SCHIAVI PER ELEFANTI
BIANCHI
I Faraoni degli Emirati e la loro servitù. Il
prezzo del lusso.
di
Michaela De Marco

Come è possibile un
tasso di crescita del 100%? Petrolio e manodopera a costo zero, o quasi,
per lo più di provenienza asiatica.
Paghe misere (un massimo
di 300 dollari) che a volte non vengono neanche saldate, condizioni di
lavoro con orari disumani (12/18 ore al giorno) e la totale assenza
delle minime condizioni di sicurezza.
I datori di lavoro
requisiscono i passaporti ai lavoratori e li forzano a firmare contratti
scritti in arabo che li vincolano a percepire salari più bassi rispetto
a quelli promessi.
Quasi tutti i lavoratori
che raggiungono gli Emirati contraggono debiti per pagarsi il viaggio:
saldarlo diventa praticamente impossibile, sono costretti dunque a
restare.
In trappola, per molti
l'unica via d'uscita è la morte. Il numero di suicidi tra gli immigrati
negli Emirati è impressionante.
Quando finiscono le loro
ore lavorative tornano nei quartieri dormitorio costruiti in pieno
deserto, il più lontano possibile dalle grandi città, perché "non
turbino la quiete pubblica". Gli alloggi sono situati in campi di lavoro
divisi tra donne e uomini, vincolati ad un solo datore di lavoro: il
cosiddetto sistema kafala,
che sottopone i lavoratori alle dipendenze del "padrone". I dormitori
sono fatiscenti e insufficienti: venti persone in un solo (piccolo)
appartamento. Niente acqua, niente elettricità e nessuna assistenza
medica.
Sindacati, scioperi e
picchetti sono vietati, e le proteste si concludono in pestaggi,
espulsioni collettive o arresti. Nel 2006
vennero pestati a sangue migliaia di indiani, birmani, cingalesi e
thailandesi che avevano deciso di scioperare. Ma non si sono rassegnati,
e hanno istituito una sorta di società di mutuo soccorso con un suo sito
internet, che raccoglie le loro lamentele e le loro richieste.
E tutto questo per il
lusso degli oligarchi, per i loro eccessi, per i loro imponenti
"elefanti bianchi", ossia i mastodontici edifici che fanno di Dubai
un'avanguardia dell'edilizia contemporanea.
Gli
immigrati negli Emirati rappresentano circa l'80% della popolazione e il
95% della forza lavoro. Un tale squilibrio demografico spaventa il
potere, il quale risponde attuando politiche di esclusione e
discriminazione.
Si mormora che
quest'invasione possa provocare un crollo di regime.
Il governo corre ai
ripari, e fa in modo di controllare il numero degli espatriati e di
limitare la proprietà agli stranieri, ha anche esortato gli abitanti
degli Emirati a fare più figli. Il governo si è inoltre mobilitato per
garantire agli autoctoni un'istruzione adeguata per permetter loro di
"mantenere le posizioni dirigenziali del paese". Il 2008 è stato infine
dichiarato l' "anno dell'identità nazionale".
Lo scontento degli
immigrati rende tutto più difficile.
Sarah Leah Whitson,
direttore per il Medio Oriente di Human Rights Watch, il 7
novembre scorso presentò alla stampa il suo rapporto.
Il giorno stesso, il primo ministro e vice-presidente degli Emirati,
ordinò al ministro del Lavoro di dare immediata attuazione a un
pacchetto di riforme tese a migliorare le condizioni di tutela dei
lavoratori migranti. Tutto è rimasto però sulla carta e le tensioni tra
i lavoratori non si sono placate.
Il governo ci prova in
tutti i modi a contenere lo scontento dei suoi servi, nel 2006 ha anche
censurato Syriana, il film di Stephen Gaghan con George Cloney,
per le scene in cui compaiono i lavoratori schiavizzati.
Il rischio era "alto", poiché qualsiasi operaio straniero negli Emirati
si sarebbe potuto immedesimare nella storia di Wassim, uno dei
personaggi del film, e magari sentirsi spinto ad una qualche forma di
ribellione.
Di recente la crisi
finanziaria globale ha investito anche Dubai, e gli operai temono il
peggio. Non è ancora chiaro quanto la crisi
sia strutturale o quanto invece il riflesso di quella dell'Occidente.
L'ammontare del debito pubblico non è ancora chiaro, si parla di 50 o
addirittura 70 miliardi di dollari. Il governo parla di 10 miliardi e
respinge gli allarmismi. In ogni caso, molti mega-progetti sono stati
rimandati e già oltre 4000 persone sono rimaste senza lavoro. Si teme
che le già precarie condizioni di lavoro dei migranti possano
addirittura peggiorare.
Intervista a
Nicholas McGeehan, studioso presso la European University Institute a
Firenze. Membro dell'Organizzazione Mafiwasta, che si batte per i
diritti dei lavoratori immigrati negli Emirati.
Mi sono trasferito a Dubai
per lavorare come insegnante di inglese, tra il 2002 e il 2006 ho
lavorato per due compagnie petrolifere di stato. Per tutto il tempo sono
stato in stretto contatto con lavoratori immigrati. Mi bastava guardarli
in volto per capire che le loro condizioni di vita dovevano essere
terrificanti, ma poi ho parlato con loro e ho capito che la situazione
era assai più seria di quella che poteva sembrare
ad un normale osservatore. La prima volta che ho messo piede a Dubai mi
sono sentito oppresso: il contrasto tra l'opulenza ostentata da quegli
edifici e la miseria negli occhi della moltitudine dei lavoratori
immigrati che circolavano attorno a me mi ha subito disturbato.
