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Anno III,  Comunicato  15 ottobre 2008

 

 

 

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In nome del non essere

Le caratteristiche del bolscevismo

 e il suo disegno religioso di rifare l'uomo a propria immagine

Nel 1933 lo storico Georgij Fedotov (1886-1951) scrisse un lungo articolo che offriva un solido criterio di giudizio delle vicende politiche. Prima del grande terrore staliniano, ne prefigura in modo impressionante gli orrori. Fedotov proveniva dalle fila del partito social-democratico, e solo dopo la rivoluzione divenne membro militante della Chiesa; emigrò dall'Urss nel 1925, facendo tappa a Berlino, Parigi e New York. L'articolo è stato pubblicato sui numeri 4 e 5 del 2008 della rivista "La Nuova Europa". Ne riportiamo un estratto.

di Georgij Fedotov

Per quanto giusto e sacrosanto sia stato in origine il nostro rifiuto del bolscevismo, la vita non si ferma, sarebbe un miracolo se il bolscevismo si sottraesse alla legge della trasformazione universale. In quanti casi una conquista violenta o un delitto politico hanno dato origine a un regime di stabilità e di benessere! In fondo è la sorte di quasi tutte le dinastie e i regimi quella di nascere da un crimine. Se il bolscevismo nella sua evoluzione diventasse una forma adatta, per quanto primitiva, alla nuova Russia nata nella rivoluzione, noi saremmo tenuti ad accettare - politicamente, certo - il suo delitto iniziale. La politica non è etica pura, o meglio ammette la riduzione a etica solo in forma limitata.


Il politico fa i conti con i fatti, con le conseguenze reali, e non con le intenzioni. Ecco perché "contratta con i cannibali" e vede tranquillamente nel bolscevismo un'espressione di quella forza "che desidera eternamente il male e compie eternamente il bene" (Goethe, Faust). Per il politico il bilancio di benefici e misfatti è necessario, e va rivisto e ricalcolato giorno per giorno. Ma la nostra lotta contro il bolscevismo non è di ordine puramente politico.

Lo stesso bolscevismo non vuol essere solo una politica, non si batte per il corpo ma per l'anima. Non è il socialismo che vuol costruire, ma l'uomo nuovo, una nuova vita, una nuova etica, un nuovo modo di vivere e una nuova persona. In Russia il bolscevismo costruisce quest'uomo a propria immagine e somiglianza. Il partito di Lenin, il partito dei vecchi cospiratori, è diventato da tempo un'icona vivente di santità, su cui vengono educate e plasmate milioni di giovani esistenze. Saranno questi giovani a determinare l'oggi e il domani della Russia. Ecco il perché della domanda fondamentale che facciamo sul bolscevismo:  non che cosa (fa), ma chi (è). Spesso si sente dire in questo nostro tempo spietato:  il peggio non è quello che fanno i bolscevichi, ma in nome di che cosa lo fanno. Si potrebbe perdonare loro il sangue, se fosse versato per la Russia, si potrebbe perdonare la violenza, se fosse in nome della verità.


Questa affermazione ambigua contiene una grande verità e una grande menzogna. Tutto dipende da come si intende questo "in nome di". Se significa la professione razionale, verbale di un dogma, bisogna dire che per quanto il bolscevismo sia rivoltante, si può immaginare qualcosa di ancor più rivoltante, e cioè un bolscevismo in nome di Cristo. I metodi della Gpu al servizio della Chiesa sarebbero mille volte più mostruosi degli stessi metodi al servizio dell'ateismo, perché c'è un'affinità interiore tra scopo e mezzo, tra fede e vita, tra idea e politica. Per questo siamo così atterriti dalla possibilità di impiegare i metodi bolscevichi in campo cristiano.


Ma c'è anche un altro modo di intendere questo "in nome di":  come struttura interiore dell'anima, legata sì al dogma ma da fili molto più misteriosi e invisibili. Per esempio, si potrebbe dire che la fede materialista del xix secolo spesso si univa a una struttura cristiana dell'anima. Il bolscevismo non ha creato una nuova fede, ha assunto il vecchio dogma dell'ateismo materialista, di cui erano vissute generazioni di intellettuali, ma per la prima volta ha creato un uomo adeguato a questo dogma. La cosa più terribile non è ciò che fa quest'uomo, e neppure ciò in cui crede, ma ciò che è. Questa caratteristica dell'animo è realmente, organicamente legata al contenuto della sua fede, al suo "in nome di".


