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Vaticano ed ebraismo
Don
Curzio Nitoglia
http://www.doncurzionitoglia.com/Vaticano&Ebraismo.htm
20 ottobre
2008

Sotto il pontificato di Leone XIII,
«La Civiltà Cattolica», dietro ordine del Papa stesso, si
occupò,
per circa venti anni (dall’inizio del 1880 alla fine del
1890), della soluzione della
questione
ebraica, che aveva causato, secondo Papa Pecci, la rivoluzione
e la
secolarizzazione della società cristiana, partendo dalla
Francia (1789) e arrivando sino a
Roma
(1870).
Leone XIII
in persona rivedeva e correggeva, assieme alla Segreteria di
Stato vaticana, gli
articoli
della prestigiosa rivista dei padri gesuiti.
Il primo
articolo sulla questione ebraica è del 1884, a cura di padre
Raffaele Ballerini, nato a
Medicina
in provincia di Bologna il 17 maggio 1830, morto a Roma il 14
gennaio 1907;
ricevette
da Pio IX, di cui era intimo amico, l’incarico di scrivere le
memorie dei primi anni del
suo
Pontificato, permettendogli di consultare documenti
segretissimi.
Il secondo
articolo appartiene al padre Giuseppe Oreglia Di Santo Stefano
(1);
questi due
primi
articoli non hanno un titolo specifico, ma sono accorpati
nella rubrica «Cronaca
contemporanea».
Il terzo,
ancora del Ballerini (1890), è intitolato «Della questione
giudaica in Europa».
Il quarto
(1893) di padre Francesco Saverio Rendina (1827-1897, amico
personale e
stimatissimo da Leone XIII), «La morale giudaica».
Il quinto,
ancora del Ballerini (1897), «La dispersione d’Israele pel
mondo moderno».
Secondo la
Santa Sede e «La Civiltà Cattolica», esiste un problema
ebraico.
Esso va
cercato nella contraddizione tra l’Antico-Nuovo Testamento e
il moderno giudaismo
talmudico.
Tra la
fede mosaico-cristiana e il rabbinismo farisaico.
Tra la
morale naturale-cristiana e quella giudaico-rabbinica.
Il
giudaismo post-biblico costituisce un popolo speciale, non
assimilato e non assimilabile, il
quale
pretende di essere una razza superiore cui compete il pieno
diritto di possesso sul
mondo
intero ed entra, quindi, in lotta contro tutti i popoli del
mondo, ma specialmente contro il
cristianesimo.
La
soluzione pratica di questo problema non può essere, secondo
il Vaticano, quella dell’odio
(deportazione, persecuzione, violenza), ma quella che ha
ispirato la civiltà cristiana da
Costantino, Teodosio e Giustiniano, sino alla rivoluzione
francese; ossia la «segregazione
caritatevole» del popolo ebraico, tramite una legislazione che
promulghi «leggi speciali», atte a
reggere e
governare il giudaismo come forestiero pericoloso e
potenzialmente nemico in terra
cristiana,
bisognoso di un «freno speciale» che permetta ai non-ebrei di
essere lasciati in pace
e agli
ebrei stessi di poter vivere tranquilli, senza suscitare
reazioni, talvolta anche violente e
brutali,
al loro strapotere e sete di dominio. Le «leggi restrittive»
proteggono anche gli israeliti
dalla
reazione certe volte eccessiva del popolo cristiano.
Non è
lecita, dunque, sempre secondo il Vaticano, l’emancipazione,
la parificazione, la libertà
piena
(civile, politica e religiosa) del popolo ebraico, concetti
che sono la quinta essenza dei
«diritti
dell’uomo», dei «princìpi moderni» del 1789 e della
costituzione degli USA, essi hanno
disarmato
la cristianità nell’autodifesa dai suoi nemici, aprendo a loro
la porta della fortezza
della
civiltà europea.
