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La funzione eurasiatica dell'Iran |
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di Tiberio Graziani
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“Il paese
dell’Iran è più prezioso di ogni altro
perché si trova al centro del
Mondo”
(Sad-Dar, LXXXI, 4-5) *
La centralità come
destino geopolitico
Con un’estensione territoriale pari a 1 645 258 kmq, relativamente
vasta se confrontata con gli altri paesi della regione
mediorientale, situato nell’intersezione dei due assi ortogonali
Nord-Sud e Est-Ovest, rispettivamente costituiti dalle direttrici
Russia-Oceano Indiano e Cina-India-Mar Mediterraneo, l’Iran, ieri
importante segmento della Via della seta e delle spezie, oggi
seconda riserva mondiale di gas e terzo esportatore di petrolio,
rappresenta il centro di gravità di molteplici interessi
geostrategici e geopolitici che si dispiegano su scala regionale,
continentale e mondiale.
Regionale, in rapporto alle altre potenze che tendono ad
egemonizzare attualmente l’area vicino e medio orientale: Israele,
Turchia, Pakistan; continentale, in rapporto ai paesi caucasici,
all’India, alla Cina, alla Russia ed infine, per il tramite del
“ponte anatolico”, all’Unione Europea; mondiale, in rapporto alle
pratiche espansioniste degli USA nella massa continentale
eurasiatica e del suo principale alleato regionale, Israele.
Agli elementi sopra riportati, posizione e imponente forziere di
risorse energetiche, veri e propri atout geopolitici, occorre
aggiungere, ai fini dell’ analisi geopolitica dell’Iran, altri
fattori di equivalente importanza, tra cui:
- una popolazione, numerosa di oltre 65 milioni, con un’età media
di 25 anni e largamente alfabetizzata;
- un’aspettativa di vita medio-alta valutata oltre i 70 anni;
- una forte identità politica che, nonostante la varietà
etnoculturale stratificatasi nel corso dei secoli, la memoria e la
rappresentazione collettiva contemporanea fanno risalire almeno
all’epoca achemenide (648 a.C. – 330 a. C.), se non a quella del
regno dei Medi (758 a.C. – 550 a.C.);
- una peculiarità religiosa, la Shia, che da oltre 500 anni
costituisce il sostrato culturale unificante del Paese;
- un originale regime politico–religioso che, attento ai principi
della solidarietà sociale, lascia ampi margini di libertà alle
minoranze etniche e religiose del Paese, contenendone, in tal
modo, la loro potenziale azione disgregatrice per l’unità
nazionale.
Sin dall’antichità, la centralità, esaltata in splendidi distici
da Nezāmī di Ganjè (1141-1204) nel suo poema Le sette principesse
(Haft Peikar): “Il mondo è il corpo e l’Iran ne è il cuore / di
tal confronto l’Autore non prova vergogna” (1), sembra costituire
la caratteristica geopolitica (2) più rilevante dello spazio
presidiato, attualmente, dalla Repubblica islamica degli
ayatollah.
L’altopiano iranico, contornato da grandi catene montagnose
(Elburz, Zagros), per la sua particolare posizione geografica ha
svolto, lungo i secoli, la funzione di crocevia privilegiato tra
più insiemi etnopolitici dalla marcata identità, quali l’arabo, il
mongolo, il turco, l’indiano, il cinese, il russo-europeo.
Cerniera e zona di transito, come l’altopiano anatolico e la
penisola italiana, condivide con questi due spazi un’antica
vocazione imperiale. Palcoscenico di uno dei più antichi ed
organizzati imperi eurasiatici, quello achemenide, fondato da Ciro
il Grande, ha costituito successivamente, e con regolarità, l’area
pivot dell’Impero di Alessandro Magno, di quello dei Seleucidi, di
quello partico degli Arsacidi e di quello sasanide, prima di
cadere sotto le dominazioni araba, turca, mongola, mantenendo,
tuttavia, anche in queste situazioni, una indiscussa e importante
funzione geopolitica e culturale (3).
