|
La questione araba o «l’arabo-fobia»
Don Curzio Nitoglia
25 luglio 2008

Esistono quattro popoli biblici:
1°) Gli ebrei, che hanno
ricevuto dal Signore l’Antica Alleanza e la Rivelazione
«vetero-testamentaria», ma che non l’hanno ascoltata e per la
loro infedeltà hanno rotto il Patto con Dio, misconoscendo e
odiando il Messia e la sua «progenie» spirituale, la Chiesa
cristiana.
2°) I cristiani (provenienti
dalle Genti o da Israele), che hanno creduto alla pienezza
della Rivelazione (Divinità del Messia Gesù Cristo e
Santissima Trinità), con i quali Dio ha stretto una Nuova ed
Eterna Alleanza.
3°) I pagani, che hanno
ricevuto (durante il tempo adamitico, quello patriarcale e
mosaico) la ragione naturale per elevarsi dalle creature al
Creatore, più la legge naturale e la libera volontà, aiutata
dalla Provvidenza per poter «fare il bene ed evitare il male»
e così salvarsi l’anima.
Non tutti gli atti dei pagani sono
cattivi (come diceva Bajo, condannato dalla Chiesa), infatti
bisogna distinguere nel paganesimo:
a) la «religione politeista»,
idolatrica e misterica che è cattiva in sé;
b) dalla filosofia pagana greca
(Socrate, Platone, Aristotile) la quale ha portato la ragione
alle soglie della fede; mentre la forza di volontà
antico-romana (Cicerone, Tiberio, Seneca,) ha organizzato i
popoli, lo Stato, il diritto, l’onore, la gerarchia, portando
la civiltà sin dove era allora possibile.
4°) Infine vi sono gli arabi,
discendenti (semiti) da Ismaele figlio di Abramo e della sua
schiava Agar.
Essi non furono i figli della «libera»
Sara, quindi non sono il «popolo eletto» dell’Antica Alleanza,
ma anch’essi hanno ricevuto una benedizione (secondaria) da
Dio «Io lo [Ismaele] benedirò (…) e sarà capo di un gran
popolo» (Genesi XVII, 20).
Ismaele non è pagano, poiché discende
da Abramo, non è ebreo, poiché nato dalla schiava di Abramo
(Agar) e non dalla moglie (Sara).
Ismaele è arabo, essendo Agar figlia
del faraone o di un principe egiziano (***).
Il carattere di Ismaele è «bellicoso»,
come lo sono - generalmente - gli arabi.
Il loro ruolo è stato quello di fare
da ponte tra l’Oriente estremo (India e Cina) e l’Europa
medievale.
Inoltre ci hanno fatto conoscere anche
Aristotele, che prima di San Tommaso era letto e commentato
tramite (l’arabo) Averroè.
Inoltre, a partire dal 732 dopo
Cristo, gli arabi hanno ricompattato i cristiani di fronte al
pericolo di un’invasione dell’Europa.
Oggi, invece, l’Europa è
devitalizzata, siamo giunti alla «fine di una civiltà» (come
scriveva Marcel De Corte, «La fin d’une civilization»), dacché
«la grazia presuppone la natura e la perfeziona», mentre la
post-modernità ha, quasi e non totalmente, distrutto la natura
umana (come un secondo peccato originale), ragionevole e
libera, specialmente quella delle giovani generazioni le quali
sono talmente «vulnerate» che non sanno neppure più ballare,
ma solo «sballare», «vivere come porci e morire come cani»
(questi sono i frutti del liberal-liberismo, come diceva
Domenico Giuliotti).
Gli arabi sono l’unico popolo biblico
(ancora naturalmente forte e bellicoso) che riesce a tener
testa a Israele (degenerazione anticristica dell’Antica
Alleanza) e alla versione post-moderna e nichilistica
dell’Occidente (anglo-americano, deviazione laicista della
vecchia Europa una volta cristiana).
Se nel passato sino al 1681 (Vienna) i
cristiani hanno resistito eroicamente agli arabi, oggi Dio ha
scelto arabi e israeliani come le due tenaglie che dovranno
castigare l’apostasia e il «rammollimento» intellettuale e
morale dei cristiani.
