LA “TESI DI
CASSICÌACUM” È ANCORA ASSOLUTAMENTE CERTA?
DON CURZIO NITOGLIA,
Velletri, 6 luglio 2008
http://www.doncurzionitoglia.com/TesIncerta.htm

2) «Una tale
perpetuazione [della gerarchia puramente materiale] non è, ex se,
impossibile. Essa richiede tuttavia delle consacrazioni episcopali
certamente valide. E poiché il nuovo rito è dubbio, gli occupanti
(della Sede Apostolica) ben presto non saranno più che delle
‘COMPARSE» (Il problema dell’Autorità e dell’episcopato nella
Chiesa, Verrua Savoia, CLS, 2005, p. 37).
►Se Benedetto XVI è una “pura comparsa” non è
neppure “papa materialmente o in potenza”, onde la “Tesi di
Cassicìacum” crolla a favore della “sede totalmente vacante”.
Infatti oggi (2008) con Benedetto XVI, il quale non sarebbe
validamente vescovo, poiché consacrato con il “sacramentario della
Chiesa conciliare”, ci troviamo di fronte al “nulla” o alla
privazione totale del Papato.
3) «Chi
dichiara attualmente: “mons. Wojtyla non è per nulla papa [neanche
materialmente]”, deve: o convocare il conclave [!], o mostrare le
credenziali che lo costituiscono direttamente e immediatamente
Legato di Nostro Signor Gesù Cristo [!]» (Il problema
dell’Autorità…, Verrua Savoia, CLS, 2005, p. 37).
►Ora, per p. Guérard Benedetto XVI non sarebbe papa
neppure materialmente, non essendo neanche vescovo, quindi i
“tesisti”, per essere coerenti con la “Tesi”, dovrebbero o
eleggere un altro papa, o dimostrare di essere i vicari o “legati
diretti” di Cristo. Secondo loro tertium non datur….
Onde solo queste tre citazioni di p. Guérad autore
della “Tesi” (su cui mi baso sostanzialmente in questo articolo),
basterebbero a far capire che ‘oggi’ (2004-2008) sussiste, almeno
un “legittimo dubbio” sulla assoluta certezza teorica della “Tesi”
per non parlare della pratica giuridico-morale dei “tesisti”. Se
mi sbaglio, chiedo lumi ai “tesisti” su questi tre punti che mi
pongono dei problemi. Ed infine Benedetto XVI è ancora “papa”
materialiter o non è più nulla?
Discernimento e buon senso
S. Ignazio da Loyola negli “Esercizi Spirituali”
(n°318) ()
scrive che in tempi di confusione non si deve cambiare proposito
di agire, ma restar fermi e fare come prima senza pretendere di
vederci chiaro, poiché “nel torbido pesca il demonio”. Quindi nei
casi di oscurità, aridità, desolazione, ‘notti dei sensi e dello
spirito’, occorre andare avanti come prima, anche senza vedere,
anzi ci si deve accontentare di non aver lumi, poiché Dio permette
tale oscurità per purificare l’anima dei suoi fedeli, spingendoli
ad una maggior fiducia in Lui che non in se stessi e a “sperare
contro la speranza”, senza vedere nell’inevidenza (quod repugnat).
Anche s. Teresa d’Avila e s. Giovanni della Croce insegnano la
stessa dottrina, che è comune in teologia ascetica e mistica.
Chi pretende di sapere tutto di tutto e di avere la
certezza e l’evidenza di come stiano realmente le cose, erra;
specialmente in una situazione di oscurità e di incertezza come
l’attuale, che non ha avuto eguali in tutta la storia della
Chiesa. Ogni risposta (anche e specialmente la mia) e “soluzione”
o “tentativo” è parziale ed ha le sue ombre e chiaroscuri. Solo la
Chiesa gerarchica potrà dirci la parola definitiva. Quindi “si non
vis errare, noli velle scrutare” (s. Agostino). La crisi
conciliare e postconciliare è un “mistero tremendo”, ora il
mistero è oltre la ragione umana, la sorpassa ma non è contro
essa. Dunque, “cerchiamo di rendere certa la nostra elezione,
mediante le nostre buone opere” (s. Pietro). Ossia, fare ciò che
la Chiesa ha sempre fatto (s. Vincenzo da Lerino, “Commonitorium”,
cap. III), rifiutare le novità che ci hanno portato a tale stato
di confusione dommatica, morale e liturgica.