Sino a che
i principi della rivoluzione francese/anglo-americana e del
liberalismo (che fa della
libertà un
assoluto, un fine e non più un semplice mezzo per cogliere lo
scopo proprio
dell’uomo)
non saranno rimossi, non è possibile una restaurazione della
civiltà cristiana e una sua liberazione dal giogo talmudico.
Non è
lecito dire «morte agli ebrei, ma fuori gli ebrei», che vivano
pure, ma «separati da noi»,
concludeva
la «La Civiltà Cattolica».
Non è
lecita una soluzione finale fisica, ma è opportuna una
«soluzione definitiva legislativa»;
quella
geografica, oltre a dover essere fatta umanamente, è
pericolosa, poiché se fossero
segregati
tutti in un’unica nazione (già il Beato Duns Scoto
francescano, nel 1300, pensava di
inviarli
tutti nel Madagascar) si rischierebbe di creare altri problemi
(come è avvenuto in
Palestina
nel 1948) e di renderli ancora più nocivi per il mondo intero.
L’unica
strada è, dunque, quella di «leggi restrittive e speciali»,
che (umanamente e senza
ledere la
carità), tolgano, con giustizia, senza odio e violenza,
l’uguaglianza civile e politica al
giudaismo.
Sotto il pontificato di Pio XI,
«La Civiltà Cattolica» ritornò sull’argomento ebraico, con
vari
articoli:
nel 1934 «La questione giudaica e l’antisemitismo
nazionalsocialista» di padre Enrico
Rosa s.j.
[nato a Selve Marcone diocesi di Biella, il 17 novembre 1870;
morto a Roma il 26
novembre
1938. Direttore de «La Civiltà Cattolica», aveva una rara
formazione umanistica, un
orientamento sicuro in campo filosofico e teologico;
fedelissimo alle direttive del sommo
Magistero,
nei primi trenta anni del XX secolo divenne un leader molto
ascoltato per sapere il
da farsi
nelle situazioni più spinose; confronta «Enciclopedia
Cattolica», volume X, col. 1338];
nel 1936
«La questione giudaica» di padre Mario Barbera s.j. [nato a
Mineo in provincia di
Catania il
17 aprile 1872; morto a Roma il 5 novembre 1947; dotato di
raro equilibrio,
competenza
e visione chiara, è stato uno dei più autorevoli scrittori di
questioni pedagogiche;
confronta
« Enciclopedia Cattolica», volume. II, col. 824]; nel 1937 «La
questione giudaica e il
sionismo»
dello stesso Barbera, come pure «Intorno alla questione del
sionismo», nel 1938,
del
medesimo padre gesuita.
Padre Rosa
sosteneva che occorreva «restringere la preponderanza ebraica»
nella società,
scorgeva
nell’antisemitismo pagano-germanico l’odio contro la Roma dei
Papi più che contro
Israele,
criticava (profeticamente) l’ipotesi del trasferimento degli
ebrei in Palestina, poiché
esso
avrebbe preparato «giorni torbidi alla Palestina»; specificava
che il problema ebraico
andava
affrontato con precisione, equilibrio, senza esagerazioni e
pressappochismo, che
avrebbero
giovato alla tesi di coloro che sostenevano essere il
complotto giudaico una
montatura,
frutto di fissazioni maniacali o uno stereotipo figlio di
pregiudizi inveterati.
L’esito di
tale campagna esagerata e fanatica «non sarebbe stata la
soluzione del problema
giudaico,
ma una catastrofe».
In realtà,
i gesuiti avevano visto bene: la vera «catastrofe» della
seconda metà del XX secolo
è proprio
il culto della «shoah», parola ebraica che significa
«catastrofe» (in base alla quale si
giustificano tutti i crimini commessi dal sionismo contro la
Palestina e dagli USA contro il
mondo
arabo non allineato a Israele), ma che è stata tradotta come
«olocausto», per
assurgere
anche a dignità di religione che dovrebbe e vorrebbe
rimpiazzare il Sacrificio
olocaustico (= distruzione completa della vittima, sino alla
morte e alla sepoltura) del Verbo
Incarnato.