Il grande teologo argentino don Julio
Meinvielle («Los tres pueblos biblicos en su lucha por la
dominacion del mundo», Adsum, Buenos Aires, 1937), scrive che
«Gli arabi, nemici bellicosi della civiltà cristiana, servono
- nei disegni della Provvidenza - a mantenere sempre in
allerta lo spirito dei cristiani, affinché non si rilassino, e
possano manifestare e confessare la distanza che vi è tra
essi».
Ora l’Europa è stata invasa
«pacificamente», sino ad oggi ma non sarà sempre così, da una
vasta marea araba determinata più che non mai.
Mentre i cristiani hanno perso le
forze naturali e soprannaturali.
Negli anni Trenta, quando l’autore
argentino scriveva, il giudaismo era presente nel comunismo,
ateo e materialista, dell’URSS, intrinsecamente perverso (Pio
XI, «Divini Redemptoris»).
Il paganesimo si riaffacciò col
nazismo, che non era ateo, ma idolatricamente «religioso»: il
culto del popolo germanico, del suolo e del sangue (Pio XI,
«Mit brennender Sorge»).
Il cristianesimo viveva ancora nel
Portogallo di Salazar, nella martoriata Spagna salvata da
Franco, nell’Austria di Dolfuss.
Il mondo arabo - allora - era a fianco
di Francisco Franco (le truppe del Marocco spagnolo) nella
riconquista della Spagna e nella lotta contro il
giudeo-bolscevismo.
Il neo-paganesimo germanico, secondo
il Nostro, non sarebbe restato neutro (come il concordato del
1933 poteva lasciar sperare, ma si sarebbe schierato,
ultimamente, o con Cristo o con l’Anticristo e Hitler fu
sempre più attratto da Alfred Rosenberg («Il mito del XX
secolo») che era un anticristo.
Un caso a parte era il fascismo
italiano, un nazionalismo inizialmente paganeggiante e
machiavellico (fascismo-movimento), ma che è dovuto scendere
poi a patti (1929) con la realtà dei fatti: lo spirito
cattolico-romano dell’Italia.
Esso fu un regime autoritario e non
totalitario (confronta Pio XI, «Quadragesimo anno») orientato
verso il cattolicesimo (fascismo-regime).
Per la dottrina cattolica i governi
forti o autoritari, non sono cattivi in sé, lo possono
diventare se si mettono al servizio dello spirito
anticristico.
Oggi, XXI secolo, una delle trappole
del teo-conservatorismo giudeo-americanista (che è penetrato
nel cuore di certo cattolicesimo e che è il vero problema
dell’ora presente) è quella di far credere che l’unica forma
legittima di potere sia la democrazia moderna (potere che
viene dal popolo e non da Dio) e che il «male assoluto» sia il
governo forte o autoritario: ieri il fascismo specialmente
spagnolo e portoghese, oggi l’arabo-fascismo [creando così una
vera «arabo-fobia» o psicosi sociale; senza focalizzare il
vero problema che non è quello del mondo arabo, ma dell’Islàm
il quale nega la Santissiam Trinità e la Divinità di Cristo
che erano ancora il cemento spirituale - anche se alquanto
screpolato - dell’Europa «ante guerra» e rendono dunque
inconciliabili, teologicamente, islamismo e cristianesimo].
Con Popper come maestro e la Scuola di
Francoforte (freudismo + trotzkismo) l’americanismo e il
«teoconservatismo» ha distrutto le ultime «vestigia» della
cristianità che restavano in Europa (Portogallo, Spagna,
Francia di Vichy, e Italia fascismo-regime).
Tuttavia oggi resta un ultimo
ostacolo, naturalmente parlando: esso è il mondo arabo che, se
con il Mille si è chiuso in un cieco fideismo (al-Gazali) ed
ha perso tutte le ricchezze culturali che aveva acquisito a
partire dal Settecento, proprio per questo difetto [la
Provvidenza da un male tira un bene maggiore] è risultato
impermeabile all’umanesimo, all’illuminismo, al razionalismo,
al liberalismo e ad ogni forma di modernismo.