Non bisogna voler strafare (sostituendosi alla
gerarchia), pensando di “vederci chiaro a mezzanotte”. L’ipotesi o
la domanda speculativa sull’Autorità è lecita [i documenti del
concilio Vaticano II, l’insegnamento “pancristista” di Giovanni
Paolo II, il NOM, pongono seri e reali interrogativi, non si può
far finta di nulla e accusare il sedevacantismo di essere il “male
assoluto”, una specie di “shoah cattolica”, mentre i responsabili
di tale “catastrofe” religiosa sono stati Giovanni XXIII, Paolo VI
e Giovanni Paolo II], ma la suddetta ipotesi teorica, non deve
diventare una certezza pratica, mancandole (oggi) l’evidenza, come
si evince dalle tre citazioni di p. Guérard su scritte
(soprattutto quanto all’esercizio pratico di essa o alle
conclusioni giuridico-canoniche che se ne tirano) e specialmente
non deve essere predicata ai fedeli con imprudenza, faciloneria e
arroganza (4), altrimenti si rischierebbe di gettarli nella
disperazione o nella presunzione (s. Ignazio da Loyola, Esercizi
Spirituali, “Regole per sentire con la Chiesa”, n°
362/365/366/367/368/369).
Sarebbe, invece, opportuno che il fronte cattolico
antimodernista fosse sostanzialmente unito (nel rifiuto delle
novità) e accidentalmente (quanto al modo di reagire) separato o
distinto ma non nemico. Quel che lascia perplessi è l’eccesso di
polemica (in cui si tuffano, specialmente via ‘internet’, anche
persone a digiuno delle nozioni basilari del catechismo), che
rasenta l’odio personale per coloro i quali non seguono
strettamente la “Tesi”, compresi i “sedevacantisti totali”.
●Infine, per
quanto riguarda il dovere di obbedire sempre e in ogni caso
all’Autorità ecclesiastica si può rispondere che: Padre Guido
Vernani da Rimini o.p.,(De protestate Summi Pontificis) afferma
che Cristo ha voluto soffrire liberamente la morte, comminatagli
da Pilato, dietro istigazione del Sinedrio, pur senza approvare
come giusta la sentenza iniqua (“chi Mi ha consegnato a te, è più
colpevole di te”. Pilato e ancor più Caifa sono colpevoli, ma sono
e restano “Pretore” e “Sommo Pontefice”), ma al tempo stesso
riconosce l’autorità legittima di coloro che lo hanno condannato
(risponde a Caifa, chiamato dal Vangelo di Giovanni XI, 49 “Sommo
Sacerdote” che proprio in quanto Sommo Sacerdote e non da sé come
semplice uomo, profetizzò la morte di Cristo [Gv. XI, 52] per
tutto il popolo; e al procuratore Pilato: “non avresti alcun
potere se non ti fosse stato dato dall’alto” Giov. XIX, 11. Dunque
Pilato ha ed esercita il potere, anche se se ne serve male, così
il Sinedrio e il Sommo Sacerdote che proprio in quanto tale
“profetizzò” la morte di Gesù per la salvezza di molti). Gesù non
ha invocato la mancanza di esercizio di governo o di autorità in
Pilato e nel Sinedrio, che pure non agivano – oggettivamente,
dagli atti che hanno posti - per il bene comune. Ha risposto alle
loro domande, ha riconosciuto lo stato di fatto: governano
realmente, quindi esercitano l’autorità, anche se se ne servono
iniquamente e colpevolmente, non ha approvato come buona la
sentenza malvagia, ma neppure ha argomentato che, avendo
l’intenzione oggettiva di non fare il bene comune, anzi di
uccidere il Verbo Incarnato stesso, non esercitavano de facto il
potere; no, essi praticamente governavano e come tali erano
considerati anche da Lui: governanti de facto e de jure. Gli Atti
degli Apostoli (VII, 52) sono chiari su questo punto e s. Tommaso
spiega che “come una persona cara che è morta è tenuta in casa
qualche tempo prima di essere sepolta definitivamente, così gli
Apostoli mantennero un certo legame con la Sinagoga prima di