In seguito, nel corso del XVI secolo, quando la scoperta del Nuovo
Mondo e la circumnavigazione del Capo di Buona Speranza iniziavano
a produrre disastrosi effetti nella vita economica del
Mediterraneo e del Vicino e Medio Oriente, tagliando fuori
l’intermediazione veneziana, turca, araba e persiana
dall’importante commercio delle spezie, l’area iranica diviene il
fulcro di una nuova entità geopolitica: l’impero safavide. Il
capostipite di questa dinastia, lo shah Ismail I, riesce, dal 1509
sino alla sua morte, avvenuta nel 1524, ad unificare, in un coeso
spazio geopolitico, gli emirati e i khanati in cui era allora
frammentato l’Iran.
Una leva importante per la costruzione dell’edificio imperiale fu
certamente l’imposizione della Shia quale religione di stato. Ma è
con Abbas il Grande (1587-1629) che l’antico impero sasanide,
anch’esso peraltro imperniato su una religione di stato, lo
zoroastrismo, sembra per un momento riemergere dal lontano
passato. Abbas, abile stratega e accorto uomo di stato, dopo aver
fermato, a occidente, le ondate espansive degli Ottomani e
respinto, ad oriente, gli Uzbeki, riesce a recuperare gli antichi
possedimenti persiani, l’Iraq e la Mesopotamia. Inoltre, grazie
all’appoggio della marina inglese (4), allontana i portoghesi.
La politica di rafforzamento regionale, perseguita da Abbas a
discapito degli Ottomani, si avvalse, sul piano internazionale, di
alcuni accordi stipulati tra lo Shah e le Compagnie britannica ed
olandese delle Indie orientali. Tali accordi svolsero il ruolo di
dispositivi geopolitici che, successivamente, favorirono
l’esiziale penetrazione occidentale nell’intera area
mediorientale.
Per tutta la durata dei secoli XVIII e XIX, l’Iran si trova a
dover contenere contemporaneamente due spinte che mirano alla sua
frammentazione: quella ottomana e quella russa. Infatti,
nonostante l’accordo con Istanbul sui confini occidentali, la
pressione turca non diminuisce, anzi si fa più incalzante; in
particolare quando l’esercito dello zar Pietro il Grande penetra
nel Nordovest del Paese, nel 1722. Da questo duplice e continuo
confronto lo stato persiano ne esce indebolito. Le dinastie che si
succedono in questo lasso di tempo (dinastia safavide, afsharide,
zand, cagiara) non riescono infatti a mettere in campo opportuni
dispositivi geopolitici tali da contrastare con successo il
“desiderio di territorio” dei vicini. Nel corso del XIX secolo,
oltre le mire espansioniste della Russia e della Turchia ottomana,
le dinastie persiane sono costrette a confrontarsi anche con
l’aggressivo imperialismo britannico, che dall’India e dall’Oceano
Indiano preme sull’altopiano iranico. Ormai la spinta propulsiva
dell’antica vocazione imperiale si è esaurita. La posizione
centrale dell’Iran si rivela, nel nuovo contesto internazionale,
di lì a poco sempre più egemonizzato dalla potenza extraregionale
britannica, un’appetitosa posta geopolitica.
In questo periodo inizia per l’Iran l’epoca delle amputazioni
territoriali. Nelle due guerre condotte contro i Russi (1804-1812
e 1826-1828), infatti, perderà i territori del Caucaso (5), mentre
in quelle combattute contro gli Inglesi (1837 e 1857), perderà la
regione dell’Herat (Afghanistan) (6).
Agli inizi del XX secolo, l’Iran non è più padrone del proprio
destino geopolitico. Diventa infatti oggetto della rivalità tra la
Russia imperiale, impegnata nella sua avanzata verso il Golfo
Persico e l’Oceano Indiano e la potenza colonialista britannica,
la quale, ormai all’apice della sua espansione tende a rafforzare
il controllo sul Golfo e, internamente, sulle rotte strategiche
afgane.
