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Il deprimente
spettacolo degli “amici della Palestina”

di Enrico Galoppini
30.12.2009 |
La linea di demarcazione tra i veri e falsi
"amici della Palestina" è la stessa che passa tra chi vuole vivere da dominato e
chi no.
Pensavamo di non doverci tornare sopra, ma ci eravamo sbagliati.
E non
perché l'articolo scritto con Antonio Grego sull'«arma spuntata dell'Olocausto
palestinese» sia da ritenere incompleto. No, lì c'è tutto l'essenziale che si
deve capire sull'argomento [1].
Ma, una volta tanto, ci sia consentito di rilevare che lo svolgersi degli eventi
conferma puntualmente quanto indicato allora nell'essenziale.
Accade oggi che a distanza di un anno dall'aggressione sionista a Gaza si
assiste ad un proliferare di iniziative per ricordare le circa 1.400 vittime
palestinesi, le migliaia di feriti ed invalidi, le proprietà e le infrastrutture
distrutte ecc. Tutte cose degnissime, per carità, che nel loro intento sono di
per sé lodevoli. Ma tutte le iniziative di questo tipo, promosse da gruppi
pacifisti, per i diritti umani, filo-palestinesi eccetera insistono su un
elemento: la “memoria”. Esse, nella varietà delle proposte (mostre fotografiche,
documentari, conferenze, rappresentazioni teatrali, installazioni, marce,
presidi ecc.) convergono nello stabilire una “Giornata della memoria” per le
vittime di Gaza.
Ora, tutti sono a conoscenza che esiste una “Giornata della memoria”
per antonomasia, che è quella dedicata alle “vittime ebree dell'Olocausto”, e
hai voglia a spiegare che si tratta, come minimo, di una trappola [2]. Ad ogni
buon conto, per i fautori della “causa palestinese” anche le vittime di Gaza
devono avere una loro “Giornata della memoria”. Ma attenzione: per non essere
troppo 'irrispettosi', questa giornata deve concludersi (ormai le “giornate”
sono, come minimo, settimane) entro il 20 gennaio, quando dev'essere lasciato il
palcoscenico alla “giornata” che culminerà, in un crescendo di “rivelazioni” che
spazzeranno via ogni pur minimo risultato raccolto con la “memoria palestinese”,
nella Festa del 27 gennaio, quando le trombe della propaganda suoneranno
all'unisono per rinnovare il rito sadomasochistico di chi deve vivere in eterno
sottomesso politicamente ed ideologicamente.
Ma a questo
punto si finisce nello psicanalitico, perché è probabile che l'insistenza sulla
“memoria palestinese” derivi da una specie di ripicca, di 'rilancio' sul terreno
delle “memorie”, come a dire agli ebrei: “Guardate che ora vi sbattiamo in
faccia una memoria importante come la vostra”, anche se si è consci che non la
si spunterà mai e che, al fondo, ci dispiace intaccare il primato della “memoria
dell'Olocausto”. È come se a pelle si sentisse che c'è qualcosa che non va in
tutto questo profluvio di “memoria olocaustica” mentre i palestinesi vengono
massacrati, ma poi, come per essere sicuri di non fare un 'favore' al “fascismo
eterno” (quello che ha “sterminato 6 milioni di ebrei” e oggi... massacra i
palestinesi!) [2bis] si osasse sì 'spararla', ma non troppo, così alla fine il
massimo che si riesce a proporre è una “giornata della memoria palestinese”,
come per mettersi la coscienza a posto verso i palestinesi, angariati dagli
ebrei, ma senza nuocere agli ebrei stessi (i veri idoli, sin dalla loro
formazione intellettuale, degli antifascisti di tutte le estrazioni, 'credenti'
e 'laici').
Ma in
realtà, già per il fatto di reclamare una “Giornata della memoria” anche per i
palestinesi, si dichiara di aver completamente introiettato il paradigma
ebraico-sionista da cui deriva l'insistenza sulla “memoria olocaustica”.
Infatti, a parte le considerazioni di carattere psicanalitico su esposte, ci sta
che l'esercizio della “memoria” contribuisca con l'andar del tempo a scambiare
il “non dimenticare” con l'aver raggiunto qualche risultato concreto, col
risultato della formazione di una specie di clero che officia un rituale in cui
l'ossessivo “ricordo” di Sabra e Shatila, di Qana, di Jenin, di Gaza ecc.
finisce per plasmare la forma mentis del 'filo-palestinese di
professione', a quel punto intimamente ebraizzatosi in quanto per lui i
palestinesi finiscono per rappresentare il novello “ebreo oppresso e
perseguitato”: da cui il delirante messaggio del cosiddetto “Olocausto
palestinese” [3].
