggi la situazione si è complicata,
ma la mia posizione fin da quando Hamas era
giunta al potere è che fosse necessario farla
entrare in un processo politico che doveva
necessariamente portare i palestinesi a un
compromesso. Anziché metterli alla gogna e
scegliere il boicottaggio come ha fatto anche
l'Unione Europea, era necessario avviare un
dialogo: il riconoscimento reciproco doveva
essere il risultato dei negoziati, esattamente
come è avvenuto con l'Olp negli Accordi di Oslo,
e non la premessa del dialogo».
Quel che è
avvenuto negli ultimi mesi a Gaza, dice ancora,
«rende necessario recuperare gli accordi de La
Mecca per tornare al tavolo dei negoziati con un
governo di unità nazionale palestinese. La
divisione fra la Cisgiordania e la Striscia di
Gaza non può durare: prima o poi la prevarrà la
volontà del popolo palestinese di avere una
classe politica coerente». Così come non può
durare «il paradosso» che Israele sta
alimentando: «Gli israeliani non possono far la
pace con chi ha perso le elezioni e far la
guerra a chi ha vinto le elezioni. Prima o poi
dovranno affrontare la realtà».
Da questo punto
di vista secondo Ben Ami anche l'aspro dibattito
in corso all'interno della società israeliana
sulle frange ortodosse e sui coloni, è in sé la
spia di un cambiamento e della stanchezza dei
cittadini verso il conflitto: «La tragedia
personale e familiare dei coloni durante lo
smantellamento degli insediamenti a Gaza nel
2005 è stata accolta con freddezza dalla maggior
parte degli israeliani. E questo è il messaggio
più importante, perché è la prima volta dal 1967
che gli israeliani avviano un dibattito serio su
che cosa è Eretz Israel e sui
territori, e vincono la battaglia: cresce nel
Paese la consapevolezza che dobbiamo restituire
i Territori occupati. Non dico che sia facile,
ma è possibile: gli israeliani oggi sono
disposti a farlo, serve la volontà politica».
Un mese fa, nel
corso dell'evacuazione da Hebron di alcune
famiglie di estremisti che avevano occupato dei
negozi palestinesi e durante la quale alcuni
soldati rifiutarono di obbedire agli ordini dei
superiori, l'opinione pubblica israeliana si è
chiesta con orrore se non si stesse profilando
una guerra civile all'orizzonte. Ma Ben Ami
scaccia questa ipotesi: «Ci possono essere degli
scontri fra popolazione e polizia, ma questo non
è una guerra civile. Una guerra civile è quando
l'esercito si divide e questo da noi non accadrà
mai. Quel che è accaduto a Hebron è che due o
tre soldati si sono rifiutati di partecipare
allo sgombero. E con questo? Il risultato è
ridicolo... L'esercito è uno degli elementi più
solidi del sistema israeliano. È vero - ammette
- che la sua struttura sociale sta cambiando:
aumentano i religiosi, i russi, gli orientali...
Ma questo non cambia il comportamento
dell'esercito come corpo dello Stato che resta
assoggettato alle decisioni dei politici».
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