In nome
del non
essere
Le caratteristiche del
bolscevismo
e
il suo disegno religioso di rifare l'uomo a propria immagine
Nel 1933 lo storico Georgij Fedotov (1886-1951) scrisse un
lungo articolo che offriva un solido criterio di giudizio
delle vicende politiche. Prima del grande terrore staliniano,
ne prefigura in modo impressionante gli orrori. Fedotov
proveniva dalle fila del partito social-democratico, e solo
dopo la rivoluzione divenne membro militante della Chiesa;
emigrò dall'Urss nel 1925, facendo tappa a Berlino, Parigi e
New York. L'articolo è stato pubblicato sui numeri 4 e 5 del
2008 della rivista "La Nuova Europa". Ne riportiamo un
estratto.
di
Georgij Fedotov

Per
quanto giusto e sacrosanto sia stato in origine il nostro
rifiuto del bolscevismo, la vita non si ferma, sarebbe un
miracolo se il bolscevismo si sottraesse alla legge della
trasformazione universale. In quanti casi una conquista
violenta o un delitto politico hanno dato origine a un regime
di stabilità e di benessere! In fondo è la sorte di quasi
tutte le dinastie e i regimi quella di nascere da un crimine.
Se il bolscevismo nella sua evoluzione diventasse una forma
adatta, per quanto primitiva, alla nuova Russia nata nella
rivoluzione, noi saremmo tenuti ad accettare - politicamente,
certo - il suo delitto iniziale. La politica non è etica pura,
o meglio ammette la riduzione a etica solo in forma limitata.
Il politico fa i conti con i fatti, con le conseguenze reali,
e non con le intenzioni. Ecco perché "contratta con i
cannibali" e vede tranquillamente nel bolscevismo
un'espressione di quella forza "che desidera eternamente il
male e compie eternamente il bene" (Goethe, Faust). Per
il politico il bilancio di benefici e misfatti è necessario, e
va rivisto e ricalcolato giorno per giorno. Ma la nostra lotta
contro il bolscevismo non è di ordine puramente politico.
Lo
stesso bolscevismo non vuol essere solo una politica, non si
batte per il corpo ma per l'anima. Non è il socialismo che
vuol costruire, ma l'uomo nuovo, una nuova vita, una nuova
etica, un nuovo modo di vivere e una nuova persona. In Russia
il bolscevismo costruisce quest'uomo a propria immagine e
somiglianza. Il partito di Lenin, il partito dei vecchi
cospiratori, è diventato da tempo un'icona vivente di santità,
su cui vengono educate e plasmate milioni di giovani
esistenze. Saranno questi giovani a determinare l'oggi e il
domani della Russia. Ecco il perché della domanda fondamentale
che facciamo sul bolscevismo: non che cosa (fa), ma
chi (è). Spesso si sente dire in questo nostro tempo
spietato: il peggio non è quello che fanno i bolscevichi, ma
in nome di che cosa lo fanno. Si potrebbe perdonare loro il
sangue, se fosse versato per la Russia, si potrebbe perdonare
la violenza, se fosse in nome della verità.
Questa affermazione ambigua contiene una grande verità e una
grande menzogna. Tutto dipende da come si intende questo "in
nome di". Se significa la professione razionale, verbale di un
dogma, bisogna dire che per quanto il bolscevismo sia
rivoltante, si può immaginare qualcosa di ancor più
rivoltante, e cioè un bolscevismo in nome di Cristo. I metodi
della Gpu al servizio della Chiesa sarebbero mille volte più
mostruosi degli stessi metodi al servizio dell'ateismo, perché
c'è un'affinità interiore tra scopo e mezzo, tra fede e vita,
tra idea e politica. Per questo siamo così atterriti dalla
possibilità di impiegare i metodi bolscevichi in campo
cristiano.
Ma c'è anche un altro modo di intendere questo "in nome di":
come struttura interiore dell'anima, legata sì al dogma ma da
fili molto più misteriosi e invisibili. Per esempio, si
potrebbe dire che la fede materialista del xix secolo spesso
si univa a una struttura cristiana dell'anima. Il bolscevismo
non ha creato una nuova fede, ha assunto il vecchio dogma
dell'ateismo materialista, di cui erano vissute generazioni di
intellettuali, ma per la prima volta ha creato un uomo
adeguato a questo dogma. La cosa più terribile non è ciò che
fa quest'uomo, e neppure ciò in cui crede, ma ciò che è.
Questa caratteristica dell'animo è realmente, organicamente
legata al contenuto della sua fede, al suo "in nome di".
Non è facile definirla, quest'anima bolscevica, nella sua
natura autentica. In primo luogo, non esiste allo stato puro.
Non è un'astrazione, ma agisce in maniera reale ed
estremamente violenta, come un lievito, nelle anime dei
rivoluzionari e giovani comunisti russi, trasformandole
profondamente - ma tuttavia non fino in fondo. Resta sempre un
residuo umano naturale o culturale, grazie a cui qualunque
bolscevico è migliore del bolscevismo. In quest'ultimo
paradossale primato sta l'unicità del bolscevismo, la sua
radicale differenza da tutti gli altri sistemi e fedi.