Lavorando,
ho conosciuto un giovane nepalese, Herri, che lavorava ad Abou Dhabi
come cameriere. Piano piano mi sono guadagnato la sua simpatia e siamo
diventati amici. Dopo qualche settimana Herri mi ha raccontato la sua
storia: lui aveva pagato 2000 dollari per
garantirsi il lavoro, contava di impiegarci 3 anni per restituire
l'intera somma. Sua moglie avrebbe partorito il mese successivo. Lui non
aveva mai visto sua figlia, questo lo distruggeva. Lavorava 18 ore al
giorno, sei giorni a settimana, e il suo unico contatto con la famiglia
era una telefonata ognitanto. S'è sempre rifiutato di fare un
giro per visitare Abou Dhabi, preferiva conservare i soldi per pagare il
suo debito. Una maschera di dolore.
Una
donna delle pulizie filippina aveva un contratto con una potente
azenzia: la Cleaco. Lei ha deciso di raccontarmi la sua storia anche se
sapeva che l'avrei riportata sui giornali. Diceva che la sua
testimonianza poteva essere utile a far conoscere la realtà di tanti,
che come lei s'erano ritrovati a vivere in quelle condizioni. La sua
testimonianza ha irritato il potere. Il consolato filippino l'ha
letteralemente abbandonata e il giornale s'è rifiutato di pubblicare la
sua storia. Alla fine l'hanno rispedita nelle Filippine senza un soldo
in tasca. Una
delle donne più coraggiose che abbia mai incontrato! È stato
allora che ho deciso di militare all'interno di Mafiwasta, per attirare
l'attenzione dei media sulla condizione dei lavoratori immigrati negli
Emirati.
Qual'è stata
l'atteggiamento del governo degli Emirati nei confronti di Mafiwasta?
Vergognoso. Minaccioso. Il
governo non ha fatto praticamente niente per migliorare le condizioni di
quelle persone che supportano la crescita del suo paese e consentono ai
magnati di mantenere quegli assurdi livelli di vita.
Ci sono attualmente
altre organizzazioni che si dicono interessate all'argomento e si
battono per i diritti di questi lavoratori?
Non esistono ONG attive
negli Emirati Arabi in grado di criticare il governo, anche perché è
illegale. Ma ci sono organizzazioni esterne che se ne occupano: The
Valley of Love e Pravasi Bandhu.
Anche Human Rights
Watch ha esercitato pressioni sul governo di Dubai assieme a
Anti-Slavery International. Altre ONG non si sono
interessate: non considerano questo problema una priorità. Comunque le
pressioni di queste organizzazioni hanno spinto il governo ad elaborare
un pacchetto di riforme atte a migliorare la loro condizione nel 2004.
Il pacchetto consisteva di quattro promesse per l'introduzione di una
legislazione sulle unioni sindacali, ma finora sono state ignorate.
Qual è l'atteggiamento
dei media?
I media iniziano a
manifestare un certo interesse, soprattutto per via dell'alto profilo
mediatico riservato a Dubai.
E quello della Comunità
europea e degli Stati Uniti?
Per gli USA gli Emirati
sono un alleato nel complesso scacchiere mediorientale, e si sono
fin'ora manifestati cauti nel criticismo. Sotto l'amministrazione di
Bush nessuna pressione. Per quanto riguarda l'Europa nessuna iniziativa
è stata presa sull'argomento, per quanto ne so io… Semplicemente,
questa problematica non rappresenta al momento una priorità.
BOX:
COS'È MAFIWASTA?
"Wasta" è il termine con
cui si desgina un uomo che ha potere, "Mafi" significa "No"/ "Non c'è".
Il nome dell'organizzazione si riferisce alle persone che cerca di
salvare: quelli che hanno lasciato il loro paese, e che hanno perso un
qualsiasi potere sulla loro vita.
Mafiwasta
for workers' rights
in the United Arab Emirates
è nata nel 2005 nel tentativo di esercitare
pressioni sul governo perché migliori le condizioni dei lavoratori nel
rispetto del Diritto Internazionale. Inoltre l'organizzazione si pone
come obbiettivo anche quello di attirare
l'attenzione del pubblico internazionale e dei media sulle condizioni
dei lavoratori negli Emirati. Nel 2006, assieme a Human Rights for
Change, un gruppo per i diritti umani irlandese, ha inviato un
rapporto all'International Labour Organisation's Committee on Freedom
of Association. Le richieste sono le seguenti: istituzione di
sindacati (fino ad oggi ancora vietate), uno stop alla confisca dei
passaporti, l'accollamento da parte degli agenti delle questioni
riguardanti i visti e il costo del viaggio per bloccare il triste
fenomeno della schiavitù per debito, l'abbattimento del sistema della
Kafala, migliori condizioni igeniche e spazi maggiori per quanto
riguarda i dormitori, persecuzione per ogni forma di sfruttamento.
Michaela
De Marco
Link a questa pagina :
http://www.terrasantalibera.org/DeMarco-SchiaviEmirati.htm
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