Al centro della
rivalità anglo russa
La rivalità anglo-russa è scandita da una serie di eventi
orchestrati da San Pietroburgo e Londra che tendono a minare
progressivamente la già traballante autorità della casa regnante
persiana e, soprattutto, a frammentare il territorio iranico, a
balcanizzarlo, si direbbe oggi. I Britannici condizionano la
dinastia cagiara tramite prestiti in cambio di concessioni (7),
inoltre sollecitano Muzzaffareddin Shah ad aderire alle richieste
di democratizzazione (occidentalizzazione) (8) della vita pubblica
iraniana, sollecitate, tra gli altri, sorprendentemente, dagli
ulema (9). Il 30 dicembre del 1906 viene promulgata la
Costituzione, ispirata a quella belga del 1831, ed istituito il
Majlès, l’assemblea elettiva. La svolta costituzionale, invece di
riformare lo Stato, produce l’effetto di accelerarne la
disintegrazione, a tutto vantaggio della Russia e della Gran
Bretagna che, il 31 agosto del 1907, si accordano a San
Pietroburgo sulla spartizione dell’altopiano iranico. Il
“minaccioso accordo” anglo-russo stabilì che “il Nord lungo la
linea da Qasr-è Shirin a Yadz sarebbe stato di competenza russa,
mentre il Sud dal confine afghano a Bandar ‘Abbas (sarebbe
spettato) agli inglesi, che già spadroneggiavano nel Golfo
Persico. In seguito a questo accordo, formalmente in vigore fino
alla fine della prima guerra mondiale, alle autorità iraniane
restava solo la zona centrale del paese” (10). Contro il Trattato
del 1907, il principe–poeta Iraj Mirza scriverà “La pace del gatto
e del sorcio significa il saccheggio della dispensa”.
Con la scoperta del petrolio (1908) a Masjid-e Soleiman, nel
Khuzistan, una provincia della “zona tampone”, formalmente a
sovranità iraniana, l’Iran diventa ancora più appetibile per i due
contendenti; in particolare per la Gran Bretagna. La Marina
britannica, infatti, in seguito ai risultati ottenuti da
un’apposita commissione, istituita in seno all’Ammiragliato da
Lord Fisher, aveva deciso, nel 1912, la sostituzione del carbone
con il più efficiente petrolio, quale combustibile propulsore per
l’intera flotta navale (11).
Il difficile
neutralismo di Reza Khan (1921-1941)
Con lo scoppio della prima guerra mondiale, l’altopiano iranico
assume una nuova importanza strategica: da lì, infatti, Russi e
Britannici possono muovere verso l’Impero ottomano. Ancora una
volta la posizione geografica determina il destino dell’Iran. La
neutralità dichiarata da Teheran il 1 settembre del 1914 sarà
meramente virtuale: per tutto il corso della guerra, l’intero
Paese subirà le manovre e gli intrighi degli eserciti e delle
cancellerie di Mosca, Londra, Berlino, Istanbul.
L’Iran otterrà una relativa stabilità soltanto dopo il colpo di
stato del 1921, realizzato (12) da Reza Khan e dal filoinglese
Seyed Ziaeddin Tabatabai, figlio dell’ulema costituzionalista
Seyed Muhammad Tabatabai (vedi n. 9). Reza Khan, nonostante
l’influenza del governo inglese e, soprattutto, dell’Anglo-Persian
Oil Company, perseguirà, alternando successi e insuccessi, una
politica di equidistanza tra Mosca e Londra. Assicuratosi, tramite
il Trattato con i Sovietici (26 febbraio 1921), l’amicizia di
Mosca, e consolidato il proprio potere, Reza avvia un’importante
riforma dell’esercito, riconoscendo in esso lo strumento
essenziale per la difesa dei confini nazionali. Seguendo lo schema
del suo omologo turco, Kemal Atatürk, promuove, inoltre, con
particolare incisività, risolutezza ed asprezza, una
occidentalizzazione forzata del paese, umiliando le antiche
tradizioni popolari. Dopo la sua nomina a shah, avvenuta nel 1925,
intraprende la progettazione e la realizzazione di una serie di
grandi opere pubbliche, volte a dotare l’antico paese degli Ari di
moderne infrastrutture e istituzioni. Un particolare interesse
sarà rivolto alla modernizzazione delle infrastrutture viarie, tra
cui la rete ferroviaria (1927 e 1938) che, pur costruita secondo
logiche di sicurezza nazionale, permise la comunicazione diretta
tra i porti del mar Caspio e del Golfo Persico. Tra le istituzioni
di rilevante importanza si ricordano la Bank-e Melli-e Iran (Banca
nazionale iraniana, 1928) e l’Università di Teheran (1934). Nel
1935, in concomitanza con la fondazione dell’Accademia della
lingua persiana, la Persia assume ufficialmente la denominazione
di Iran. Nel corso degli anni trenta, Reza Shah Pahlavi, al fine
di allentare la pressione dei Sovietici e degli Inglesi,
intensifica le relazioni internazionali con alcuni paesi europei,
in particolare con la Germania, che nel frattempo è diventato il
partner commerciale più importante per l’intera economia
nazionale. La politica estera del nuovo shah e, soprattutto, le
sue azioni volte a limitare l’influenza degli stranieri nelle
questioni interne del paese, non scalfirono minimamente, tuttavia,
le prerogative dell’Anglo-Iranian Oil Company, la quale, anzi, in
un nuovo accordo (1933), estorto con la minaccia di un blocco
navale ad opera della Marina britannica e della confisca del
patrimonio imperiale depositato sui conti londinesi, ottiene
l’estensione della concessione petrolifera per altri sessant’anni.
