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Gli
oligarchi-burocrati s’erano fatti una legge. La
legge diceva: il trattato di Lisbona è privo di
valore legale (null and void) se un solo
Stato-membro non lo ratifica. Oggi che l’Irlanda ha
rifiutato di ratificare, Napolitano sostiene che il
Trattato di Lisbona resta in vigore, e la volontà di
un solo Paese non conta nulla, perchè è piccolo.
Già dimentico che anche Francia ed Olanda, Paesi
fondatori, hanno detto no nel 2005.
Questo è il modo con cui lorsignori intendono la
«legalità»: si rimangiano le loro stesse «norme».
Piuttosto che dichiarare nullo il loro trattato,
distillato a porte chiuse, dichiarano nulli i
popoli. Ed ora, si riuniscono in settimana allo
scopo di distillare un nuovo inghippo «legale» per
imporre la loro volontà burocratica. Questo è il
problema europeo.
L’Europa, 490 milioni di abitanti, potenza economica
primaria, è tragicamente indebolita. Resta un’unione
monetaria senza Stato nè sovranità
(1), dunque
incapace di proiettare il suo potere politico sul
mondo: e ciò nel momento di una crisi storica
epocale, segnata dal declino degli Stati Uniti come
potenza egemone globale e l’emergere di potenze
extra-europee ed extra-occidentali (o
anti-occidentali) come Cina, Russia e India. Nel
momento del cambiamento epocale, non siamo presenti
nè capaci di parlare con una voce, e sovrana.
Ma la colpa non è degli irlandesi, come amano
ripetere i Napolitano e gli altri nipoti massonici
di Jean Monnet (2).
La colpa è loro: di come hanno voluto fare l’Europa.
Di nascosto.
«Come sottoprodotto tacito e quasi occultato», come
scrisse Padoa Schioppa, di direttive e regolamenti
distillati in stanze chiuse da funzionari che
nessuno ha eletto.
Hanno tentato un
esperimento inaudito, creare un’entità politica
all’insaputa del popolo, una sovranità fatta di
amministratori occulti, nella illibertà, come
congiura e doppiezza. Non ci si riuscirà mai. Ma
loro insistono. E insistendo, impediscono la nascita
dell’Europa di cui abbiamo bisogno.
Perchè, come ha notato persino il Financial Times,
nè i francesi nè gli olandesi nè gli irlandesi sono
anti-europeisti. Se hanno detto «no», lo hanno detto
ad una direzione e a un metodo che non va nella
giusta strada, che non capiscono e non approvano.
Non hanno detto no all’Europa, ma ai Napolitano e ai
Padoa Schioppa. Governata da banchieri ed oligarchi
irresponsabili, che recitano su un copione dettato
da altri poteri, extra-europei.
Per
esempio: a che serve l’Unione Europea, se è aperta a
tutti i venti della concorrenza globale, anzi se la
Kommissione di Bruxelles ne ha fatto il cavallo di
Troia della globalizzazione, che annulla il lavoro
da noi per darlo ai cinesi?
De Gaulle evocò un’altra Europa: una «Europa delle
patrie» libere e sovrane, e una «Fortezza europea»
con alte mura contro l’invasione di merci straniere,
dietro alle quali si salvassero posti di lavoro e
competenze varie e preziose nella loro pluralità.
Questa idea di Europea non ha mai avuto la
possibilità di esporsi, come alternativa, alla
volontà popolare. Gli eurocrati per primi sanno che,
per referendum, gli europei voterebbero eccome la
«fortezza delle patrie» fraterne. Per questo hanno
impedito che questa alternativa venisse anche solo a
conoscenza della pubblica opinione; e si sono
assicurati che nessun De Gaulle, ossia nessun grande
statista con prestigio proprio e indipendenza di
pensiero, emergesse al potere. Si sono allevati
servi e maggiordomi, e ce li hanno dati da votare.
Un
esempio di come lorsignori intendono il «governo» ci
viene dal Telegraph che ricorda: dieci anni fa,
quando l’Irlanda stava per entrare nell’euro, il
capo della Bundesbank tedesca avvertì gli irlandesi
di non aspettarsi pietà dalla Banca Centrale se
fossero finiti nei guai. «La Banca Centrale Europea
sarà cieca ai bisogni dell’Irlanda, e sorda alle
grida di aiuto»
(3).
