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I CRISTIANI IN TERRASANTA
Fin quando non sarà risolta la questione
israelo-palestinese non vi sarà pace per il Medio
Oriente
di don Curzio Nitoglia
Poco prima del 1948, i cristiani a Gerusalemme erano
circa il 50% della popolazione non ebraica, a Betlemme
il 75%, a Ramallah addirittura il 90%: Oggi nella parte
araba di Gerusalemme vive solo quasi il 15% di
cristiani, mentre in tutta la Cisgiordania ne resta
appena il 2% della popolazione. Nella striscia di Gaza i
cristiani sono 3000 su 1, 5 milioni di musulmani. Gianni
Valente scrive che «adesso, il caos che sconvolge il
campo palestinese dopo lo scontro frontale tra Hamas e
Fatah minaccia di trasformarsi in prova traumatica per
l’esile multiforme cristianità palestinese».
Il Valente cita l’analista libanese Georges Corm (Géopolitique
du conflit libanais, Parigi, 1987) secondo cui
proprio i cristiani palestinesi hanno avvertito per
primi l’effetto destabilizzante della creazione di uno
Stato ebraico in Terrasanta.
Papa Pacelli ha scritto ben tre Encicliche su questo
tema, nella prima (Auspicia quaedam, maggio 1948)
il Papa si dice preoccupato da “nubi minacciose di nuove
guerre” data la situazione di occupazione della
Palestina, proprio la Terrasanta “desta somma
preoccupazione”. Nella seconda (In multiplicibus,
ottobre 1948) il Papa parla della grave guerra che
sconvolge la Terrasanta, di “migliaia di profughi, che
vengono allontanati dalla loro patria”, i quali sono poi
(1967) diventati oltre tre milioni. Ma egli prevede
“mali maggiori” e chiede di “dare a Gerusalemme e
dintorni un carattere internazionale”. Nella
terza (Redemptoris nostri, aprile 1949) Pio XII
chiede di “ottenere una giusta sistemazione giuridica,
che assicuri piena libertà ai cattolici e la
conservazione dei luoghi sacri in mano cristiana”.
Lamenta la profanazione dei santuari, conventi e
immagini sacre; condanna il fatto che i profughi
(palestinesi) siano esiliati o addirittura rinchiusi
in campi di concentramento e insiste ancora per il
mantenimento del carattere internazionale di
Gerusalemme, il quale oggi è calpestato.
Come recentemente ha spiegato il cardinale Segretario di
Stato Tarcisio Bertone, è stata proprio questa serie
d’interventi di papa Pacelli (assieme alla scomunica
inflitta al PCI) a determinare la campagna di calunnie
contro la sua persona come hitleriano e filofascista.
Anzi, sin dal 1917 quando si parlava solo e
“semplicemente” di “focolare ebraico”, la Santa Sede e i
cristiani viventi in Palestina avevano capito quale
sarebbe stata la loro sorte, l’eliminazione indolore e
incruenta dalla Palestina, quale oggi è costatata dalle
statistiche succitate. La causa principale di tale
eliminazione non era vista nel mondo arabo, neppure
nell’islàm allora non fondamentalista, e neppure oggi si
pensa da parte cristiana che il responsabile di tale
situazione sia il movimento “integralista” Hamas. Se il
“laico” Arafat non aveva mai discriminato i palestinesi
di religione cristiana,
tanto da essere ricevuto dal Papa in Vaticano nel 1982,
«quando ancora nessun capo di Stato occidentale aveva
accettato contatti diretti col capo dell’Olp»,
la vittoria elettorale del movimento “confessionale”
islamico Hamas (gennaio 2006) ha suscitato, tra i
cristiani, inizialmente, delle perplessità, che però
sono state dissipate proprio dai capi di Hamas i quali
«hanno maneggiato con particolare riguardo la questione
dei rapporti coi cristiani di Palestina».
Inoltre in diverse circostanze candidati cristiani
presentati da Hamas sono stati eletti coi voti
musulmani, mentre monsignor Fu’ad Twal (coadiutore del
patriarca latino di Gerusalemme Sabbah) ha riconosciuto
che i cristiani hanno contribuito alla vittoria di Hamas
alle elezioni politiche del gennaio 2006 (cfr.
Famiglia
Cristiana, n° 32/2007), il padre francescano
Pierbattista Pizzaballa, custode di Terrasanta, ha
sottoscritto un messaggio di piena disponibilità a
collaborare con Hamas vincitrice delle elezioni
politiche,
non scorgendo in essa un pericolo per la sopravvivenza
dei cristiani in Palestina.

Sempre secondo Valente,
Hamas «mira a stabilire un governo civile e non uno
religioso».