Nel 1937 Teheran, nel quadro della politica di distensione
regionale, stipula il trattato di amicizia con l’Iraq, la Turchia
e l’Afghanistan, mentre l’anno successivo rafforza, attraverso il
matrimonio del figlio Muhammad Reza con Fawza d’Egitto, i rapporti
con il Cairo.
Paradossalmente, le intese diplomatiche con l’Egitto e l’Iraq,
invece di emancipare Teheran dall’ingerenza inglese, la legano
ancora di più alla politica vicinorientale di Londra. Infatti,
l’Egitto, divenuto formalmente indipendente nel 1922, subisce
ancora, negli anni trenta, l’occupazione britannica, mentre la
sovranità della casa regnante irachena, nonostante l’indipendenza
concessa nel 1932, è pesantemente limitata per gli aspetti
economici e militari proprio dalla ex potenza mandataria,
l’Inghilterra.
Con lo scoppio della seconda guerra mondiale, l’Iran ripercorre
sostanzialmente la stessa sfortunata vicenda del primo conflitto.
Si dichiarerà, come allora, neutrale, ma anche questa volta il
neutralismo non pagherà; non terrà infatti Teheran lontano dai
venti di guerra e, soprattutto, dalle necessità strategiche di
Mosca e Londra che, a causa della posizione geografica (di
nuovo!), identificano nell’altopiano iranico il corridoio
privilegiato per il passaggio dei rifornimenti. Nel 1941 l’Iran
viene occupato dai Sovietici a Nord e dall’esercito inglese a Sud,
mentre lo shah Reza è costretto all’esilio e ad abdicare a favore
del figlio Muhammad (13). Il 29 gennaio del 1942 le autorità
sovietiche ed inglesi “legalizzano” l’occupazione con l’accordo
tripartito tra Londra, Mosca e Teheran. Chi si occuperà della
gestione del tratto ferroviario tra il mar Caspio e il Golfo
saranno gli Stati Uniti, il nuovo attore globale.
Potenza regionale in un
mondo bipolare: l’Iran gendarme del Golfo (1953-1979)
Gli Usa identificano, fin dagli ultimi anni del secondo conflitto
mondiale, l’importanza strategica dello spazio iranico e ne
faranno successivamente, nell’ambito della dottrina del
containement, il loro pilastro. Dopo la risoluzione della crisi
dell’Azerbaijan del 1946, l’Iran entra definitivamente nel
“sistema occidentale”.
Chi, per un breve momento, metterà in crisi la strategia
statunitense, sarà Mossadeq. Il nuovo primo ministro iraniano,
infatti, nel 1951, nazionalizza il petrolio ed istituisce la
Società nazionale del petrolio iraniano. Alla notizia ufficiale
della “presa in carico”, da parte della nuova società nazionale
delle istallazioni petrolifere britanniche, gli Iraniani si
riversano nelle strade al grido “naft melli shod”, “il petrolio è
diventato nazionale”. Gli Usa, temendo che Teheran possa cadere
nell’orbita moscovita, organizzano, in accordo con i servizi
segreti britannici, un piano, denominato TP Ajax (14), per
defenestrare lo scomodo premier. Il colpo di stato viene eseguito
il 19 agosto del 1953: i sogni di indipendenza degli Iraniani
svaniscono nel nulla.
Dal 1953 al 1979, l’Iran, utilizzato dagli Usa in funzione
antisovietica, svolgerà un ruolo di potenza regionale ed entrerà
nei dispositivi geopolitici organizzati da Washington e Londra.