Con
questo programma da usurai - ciechi e sordi ai
bisogni dei popoli - non si può creare una
sovranità. La sovranità politica nasce nel modo
esattamente contrario, come risposta ai bisogni.
Altrimenti è dominio oligarchico: radicalmente
illegittimo, e perciò con piedi d’argilla nelle
crisi mondiali. Non si può chiedere ai popoli di
combattere e sacrificarsi uniti per poteri ciechi e
sordi. Persino gli oligarchi dovrebbero capire che
c’è qui un errore ideologico, oltretutto sorpassato,
inautentico.
Tale errore ideologico nacque nei
circoli bancari americani - la Lazard di André
Meyer, la Lehman Brothers di George Ball, la
Commissione Trilaterale - che si appropriarono dei
fondi (pagati dal contribuente USA) del Piano
Marshall, ed affidarono ad uno di loro - Jean
Monnet, il loro fiduciario bancario, mai
presentatosi ad alcuna elezione - il compito di
distribuire quei fondi. La loro idea da banchieri è
che le guerre, in Europa, erano causate dalla
esistenza di sovranità nazionali. E dunque, Monnet
avrebbe offerto i soldi del piano Marshall in cambio
di cessioni di sovranità da parte dei Paesi
beneficiati.
La sua Comunità del Carbone e dall’Acciaio (CECA),
il germe dell’eurocrazia oligarchica, nacque
appunto così: l’esproprio della Ruhr
carbonifero-metallurgica (antica contesa fra Francia
e Germania, supposta causa delle guerre
franco-tedesche dal 1870) ai francesi e ai tedeschi,
per metterla sotto un Kommissar sovrannazionale.
I tedeschi erano disfatti ed occupati, amministrati
da un generale americano e all’est, dai sovietici, e
non poterono opporsi; Parigi era governata dalla
massoneria radicale, guadagnata al progetto
oligarchico per principio; entrambi avevano bisogno
disperato dei soldi del piano Marshal per la
ricostruzione. Monnet ebbe il gioco facile. «Dietro
le quinte», come ebbe a dire. Come sempre.
L’errore - errore volontario, ideologico - era
evidente, perchè già la Seconda Guerra Mondiale non
era scoppiata per la Ruhr; era scoppiata su due
visioni del mondo, la social-nazionale, e la
collettivista-comunista. E nel primo blocco, quello
grosso modo fascista, già s’era visto il germe di
un’Europa delle patrie, di regimi indipendenti ma
fraterni - e su una scala così vasta, che tutta la
propaganda dei vincitori ha dovuto nasconderla alle
nuove generazioni con una durissima «damnatio
memoriae» demonizzante
(4).
Ma
non solo Germania e Italia, ma un’Europa che si
estendeva dalla penisola iberica all’Ucraina, con
romeni ed ungheresi, belgi e francesi, si schierò in
quella guerra; e nel sangue si videro spagnoli e
valloni e fiamminghi, e russi bianchi e svedesi,
baltici e magiari combattere e sacrificarsi per una
unità nascente - tanto disposti a combattere, che
l’alleanza anglo-americana e sovietica dovette
stroncarli con mezzi enormi e crudeltà senza limiti,
riempiendo i gulag e i campi di prigionia
occidentali. Oggi, almeno, sarebbe bene ricordarlo.
I vincitori dunque vollero un’«Europa artificiale,
emasculata, e soprattutto ‘mercato’ aperto per le
multinazionali americane». Perciò, fin dall’inizio,
vollero sventare che una nazione Europa si
sostituisse ai nazionalismi sconfitti.
«Il pubblico della maggior parte dei Paesi continua
a vivere in un universo mentale che non esiste più:
un mondo di nazioni separate», come si legge nel
rapporto della Commissione Trilaterale 1973. Quel
mondo di nazioni non esiste più, beninteso, per le
multinazionali: quelle che già allora progettavano
di spostare i fattori della produzione dove il costo
del lavoro era più economico, e venderlo dove le
merci spuntavano i prezzi più alti.
