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gli arabi prima dell'Islam
Rinascita quotidiano
- Domenica 25 Novembre 2007 – Enrico Galoppini
La civiltà degli Arabi, per essere compresa appieno, va indagata
anche in quell’epoca che precede l’avvento della religione
dell’Islàm, dopo la quale, significativamente, essa viene indicata
con l’espressione “civiltà arabo-islamica”. Il periodo preislamico
è stato indicato a posteriori come Jàhilìyya, “l’età
dell’Ignoranza”, naturalmente della “Verità” consegnata nel nuovo
Messaggio (Risàla) d’origine divina contenuto nel Corano e
trasmesso agli uomini dall’Inviato (Rasùl) Muhàmmad.
Ciò premesso, si potrebbe pensare di prim’acchito che tra le due
epoche esista una cesura insanabile, una soluzione di continuità
netta, eppure ad una riflessione attenta non possono sfuggire
alcune connessioni, al punto che la conoscenza della Jàhilìyya
rappresenta un importante tassello per la comprensione delle
radici più propriamente indigene dell’Arabismo e dell’Islàm.
Gli studi in questa direzione sono fioriti parallelamente
all’abbandono del dogma per cui l’indagine sugli Arabi prima
dell’Islàm coincideva con lo studio delle “radici ebraiche e
cristiane” di quest’ultimo, insistendo sui riferimenti coranici ai
profeti biblici, a Gesù e Maria, mentre il fattore etnico arabo
risultava fortemente sminuito se non addirittura ignorato. Certo,
prima dell’Islàm vivevano nella Penisola Arabi cristiani
(soprattutto nestoriani, nella regione del Najràn, prossima allo
Yemen) e Arabi professanti il Giudaismo, sparsi un po’
dappertutto, in specie nelle ricche oasi dello Hijàz, la regione
in cui sarebbe poi sorto l’Islàm (il significato di Hijàz è quello
di “barriera”, poiché sta tra la striscia costiera lungo il Mar
Rosso, la Tihàma, e l’altopiano interno digradante verso il Golfo
Persico, o Arabico). Ma la maggior parte degli Arabi, che non
avevano ancora una ben definita “coscienza nazionale”, seguiva una
religiosità per così dire “politeista”, legata alle divinità del
luogo e del clan.
Le notizie su questo mondo spazzato via dall’Islàm nel suo
impianto di base ma sopravvissuto – come vedremo – in vari
elementi “reinterpretati”, sono frammentarie ma non poche. Le
fonti da cui partire per ricostruire la “visione del mondo” degli
Arabi prima del VII sec. sono le epigrafi, alcuni passaggi di
autori greci e siri, la storiografia araba d’epoca islamica (si
pensi al Kitàb al-asnàm [Il libro degli idoli], di Ibn al-Kalbi -
m. 819 o 820), la poesia preislamica, che per l’inestimabile
apporto alla conoscenza della lingua araba (lingua della
“Rivelazione”), avrebbe costituito l’unico vero “tesoro” degno di
rispetto dell’“epoca dell’Ignoranza” anche per gli Arabi ormai
islamizzati. Accanto a queste fonti primarie, sono poi utili le
cosiddette discipline ‘ancelle’: archeologia, sociologia,
etnologia, botanica, climatologia. Anche il Corano, per certi
versi, è una fonte da cui attingere informazioni sull’Arabia prima
dell’Islàm.
I primi “Arabi” di cui si ha notizia sono Arabi settentrionali,
impiegati come ausiliari nelle guerre condotte da Assiri e
Babilonesi. Qualche notizia più precisa la si ha per l’epoca del
re babilonese Nabonedo sconfitto da Ciro nel 539 a.C.: la
conquista achemenide comporterà la sistemazione (518-514 a.C.)
della provincia Arabaya, situata nell’odierna regione della Jazìra
settentrionale. Anche Erodoto descrive questi proto-Arabi, ed
Alessandro avrà un distretto di frontiera denominato “Arabia”. La
penisola araba era ovviamente nota anche agli egizi. I Romani,
poi, si spinsero, con la spedizione di Elio Gallo (25-24 a.C.),
fin nell’estremo sud della penisola, nell’“Arabia Felix”, ed
anch’essi avevano istituito una Provincia di nome “Arabia”, che
però coincideva con le odierne Giordania occidentale (Petra,
Gerasa), Siria meridionale (Bosra) e parte del Sinai. Ma gli
abitanti dell’Arabia vera e propria – quelli che daranno forma al
primo Stato islamico - restavano pressoché sconosciuti. Vediamo
adesso di capire qualcosa dei loro modi di vita, della loro
“visione del mondo” e di quel che ne è sopravvissuto dopo
l’avvento dell’Islàm.