Nel 1955 aderirà, con Gran Bretagna, Iraq, Turchia, e Pakistan al
Patto di Baghdad e, nel 1959, dopo l’uscita dell’Iraq
dall’alleanza, alla sua riedizione, al Patto Cento (Central Treaty
Organisation).
La Repubblica Islamica
dell’Iran e il “neutralismo pragmatico” (1979-1991)
Dalla 1979 al 1991, cioè dalla rivoluzione degli ayatollah al
crollo dell’Unione Sovietica, il posizionamento geopolitico
dell’Iran subisce una radicale svolta. Teheran esce dal sistema
occidentale senza, tuttavia, inserirsi in quello sovietico.
La perdita dell’alleato iraniano spinge Washington a ridefinire il
quadro delle alleanze strategiche nello spazio vicino e
mediorientale. Rafforza infatti i legami con il Pakistan, la
Turchia e, soprattutto, con Israele e Iraq. Inoltre, interferendo
nelle questioni interne dell’Afghanistan - divenuta da poco
Repubblica democratica popolare, in seguito alla “Rivoluzione di
aprile” (1978) – Washington provoca l’URSS, che il 24 dicembre
1979 invade il Paese dei papaveri.
L’obiettivo di Washington è chiaro: alimentare guerre civili e
conflitti armati fra gli attori regionali (Afghanistan, URSS, Iran
e Iraq); destabilizzare l’intera area ed infine assumerne il pieno
controllo militare. Sono a tal riguardo illuminanti le parole del
presidente Carter: “il tentativo di una forza esterna di
controllare la regione del golfo Persico sarà considerata come un
assalto agli interessi vitali degli Stati Uniti d'America, e tale
assalto sarà respinto con tutti i mezzi necessari, inclusa la
forza militare”.
In occasione della Prima Guerra del Golfo (14 agosto 1990),
l’Iran, ripiegato su se stesso dopo la lunga ed estenuante guerra
con l’Iraq (22 settembre 1980 – 20 luglio 1988), assume una
posizione neutralista, che tradisce, tuttavia, l’ambizione a
mantenere, in competizione con Baghdad, il ruolo di potenza
regionale. Dichiarandosi neutrale, Teheran denuncia, infatti, sia
l’invasione del Kuwait sia la presenza delle forze armate
statunitensi nel Golfo. Il pragmatismo iraniano non tiene conto,
evidentemente, del reale rapporto di forze che si è determinato, a
favore degli USA, tra gli alleati dell’ampia coalizione
antirachena. Il neutralismo di Teheran faciliterà oggettivamente
le operazioni militari statunitensi.
Il ruolo di potenza regionale, una costante geopolitica dell’Iran
moderno, sembra dunque continuare, nonostante il crollo dell’URSS.
Teheran, per uscire dall’isolamento cui l’ ha ricacciata
l’ostracismo degli USA e di molti Paesi occidentali, si rivolge
verso il Caucaso e l’Asia. Intesse infatti una serie di importanti
relazioni diplomatiche ed economiche con le nuove repubbliche del
Caucaso e dell’Asia centrale. In particolare con il Tagikistan, il
Turkmenistan e il Kazhakistan.

Potenza regionale in un
mondo multipolare o funzione eurasiatica?
A partire dalla prima presidenza Putin (2000), che imprime un
cambiamento di direzione alla politica estera russa, il quadro
geopolitico mondiale, nell’arco di pochi anni, muta profondamente.
Il sistema unipolare perseguito dagli USA entra in crisi,
nonostante il presidio militare che Washington, “esportatore di
democrazia”, esercita in vaste aree del continente eurasiatico (in
particolare, Afghanistan e Iraq). Oltre al successo conseguito da
Putin nel riposizionare la Russia al centro delle questioni
internazionali, si assiste, infatti, anche al crescente peso delle
nuove e potenti economie di Nuova Delhi e di Pechino. Il
baricentro della geopolitica mondiale si sposta decisamente nel
continente eurasiatico (15).
Sembra iniziare, per gli attori globali, una nuova stagione
multipolare. Il consolidamento della nuova Russia sul piano
internazionale, quello della Cina e dell’India, su quello
dell’economia mondiale, obbligano queste Nazioni a nuove intese
strategiche, tese a rafforzare il ruolo della parte centrorientale
del continente eurasiatico. Occorre inoltre considerare che tali
nuove alleanze consentono, per effetto di polarizzazione, d’altra
parte del globo, una maggiore libertà d’azione per alcuni
importanti Paesi dell’America latina. Alcuni governi, come ad
esempio quello del Venezuela, della Bolivia e, per taluni, versi
dell’Ecuador, dell’Argentina e del Brasile, da sempre sottoposti
alle direttive statunitensi, intraprendono infatti iniziative
autonome, sovente in aperto contrasto con i desiderata di
Washington.