Come decretò George Ball (direttore della Lehman,
l’ex Kuhn & Loeb, che aveva finanziato l’ascesa di
Lenin in Russia), nel mondo disfatto dall’America,
«tutti i fattori della produzione - capitali,
manodopera, materie prime, impianti e distribuzione
- devono essere resi assolutamente mobili secondo il
concetto della massima efficienza. E ciò può
avvenire soltanto quando i confini nazionali non
giocheranno più alcun ruolo nel definire gli
orizzonti economici».
Questo è esattamente il progetto per cui ha lavorato
tutta la sua vita Napolitano, il «comunista» con
visto permanente per gli USA fin dagli anni ‘50, ed
«europeisti» come Ciampi e Padoa Schioppa, La Malfa
e Malagodi, Gaetano Martino e Altiero Spinelli.
Il deficit di democrazia della UE non è un
incidente, è lo strumento necessario per attuare
questo progetto.
Anche questo, anche il metodo di esproprio della
democrazia, i nostri Napolitano e Padoa Schioppa -
che di pensare in proprio non hanno l’abitudine -
l’hanno ricevuto dalla Trilateral e dal Council on
Foreign Relations.
Samuel Huntington - lo stesso che più di recente ha
lanciato la «guerra di civiltà», il nuovo credo
anglo-bancario - lo spiegò chiaramente nella
riunione della Trilaterale di Tokio, tenutasi il
30-31 maggio 1975: «La democrazia durerà di più se
limitata», sancì (5).
Ricordò i bei tempi in cui «Truman riuscì a
governare con la cooperazione di un gruppo
relativamente piccolo di avvocati e banchieri di
Wall Street», come esempio di «democrazia
funzionante». «L’operatività efficace di un sistema
democratico esige un certo grado di apatia e
non-coinvolgimento di gruppi e individui».
Il guaio, aggiunse, è che i corpi elettorali di
cittadini, quando sono attivi, mettono in
discussione «la legittimità della gerarchia (dei
banchieri), della coercizione, della disciplina,
della segretezza e dell’inganno, inevitabili
attributi del processo di governo».
La legittimità dell’inganno e della segretezza: è
questa che proclamano i Napolitano e i Padoa
Schioppa.
Huntington istruì su come «moderare la democrazia:
attraverso il controllo della stampa, la cooptazione
dei capi sindacali, la tacitazione degli
‘intellettuali orientati ai valori’» anzichè al
business. Il progetto è riuscito.
Questo è lo stato in cui ci hanno ridotto: ci
lasciamo tosare e derubare da conventicole segrete
che ci ingannano, la bandiera nazionale la mettiamo
al balcone per le partite di calcio ed è un sinonimo
di tifoseria, l’apatia e il non-coinvolgimento di
massa - il nostro peggior nemico - è un dato di
fatto, ottenuto a forza di pornografia e idiozia
televisiva, consumismo dozzinale e ignoranza
programmata e crescente, che risulta in
particolarismi idioti e secessionismi corpuscolari.
Così lorsignori possono lavorare in pace. E
continuano a fare il mondo felice per le
multinazionali.
Solo che questo mondo è morente: gli USA tramontano,
comprati pezzo per pezzo dai fondi sovrani arabi e
asiatici. Le alleanze vecchie di settant’anni - come
la NATO - sono diventate dannose, sono reimpiegate
per dementi guerre coloniali (oltretutto perdenti) e
ci gravano addosso per impedirci nuove alleanze e
nuove, necessarie fraternità. L’Europa deve avere
una sua voce di fronte alla Russia ed alla Cina, ma
invece parla - come il pupazzo di un ventroloquo -
con la voce del padrone del 1945.
E’ urgente fare l’Europa politica. Proprio per
questo, è urgente e necessario cacciare Napolitano,
Padoa Schioppa, e i loro complici sub-sovrani.
1) L’euro è a
rischio di spaccatura (già potenzialmente visibile
nella «forbice» tra i BOT tedeschi e quelli spagnoli
e italiani) perchè l’UE non è una entità politica.
Non ha infatti un ministero europeo del Tesoro, che
negli Stati nazionali tende a pareggiare i ciclici
alti e bassi nelle differenti regioni con
trasferimenti fiscali, nè ha un’«unione del debito»,
a prevenire i rischi di insolvenza sovrana.