Innanzitutto, bisogna considerare quali sono i valori dominanti
nella società araba dei secoli appena precedenti l’Islàm. Tutto
ruota attorno al clan (qabìla), mentre l’individuo in quanto tale
non conta affatto. Si “esiste” in quanto inseriti in una qabìla e
vi si appartiene per nascita, affiliazione o alleanza. Fuori della
tribù l’uomo è finito, e l’unica alternativa resta il banditismo,
per cui non erano rari i casi di gruppi di predoni che mettevano a
repentaglio le carovane commerciali che solcavano la penisola
dallo Yemen (dove venivano in contatto con le linee di navigazione
dell’Oceano Indiano) a Damasco e viceversa, passando per
innumerevoli città-mercato, tra cui, nello Hijàz, Mecca e Yàthrib
(poi Medìna). Se vogliamo privilegiare gli elementi di continuità
tra prima e dopo l’Islàm, si possono già svolgere alcune
considerazioni: il clan, nella visione islamica, si è trasformato
nella “comunità dei credenti” (umma); l’appartenenza per
filiazione è nient’altro che l’istituto della walà’ (“clientela”),
da cui mawlà (pl. mawàli), attraverso il quale, soprattutto in
epoca umayyade (661-750), ma anche dopo, non Arabi musulmani si
affiliavano a clan Arabi in modo da permettersi un’ascesa sociale
altrimenti difficile; l’ostracismo dalla qabìla corrisponde
all’irtidàd, impropriamente tradotto con “apostasia” (meglio
sarebbe dire “ribellione” all’Ordine decretato da Allàh), che
comporta l’uscita dalla comunità da parte di chi (il kàfir,
negatore dell’Unità e dell’Unicità divine) se ne rende colpevole.
Il legame clanico, inoltre, è stato valorizzato anche in epoca
islamica, pure dal punto di vista teorico, tant’è che ‘abd
ar-Rahmàn ibn Khaldùn (1332-1406), nella sua Muqàddima
(“Prolegomeni”), l’ha elevato a fattore-chiave che spiega la
maggiore o minore tenuta delle compagini politico-sociali.
Evidentemente la ‘asabìyya (il “legame sociale”) non è più quello
‘etnonazionalista’ del clan, ma quello che sta alla base della
umma.
Nell’Arabia preislamica grande importanza veniva attribuita ai
gruppi genealogici (il primo califfo Abu Bakr ne aveva una
profonda conoscenza), e ciò si trasfonderà, in chiave spirituale e
non più etnica, nelle catene di maestri del Tasàwwuf (Sufismo),
con l’autocoscienza di stirpe che, tuttavia, resterà forte
soprattutto nel periodo delle prime conquiste, quando i nuovi
arrivati tenevano a marcare la differenza con gli autoctoni, di
cultura greca ed iranica, utili però per la gestione di uno Stato
divenuto improvvisamente troppo complesso per chi, al massimo,
aveva amministrato una città-Stato.
Le città dello Hijàz, infatti, erano una sorta di repubbliche
commerciali (la figura del re, nel mondo arabo, così come
nell’Islàm, è mal vista), dove il vertice fa esattamente quello
che gli altri si attendono: ciò perché il sàyyid (il “Signore”) è
un primus inter pares eletto che incarna al meglio (e dimostra ciò
con l’esempio) i valori condivisi dalla qabìla: il Califfo,
successivamente, non solo sarà eletto (almeno i primi quattro, con
la “teoria” che confermerà il principio elettivo), ma dovrà, non a
caso, garantire al-amr bi-l-ma‘rùf wa n-nahy ‘ani-l-mùnkar, ovvero
“ordinare il bene e proibire il male”, meglio ancora “ordinare il
‘modo noto’ di vita, quindi la ‘buona consuetudine’ ed impedire
ciò che la nega. Questa ‘buona consuetudine’ dopo Muhàmmad, sarà
proprio il suo “esempio virtuoso”, raccolto nella Sunna
(“Tradizione”) definitasi sulla base delle raccolte di ahàdìth
(sing. hadìth – da una radice che porta con sé i significati sia
di “evento” che di “discorso”), di cui le più autorevoli sono
quelle di al-Bukhàri e Mùslim.
I passaggi da un’epoca all’altra, tuttavia, non si fermano qui. Vi
è chi ha parlato, in relazione all’Arabia preislamica, di una
sorta di “democrazia comunitaria”, tant’è che anche la religiosità
autoctona non prevedeva un Giudizio individuale dopo la morte.
Quello che contava era il “consenso comunitario”, rielaborato in
epoca islamica nell’ijmà‘ (dalla radice jîm-mîm-‘ayn: “riunire”,
“raccogliere”, “mettere insieme”) degli esperti di Legge, che è,
dopo il Corano e la Sunna, la terza delle “Fonti del Diritto”.