Il nuovo contesto internazionale dà respiro anche all’Iran,
nonostante le molte criticità e la pressione cui è continuamente
sottoposto dall’iperpotenza statunitense e dalla cosiddetta
Comunità internazionale. Malgrado tutto, grazie anche, molto
probabilmente, al nuovo corso impresso dal presidente Ahmadinejad
alla politica estera iraniana, sembrano aumentare, per l’antico
paese degli Arii, i gradi di libertà per avviare, finalmente, una
ben definita strategia geopolitica.
A livello continentale, Teheran diviene, infatti, osservatore (fin
dal 2005) e membro candidato della sempre più importante
Organizzazione della Conferenza di Shangai (OCS), mentre, sul
piano globale, assume un ruolo politico molto influente
nell’Organizzazione dei Paesi produttori di petrolio (OPEC).
Avvia, inoltre, una politica di amicizia con alcuni Paesi
dell’America latina, contribuendo a favorire un quadro geopolitico
mondiale sempre più orientato al multipolarismo.
A fronte del mutato quadro geopolitico, oggi, per l’Iran si
prospettano due opzioni principali: perseguire, come nel passato,
una politica volta a esercitare un ruolo regionale, oppure
assumere una chiara funzione nell’ambito dell’integrazione
eurasiatica, facendo perno proprio su alcuni importanti
dispositivi come l’Organizzazione della Conferenza di Shangai
(SCO) e l’associata Organizzazione del trattato di sicurezza
collettiva (CSTO) (16).
Negli ultimi anni, Teheran ha praticato, alternandole, ambedue le
opzioni, in riferimento alla maggiore o minore pressione
internazionale cui è sottoposta, con una certa intensificazione a
partire dall’11 settembre 2001.
Il ruolo di potenza regionale è una vecchia aspirazione iraniana,
prediletta da Teheran fin dai tempi dello Shah Reza. Esso
consiste, sinteticamente, nello sfruttare, con una notevole dose
di pragmatismo, la propria valenza geopolitica (centralità
geografica e riserva di risorse energetiche) in rapporto ai
mutevoli equilibri che si istaurano nel tempo tra la Russia, gli
USA ed il sistema regionale di alleanze capeggiato da questi
ultimi. Alcuni atteggiamenti assunti da Teheran, in relazione a
presunte distensioni con Washington e con Bruxelles, sono
comprensibili proprio se interpretati alla luce di tale postura
geopolitica, oltre che per accidentali questioni di mera
convenienza economica.
Perseguendo tale strategia, tuttavia, Teheran giocherebbe le
proprie carte sempre subendo le iniziative della Russia e degli
USA, ma, soprattutto, entrerebbe in competizione diretta con gli
altri Paesi della regione, principalmente col Pakistan, la
Turchia, l’Arabia Saudita e Israele.
La rivalità con questi paesi verrebbe, ovviamente, sfruttata dagli
USA nel quadro della dottrina del Nuovo Grande Medio Oriente.
Questo progetto, come noto, prevede, nel medio e lungo periodo,
una ridefinizione degli attuali confini della quasi totalità dei
Paesi del Vicino e Medio Oriente, e la creazione, su base etnica,
di nuove nazioni (17). L’opzione regionalista si rivelerebbe, a
lungo andare, letale per gli interessi nazionali di Teheran e,
soprattutto, devastatrice per l’integrazione eurasiatica che pare
essere perseguita, tra alti e bassi, da Mosca, Pechino e Nuova
Delhi.
La seconda soluzione, che definiamo continentalistica o
eurasiatica, invece, sarebbe di gran vantaggio per l’Iran, giacché
ne valorizzerebbe la posizione strategica e gli assicurerebbe un
ruolo di protagonista nella costruzione del
Grossraum
eurasiatico. Inoltre, con tale scelta l’Iran imprimerebbe
un’accelerazione all’attuale tendenza multipolare.