Va perciò
detto che la “memoria” coltivata in tal senso ed imposta a chi deve flagellarsi
in un perpetuo senso di colpa incapacitante (lo si constata anche nell'azione
dei filo-palestinesi stessi, mai decisiva), ha una precisa matrice
ideologico-religiosa che è il pensiero ebraico-sionista, col Sionismo che
riscuote i principali vantaggi da tutto il battage olocaustico. Il
Sionismo non è infatti un mero “progetto coloniale” (come sostengono molti
“filo-palestinesi”), ma un progetto di dominio mondiale (attenzione alla parola
“dominio”, che implica ben più che il “potere”): non si spiega infatti come mai
tutti i capi di Stato e le personalità di tutto il mondo devono genuflettersi di
fronte ai simboli e ai rappresentanti di un semplice caso di
nazionalismo/colonialismo, per giunta 'in ritardo' rispetto agli altri casi
storicamente noti.
Quindi, se non proprio “gli ebrei”, almeno i sionisti dovrebbero essere
considerati “i nemici” da coloro che si situano nel “campo filo-palestinese”. E
la prima cosa da fare con un “nemico”, per sconfiggerlo, è studiarlo,
comprenderlo a fondo. Ma a quanto pare, questi sionisti vengono detestati solo
in quanto rappresentano una manifestazione del “fascismo eterno”, per cui
Sharon, Lieberman e la Livni sono tutti “fascisti” e “nazisti”, da odiare come
Mussolini e Hitler.
Se fossero
un po' più avveduti, invece, tutti questi paladini della Palestina, che
senz'altro si rendono conto che le loro iniziative sono silenziate dagli stessi
media infeudati al Sionismo, dovrebbero imparare subito una lezione: che la
“memoria” di Gaza (e di Sabra e Shatila ecc.) sarà sempre di serie B rispetto
alla “memoria” ebraica stamburata a ritmo ossessivo nelle scuole, tanto per
citare un ambito nel quale già solo l'idea di proporre una giornata di
riflessione sulla tragedia dei palestinesi provocherebbe quanto meno la
sospensione dell'incauto professore che dimostrasse cotanto ardire. E, se
proprio dovesse tenersi, il rappresentante della Palestina dovrebbe essere
accompagnato da un “sopravvissuto di Auschwitz”!
Infatti, non è un caso che i professionisti del “dialogo israelo-palestinese”
(come se il problema fosse “tra due popoli”!) si facciano vedere in giro sempre
con qualche “ebreo per la pace”, esibito a mo' di garanzia che le loro
iniziative non possono essere tacciate di “antisemitismo” [4]. Si tratta, in
fondo, del medesimo atteggiamento che sta alla base dell'entusiastica
accettazione delle “condanne di Israele” provenienti da organismi dell'Onu
(ovvero la stessa creatura massonica e mondialista con sede a New York)
presieduti immancabilmente da ebrei. È il caso del “Rapporto Goldstone” o delle
prese di posizione di tale Richard Falk, i quali rinnovano la secolare
tradizione, cominciata con Herbert Samuel, di posizionare in posizione
'neutrale' sempre degli ebrei.
Dopo di che, i cosiddetti “filo-palestinesi” (abbiamo già anche spiegato altrove
che essere solo “filo-palestinesi” ha in definitiva poco senso se si è capito la
portata del Sionismo come ideologia del dominio di un “Occidente” giunto a
completa maturazione) dovrebbero anche capire che se un paradigma è farina del
sacco del “nemico” (ma a questo punto sorgono seri dubbi che per costoro lo
sia...) significa che è proprio lui a saperlo utilizzare al meglio e a trarne i
maggiori, se non gli unici, benefici. Infatti, nel migliore dei casi, dopo il
fiasco mediatico delle iniziative pro-“memoria palestinese”, si ergono dai
promotori grida di scandalo per il boicottaggio mediatico riservato ad
iniziative che essi speravano sortissero grande attenzione e che invece sono
state regolarmente snobbate. Ma non si chiederanno mai il perché della somma
indifferenza di fronte alla “memoria palestinese”, che pure dovrebbe suscitare,
in un ambiente così 'sensibile' al piagnisteo, fiumi di lacrime di commozione. E
invece nulla, silenzio totale.
