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Finkelstein e il potere dei sionisti nelle università USA:
tolta o ”rifiutatagli” la cattedra?
di Antonio Caracciolo
Fonte:
clubtiberino
Dalla
Rassegna Stampa dei
Corretti Informatori
traggo un articolo dal Corriere della Sera, dove si
gioca sul titolo, che nel testo corretto suona: “La
De-Paul University di Chicago rifiuta la cattedra a Norman
Finkelstein,
il propagandista antisionista autore de “La fabbrica
dell’Olocausto”, mentre il Corriere titola: «Chicago, tolta
la cattedra al professore ebreo antisionista». Non casca il
mondo per così poco, ma la differenza di titolazione rivela
bene, se non fosse già acclarato, dove batte il cuore dei
Corretti Informatori, qual è la loro cuasa e la loro
bandiera. Sono una gran famiglia, sparsa per il mondo,
appunto la famiglia della “diaspora”. L’articolo è tuttavia
interessante e merita di essere riportato per intero. Se lo
hanno fatto i “Corretti Informatori”, traendolo dal
Corriere della Sera di oggi 13 giugno 2007, dovrebbero
poter fare ciò anche altri. Finché sono non ebrei ad essere
critici verso la politica israeliana è facile tacciarli e
diffamarli come antisemiti, ma diventa difficile dare
dell’antisemita ad un ebreo come Norman Finkelstein, figlio
di veraci deportati ebrei, che si scaglia contro la
strumentalizzazione di una delle tragedie più tristi della
seconda Guerra mondiale, imputando ai suoi correligionari di
aver trasformato quella tragedia in una vera e propria
industria. Diventa perciò chiaro il motivo di tanto livore.
* * *
Dal
CORRIERE della SERA del 13 giugno 2007:
NEW YORK — Persino l'«affare Toaff»
impallidisce, al confronto.
Dopo un'acrimoniosa guerra durata
anni tra Alan Dershowitz e Norman Finkelstein, quest'ultimo
è stato costretto a gettare la spugna. Il suo sogno di una
cattedra in Scienze politiche alla De- Paul University di
Chicago, dove insegnava dal 2001, è stato affondato dal suo
nemico storico.
«È nostra opinione che lei non onori
l'obbligo accademico di rispettare e difendere le idee
dissenzienti dei suoi colleghi», ha scritto nel rifiutargli
l'ambita promozione il Reverendo Dennis Holtschneider,
rettore della più grande università cattolica e gesuita
degli Stati Uniti. A nulla sono servite le proteste degli
studenti, che stanno occupando «a tempo indeterminato» gli
uffici del rettore: «Finché non revocherà la sua decisione,
illegale e antidemocratica». Nella sua lettera di sfiducia
al docente, Holtschneider assicura che «l'enorme attenzione
esterna piovuta sulla sua candidatura è stata sgradita e
inopportuna ma non ha avuto alcun impatto sulla nostra
decisione».
Ma
il mondo accademico americano non parla d'altro. E cioè di
come l'annosa faida senza esclusione di colpi tra
Finkelstein e Dershowitz si sia conclusa con una
schiacciante vittoria di quest'ultimo. Oltre ad inondare di
email anti- Finkelstein i membri della commissione
esaminatrice di DePaul, Dershowitz ha pubblicato editoriali
di fuoco contro di lui su Wall Street Journal, New
York Sun e New Republic.
I due si detestano, e in maniera
assai pubblica, da anni. Il motivo di tanto odio: Israele.
Dershowitz, cattedra di Legge a Harvard e avvocato più
famoso d'America, è uno strenuo difensore dello Stato
ebraico, le cui ragioni argomenta con passione in The Case
for Israel.
Finkelstein, figlio di due
sopravvissuti — al ghetto di Varsavia la madre Maryla, al
ghetto di Varsavia e ad Auschwitz il padre Zacharias — nel
2000 ha scritto L’industria dell'Olocausto, dove
accusa alcune organizzazioni ebraiche di avere usato la
Shoah come un «racket», per estorcere risarcimenti
pecuniari. Nello stesso libro il Nobel Elie Wiesel,
scampato allo sterminio nazista e massimo portavoce degli
ebrei della diaspora, viene liquidato come «il clown di casa
del circo dell’ Olocausto» e «un personaggio ridicolo».
La risposta di Dershowitz non si è
fatta attendere. In numerosi saggi e conferenze, il principe
del foro Usa ha attaccato Finkelstein come «un pericoloso
antisemita» e «uno che è stato licenziato da tutte le
università del Paese per la sua propaganda sfacciatamente
nazista», «L’eroe di negazionisti dell’Olocausto come il
neonazista Ernst Zundel, oggi rinchiuso in un carcere
austriaco».