L’Iran, insieme al Pakistan, infatti fungerebbe da “porta
oceanica” per i Paesi del Caucaso e per la Russia. Inoltre,
contribuirebbe a stabilizzare l’intera area caucasica, i Balcani
dell’Eurasia, secondo la “programmatica” definizione di
Brzezinski. In prospettiva, insieme alla Russia, concorrerebbe,
infine, a invalidare il ruolo e la presenza degli USA nell’intera
regione.
L’altra importante funzione cui l’Iran sarebbe chiamato a svolgere
è quella di raccordo, attraverso il Pakistan, tra la penisola
europea e lo spazio sino-indiano. In tal caso, oltre a contenere
le sempre potenziali aspirazioni panturaniche di Ankara verso
oriente, diventerebbe, con la Turchia associata all’UE o suo
membro effettivo, l’interfaccia diretta tra l’Europa e l’Asia,
rinverdendo così la sua antica funzione eurasiatica (18).
Le due funzioni sopra considerate sembrano concretizzarsi nei
rapporti che sempre più si consolidano tra Teheran, Mosca, Nuova
Delhi (19) e Pechino.
Tiberio Graziani
http://www.eurasia-rivista.org
Note
* E. W. West, Sacred Books of the East, volume 24, Clarendon
Press, 1885, cap. 81, 4-5.
1. La traduzione dei versi è stata eseguita sulla versione
francese del poema, Le Papillon des sept princesses, Gallimard,
Paris, 2000. La versione italiana, Nezāmī di Ganjè, Le sette
principesse, Rizzoli, Milano, 2006, non riporta il distico che,
tuttavia, viene citato nella presentazione del traduttore e
curatore, Alessandro Bausani.
2. In riferimento ai rapporti tra letteratura e geopolitica
dell’Iran, Mohammed-Reza Djalili, nel suo Gèopolitique de l’Iran,
Editions Complexe, Bruxelles, 2005, p. 5, ha proposto
l’interessante tema della “geopoetica”.
3. Dopo le “invasioni devastatrici” si apre per la Persia un
periodo che lo storico francese Jean-Paul Roux definisce “il
rinascimento timuride”. Vedi Jean-Paul Roux, L’Histoire de l’Iran
et des Iraniens. Des origines à nos jours, Fayard, Paris, 2006,
pp. 374-383.
4. Gli Inglesi sono presenti nel Golfo Persico fin dal 1622.
5. In base ai Trattati di Gulistan (1813) e di Turkmanchai (1828),
la Persia perde la Georgia, la Mingrelia, il Dagestan, l’Imeretia,
l’Abkhazia, l’Armenia e parte dell’Azerbaijan.
6. Il Trattato di Parigi (1857) tra Inglesi e Persiani mise fine
ad ogni pretesa di sovranità persiana sull’Afghanistan.
7. Di importanza storica la concessione rilasciata da
Muzaffareddin Shah al britannico William Knox d’Arcy, nel 1901,
per “l’estrazione, la raffinazione e la vendita del petrolio per
sessant’anni, in cambio di una somma iniziale e di una percentuale
sui profitti”, Farian Sabahi, Storia dell’Iran, Bruno Mondadori,
Milano, 2006, p. 15. Si deve a William Knox d’Arcy la scoperta del
primo importante giacimento di petrolio a Masjid-e Soleiman, nel
Khuzistan (26 maggio 1908). Sui retroscena del rilascio della
concessione petrolifera a d’Arcy, si veda anche Anton Zischka, La
guerra per il petrolio, Bompiani, Milano, 1942, pp. 237-250.
8. Farian Sabahi, op. cit. p. 41.
9. In particolare gli ulema Seyed Muhammad Tabatabai e Seyed
‘Abd-Allah Behbahani. Sugli attori della “rivoluzione
costituzionale” vedi Farian Sabahi, op. cit., p.36.
Sull’occidentalizzazione dell’Iran e sul parallelo tra la
rivoluzione costituzionale e il movimento dei Giovani Turchi, vedi
nello stesso testo, pp. 50-54.
10. Farian Sabahi, op. cit. p. 41.
11. Nel 1904 l’Ammiraglio britannico Lord Fisher, assertore sin
dal 1882 di una modernizzazione della flotta, aveva istituito una
commissione per la “valutare e suggerire i mezzi al fine di
assicurare alla marina gli approvvigionamenti di petrolio”,
William Engdahl, Pétrole. Une guerre d’un siècle, Jean-Cyrille
Godefroy, Nièvre, 2007, p. 32. Proprio nel 1912 l’Ammiragliato
acquisì il controllo dell’Anglo-Persian Oil Company, acquistandone
il 5% delle azioni.
