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MA NONOSTANTE TUTTO
COLTIVANO LA SPERANZA
“Qui sui pendii delle colline,
dinanzi al crepuscolo e alla legge del tempo,
facciamo come fanno i prigionieri
facciamo come fanno i disoccupati,
coltiviamo la speranza.”
Nablus, 7 agosto 2008
Sapevamo bene che avremmo visto con i nostri occhi
una situazione drammatica, ma nonostante tutto l’abisso di
sofferenza in cui ci siamo immersi, nonostante il livello
di ingiustizia così esplicito e decisamente più
sconvolgente di quel che potessimo immaginare, abbiamo
conosciuto e stiamo incontrando sulla terra palestinese
donne e uomini, piccoli e anziani, che lottano con una
resistenza nonviolenta al sistema di occupazione che
Israele impone da decenni. Sembrerà incredibile ma il
popolo palestinese, pazientemente, ogni giorno, coltiva la
speranza.
È la speranza cio’ che vogliamo affidare alla
nostra possibilità di raccontare quando sembrerebbe logico
solo tacere e di-sperare. La speranza-nonostante-tutto che
abbiamo trovato nella grande forza delle persone che
resistono quotidianamente.
Coltiva la speranza Grazia, che a Ramallah
incontriamo ad Al-Haq. L’associazione si occupa di
documentare le violazioni commesse dallo stato d’Israele
come dall’autorita’ palestinese, raccoglie le informazioni
e le usa ai fini della ricerca legale e della produzione
di pubblicazioni. Uno dei casi più esemplificativi è il
sostegno al diritto all’uso della terra nella valle del
Giordano, una vastissima area della West Bank stravolta
dalla forza di occupazione
(www.jordanvalleysolidarity.org). L’area è infatti
sottoposta a ininterrotte espropriazioni sia delle fonti
d’acqua, sia dei terreni. Gli abitanti ricevono
continuamente ordini di demolizione ed è impedito loro di
costruire o coltivare la propria terra. Il mondo non si
interessa della valle del Giordano e i pellegrini
l’attraversano in pullamn ammirandone solo il verde
lussureggiante...
Coltiva la speranza Padre Raed a Taibeh, un
energico sacerdote, guida spirituale e... business man.
Partendo dal presupposto che tre sono i fattori che creano
stabilità e legame con la propria terra, come il lavoro,
la casa ed il matrimonio, padre Raed ha promosso una serie
di attività che hanno spinto gli abitanti di Taibeh,
nonostante le crescenti difficoltà di un’occupazione
infinita, a scegliere di non andarsene. È stata costruita
una residenza per anziani che sarà in futuro integrata da
un ambulatorio fisioterapico, un servizio medico e una
casa di ospitalita’, laboratori di ceramica e di legno,
promuovendo la vendita in alcuni stati europei dell’olio e
di prodotti cosmetici. A Taibeh la speranza profuma di
olio ed e’ forte come il legno d’ulivo...
Coltiva la speranza Maria che incontriamo a
Ramallah. Vent’anni fa sono arrivate alcune donne
dall’Italia ed ora il Centro di ricamo e lavorazione dei
tessuti sostiene centinaia di famiglie. Il centro dà
l’occasione a molte donne in difficoltà di poter lavorare
presso la propria sede o da casa, offrendo loro la materia
prima, e di poter così integrare il proprio reddito. Il
cucito diventa momento di ritrovo e condivisione,
arricchito da incontri in cui le donne hanno modo di
parlare con degli esperti di tematiche riguardanti il
diritto, l’educazione dei figli.
Coltiva la speranza Mohammad, un architetto di
Tulkarem, che si è formato in Italia, ma che ha deciso di
tornare in Palestina a lavorare. “Noi non perdiamo mai la
speranza”, dice Omar. Per questo molte persone come lui,
con il bagaglio della loro professionalità, pensano sia
importante rimanere in Palestina, per coltivare una
concreta speranza nel futuro.
Coltiva la speranza Faisal. Abud e’ il suo
villaggio, che profuma di gelsomino e si trova sulla
sommità di una collina, in un’area che l’espropriazione
aggressiva sta rendendo sempre più piccola e povera dei
suoi ulivi. Ma è proprio la voce degli ulivi quella che
alcuni abitanti di Abud, come Faisal, stanno diffondendo
nel mondo, una voce che, chiusa in un sapone, racconta
come Abud ed i suoi abitanti, nonostante le privazioni, le
chiusure a piacimento delle sue strade, la negazione dei
più comuni diritti, ancora tenga salda e creda nella
propria identità.
Coltivano la speranza i ragazzi dell’Arab
Association for Human Rights. Mentre tutti li chiamano
“arabi israeliani”, loro amano farsi chiamare Palestinesi
dentro Israele, perche’ la speranza nasce dal non perdere
la propria identita’. Cosi’ noi impariamo che già
rifiutare le etichette che i media ti appiccicano, qui è
già resistenza. Vivendo in regime di apartheid, privati
delle terre di loro proprietà, in una condizione di
minoranza, derivante dalla pulizia etnica del 1948, e di
discriminazione basata su un regime legale che privilegia
chi è ebreo e discrimina fortemente tutti gli altri,
creano legami con chi li vuole ascoltare, parlando e
lasciando parlare, accompagnando a vedere. Vivendo a
Nazareth, in una città in cui, come in tutte le colonie,
chi è ebreo sovrasta (daNazareth Illit (=elite) chi è
palestinese (Nazareth), denunciano questa ingiustizia
partecipando alla vita della comunità araba e cercando di
aiutare chi vive in condizioni difficili, come i beduini
di un villaggio-non riconosciuto del distretto di
Nazareth. Lì la gente deve accontentarsi delle baracche,
perché Israele ha deciso che non si può costruire niente e
non deve starci nessun palestinese. Coltivano la speranza
non dimenticandosi dei Territori Occupati, organizzando
campi di lavoro, e momenti di vicinanza e aiuto.
Coltivano la speranza le donne israeliane di
Machson Watch. Le vedi arrivare con le loro macchine
ornate delle bandiere della loro associazione ai
check-points, per monitorare le continue violazioni dei
diritti umani e intervenire li’ dove l’arroganza dei
soldati israeliani si manifesta nel modo più prepotente.
All’identificazione dell’uomo con un numero, con un
documento, alla privazione della dignità, alle attese
estenuanti, loro sostituiscono l’importanza dell’incontro,
la necessità del “tocco umano”, il bisogno di denunciare e
di non accettare che il loro Stato privi i palestinesi
della loro dignità. Queste donne coltivatrici di speranza,
sono tra i pochi esempi di israeliani che i palestinesi
possono vedere diversi dai soldati.
Coltiva la speranza il fratello di Rida. Arrestato
per ben tre volte ci racconta sofferenze lunghe anni e
profonde una vita, ma continua a credere che si debba
resistere e non si possa stare zitti. Ci dice che pensa
sia la testimonianza l’arma più forte, e la affida ai
nostri racconti….
E noi, testimoni attoniti e piccoli raccoglitori di una
immensa disperazione, continuiamo il nostro viaggio tra
volti e storie che nonostante tutto coltivano la speranza.
Il team di RICUCIRE LA PACE 2009
Foto d'archivio di
www.TerraSantaLibera.org
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