"Notizie dalla Terra Santa"


 

Anno IV,  Comunicato n. 22, del 26 gennaio  2009

SCHIAVI PER ELEFANTI BIANCHI

I Faraoni degli Emirati e la loro servitù. Il prezzo del lusso.

 di Michaela De Marco

 

 

 

 

Come è possibile un tasso di crescita del 100%? Petrolio e manodopera a costo zero, o quasi, per lo più di provenienza asiatica.

Paghe misere (un massimo di 300 dollari) che a volte non vengono neanche saldate, condizioni di lavoro con orari disumani (12/18 ore al giorno) e la totale assenza delle minime condizioni di sicurezza.

I datori di lavoro requisiscono i passaporti ai lavoratori e li forzano a firmare contratti scritti in arabo che li vincolano a percepire salari più bassi rispetto a quelli promessi.  

Quasi tutti i lavoratori che raggiungono gli Emirati contraggono debiti per pagarsi il viaggio: saldarlo diventa praticamente impossibile, sono costretti dunque a restare.

In trappola, per molti l'unica via d'uscita è la morte. Il numero di suicidi tra gli immigrati negli Emirati è impressionante.

Quando finiscono le loro ore lavorative tornano nei quartieri dormitorio costruiti in pieno deserto, il più lontano possibile dalle grandi città, perché "non turbino la quiete pubblica". Gli alloggi sono situati in campi di lavoro divisi tra donne e uomini, vincolati ad un solo datore di lavoro: il cosiddetto sistema kafala, che sottopone i lavoratori alle dipendenze del "padrone". I dormitori sono fatiscenti e insufficienti: venti persone in un solo (piccolo) appartamento. Niente acqua, niente elettricità e nessuna assistenza medica.

Sindacati, scioperi e picchetti sono vietati, e le proteste si concludono in pestaggi, espulsioni collettive o arresti. Nel 2006 vennero pestati a sangue migliaia di indiani, birmani, cingalesi e thailandesi che avevano deciso di scioperare. Ma non si sono rassegnati, e hanno istituito una sorta di società di mutuo soccorso con un suo sito internet, che raccoglie le loro lamentele e le loro richieste.

E tutto questo per il lusso degli oligarchi, per i loro eccessi, per i loro imponenti "elefanti bianchi", ossia i mastodontici edifici che fanno di Dubai un'avanguardia dell'edilizia contemporanea.

Gli immigrati negli Emirati rappresentano circa l'80% della popolazione e il 95% della forza lavoro. Un tale squilibrio demografico spaventa il potere, il quale risponde attuando politiche di esclusione e discriminazione.

Si mormora che quest'invasione possa provocare un crollo di regime.

Il governo corre ai ripari, e fa in modo di controllare il numero degli espatriati e di limitare la proprietà agli stranieri, ha anche esortato gli abitanti degli Emirati a fare più figli. Il governo si è inoltre mobilitato per garantire agli autoctoni un'istruzione adeguata per permetter loro di "mantenere le posizioni dirigenziali del paese".  Il 2008 è stato infine dichiarato l' "anno dell'identità nazionale".

Lo scontento degli immigrati rende tutto più difficile.

Sarah Leah Whitson, direttore per il Medio Oriente di Human Rights Watch, il 7 novembre scorso presentò alla stampa il suo rapporto. Il giorno stesso, il primo ministro e vice-presidente degli Emirati, ordinò al ministro del Lavoro di dare immediata attuazione a un pacchetto di riforme tese a migliorare le condizioni di tutela dei lavoratori migranti. Tutto è rimasto però sulla carta e le tensioni tra i lavoratori non si sono placate.

Il governo ci prova in tutti i modi a contenere lo scontento dei suoi servi, nel 2006 ha anche censurato Syriana, il film di Stephen Gaghan con George Cloney, per le scene in cui compaiono i lavoratori schiavizzati. Il rischio era "alto", poiché qualsiasi operaio straniero negli Emirati si sarebbe potuto immedesimare nella storia di Wassim, uno dei personaggi del film, e magari sentirsi spinto ad una qualche forma di ribellione.

Di recente la crisi finanziaria globale ha investito anche Dubai, e gli operai temono il peggio. Non è ancora chiaro quanto la crisi sia strutturale o quanto invece il riflesso di quella dell'Occidente. L'ammontare del debito pubblico non è ancora chiaro, si parla di 50 o addirittura 70 miliardi di dollari. Il governo parla di 10 miliardi e respinge gli allarmismi. In ogni caso, molti mega-progetti sono stati rimandati e già oltre 4000 persone sono rimaste senza lavoro. Si teme che le già precarie condizioni di lavoro dei migranti possano addirittura peggiorare.

 

Intervista a Nicholas McGeehan, studioso presso la European University Institute a Firenze. Membro dell'Organizzazione Mafiwasta, che si batte per i diritti dei lavoratori immigrati negli Emirati.