Specialmente nel XX secolo ha
conosciuto dei regimi non ostili al cristianesimo
(nazionalismo sociale pan-arabo) che rappresentano l’antitesi
della «società aperta» giudaico-americanista e che andavano
distrutti a suon di bombe, per poter ricevere la democrazia e
lo spirito moderno e post-moderno (confronta Luigi Copertino,
«Spaghetticons», Rimini, Il Cerchio, 2008).
Ma il colosso «USA-israeliano» ha
trovato davanti a sé il «popolo biblico bellicoso»,
discendente da Abramo, Agar e Ismaele: infatti, la Palestina
ha resistito all’urto ultra-sessantenario del sionismo (che
comincia a perdere colpi, essendo entrato nella terza età e
quindi suscettibile di «estrema unzione» collettiva, secondo
la riforma liturgica montiniana), l’Iraq resiste tutt’ora a
quello americanista e l’Iran, Libano e Siria si apprestano
allo scontro (e soluzione) definitivo, (si dice che sarà
atomico) con l’imperialismo «sionist-a-mericano».
Tuttavia la storia è nelle mani della
Santissiam Trinità (Stat beatissima Trinitas, dum volvitur
orbis) la quale saprà servirsi di tutti questi elementi per
purificare l’attuale larva di cristianesimo «conciliare»,
americanizzato, aborigenizzato e non più gregoriano ma
«rockettaro», il quale è l’ombra del cattolicesimo come Cristo
lo ha fondato; è il mistero della «Passione» della Chiesa che
è rivestita da «re di burla» come lo fu Gesù davanti ad Erode
(confronta i viaggi di Benedetto XVI in USA e Australia).
L’Europa, una volta cristiana, ha
smarrito le sue radici, il giudeo-americanismo è «il Padrone
di questo mondo».
«Questa è l’ora vostra [sinagoga di
satana] e del potere delle tenebre [satana stesso]», ci ha
predetto Gesù il Giovedì Santo; il paganesimo che nel 1900
rappresentava la forza, oramai è affogato nella droga e
snervato dalla sensualità.
I due vasi (di ferro) sono gli arabi e
(d’oro) e i giudeo-americanisti.
Questa è la definitiva guerra dell’oro
contro il ferro.
Se ai tempi di Roma antica (Furio
Camillo/Brenno) la guerra si faceva col ferro, ora (1915-1945)
essa si è fatta e vinta con l’oro (o il dollaro-cartaceo che
comincia a perdere valore: «Sopra la banca la Patria campa,
sotto la banca la Patria crepa»).
In mezzo al ferro e all’oro, c’è la
povera ma vecchia (e quindi ancora un po’ saggia) Europa
(la quale ha ancora la materia…
grigia) e come dice il proverbio, speriamo che «tra i due
litiganti (semiti, arabi e giudei), il terzo (cristiani)
goda», dopo essere stato - però - purificato dalla «grande
tribolazione», ampiamente meritata.
Contro Giuda e contro l’oro è la fede
a far la storia.
L’unica vera fede è Cristo, il Verbo
del Padre, Incarnato per opera dello Spirito Santo.
Se non è il «dollaro» né il «vitello
d’oro», non è neppure Maometto.
Per evitare l’errore del
giudeo-americanismo, non bisogna cader in quello del
«saracenismo».
Il mondo arabo non è il «bene in sé»,
ma un qualcosa da cui la Provvidenza può trarre delle
conseguenze buone: purificazione dei cristiani più umiliazione
e disfatta dei giudeo-americani.
Il mondo arabo prima del Seicento era
cristiano, esso non è destinato ad essere sempre musulmano e
bisogna distinguere - soprattutto dopo l’11 settembre 2001 -
arabo da islamico, non essendo forzatamente la stessa cosa.
L’arabo-fobia è una malattia mentale
pericolosa; per rendersi immuni da essa occorre ricorrere
all’unico vero «guaritore» e Salvatore del mondo: Gesù Cristo:
«Veni Domine Jesu. Ecce venio cito».
«Portae inferi non praevalebunt».
Don Curzio Nitoglia
LINKS :
http://www.doncurzionitoglia.com/QuestioneAraba-arabofobia.htm
http://www.effedieffe.com/content/view/3990/175/ |