Inoltre,
oggi è diventato molto difficile parlare di complotto
giudaico, data la superficialità
(tranne la
corrente scientifica dell’esimio professor Nicola Pende) con
cui negli anni Quaranta,
se ne
parlò a proposito e a sproposito.
Ogni
eccesso è un difetto.
Padre
Barbera scandagliava (nel suo primo articolo) il predominio
giudaico sull’alta finanza
iper-liberista
(2)
(più che sul capitale rurale o industriale) e
sull’Internazionalismo comunista,
due facce
della stessa medaglia materialista del primato dell’economia.
Egli
passava, quindi, alla soluzione pratica dell’annoso problema
ebraico, escludendo:
1)
l’assimilazione, come impossibile, data la inassimilabilità
del giudaismo, che era nelle
nazioni
cristiane che lo ospitavano come l’olio in mezzo all’acqua, il
quale pur stando nell’acqua
non si
mischia con essa, ma ne resta sempre separato e distinto;
2) il
sionismo, data la riluttanza degli arabi a lasciarsi
spossessare della Palestina; la esiguità
del
territorio palestinese ad accogliere tutti gli ebrei del
mondo, e lo scarso entusiasmo degli
ebrei
americani a lasciare «l’America» (terra «materialmente santa»
e soprattutto ricca) per
una terra
povera e piccola (anche se «spiritualmente» promessa).
«Restava,
dunque, solo la soluzione tradizionale della ‘restrizione
giuridica delle libertà del
giudaismo’, tramite il ghetto e le leggi speciali di difesa
del popolo cristiano, messa in pratica
dal codice
di Giustiniano e vigente sino alla rivoluzione francese.
Occorreva , pertanto, trattare
gli ebrei
come un popolo straniero, nemico e pericoloso per l’identità
della patria e della
religione
cristiana».
Abiurare e
combattere tutti gli errori filosofici (umanesimo,
illuminismo, comunismo) che
avevano
reso l’Europa cristiana schiava del talmudismo.
Ricostruire, infine, la società cristiana, restaurandola e
instaurandola, contro le insidie della
rivoluzione e dell’empietà giudaica.
Ideale
difficilmente realizzabile in un’Europa laicizzata, ma non
impossibile sino agli anni
Trenta.
Nel suo
secondo articolo del 1937, padre Barbera, specificava che «la
soluzione del problema
ebraico
(naturalmente parlando) non poteva essere quella
dell’eliminazione fisica, neppure
quella
della deportazione forzata e violenta, restava solo la
‘segregazione umana e
caritatevole’, tramite apposita legislazione» (sulla quale dal
V secolo si era formata la
Cristianità europea), attendendo, soprannaturalmente parlando,
la conversione di Israele a
«Colui che
ha trafitto», come Zaccaria (XII, 10) aveva vaticinato.
Solo
questa sarebbe stata la vera, finale e definitiva soluzione
del problema.
Nel suo
terzo articolo, del 1938, il Barbera, si concentrava sul
sionismo, mettendo in luce la
sua doppia
equivocità, come nazione e come religione.
In quanto
nazione, Sion era equivoca, poiché, al tempo stesso, è se
stesso (Stato nazionale
d’Israele)
e altro da sé (le nazioni che lo ospitavano, nel mondo).
In quanto
religione, il giudaismo era stata l’unica vera religione, ma
dopo il deicidio era
diventata
una contro-chiesa, la sinagoga di Satana (Apocalisse II, 9),
corrotta dal talmudismo
rabbinico-farisaico, essenzialmente anticristiano e
anticristico.
Questa è
la grandezza (passata) e la miseria (presente) del giudaismo
religione.
Data
l’ambivalenza del giudaismo, la soluzione del problema
palestinese e sionista, era -
secondo
padre Barbera - «unicamente la partenza degli ebrei dalla
Terra Santa» che già nel
1917
(Balfour) e 1922 («Libro bianco») avevano cominciato a mettere
piede in Palestina con
l’avallo
ufficiale di Gran Bretagna e ufficioso degli USA.