Come abbiamo già spiegato, per capacitarsi del perché la “memoria palestinese” è
perennemente condannata a finire nel... dimenticatoio, essi dovrebbero andare al
fondo del significato del Sionismo, la cui propaganda “antifascista”, palese e
camuffata, condiziona nelle scelte fondamentali di politica estera ed interna,
da oltre sessant'anni, la vita di noi italiani e mediterranei. Ma se lo
facessero, come primo atto eviterebbero di portarsi appresso, ad ogni
iniziativa, la “pacifista israeliana”, il “sopravvissuto dell'Olocausto” ed
altri lasciapassare per garantirsi una “rispettabilità” peraltro implorata
presso lo stesso sistema dominato dai sionisti! Tale “rispettabilità”, sia detto
a chiare lettere, non è affatto richiesta dai palestinesi, che combattono e
rimangono attaccati alla loro terra senza la necessità di alcuna patetica
giustificazione [4bis].
Ad un
livello più profondo, inoltre, un simile atteggiamento mai intransigentemente
antisionista è indice di un sotteso giudizio moralizzante che stabilisce una
graduatoria di merito addirittura tra gli stessi palestinesi. Molti
filo-palestinesi, infatti, che criticano ad ogni occasione “le violenze di
Hamas”, auspicano di veder popolata la Palestina di tanti 'Gandhi in kefia'.
Tuttavia, la causa dei palestinesi – ma il discorso vale per qualsiasi causa – o
la si abbraccia in toto o è meglio lasciar stare, altrimenti si fanno solo
danni. Ci sta anche che qualche personaggio sia stato piazzato a capo di qualche
“forum” per occupare uno spazio che altrimenti verrebbe riempito da altri, ben
più incisivi, ma stabilita per principio la buona fede della maggioranza davvero
non si capisce proprio cosa significhi attirare la compassione solo sui “civili
palestinesi” e dimenticare i combattenti delle varie Brigate che in armi
difendono la loro terra. Quale distinzione è mai quella tra “civili” e non in
una terra occupata? I caduti in battaglia, anzi, in un simile contesto
dovrebbero ricevere ancor più rispetto! Ed è infatti quel che fanno i
palestinesi stessi, che tappezzano le strade delle loro cittadine coi volti dei
“martiri” caduti in combattimento, mica con quelli dei vecchietti e dei bambini
che invece dovrebbero far impietosire, negli intenti dei pacifisti, un pubblico
occidentale troppo impegnato nel leggere il Diario di Anna Frank per accorgersi
di loro come si deve e, soprattutto, comprenderne a fondo le motivazioni e
rendersi conto che “siamo sulla stessa barca”...
Lo
spettacolo che abbiamo davanti agli occhi è desolante, sconfortante, irritante.
Abbiamo compagnie teatrali che mettono in scena, da decenni, la solita
pappardella antifascista su Sabra e Shatila; “tavoli della pace” che chiedono la
“fine delle violenze”, come se si trattasse di placare una dea tirannica ed
infuriata; “rappresentanti” della Balestina con la B che in Italia han “trovato
l'America” e perciò hanno caricato il disco del “ritiro dai Territori occupati”,
come se quei “violenti” che ancora stanno là a combattere non intendessero
liberare tutta la Palestina, “dal Giordano al mare”.
Ora, non è che pretendiamo che tutti quelli che, per un motivo o per l'altro,
prendono in simpatia la causa dei palestinesi capiscano d'un tratto tutte le
implicazioni della cosiddetta “questione palestinese”. La Palestina,
per ciascuno, diventa importante per differenti motivi, ma la cosa grave è che
per i più essa diventa una proiezione delle rispettive predilezioni
politico-ideologiche, come già abbiamo rilevato in un articolo su Hamas e
l'antifascismo [5].
Però, essi un dovere ce l'hanno. Se davvero vogliono stare “dalla parte dei
palestinesi” abbiano il coraggio di dire una cosa: “Israele” deve sparire. Deve
scomparire dalla carta geografica quest'inganno storico, religioso, culturale,
giuridico, politico ed economico [5bis]. Perché la sua esistenza ha sì stravolto
la vita dei palestinesi, ma condiziona pesantemente la vita di noi italiani che
viviamo nel Mediterraneo, che da Mare Nostrum è diventato, con la scusa
di “difendere Israele”, un Gallinarium Americanum [6].
Allora, cari “amici della Palestina”, vediamo di darci una svegliata. Dopo di
che, di tirare una bella linea di demarcazione. Chi di voi non aspira
alla “fine di Israele”, coi suoi abitanti che, in un modo o nell'altro, o
dovranno andarsene e tornare da dove sono venuti oppure dovranno integrarsi con
le popolazioni autoctone in uno Stato che si chiamerà “Palestina” [7], ammetta
candidamente di non aver le carte in regola per dirsi “amico della Palestina”.