Lo spirito del bolscevismo non è un'astrazione, il prodotto di
un'artificiosa rielaborazione filosofica della realtà. È
l'anima stessa di una realtà a suo modo irripetibile e
talmente mortifera, da essere in grado di vivere solo
parassitando un ambiente umano che le è estraneo. Non
incontriamo mai il leninismo allo stato assolutamente puro.
Anche Lenin talvolta carezzava i bambini e ascoltava la
musica.
Tuttavia
lo spirito del bolscevismo è in gran parte opera di Lenin, una
moltiplicazione all'ennesima potenza della sua mostruosa
personalità.
Il bolscevico è in primo luogo il tipo del combattente. È
temprato da un quarto di secolo di lotta clandestina contro lo
zarismo e da anni di guerra civile. Non c'è da meravigliarsi
che durezza e ferocia lo contraddistinguano fin dal primo
sguardo. Ma questi due termini, durezza e ferocia, in realtà
non sono adeguati. Il valore militare del bolscevico è
determinato dall'intensità e dalla tenacia del suo odio. È
proprio quest'odio, insieme alla disciplina, a sostituire in
lui tutte le altre virtù del soldato e del rivoluzionario.
L'abnegazione può risultare talvolta superflua: Lenin non si
è mai sacrificato. Così come sono totalmente estranee al
bolscevico l'indignazione, l'esplosione d'ira contro il male
che denotano la nobiltà d'animo dei rivoluzionari.
La
sua unica reazione al male è un freddo sogghigno. Considera il
male come una cosa naturale perfino quando lo combatte. Ci si
può forse indignare di fronte a ciò che costituisce la natura
stessa della vita sociale? Il bolscevico non crede che
esistano azioni gratuite e nobili. Fiuta ovunque risvolti di
bassi interessi di classe e intrighi. La giustizia, come lui
la intende, anche se preferisce non parlarne, consiste in un
rovesciamento di forze, in base al quale gli oppressi si
trovano a essere oppressori e viceversa. Il male commesso
negli interessi del proletariato per lui prende il posto del
bene.
Il
bolscevico disprezza ogni tipo di giudizio morale e non fa mai
uso di categorie morali positive, come bene, giustizia
eccetera. Viceversa a ogni passo usa i giudizi negativi più
taglienti: vigliaccheria, bassezza eccetera, mostrando la sua
estrema ricettività alle forze del male. Odia il male perché
ne è vittima o si identifica con le sue vittime.
Il bolscevismo maturo rifugge la bellezza. Il bolscevico non
ride mai, si annoia tra la natura, al verde dei campi
preferisce la polvere di carbone delle miniere, lo
sferragliare delle macchine per lui è più armonioso del canto
della voce umana. Non sa che fare dell'amore, se trasformarlo
in un sodalizio di lotta, in un atto sensuale indifferente o
se calpestarlo del tutto. È chiaro però che non si può
ammetterlo appunto come amore, perché ogni tipo di amore -
alla persona, alla donna, alla terra, all'arte, alla verità -
indebolisce, "smagnetizza" la macchina umana funzionale
all'omicidio.
Siamo giusti. La difficoltà della lotta indurisce l'uomo.
L'imperativo nietzschiano di uccidere la compassione è
comprensibile nel soldato. Molti dei nemici più accesi del
bolscevismo gli invidiano questa disumanità di pietra o
d'acciaio. Evidentemente, il bolscevismo morale può
svilupparsi su qualunque terreno, non solo sull'odio di
classe.
L'opera di adescamento e corruzione dell'intelligencija
il bolscevismo la sviluppa su vastissima scala: non cerca di
coinvolgere, di addomesticare, ma realmente di corrompere.
Osserviamo con orrore i frutti di questo lavoro, di questa
provocazione, tra scienziati, artisti, scrittori, perfino
nella Chiesa. Al potere non interessa guadagnare simpatie al
socialismo, esige una soggezione incondizionata, l'esecuzione
nuda e cruda delle direttive della linea generale.
Da tempo la menzogna è divenuta la seconda natura del
bolscevismo. È stato Lenin il primo a giustificarla nel gioco
politico. Attualmente possiamo dire che il comunismo ha ormai
perso ogni capacità di discernere verità e menzogna, come
aveva fatto ben prima col bene e il male. La verità ha
acquisito un significato puramente funzionale o tattico per la
linea generale, per l'oggi.
Lo ammettono con ingenuo cinismo gli editori dell'Enciclopedia
Sovietica, gli storici del partito. La storia non riesce a
tener dietro al mandato politico che cambia di giorno in
giorno. Quelli che ieri erano semidei, in cui si credeva, su
cui si studiava, oggi vengono calpestati nella polvere in base
alle istruzioni dall'alto. (...) Migliaia di penne, decine di
migliaia di fauci in tutti gli angoli della Russia dilaniano,
rodono, coprono di liquami compagni e capi che fino a ieri
impersonavano la causa della rivoluzione. E tutto questo senza
una briciola di convinzione. Il meccanismo della
diffamazione è organizzato come il meccanismo della claque o
della réclame.