La Germania non tasserà i suoi cittadini per
sostenere la Spagna in crisi, men che meno l’Italia.
Lo Stato va costituito «prima» della moneta. Ma
Padoa Schioppa, il vero creatore dell’euro, ha
escogitato di fare il contrario: con l’euro, «ondate
di denaro» in libera circolazione per l’Europa,
aveva previsto, provocheranno «inevitabili squilibri
fra le regioni»; ciò sarà bene, perchè - immaginava
- i capi dei governi nazionali correranno in
ginocchio dagli eurocrati a cedere la loro
sovranità, non riuscendo a dominare la crisi che
l’euro provocherà, allora ci daranno la sovranità.
(Padoa Schioppa, «Efficiency, Stability, Equity»,
1987). E’ per questo che l’euro ci ha impoverito,
l’hanno volute così. Con un solo tasso d’interesse
uguale per tutti, hanno deliberatamente provocato la
rovina di Paesi per cui questo tasso era troppo
basso. In Irlanda, un tasso d’interesse tenuto per
un decennio al 2% - negativo in termini reali - ha
creato denaro facile, che è provocato un boom
edilizio che oggi sta scoppiando (i prezzi
immobiliari sono calati del 9%), e un indebitamento
delle famiglie del 175% del PIL. Lo Stato irlandese
è pesantemente indebitato con la zona euro. Lo
stesso accade alla Spagna e all’Islanda. Ma gli
irlandesi non sono corsi a inginocchiarsi davanti a
Padoa Schioppa implorandolo di prendersi la loro
sovranità; anzi, l’hanno usata contro «questa»
Europa che non ha risposte per le loro disgrazie.
2) Napolitano è
l’ultimo superstite di una infiltrazione
«laico-borghese» (leggi: massonica) all’interno del
PCI. Si dichiara allievo di Giorgio Amendola, altro
«comunista» borghese a cui Napolitano ha attribuito
il progetto che lui continua a perseguire, «la
ricerca di una saldatura tra liberalismo e
socialismo». Sic. Giorgio Amendola era un
gobettiano, a suo dire «anticomunista arrabbiato»
negli anni ‘30, quando scrisse la sua tesi di laurea
sulle vendite rateali finanziate dal venditore
(credito al consumo), allora sconosciute in Italia,
cavallo di battaglia del liberismo economico
americano. Aderì al PCI perchè il fascismo
minacciava il trionfo della «economia classica
anglosassone», quella di Adam Smith. Del resto, era
figlio di Giovanni Amendola, aventiniano nel 1922,
fondatore della rivista massonica «Il Mondo», e
intimo dei circoli della Banca Commerciale. Già dal
1905 Amendola padre apparteneva alla loggia
massonica Romagnosi di Roma. Frequentava la società
Teosofica, dove conobbe la sua amante, l’ebrea
occultista Eva Kuhn. Il terzo comunista-borghese fu
Altiero Spinelli, il «federalista europeo».
Spinelli si staccò dal PCI nel 1921 perchè il
partito non era abbastanza «laico», per entrare nel
gruppo ebraico antifascista laico di Ernesto Rossi,
Eugenio Colorni e sua miglie Ursula Hirschmann; ma
ritornò nel PCI nel 1976, quando il partito
abbracciò «l’idea europea».
3) Ambrose
Evans-Pritchard, «Ireland’s vote leaves the euro in
limbo again», Telegraph, 14 giugno 2008.
4) Un solo
esempio: Quisling, il capo del governo fascista
norvegese, il cui nome è diventato sinonimo di
vergogna collaborazionista, aveva ben chiaro il
progetto alternativa in corso. Nel 1942 scrisse:
«L’Europa, stretta fra i due colossi che le sono
cresciuti accanto (USA liberisti ed URSS
collettivista) si troverà in pericolo se non sarà
unita in una stabile federazione di libere nazioni».
Una federazione di libere nazioni: tale il progetto
anche dell’antifascista De Gaulle.
5) Samuel
Huntington, «Report on the governability of
democracies», 1973. Si veda il mio «Complotti III»,
capitolo «Genealogia di Napolitano».
http://www.effedieffe.com/content/view/3576/165/ |