Infine,
quando Mussolini, nel 1938, promulgò le leggi razziali, padre
Rosa scrisse un articolo
«La
questione giudaica e la Civiltà Cattolica», in cui ribadiva
che il giudaismo aveva manovrato
la
Rivoluzione Francese e la Massoneria per spodestare la Chiesa
di Cristo e secolarizzare la
Cristianità; che la totale libertà ed eguaglianza civile,
concessa dal liberalismo al giudaismo,
era
dannosa sia per gli ebrei che per i cristiani, dacché «la
strapotenza alla quale il diritto
rivoluzionario ha elevato gli ebrei, in realtà scava sotto i
loro piedi un abisso, pari nella
profondità
all’altezza alla quale erano assurti».
Mai
previsione fu tanto vera, e cosa mai bisognerebbe dire oggi?
L’altezza
e pienezza di potere raggiunta dal giudaismo attualmente fa
venire le vertigini se si
pensa
all’abisso che si sta aprendo (in ogni continente del mondo)
per inghiottirlo, «rispetto al
quale»
quello del 1942-45 è soltanto una relativamente piccola falla.
La Santa
Sede non criticava (come ho scritto nell’ultimo articolo
«Razza e razzismo») la
legislazione fascista (come l’aveva prospettata Nicola Pende)
in quanto auto-difesa dal
pericolo
giudaico (anzi ne vedeva i numerosi lati positivi di
preservazione dei popoli cristiani),
ma in
quanto «razziale», biologica e «tendenzialmente» materialista
(quella parte di essa
voluta da
Landra-Almirante-Interlandi), anche se diversa da quella
germanica che era
«formalmente» materialista.
Occorreva,
per «La Civiltà Cattolica», «un richiamo alla vigilanza e alla
difesa», pacifica sì, ma
efficace e
non pacifista o utopistica [quando i cristiani erano ancora
tali e non «cretini» come il
(post)
Concilio li ha resi in gran parte].
Soprattutto la Santa Sede denunciava la violazione del
Concordato, ove le leggi razziali
volevano
interferire in materia sacramentaria (matrimoni misti con rito
cattolico, e figli di un
coniuge
ebreo ma battezzati), spettante unicamente alla Chiesa.
Soprattutto, ancora una volta, metteva in guardia
dall’estremismo fanfarone e fanatico,
superficiale e inconcludente, che avrebbe recato più danni che
vantaggi alla causa della
soluzione
reale e vera del problema ebraico.
Infatti,
dopo alcune esagerazioni e imprecisioni delle leggi razziali
del 1938, è molto arduo
riproporre
e parlare serenamente «oggi», anche solo «in teoria», su la
questione di una
legislazione seriamente ed equamente restrittiva (risalente al
V secolo con il Codice
giustinianeo) di auto-difesa dei popoli cristiani dall’empietà
e perfidia talmudica, si rischierebbe
di passare
per «razzisti biologici», mentre tale tesi è squisitamente
cristiana e su di essa si è
formata la
Cristianità europea.
Purtroppo
ogni eccesso (neopaganesimo) è un difetto, e produce
immancabilmente dei
disastri,
catastrofi o «shoah».
Ad
esempio, la nascita e il trionfo politico-militare dello Stato
ebraico è un frutto catastrofico di
tale
errore; come anche la nuova teologia di «Nostra Aetate» (1965)
e dell’«Alleanza mai
revocata»
(1981) sono un frutto avvelenato del mito dell’olocausto
(dacché distruzione totale
della
vittima – che è la definizione di olocausto - non vi è stata).
Occorre,
perciò, per reagire alla cabalizzazione del mondo attuale,
rifarsi scrupolosamente
alla
dottrina cattolica, senza lasciarsi sviare dai pasticci di uno
Stato che vuol prendere il posto
di Dio e
della sua Chiesa.