abbandonarla formalmente” (S.T., 1a-2ae, q. 103, a.4). Soltanto
con la morte di s. Giacomo Apostolo e vescovo di Gerusalemme (62
d. C.) e la distruzione del Tempio (70 d. C.), gli Apostoli e
specialmente s. Paolo, prendono formalmente congedo dalla Sinagoga
e non riconoscono ai Sacerdoti alcun potere. Prima di tale evento,
anche dopo la morte di Cristo (per circa trenta-quaranta anni) gli
Apostoli hanno continuato a frequentare le sinagoghe, per
predicare il Vangelo e hanno rispettato l’Autorità del Sommo
Sacerdote, anche se macchiatosi di deicidio, pur rispondendo alla
sua ingiunzione di non predicare Gesù crocifisso e risorto: “È
meglio obbedire a Dio che agli uomini”. Onde l’obiezione non deve
essere presentata in maniera totalmente assoluta, ma sfumata e con
le eccezioni che confermano la regola. S. Paolo stesso,
divinamente ispirato, ci ha rivelato: «Se anche io o un angelo, vi
rivelasse un altro Vangelo, sia anatema». Non ha detto di obbedire
assolutamente ma neppure di considerare la “sede (paolina o
angelica) vacante”. Tertium datur.
Le parole di s. Tommaso secondo cui, «generalmente,
alla rivolta contro la pubblica “cattiva-autorità” o tirannia, si
espongono più i cattivi che i buoni, infatti ai cattivi pesa sia
il governo del re che quello del tiranno» (In V Politicorum
Aristotelis, lib. V, 1, 1301a). Mentre “gli uomini virtuosi”, i
quali dovrebbero giudicare della opportunità e liceità della
resistenza e rivolta, difficilmente riconoscono di avere tutte le
ragioni per ribellarsi lecitamente, invece “i cattivi” sono più
propensi a prendersi ogni ragione e a rivoltarsi, senza pensare
alle conseguenze dei loro atti (In V Politicorum, lect. I, n°
714), sono più calzanti e attuali che mai, in effetti molti
criticano non solo la nouvelle théologie, ma anche Pio XII. Egli
sarebbe il Papa (manovrato da Bugnini, come un burattino nelle
mani di un burattinaio) che ha realizzato una profonda revisione
dei riti della Settimana Santa, in cui per la prima volta un rito
cattolico (anteriore alla riforma di papa Pacelli del 1955) subiva
delle modifiche suggerite dal giudaismo, esse avrebbero aperto la
porta a qualsiasi cambiamento nella liturgia cattolica. Onde tutto
il processo di disfatta (= Concilio Vaticano II e NOM) sarebbe
iniziato proprio con la riforma liturgica (ecumenica) della
Settimana Santa di Pio XII. La liturgia cattolica sarebbe stata
messa a disposizione (da parte di Pio XII) dell’ecumenismo, ed
egli sarebbe colpevole di aver fatto (entrare e) comandare il
giudaismo nel santuario cattolico. Pio XII avrebbe compiuto una
genuflessione simbolica davanti al giudaismo. (Cfr, “Sodalitium,
n° 62, pp. 58-65). Ora, tutto ciò mi lascia più che perplesso,
anzi terrorizzato da tanto “cow-boy-smo teologico”. Infatti, il
fine della Chiesa è la salvezza delle anime. Ora se l’Autorità non
realizza il bene delle anime, secondo la “Tesi”, cessa di essere
autorità. Quindi Pio XII, che ha aperto al giudaismo (e lo ha
fatto entrare nel santuario), all’ecumenismo, alla mutazione
perpetua della liturgia; non voleva oggettivamente, a partire
dall’atto che ha posto nel 1955, il bene delle anime. Perciò
Pacelli, (dacché secondo i “tesisti” “tertium non datur”), non
sarebbe formalmente Papa. È lecito concluderlo (cfr. “Sodalitium”,
n° 62, pp. 29-30). Infatti p. Guérard scriveva «Se c’è Autorità,
c’è il dovere di obbedire» (Cahier de Cassiciacum, Nizza, 1979,
vol. 1, cap. 4, p. 91). Ora la maggior parte dei “tesisti” rifiuta
de jure la riforma del 1955, fatta materialmente dallo stesso
mons. Annibale Bugnini che fece nel 1969 il NOM, ma promulgata
formalmente da papa Pacelli (cfr. “Sodalitium”, n° 62, p. 63).