Non è facile definirla, quest'anima bolscevica, nella sua natura autentica. In primo luogo, non esiste allo stato puro. Non è un'astrazione, ma agisce in maniera reale ed estremamente violenta, come un lievito, nelle anime dei rivoluzionari e giovani comunisti russi, trasformandole profondamente - ma tuttavia non fino in fondo. Resta sempre un residuo umano naturale o culturale, grazie a cui qualunque bolscevico è migliore del bolscevismo. In quest'ultimo paradossale primato sta l'unicità del bolscevismo, la sua radicale differenza da tutti gli altri sistemi e fedi.
Lo spirito del bolscevismo non è un'astrazione, il prodotto di un'artificiosa rielaborazione filosofica della realtà. È l'anima stessa di una realtà a suo modo irripetibile e talmente mortifera, da essere in grado di vivere solo parassitando un ambiente umano che le è estraneo. Non incontriamo mai il leninismo allo stato assolutamente puro. Anche Lenin talvolta carezzava i bambini e ascoltava la musica.

 Tuttavia lo spirito del bolscevismo è in gran parte opera di Lenin, una moltiplicazione all'ennesima potenza della sua mostruosa personalità.
Il bolscevico è in primo luogo il tipo del combattente. È temprato da un quarto di secolo di lotta clandestina contro lo zarismo e da anni di guerra civile. Non c'è da meravigliarsi che durezza e ferocia lo contraddistinguano fin dal primo sguardo. Ma questi due termini, durezza e ferocia, in realtà non sono adeguati. Il valore militare del bolscevico è determinato dall'intensità e dalla tenacia del suo odio. È proprio quest'odio, insieme alla disciplina, a sostituire in lui tutte le altre virtù del soldato e del rivoluzionario. L'abnegazione può risultare talvolta superflua:  Lenin non si è mai sacrificato. Così come sono totalmente estranee al bolscevico l'indignazione, l'esplosione d'ira contro il male che denotano la nobiltà d'animo dei rivoluzionari.

 La sua unica reazione al male è un freddo sogghigno. Considera il male come una cosa naturale perfino quando lo combatte. Ci si può forse indignare di fronte a ciò che costituisce la natura stessa della vita sociale? Il bolscevico non crede che esistano azioni gratuite e nobili. Fiuta ovunque risvolti di bassi interessi di classe e intrighi. La giustizia, come lui la intende, anche se preferisce non parlarne, consiste in un rovesciamento di forze, in base al quale gli oppressi si trovano a essere oppressori e viceversa. Il male commesso negli interessi del proletariato per lui prende il posto del bene.

Il bolscevico disprezza ogni tipo di giudizio morale e non fa mai uso di categorie morali positive, come bene, giustizia eccetera. Viceversa a ogni passo usa i giudizi negativi più taglienti:  vigliaccheria, bassezza eccetera, mostrando la sua estrema ricettività alle forze del male. Odia il male perché ne è vittima o si identifica con le sue vittime.


Il bolscevismo maturo rifugge la bellezza. Il bolscevico non ride mai, si annoia tra la natura, al verde dei campi preferisce la polvere di carbone delle miniere, lo sferragliare delle macchine per lui è più armonioso del canto della voce umana. Non sa che fare dell'amore, se trasformarlo in un sodalizio di lotta, in un atto sensuale indifferente o se calpestarlo del tutto. È chiaro però che non si può ammetterlo appunto come amore, perché ogni tipo di amore - alla persona, alla donna, alla terra, all'arte, alla verità - indebolisce, "smagnetizza" la macchina umana funzionale all'omicidio.


Siamo  giusti.  La  difficoltà  della lotta indurisce l'uomo. L'imperativo nietzschiano di uccidere la compassione è comprensibile nel soldato. Molti dei nemici più accesi del bolscevismo gli invidiano questa disumanità di pietra o d'acciaio. Evidentemente, il bolscevismo morale può svilupparsi su qualunque terreno, non solo sull'odio di classe.
L'opera di adescamento e corruzione dell'intelligencija il bolscevismo la sviluppa su vastissima scala:  non cerca di coinvolgere, di addomesticare, ma realmente di corrompere. Osserviamo con orrore i frutti di questo lavoro, di questa provocazione, tra scienziati, artisti, scrittori, perfino nella Chiesa. Al potere non interessa guadagnare simpatie al socialismo, esige una soggezione incondizionata, l'esecuzione nuda e cruda delle direttive della linea generale.


Da tempo la menzogna è divenuta la seconda natura del bolscevismo. È stato Lenin il primo a giustificarla nel gioco politico. Attualmente possiamo dire che il comunismo ha ormai perso ogni capacità di discernere verità e menzogna, come aveva fatto ben prima col bene e il male. La verità ha acquisito un significato puramente funzionale o tattico per la linea generale, per l'oggi.


Lo ammettono con ingenuo cinismo gli editori dell'Enciclopedia Sovietica, gli storici del partito. La storia non riesce a tener dietro al mandato politico che cambia di giorno in giorno. Quelli che ieri erano semidei, in cui si credeva, su cui si studiava, oggi vengono calpestati nella polvere in base alle istruzioni dall'alto. (...) Migliaia di penne, decine di migliaia di fauci in tutti gli angoli della Russia dilaniano, rodono, coprono di liquami compagni e capi che fino a ieri impersonavano la causa della rivoluzione. E tutto questo senza una briciola di convinzione. Il meccanismo della diffamazione è organizzato come il meccanismo della claque o della réclame.