Il
problema ebraico è «essenzialmente» teologico, con
«conseguenze» sociali, politiche ed
economiche. Per risolverlo adeguatamente occorre una solida
formazione teologica, che solo
la Chiesa
cattolica possiede.
I
nazionalismi o i governi autoritari, con tutta la migliore
intenzione, riescono solo ad
intravedere le apparenze o le conseguenze di tale problema, e
spesso finiscono per trattarlo e
darne
soluzioni approssimative, pasticciate se non addirittura
erronee, dalle conclusioni
catastrofiche.
Attualmente, occorre far attenzione
ad un nuovo errore che si presenta sotto apparenza di
verità,
quello del «neo-conservatorismo» americanista, che propugna la
difesa delle radici
europee,
che sarebbero giudaico-cristiane.
Esso
equivoca sulla parola «giudaico», che qui non significa
mosaismo o Antico Testamento,
relativo a
Cristo; ma talmudismo, nemico mortale di Cristo e del
cristianesimo.
Onde,
parlare di radici «giudaico-cristiane» dell’Europa è una
«contraddictio in terminis»,
equivalente ad un anti-cristianesimo cristiano, una sorta di
cerchio quadrato.
No, le
radici europee affondano nel Codice giustinianeo, che
discriminava il giudaismo
talmudico
come nemico pericoloso della «societas christiana».
In una
società laicizzata, come è la nostra, la Chiesa non rinuncia
alla tesi, ai principi (leggi
speciali e
restrittive); tuttavia non può chiedere allo Stato
l’applicazione di essi, poiché non
sarebbe
ascoltata da uno Stato neutro se non ostile.
La via che
segue la Sposa di Cristo è quella di riconvertire la società
civile, partendo
dall’individuo e dalla famiglia.
Infatti,
la società è formata da più famiglie e, se le famiglie tornano
ad essere cristiane, lo
Stato sarà
anch’esso cristiano e farà leggi cristiane.
Pio XI instaurò
(nel 1926) la festa di «Cristo re» e lanciò la crociata della
regalità sociale di
Cristo per
ri-cattolicizzare la società laicizzata dall’illuminismo,
dalla rivoluzione francese e dal
socialismo.
Il mondo
non ha ascoltato il Papa e la società è sempre più
secolarizzata.
Oggi,
perciò, ci troviamo di fronte ad un baratro: da una parte lo
strapotere dello Stato
d’Israele,
che destabilizza il vicino e Medio Oriente, con conseguenze su
tutto il mondo.
Dall’altra
la reazione sempre più montante del mondo arabo, che (dopo la
guerra all’Iraq e la
non-soluzione - voluta - della questione palestinese) si
dirige verso l’estremismo musulmano.
L’Iran,
con Ahmadinejad (profondo ideologo sciita discepolo di Alì
Shariatì e fine conoscitore
della
dottrina del «Mahdi» o messia islamico che precede la fine del
mondo), si sta forse
dotando
(ed è normale, dal suo punto di vista, che lo faccia) molto
lentamente di armi
atomiche e
di fronte alla minaccia israelo-americana, non esiterà a
utilizzarle, per affrettare la
venuta del
«Mahadi».
Il «cattolicesimo attuale»
è fortemente inquinato da spirito liberale, filantropico e
immanentista, è debole e i pastori (la maggior parte dei quali
sono diventati «mercenari») non
hanno la
luce e la forza per condurre un gregge che sembra sbandato.
Vedasi il
recente sinodo dei vescovi in Roma (ottobre 2008), in cui si è
data la parola ad un
«rabbinetto» di Israele, il quale ha detto di essere contrario
alla beatificazione di Pio XII, e il
«niet»
rabbinico che ha portato all’annullamento della Messa di San
Pio V che il cardinale
Castrillon
avrebbe dovuto celebrare in memoria di Papa Pacelli l’8
ottobre del 2008 e che è
stata
cancellata, (per motivi «diplomatici») il 7 ottobre di sera,
in barba a molti fedeli che
erano
giunti a Roma dall’America Latina a loro spese.