Quindi per loro – praticamente - Pio XII non è l’Autorità.
Per cui, dove sta la Chiesa reale e non quella
“virtuale” , se tutti gli atti di Roma sono nulli, se le
ordinazioni sacerdotali e le consacrazioni episcopali sono
invalide, se i sacramenti, compresa l’eucarestia e il Sacrificio
della Messa, sono cessati? La crisi ha annichilato totalmente sia
il potere d’ordine, che la giurisdizione e il magistero. Il
“Fine-Bene” della Chiesa non esiste più da cinquanta-quaranta
anni, quindi anche la Chiesa? Infatti una religione che non ha più
sacerdozio, né sacrificio non è più neppure materialmente o in
potenza ma è morta totalmente, (come quella dell’Antica Alleanza
dopo il 70, la quale era relativa al Nuovo Testamento. Però la
Nuova Alleanza è Eterna. Quindi non può cessare totalmente). Essa
sarebbe non più a Roma, ma ove si trovano i vescovi e i sacerdoti
della linea Thuc? La Chiesa non sarebbe più romana e petrina (il
materialiter dopo quaranta anni essendo diventato un nulla, farsa
e comparsa), ma thucista (ubi Thuc ibi Ecclesia); essendo
diventata Roma (almeno sin dal 2004, con l’elezione di Benedetto
XVI) non più una Religione, ma una scena teatrale di
pastori-attori muti, sembrerebbe essere nella terza èra di
Gioacchino da Fiore, ma essa è condannata dalla fede cattolica.
Inoltre il “thucismo”, per chi come me lo ha visto da vicino non è
un motivo di credibilità (per usare un eufemismo). Come pretendere
di essere i portatori dell’unica verità sul mistero della crisi
che è penetrata nella Chiesa di Cristo, quando vi sono tante
oscurità, misteri, questioni dibattute e non definite? Il fatto o
il “quia” (crisi) è certo, ma il come e il perché o il “propter
quid” restano un mistero
“State contente umane genti al
quìa,
ché se potuto aveste veder tutto,
non era mestier parturìr Marìa”.
(Purgatorio, III, 37-39).
Il mistero di iniquità, il mistero del cuore umano,
“Pravum est cor hominis et imperscrutabile, quis cognoscet eum?”
(Geremia). Solo Dio che sonda il cuore e le reni. Allora, “cercate
di rendere certa la vostra elezione, mediante le vostre opere
buone” (s. Pietro), non si può penetrare un mistero, sarebbe come
“voler mettere tutta l’acqua dell’oceano in un bicchiere” (s.
Agostino). Si può cercare di studiarlo, di avvicinarlo nel
chiaro-oscuro della fede, con molta umiltà e trepidazione, senza
pretendere di averlo capito e svelato, nell’adorazione di ciò che
sorpassa le capacità umane pur senza essere contro la ragione, ma
solo oltre essa. Non è normale proporre come assolutamente certo
ciò che è molto oscuro, disputato e misterioso e imporlo
moralmente e giuridicamente sotto pena di peccato. Come per la
Predestinazione, bisognerebbe ammettere il fatto misterioso (Dio
onnipotente e uomo libero/crisi ecclesiastica: infallibilità ed
errori) e lasciare libertà di interpretarlo come si reputa più
conforme alla realtà e alla Rivelazione, sino a decisione della
Chiesa gerarchica, senza lanciare anatemi contro chi non segue
esattamente il nostro modo di incedere.