Ma a noi non interessa il sistema di potere bolscevico, bensì la forma dell'anima. Che cosa le resta, che cosa la sostiene quando si dissolvono tutti i legami morali? Resta il nesso con il collettivo, con il partito, con un potente organismo sovrapersonale. Trasformarsi in cellula, non sentire, uccidere la propria personalità è l'unico modo per conservare la vita e la capacità di agire. È possibile questo, non dico a una formica, ma a un essere umano? Sembra di sì, ma a una condizione:  di essere costantemente in azione, in lotta, in movimento. Non appena la macchina si arresta, le cellule umane inevitabilmente si decompongono. Il dinamismo, l'esorbitante energia possono essere intesi, e sovente vengono intesi dal bolscevismo stesso come la propria autentica natura. Impossibile negare l'energia di cui dà prova. (...) Ma è fondamentale stabilire la natura della sua energia, del suo motore spirituale.


Molti spesso si ingannano o ingannano gli altri, scambiando l'energia bolscevica per volontà creativa, costruttiva. (...) Ma se si considera attentamente la natura di questa folle creatività, si vede che è sempre basata sul pathos della lotta. La lotta non crea valori, ma distrugge:  uccide la forza viva del nemico e i suoi - pur falsi - valori. La creatività è impensabile senza una contemplazione amorosa del fine ideale, senza un elemento di silenzio e di gioia interiore, anche se poi di qui si originano fenomeni esteriori tumultuosi. Ma il bolscevismo ha eliminato dentro di sé ogni fonte di contemplazione, gioia, amore, cioè tutte le fonti della creatività. È nato in guerra e guerraiolo rimane ancor oggi su tutto il fronte:  economia, tecnica, vita quotidiana, arte, scienza, religione. Sempre e ovunque la distruzione del nemico è lo scopo principale. (...) Se accantoniamo questo frastuono bellico, questo brandire le armi, cosa resta? Quali sono le finalità positive del bolscevismo e della sua grandiosa edificazione bellica?


Il bolscevismo ha screditato a priori ogni creatività "pura":  arte, scienza, per non parlare della religione! La concezione utilitaristica che ne ha non gli permette di innalzarle al vertice dei propri scopi. Resta quindi la lotta per la lotta, un vuoto dinamismo, una corsa senza meta, il distruggere per costruire, il costruire per distruggere. La stessa volontà di potere, l'ebbrezza della forza del collettivo, della forza senza scopo, è l'altra faccia del pathos della lotta e della distruzione.
In ultima analisi, il bolscevismo rappresenta il funzionamento mortale, spogliato dell'essere e di ogni elemento umano, di un motore meccanico costruito per la distruzione. Lo spirito del bolscevismo è lo spirito del non essere.


Lo ripeto ancora una volta. Questo puro spirito non è in grado di incarnarsi fino in fondo nell'essere umano. Oppure, in altri termini:  l'uomo non è in grado di lasciar spazio dentro di sé questo demonio fino a uccidere fino in fondo tutto l'umano che è in lui. Molto prima di arrivare a questo estremo impazzisce oppure si spara. I bolscevichi russi restano uomini, e non sempre tra i peggiori:  guardarli come se fossero diavoli è vergognoso oltre che inammissibile dal punto di vista religioso. Ma lo spirito che si è insediato in loro è realmente diabolico, e mentre distrugge loro stessi, produce effetti distruttivi ad amplissimo raggio intorno a sé. Si potrebbe definire il bolscevismo come un demone vendicatore, uscito dai visceri sotterranei della vecchia Russia per punirla con la morte. (...) È gravissima la decomposizione dei tessuti vivi che ha prodotto. Ed è un processo che sembra progredire, anziché arrestarsi.

Ma l'anima viva si oppone, non vuole morire e lotta contro lo spirito della decomposizione. Ma anche se riuscirà a risanarsi, come noi ci auguriamo, il fatto di essere stata in balia dell'inferno non può passare senza lasciar traccia. Essa si salverà "come dal fuoco". E a lungo, anche dopo la morte politica del bolscevismo, continuerà ad avvelenarla la sua orma pesante, nel sangue della Russia, nel segno lasciato da parole cariche, malvagie; e continuerà ad avvelenare il mondo, e in primo luogo il mondo del socialismo in costruzione, che ha accolto nel proprio Pantheon l'idolo di Lenin. Per questo, anche se oggi siamo dei vinti, non deponiamo le armi. Ai bolscevichi perdoniamo, ma al bolscevismo giammai. Serberemo e tramanderemo in eterno una santa intransigenza.

"La nostra battaglia infatti non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti" (Efesini, 6, 12).


http://www.vatican.va/news_services/or/or_quo/text.html#18

L'Osservatore Romano - 15 ottobre 2008