Si veda
inoltre lo «scandaloso» articolo del rabbino capo di Roma
Riccardo Di Segni
pubblicato
su L’Osservatore Romano (8 ottobre 08) in cui scrive che come
i cristiani non
hanno
bisogno dello «yom kippur» degli ebrei per salvarsi, così gli
ebrei non hanno bisogno di
Cristo.
«Nihil sub
sole novi»: Gesù continua ad essere paragonato a Barabba e il
«regista» è sempre
lo stesso,
riprendendo l’idea sostenuta già nel Natale del 2000 sulla
prima pagina de
L’Osservatore Romano dall’allora cardinale J. Ratzinger con
l’articolo «Abramo un dono per
Natale»,
in cui il porporato parlava di due vie di salvezza: per i
cristiani Gesù e per gli ebrei il
Messia
della loro Alleanza con Dio, come se essa non fosse stata
abrogata dalla Nuova ed
Eterna
Alleanza nel Sangue di Cristo.
Come
chiamare costoro se non «mercenari» o «lupi vestiti da
agnelli»?
Se il
«Motu proprio» sulla Messa di San Pio V (7 luglio 2007) aveva
suscitato qualche
speranza,
il discorso di Benedetto XVI ai giornalisti sull’aereo che lo
portava in Francia
(settembre
2008), in cui lo ha definito quale atto di «tolleranza della
Messa antica e dei suoi
nostalgici», lo ha reso un «caso chiuso».
Forse, Dio solo lo sa,
la «Provvidenza» permetterà che noi cristiani siamo puniti
(del
nostro
laicismo) oltre che dalla crisi economico-finanziaria
volutamente globale di questi giorni,
anche dai
due grandi schieramenti che si apprestano ad affrontarsi in
maniera definitivamente
«atomica»,
oltre che «economica».
«Expectans
expectavi... Regnavit a Ligno Deus».
Occorre
bere l’amaro calice sino alla feccia per risorgere fino alle
stelle.
Don Curzio
Nitoglia
http://www.doncurzionitoglia.com/Vaticano&Ebraismo.htm
1)
In realtà
si tratta di una lunga serie di articoli, dal 1885 al 1897, a
cura di padre Giuseppe
Oreglia di
Santo Stefano (1823-1895), per alcuni anni direttore de «La
Civiltà Cattolica»,
grande
specialista sul Talmud e l’omicidio rituale; egli ha scritto,
tra varie altre cose, un libro
prezioso,
Giovanni Pico della Mirandola e la cabala, Cagarelli, 1894.
2)
Essa oggi
(come nel 1929 con l’aiuto statale teorizzato da Keynes, il
quale la salvò dalla
bancarotta
totale) ha conosciuto il suo scacco ultimo, in quanto lo Stato
in USA è dovuto
intervenire per salvare il salvabile, dai danni dei privati
speculatori i quali si sono rivelati fallibili,
contrariamente al dogma (smentito dai fatti) del liberismo
puro (Mises, Hayek, Einaudi e
Friedmann), «libera economia, senza alcun intervento statale».
Se si lascia l’economia nelle
mani dei
banchieri, i poveri risparmiatori - senza il controllo dello
Stato - saranno
immancabilmente truffati. Ma questo è un «peccato contro lo
Spirito Santo», (raggirare il
povero
indifeso, il piccolo, il debole, la vedova e l’orfano) che
«grida vendetta al cospetto di
Dio» (il
quale interviene a proteggere l’indifeso e castiga
esemplarmente, già su questa terra,
il
prepotente, a monito per tutti: «quel che per te non vuoi,
agli altri non fare». Come
riconoscono gli studiosi di economia più seri, la crisi
economico-finanziaria attuale, non è la
fine del
sano capitalismo (lavorare per accrescere onestamente il
proprio patrimonio e dar
lavoro
anche agli altri), ma è la sconfitta di quel super-liberismo
senza regole, che rifiuta ogni
controllo
statale e politico.
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