Riassumendo e tirando le
somme
Si può asserire tranquillamente che oggi
(2004-2008) la Tesi di Cassicìacum come l’ha concepita p. Guérard
des Lauriers non è più assolutamente certa, poiché fondandosi
sulla distinzione reale tra materia e forma nel Papa, e per
ammissione del p. Guérard stesso, dopo Giovanni Paolo II, non
essendoci (quasi) più vescovi consacrati secondo il vecchio
Pontificale Romano, il futuro “papa materiale” (nel caso odierno
Benedetto XVI) sarebbe solo una pura “comparsa” (Il problema
dell’Autorità e dell’episcopato nella Chiesa, Verrua Savoia, CLS,
2005, pp. 33-35 e 37) che non parla neppure, ma recita mutamente
la parte del Papa, come farebbe un attore o un manichino in una
rappresentazione senza dialoghi. Ciò equivale a dire che Benedetto
XVI, essendo stato consacrato vescovo con il nuovo Pontificale e
non essendo neppure validamente vescovo (secondo p. Guérard), non
può essere il Vescovo di Roma (ossia Papa) neppure in potenza o
“materialiter”, sarebbe solo il manichino della vetrina Gammarelli
in attesa della elezione di un vero Papa. Ci si trova, perciò, di
fronte al sedevacantismo totale, (al “conclavismo” o al “delirio
di onnipotenza” = «pensare di essere il Legato diretto e immediato
di Cristo», una sorta di “sindrome napoleonico-messianica”)
ritenuto non accettabile da p. Guérard. Quindi, da buon realista
egli avrebbe rivisto e aggiornato la sua posizione iniziale,
essendo arrivato ad una conclusione (secondo lui stesso) erronea.
Ma non così, sino ad ora, i “tesisti”. Perciò chiedo loro una
risposta a questo riguardo: Benedetto XVI è “papa” materialiter o
per nulla? Tertium non datur. Pio XII era Papa formalmente o solo
materialmente? Spero solo che la risposta non duri quanto i tempi
biblici o “apocalittici”, anche perché per alcuni “tesisti” l’
“Apocalisse secondo Corsini” è già avvenuta, quindi mi si potrebbe
dire che mi è già stata data la risposta e io non me ne sono
accorto…, anche perché – povero me - conosco solo l’ “Apocalisse
secondo Giovanni” e interpretata dai Padri della Chiesa. Anche
questa teoria “origenista-corsiniana”, imposta come l’unica vera
lettura dell’Apocalisse, ha contribuito a farmi aprire gli occhi e
a cambiare campo, Deo gratis, in compagnia di tutti i Padri,
Dottori ed esegeti approvati della Chiesa, tranne Origene, Rénan,
Loisy e Corsini…che non sono auctores probati. “Dimmi con chi vai
ti dirò chi sei”. Pure su questo punto ho atteso una risposta,
senza aver voluto far nomi, per ‘non uccidere un uomo morto’ e
consentirgli di correggersi, senza perdere la faccia. Ma la
risposta non viene, “Thuca locuta est, causa finita est”.
Queste sono – in breve – le ragioni che mi hanno
spinto (Deo gratias, ancora una volta) a lasciare formalmente la
“Tesi di Cassicìacum” pur mantenendo una grande stima per p.
Guérard des Lauriers, ma non per la maggior parte dei suoi
allievi. Non avrei voluto polemizzare con nessuno (tranne il caso
di legittima difesa che mi ci ha costretto), non voglio
soprattutto turbare i fedeli, spero soltanto che queste pagine li
aiutino, come hanno aiutato me nel corso di questi anni di
elaborazione e riflessione, a lasciare una strada che in teoria
sembrava buona, ma che in pratica si è rivelata falsa, dacché in
contraddizione con il pensiero stesso dell’autore di essa. Alla
gallica “Tesi di Cassicìacum” che è diventata la sub-gallica
“Antitesi di Verrua Savoia”(= “Tesi” in evoluzione), preferisco la
nostrana “Ipotesi di Velletri”, senza nessuna pretesa e senza
minaccia di scomunica, peccato, dannazione irreversibile per chi
non la gradisce. “Se sto nell’errore, che Dio me ne liberi; se
sono nella verità che Dio mi ci mantenga”.
Pace e Bene a tutti!
Velletri, 6 luglio 2008