Ma a noi non interessa il sistema di potere bolscevico, bensì
la forma dell'anima. Che cosa le resta, che cosa la sostiene
quando si dissolvono tutti i legami morali? Resta il nesso con
il collettivo, con il partito, con un potente organismo
sovrapersonale. Trasformarsi in cellula, non sentire, uccidere
la propria personalità è l'unico modo per conservare la vita e
la capacità di agire. È possibile questo, non dico a una
formica, ma a un essere umano? Sembra di sì, ma a una
condizione: di essere costantemente in azione, in lotta, in
movimento. Non appena la macchina si arresta, le cellule umane
inevitabilmente si decompongono. Il dinamismo, l'esorbitante
energia possono essere intesi, e sovente vengono intesi dal
bolscevismo stesso come la propria autentica natura.
Impossibile negare l'energia di cui dà prova. (...) Ma è
fondamentale stabilire la natura della sua energia, del suo
motore spirituale.
Molti spesso si ingannano o ingannano gli altri, scambiando
l'energia bolscevica per volontà creativa, costruttiva. (...)
Ma se si considera attentamente la natura di questa folle
creatività, si vede che è sempre basata sul pathos della
lotta. La lotta non crea valori, ma distrugge: uccide la
forza viva del nemico e i suoi - pur falsi - valori. La
creatività è impensabile senza una contemplazione amorosa del
fine ideale, senza un elemento di silenzio e di gioia
interiore, anche se poi di qui si originano fenomeni esteriori
tumultuosi. Ma il bolscevismo ha eliminato dentro di sé ogni
fonte di contemplazione, gioia, amore, cioè tutte le fonti
della creatività. È nato in guerra e guerraiolo rimane ancor
oggi su tutto il fronte: economia, tecnica, vita quotidiana,
arte, scienza, religione. Sempre e ovunque la distruzione del
nemico è lo scopo principale. (...) Se accantoniamo questo
frastuono bellico, questo brandire le armi, cosa resta? Quali
sono le finalità positive del bolscevismo e
della sua grandiosa edificazione bellica?
Il bolscevismo ha screditato a priori ogni creatività "pura":
arte, scienza, per non parlare della religione! La concezione
utilitaristica che ne ha non gli permette di innalzarle al
vertice dei propri scopi. Resta quindi la lotta per la lotta,
un vuoto dinamismo, una corsa senza meta, il distruggere per
costruire, il costruire per distruggere. La stessa volontà di
potere, l'ebbrezza della forza del collettivo, della forza
senza scopo, è l'altra faccia del pathos della lotta e della
distruzione.
In ultima analisi, il bolscevismo rappresenta il funzionamento
mortale, spogliato dell'essere e di ogni elemento umano, di un
motore meccanico costruito per la distruzione. Lo spirito del
bolscevismo è lo spirito del non essere.
Lo ripeto ancora una volta. Questo puro spirito non è in grado
di incarnarsi fino in fondo nell'essere umano. Oppure, in
altri termini: l'uomo non è in grado di lasciar spazio dentro
di sé questo demonio fino a uccidere fino in fondo tutto
l'umano che è in lui. Molto prima di arrivare a questo estremo
impazzisce oppure si spara. I bolscevichi russi restano
uomini, e non sempre tra i peggiori: guardarli come se
fossero diavoli è vergognoso oltre che inammissibile dal punto
di vista religioso. Ma lo spirito che si è insediato in loro è
realmente diabolico, e mentre distrugge loro stessi, produce
effetti distruttivi ad amplissimo raggio intorno a sé. Si
potrebbe definire il bolscevismo come un demone vendicatore,
uscito dai visceri sotterranei della vecchia Russia per
punirla con la morte. (...) È gravissima la decomposizione dei
tessuti vivi che ha prodotto. Ed è un processo che sembra
progredire, anziché arrestarsi.
Ma
l'anima viva si oppone, non vuole morire e lotta contro lo
spirito della decomposizione. Ma anche se riuscirà a
risanarsi, come noi ci auguriamo, il fatto di essere stata in
balia dell'inferno non può passare senza lasciar traccia. Essa
si salverà "come dal fuoco". E a lungo, anche dopo la morte
politica del bolscevismo, continuerà ad avvelenarla la sua
orma pesante, nel sangue della Russia, nel segno lasciato da
parole cariche, malvagie; e continuerà ad avvelenare il mondo,
e in primo luogo il mondo del socialismo in costruzione, che
ha accolto nel proprio Pantheon l'idolo di Lenin. Per questo,
anche se oggi siamo dei vinti, non deponiamo le armi. Ai
bolscevichi perdoniamo, ma al bolscevismo giammai. Serberemo e
tramanderemo in eterno una santa intransigenza.
"La
nostra battaglia infatti non è contro creature fatte di sangue
e di carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i
dominatori di questo mondo di
tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni
celesti" (Efesini, 6, 12).
http://www.vatican.va/news_services/or/or_quo/text.html#18
L'Osservatore Romano - 15 ottobre 2008 |