La linea di
demarcazione è tra chi ha capito che il Sionismo rovina la vita di tutti, in
primis nel Mediterraneo, e chi, invece, magari ostentando una kefia, nel
cuore custodisce una kippà.
NOTE
[1] E.
Galoppini / A. Grego, L'arma spuntata dell'«Olocausto palestinese».
Rafforzamento del dogma olocaustico e vicolo cieco dell'antifascismo.
Cpeurasia.org, 20 ottobre 2009 (http://www.cpeurasia.org/?read=36445).
[2] E.
Galoppini, Le amnesie della «Giornata della memoria». Cpeurasia.org, 27
gennaio 2009 (http://www.cpeurasia.org/?read=17801).
[2bis] Sul sito del CPE abbiamo già scritto diversi interventi chiarificatori
(naturalmente a beneficio di chi ha l'attitudine e la predisposizione
intellettuale a capire), ma è bene insistere su questo punto, particolarmente
ostico da comprendere, per ovvi motivi, e suscettibile perciò di equivoci che
desideriamo fugare. Il “fascismo eterno” è, in buona sostanza, l'URfascismo
teorizzato da Umberto Eco e adottato solo in apparenza esclusivamente “a
sinistra”. Il nuovo antifascismo del XXI secolo è una chiave di lettura
'universale' degli eventi storici, politici, economici, culturali, finanche
artistici ecc.; un paradigma da utilizzare per giustificare ogni canagliata,
ogni porcheria dei regimi liberaldemocratici, “di destra”, “di centro” e “di
sinistra”. Il “fascismo”, per chi assume tale chiave interpretativa, non è più,
dunque, un fenomeno politico collocato nella storia (1922-1945), bensì un demone
invisibile che si aggira intorno a noi, pronto a invadere le menti, a
nascondersi nei recessi delle nostre anime e a prendere, subdolamente o
esplicitamente, il controllo di ogni situazione o sistema politico: l'unico
trattamento possibile, così stando le cose, resta perciò il divieto di
pronunciarne il nome senza un rituale esorcismo!
[3] Ad un livello più profondo, anche se questa non è la sede per affrontare
l'argomento, osserviamo di passata che l'insistenza sulla “memoria” di un
'fatto' quale l'Olocausto degli ebrei delinea uno dei vari elementi nei quali si
struttura la parodistica “religione dell'Olocausto”. Infatti, essendo l'oggetto
del “ricordo” in ogni tradizione ortodossa il “nome di Dio”, il fatto che per
una simile contraffazione - che s'impone solo ove la tradizione si è
irrimediabilmente corrotta - il “ricordo” debba esercitarsi su un oggetto
profano quale il nome di un “popolo eletto e perseguitato” ha un che
d'inquietante che non può essere colto da chi ha sposato solamente una chiave di
lettura profana del mondo e della storia. Si noti inoltre che come conseguenza
dell'«Olocausto palestinese» abbiamo le definizioni “diaspora palestinese”,
“Gaza lager” ecc.
[4] E.
Galoppini, L'accusa di «antisemitismo»: finzione e realtà. Cpeurasia.org, 28
ottobre 2009 (http://www.cpeurasia.org/?read=37265).
[4bis] Pare in effetti che non sia più possibile organizzare iniziative per la
Palestina senza invitare un “ebreo sopravvissuto dell'Olocausto”. Accade
addirittura – sia in Italia che all'estero - che l'ebreo stesso diventi la star
dell'evento, con la conseguenza che quelle iniziative che non si fregiano di una
simile presenza vengono guardate con sospetto nello stesso campo
“filo-palestinese”...
[5] E.
Galoppini, La 'leggenda nera' di Hamas e il vicolo cieco dell'antifascismo.
Cpeurasia.org, 5 gennaio 2009 (http://www.cpeurasia.org/?read=16777).
[5 bis] A.
B. Mariantoni, Il “tandem” US-Israel nel Vicino Oriente, novembre 2006
(http://www.vho.org/aaargh/fran/livres6/Mariantoni06.pdf).
[6] A. B.
Mariantoni, Dal “Mare Nostrum”
al “Gallinarium
Americanum”. Basi USA in Europa, Mediterraneo e Vicino Oriente. “Eurasia”
3/2005, pp. 81-94. Qua un elenco delle basi e delle installazioni Usa e Nato
sulla nostra terra e non solo, estratto dal medesimo articolo:
http://www.juragentium.unifi.it/it/surveys/wlgo/marianto.htm.
[7] E poi, auspicabilmente, assorbito in un'unità sovranazionale regionale, in
linea con la tendenza alla formazione di macroregioni polarizzate su alcuni
centri aggreganti.