12. Il colpo di stato del 1921 fu possibile grazie al
finanziamento dei funzionari britannici di stanza a Teheran, il
generale Ironside e il ministro Herbert Norman.
13. Scrive Vincent Monteil, “Povero Iran, eternamente alle prese
con i vicini del Nord e con le bramosie anglosassoni! Se questi e
quelli se la intendono o si scontrano, la cosa ricade sempre sulle
spalle di Hasan e Hosen. Uno degli “strumenti” diplomatici più
idonei, nell’una e nell’altra ipotesi, è il famoso Trattato
irano-sovietico del 1921. Le due Alte Parti Contraenti si
impegnano, ognuna sul rispettivo territorio, o su quello degli
Alleati, ad impedire la formazione o la presenza di qualsiasi
organizzazione, gruppo, truppa o esercito che intenda aprire le
ostilità contro la Persia, la Russia o gli alleati della Russia.
Le parti si impegnano inoltre ad impedire a terzi l’importazione o
il transito del materiale utilizzabile contro una di esse (art.
5). L’articolo 6 è quello che permise all’Esercito Rosso di
invadere il Nord dell’Iran nel 1941: “ Se un terzo intendesse
servirsi del territorio persiano quale base di operazione contro
la Russia, o ne minacciasse le frontiere, e se il Governo persiano
non fosse in grado, su richiesta russa, di porre un termine a tale
minaccia, la Russia avrebbe il diritto di trasferire le sue truppe
all’interno della Persia per compiervi le operazioni militari
necessarie alla propria difesa. La Russia s’impegna a ritirare le
truppe non appena la minaccia sarà stata sventata”. In uno scambio
di lettere, l’ambasciatore sovietico precisava che gli articoli 5
e 6 andavano applicati solo nel caso in cui “tali preparativi
venissero attuati in vista di un attacco considerevole contro la
Russia o contro le Repubbliche Sovietiche sue alleate, dai
partigiani del vecchio regime o dalle Potenze straniere che lo
sostenessero”. Si trattava perciò di premunirsi di fronte ad ogni
reazione armata ‘controrivoluzionaria’. Era questo il caso della
Germania nazista? E quali potrebbero essere in futuro le
interpretazioni del Trattato del 1921? In ogni modo l’Iran non può
permettersi di inasprire un paese dieci volte più popoloso e del
quale lo dividono 2.500 chilometri di frontiere.”, Vincent
Monteil, Iran, Mondadori, Milano, 1960, pp. 44-45.
14. Donald N. Wilber, CIA Clandestine Service History, "Overthrow
of Premier Mossadeq of Iran, November 1952-August 1953", March
1954.
Il documento è reperibile presso il sito
www.gwu.edu.
15. G. John Ikenberry, The Rise of China and the Future of the
West, Foreign Affairs, January/February 2008, Vol. 87, No 1, pp.
23-37.
16. La CSTO (Collective Securiry Treaty Organization) è
un’organizzazione, costituita il 15 maggio 1992 tra i Paesi della
Confederazione degli Stati Indipendenti; è finalizzata alla
cooperazione militare tra Russia, Armenia, Bielorussia,
Uzbekistan, Kazhakistan, Kirghizistan, Tagikistan. Nel maggio del
2007 il Segretario generale della CSTO, Nikolaj Bordyuzha, ha
invitato l’Iran a diventarne membro effettivo, rilasciando la
seguente, diplomatica, dichiarazione: “La CSTO è un’organizzazione
aperta. Se l’Iran presentasse la sua candidatura in accordo col
nostro statuto, noi la prenderemmo in esame”.
17. Mahdi D. Nazemroaya. Plans for Redrawing the Middle East: The
Project for a “New Middle East”,
nesso
18. Franz Altheim, Dall’antichità al Medio Evo. Il volto della
sera e del mattino, Sansoni, Firenze, 1961, p. 31-35.
19. The “Strategic Partnership” Between India and Iran, Asia
Program Special Report, No. 120, Woodrow Wilson International
Center for Scholars, Washington , DC, april 2004. |