Finkelstein gli ha risposto con un
altro libro ad hoc,
Beyond Chutzpah,
dove accusa Dershowitz di «essere un ciarlatano che copia,
anzi ruba, interi brani ad altri autori. E forse — aggiunge
— non ha neppure scritto lui questa collezione di bugie,
falsificazioni e assurdità». Per demolire
The Case for Israel, sostiene
poi che esiste un complotto israeliano di cui Dershowitz fa
parte «per usare l’Olocausto al fine di opprimere i
palestinesi, zittendo le critiche».
Per rafforzare la propria tesi,
entrambi trascinano l’intellighenzia ebraica sul ring.
Dershowitz schiera dalla sua autorevoli storici
dell’Olocausto o di Israele come Benny Morris, Daniel
Goldhagen, Marc Saperstein. E organizza una campagna,
fallita, per convincere il governatore Arnold Schwarzenegger
e la University of California Press a bloccare la
pubblicazione di Beyond Chutzpah,
che definisce «i Protocolli dei Savi Anziani di Sion in
versione contemporanea».
Finkelstein recluta invece l’amico
Noam Chomsky, il guru ebreo della sinistra americana
trotzkista e anti-occidentale, che incolpa Dershowitz di
aver lanciato una jihad contro Finkelstein «perché ha avuto
il coraggio di denunciarti per ciò che sei: un volgare e
fraudolento apologeta delle violazioni umane commesse da
Israele contro i palestinesi».
Alcuni denunciano l’ingerenza esterna
di Dershowitz, «senza precedenti nel mondo accademico Usa»,
scrive il New York Times. In realtà lo stesso Finkelstein
sembra pronto ad ammettere la sconfitta, per la prima volta
in vita sua. «L’Università non aveva alternativa se non
quella di negarmi la cattedra», spiega nel suo sito Web,
«Ogni volta che avessi parlato o scritto, la DePaul sarebbe
stata bersaglio di altri attacchi isterici che ne avrebbero
compromesso la capacità di raccogliere fondi importanti per
la sua sopravvivenza».
L’ultima parola è spettata però allo
storico Peter Novick, considerato la massima autorità in
materia di commemorazione dell’Olocausto in Usa, che è sceso
in campo per denunciare entrambi: «Finkelstein e Dershowitz
si meritano a vicenda», tuona in un’intervista a The
Nation.
* * *
Le
Google News italiane non riportano ancora l’evento e non si
trova quasi nulla sotto “Finkelstein", oltre ad un accenno
in un’interessante intervista di
Claudio Mutti e
soprattutto la notizia di una lunga macchinazione per
raggiungere il risultato odierno, data incidentalmente da
Osservatorio Iraq,
il contraltare dei Corretti Informatori che danno le notizie
di guerra tutte di parte israeliana. A quanto pare. in
ultimo si è trattato di una questione di soldi, che
l’università cattolica e gesuita teme di poter perdere,
consentendo a Finkelstein di continuare ad insegnare. Sulla
stampa in lingua italiana non si trova quasi niente sul caso
Finkelstein, ma potendo leggere in altre lingue ed uscendo
fuori dagli angusti confini linguistici, si trova ad esempio
in lingua spagnola un
ampio articolo
sullla “lobby ebraica” pro Israele negli USA, dove il caso
Finkelstein è inquadrato come un piccolo tassello:
A
muchos candidatos altamente cualificados y con excelentes
currículos se les niega el acceso a puestos académicos y
profesionales o se les amenaza con la pérdida de sus
titularidades o con la expulsión, únicamente por criticar a
Israel.
Los
casos del nombramiento del Profesor Juan Cole en Yale y del
Profesor Norman Finkelstein en la Universidad De Paul son
los casos más notorios. El mundialmente famoso académico
palestino-americano Edward Said, fue perseguido y calumniado
hasta su muerte (reciente) por los perros de ataque del
lobby.
Nelle
500 fonti Google News in lingua francese non si trova nulla
sul recente licenziamento di Finkelstein, mentre in lingua
tedesca (700 fonti) se ne trova notizia nel
Tagesspiegel, che
riporta le tesi che hanno portato alla defenstrazione:
Scharf
ist seine Kritik an Israel. Er unterstützt das Recht der
Palästinenser auf gewaltfreien Widerstand und vergleicht
Israels Vorgehen mit Nazi-Methoden.
In un
articolo meno recente sempre in lingua tedesca Finkelstein è
elencato come caso emblematico in un ampio articolo sulla
libertà di pensiero,
che appare sempre più insidiata dalla “lobby ebraica”
schierata dalla parte di Israele. Aggiornamento di un’ora fa
sulla stampa online Google in lingua francese: appare il
titolo
Quand l’Amérique débat de sa
relation avec Israël, dove si trova il nome
Finkelstein. L’articolo è a pagamento, ma io non vi accedo
non per avarizia ma perché ritengo che la filosofia di
internet sia la gratuità dell’informazione. Il
Politis si tenga
pure ben stretta la sua notizia. Ne posso fare a meno. Le
maggiori informazioni si trovano, come è ovvio, nelle
GoogleNews in lingua inglese (4500 fonti contro le 250 in
lingua italiana).
http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=11912
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