Il fatto più importante, rilevato dal Valente, è che
dopo l’elezione di Benedetto XVI «se nei primi tempi
del nuovo pontificato, alcune posizioni del
‘ministro degli esteri’ vaticano Giovanni Lajolo
sembravano risentire delle impostazioni ‘neocon’,
dopo la guerra in Libano sembra tornare in auge
la linea ‘realista’»,
ossia non filo-americana e israeliana. Gianni Valente
conclude: «In questo senso, è significativo che
l’appello più duro lanciato di recente dal patriarca
Sabbah (…) non contenga la denuncia del fondamentalismo
islamico, bensì una dura presa di distanza dalle
dottrine e dalle iniziative dei ‘cristiani sionisti’».
Infatti nell’ottica neoconservatrice il destino dei
cattolici in oriente e specialmente in Palestina sarebbe
quello «della fuga e dell’oblio»,
come è successo già in Irak e come avevano previsto
Benedetto XV (1917) e Pio XII (1948-49). Occorre
specificare che i “cristiani”-sionisti, di cristiano
hanno solo il nome, non credendo alla divinità di Gesù
né alla SS. Trinità, essi sono quindi giudaizzanti che
si celano sotto le apparenze dei calvinisti radicali.
Il 6 luglio 2007, 10 ministri degli esteri di Stati
membri dell’Unione Europea (la cosiddetta “Europa del
sud”), tra cui Italia, Portogallo, Spagna, Grecia,
Cipro, Malta, Irlanda, Svezia, Romania e Bulgaria,
capeggiati dalla Francia, hanno scritto una lettera a
Tony Blair, in qualità di inviato speciale del
“Quartetto internazionale” per il medio oriente, in cui
chiedono di negoziare la pace tra Palestina e Israele
con tutti, Hamas compresa e non solo Fatah. Dopo aver
costatato che la “road map” voluta soprattutto
dagli Usa è fallita. Tale iniziativa è stata respinta da
Israele, Usa, Germania e Belgio (“Europa del nord”).
Mentre il “Consiglio UE” il 12 luglio 2007 ha adottato a
larghissima maggioranza una risoluzione assai vicina
alla lettera dei dieci ministri, in cui si prendeva atto
che la politica di rigido rifiuto di ogni dialogo con
Hamas, che pur aveva vinto (gennaio 2006) le elezioni
politiche, ed aveva mostrato segnali di ammorbidimento,
non aveva portato alcun risultato, anzi ha solo favorito
una spaccatura tra palestinesi con il rischio di una
guerra civile e di gettare Hamas nelle braccia di “al-Qà
‘ida”. Insomma occorre prendere atto che non si può
avere una pace (fra Israele e Palestina) con i
palestinesi divisi e in guerra tra loro.
Il professor Ra’fat Zikrì (studioso egiziano di
questioni mediorientali) scrive che la rottura tra Hamas
e Fatah è l’attuazione del vecchio sogno sionista di
distruggere la Palestina, separandola e dividendola (dìvide
et ìmpera), di modo da consegnare la Cisgiordania
(sotto Fatah) alla Giordania e Gaza (sotto Hamas)
all’Egitto, come era prima del 1967, quando Arafat capì
che la Palestina doveva essere difesa dai palestinesi e
non affidata alle cure interessate di Egitto, Giordania
e Siria; soltanto così la Palestina riuscì ad attirare
l’attenzione del mondo su di sé e non sui Paesi arabi
limitrofi, questo è stato il grande merito di Arafat e
la sua “morte” potrebbe significare la fine dello Stato
di Palestina.
Il dottor Alessandro Pertosa, su “Alfa e Omega”
arriva – grosso modo – alle stesse conclusioni. I
cristiani di Palestina fuggono all’estero, perché
«l’occupazione israeliana è diventata oramai
insostenibile. Per i cristiani irakeni le cose non
sembrano affatto andare meglio (…) negli ultimi tre anni
oltre 100 mila cristiani sono stati costretti ad
abbandonare la propria terra».
Anzi «È come un Venerdì Santo senza fine. Ed Israele
cosa fa? Alimenta l’odio. Sono ancora chiarissime le
parole di mons. Twal: “È inutile negare che Israele
cerchi di evitare una reale ripresa del processo di pace
(…) Nessuno (…), ha il coraggio di fermare Israele che
si auto concede in qualsiasi momento il semaforo verde
di occupare la Palestina! Arriva sempre puntualmente la
benedizione dell’America (…).Fin quando non sarà risolta
la questione israelo-palestinese non vi sarà pace per il
Medio Oriente”».
don Curzio Nitoglia
NOTE
Limes,
Gli arabi cristiani temono Israele più di Hamas, n°
5, 2007, p. 143.
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