 

Mi sono trasferito a Dubai per lavorare come insegnante di inglese, tra il 2002 e il 2006 ho lavorato per due compagnie petrolifere di stato. Per tutto il tempo sono stato in stretto contatto con lavoratori immigrati. Mi bastava guardarli in volto per capire che le loro condizioni di vita dovevano essere terrificanti, ma poi ho parlato con loro e ho capito che la situazione era assai più seria di quella che poteva sembrare ad un normale osservatore. La prima volta che ho messo piede a Dubai mi sono sentito oppresso: il contrasto tra l'opulenza ostentata da quegli edifici e la miseria negli occhi della moltitudine dei lavoratori immigrati che circolavano attorno a me mi ha subito disturbato.

Lavorando, ho conosciuto un giovane nepalese, Herri, che lavorava ad Abou Dhabi come cameriere. Piano piano mi sono guadagnato la sua simpatia e siamo diventati amici. Dopo qualche settimana Herri mi ha raccontato la sua storia: lui aveva pagato 2000 dollari per garantirsi il lavoro, contava di impiegarci 3 anni per restituire l'intera somma. Sua moglie avrebbe partorito il mese successivo. Lui non aveva mai visto sua figlia, questo lo distruggeva. Lavorava 18 ore al giorno, sei giorni a settimana, e il suo unico contatto con la famiglia era una telefonata ognitanto. S'è sempre rifiutato di fare un giro per visitare Abou Dhabi, preferiva conservare i soldi per pagare il suo debito. Una maschera di dolore.     

Una donna delle pulizie filippina aveva un contratto con una potente azenzia: la Cleaco. Lei ha deciso di raccontarmi la sua storia anche se sapeva che l'avrei riportata sui giornali. Diceva che la sua testimonianza poteva essere utile a far conoscere la realtà di tanti, che come lei s'erano ritrovati a vivere in quelle condizioni. La sua testimonianza ha irritato il potere. Il consolato filippino l'ha letteralemente abbandonata e il giornale s'è rifiutato di pubblicare la sua storia. Alla fine l'hanno rispedita nelle Filippine senza un soldo in tasca. Una delle donne più coraggiose che abbia mai incontrato! È stato allora che ho deciso di militare all'interno di Mafiwasta, per attirare l'attenzione dei media sulla condizione dei lavoratori immigrati negli Emirati.

Qual'è stata l'atteggiamento del governo degli Emirati nei confronti di Mafiwasta?

Vergognoso. Minaccioso. Il governo non ha fatto praticamente niente per migliorare le condizioni di quelle persone che supportano la crescita del suo paese e consentono ai magnati di mantenere quegli assurdi livelli di vita.

Ci sono attualmente altre organizzazioni che si dicono interessate all'argomento e si battono per i diritti di questi lavoratori?

Non esistono ONG attive negli Emirati Arabi in grado di criticare il governo, anche perché è illegale. Ma ci sono organizzazioni esterne che se ne occupano:  The Valley of Love e Pravasi Bandhu.

Anche Human Rights Watch ha esercitato pressioni sul governo di Dubai assieme a Anti-Slavery International. Altre ONG non si sono interessate: non considerano questo problema una priorità. Comunque le pressioni di queste organizzazioni hanno spinto il governo ad elaborare un pacchetto di riforme atte a migliorare la loro condizione nel 2004. Il pacchetto consisteva di quattro promesse per l'introduzione di una legislazione sulle unioni sindacali, ma finora sono state ignorate.

Qual è l'atteggiamento dei media?

I media iniziano a manifestare un certo interesse, soprattutto per via dell'alto profilo mediatico riservato a Dubai.

E quello della Comunità europea e degli Stati Uniti?

Per gli USA gli Emirati sono un alleato nel complesso scacchiere mediorientale, e si sono fin'ora manifestati cauti nel criticismo. Sotto l'amministrazione di Bush nessuna pressione.  Per quanto riguarda l'Europa nessuna iniziativa è stata presa sull'argomento, per quanto ne so io…  Semplicemente, questa problematica non rappresenta al momento una priorità.  

 

 

BOX:

 

COS'È MAFIWASTA?

"Wasta" è il termine con cui si desgina un uomo che ha potere, "Mafi" significa "No"/ "Non c'è". Il nome dell'organizzazione si riferisce alle persone che cerca di salvare: quelli che hanno lasciato il loro paese, e che hanno perso un qualsiasi potere sulla loro vita.

Mafiwasta for workers' rights in the United Arab Emirates è nata nel 2005 nel tentativo di esercitare pressioni sul governo perché migliori le condizioni dei lavoratori nel rispetto del Diritto Internazionale. Inoltre l'organizzazione si pone come obbiettivo anche quello di attirare l'attenzione del pubblico internazionale e dei media sulle condizioni dei lavoratori negli Emirati. Nel 2006, assieme a Human Rights for Change, un gruppo per i diritti umani irlandese, ha inviato un rapporto all'International Labour Organisation's Committee on Freedom of Association. Le richieste sono le seguenti: istituzione di sindacati (fino ad oggi ancora vietate), uno stop alla confisca dei passaporti, l'accollamento da parte degli agenti delle questioni riguardanti i visti e il costo del viaggio per bloccare il triste fenomeno della schiavitù per debito, l'abbattimento del sistema della Kafala, migliori condizioni igeniche e spazi maggiori per quanto riguarda i dormitori, persecuzione per ogni forma di sfruttamento.

 

Michaela De Marco


 

Link a questa pagina :

http://www.terrasantalibera.org/DeMarco-SchiaviEmirati.htm

 

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