Questo “consenso” o “magistero collegiale” svolge nell’Islàm –
oltre che un ruolo di contrappeso rispetto all’operato del califfo
- la funzione di quel Papa la cui assenza viene sovente rilevata
nell’Islàm positivamente o negativamente a seconda della tendenza
dello studioso di turno. Il Califfo, inoltre, sovrintende tutto
ciò che ha a che vedere con la Giustizia, in ciò svolgendo le
funzioni dello hàkam, il “giudice”, l’“arbitro” dell’Arabia della
Jàhilìyya, mentre l’applicazione pratica della Giustizia è
affidata nell’Islàm a giudici (qudàt; sing. qàdi) indipendenti.
L’elemento “comunitario” risalta in alcuni valori di questi Arabi
non ancora musulmani per i quali la murùwwa (“virilità”)
compendiava tutte le qualità positive di un uomo: ospitalità,
coraggio (l’etica del guerriero), rispetto del capo e delle regole
del gruppo. A titolo d’esempio, citiamo il diritto collettivo al
bottino in occasione delle razzie (l’Islàm reinterpreterà la
“razzia” – ghazwa – nel senso di “spedizione militare per la
fede”, stabilendo precise norme per la divisione del bottino di
guerra), che però non dovevano condurre all’omicidio altrimenti si
sarebbe innescata la logica della faida in base al principio che
la pena detentiva era all’epoca inconcepibile. Una degenerazione
di tale tendenza “comunitaria” era invece una poligamia (o meglio,
poliginia) senza limiti, e sono stati rilevati anche casi di
poliandria.
Se poi vogliamo svolgere una rapida indagine etnologica sui
“popoli dell’antica Arabia”, vanno distinti gli ‘Arab al-‘àriba
(quelli del Sud, il cui progenitore sarebbe Qahtàn) e gli ‘Arab
mustà‘riba (di origine settentrionale, discendenti da ‘Adnàn):
l’ascendenza meridionale sarà sempre vista come più nobile, per
cui anche clan spostatisi a Nord elaboreranno genealogie
meridionali.
Nord e Sud dell’Arabia sono comunque due mondi che si conoscono,
che si contaminano e che talvolta (specie il Sud nei confronti del
Nord) tentano di controllarsi a vicenda. A nord si ricordano vari
“popoli” menzionati anche nel Corano (dov’è spiegato perché
“scomparvero”), quali i Thamùd, gli ‘àd (questi due destinatari di
due profeti non menzionati nella Bibbia), gli ‘Imlàq (gli
Amaleciti), i Lihyanìti eccetera. Questi dettero vita anche ad
alcuni piccoli regni di sedentari nel nord dello Hijàz (nelle oasi
di Khàybar e di Wàdi l-Qura, “La valle dei villaggi”, dove sono
state ritrovate varie iscrizioni). Tutti costoro, però, erano
sprovvisti di una coscienza comunitaria “araba”, poiché al massimo
giungevano a concepire una “città Stato”. Tale particolarismo sarà
sempre condannato dall’Islàm, il quale vi vede, tra le altre cose,
un elemento foriero di disgrazie (nell’Islàm, la fitna – vocabolo
difficilmente traducibile che compendia i significati di
“sedizione”, “ribellione”, “anarchia”, “guerra civile”,
“contravvenzione ai dettami divini” – sarà definita “peggiore
dell’omicidio”). Dell’epoca preislamica, come detto, verrà
salvata, per motivi linguistici, la sola poesia: la raccolta per
eccellenza è quella delle Mu‘àllaqàt (che alcuni studiosi, in
passato, hanno definito un enorme falso), ovvero le “Appese”,
poiché appunto venivano affisse alla Ka‘ba (l’edificio cubico
posto al centro del santuario meccano ne quale è incastonata la
Pietra Nera) dai vari aedi che, lì pervenuti per i riti del
pellegrinaggio e per la grande fiera (di ‘ukàz) che
contemporaneamente vi si svolgeva, declamavano le gesta dei loro
clan gareggiando coi loro pari in incruenti tenzoni letterarie.
Giunti a questo punto dell’esposizione, è opportuno affrontare le
forme della religiosità degli Arabi preislamici. Questo argomento
riveste una duplice importanza, poiché permette di comprendere
alcuni valori profondi degli Arabi prima dell’Islàm e, per certi
aspetti, consente una conoscenza più approfondita dell’Islàm. Ciò
premesso, è necessario riprendere la distinzione tra Arabia del
Sud e del Nord (o meglio, del Centro-nord), poiché le differenze
tra le due aree, in epoca preislamica, erano sostanziali.
Il Sud della Penisola araba vede, nel corso dei secoli, una
successione di regni ed imperi (Saba, Ma‘ìn, Hìmyar, Hadramàwt,
Awsàn, Qatabàn ecc., estesi su territori più o meno ampi
dell’odierno Yemen), il cui potere si appoggia ad una casta
sacerdotale mantenuta dal popolo che officia i riti in onore di
divinità maggiori e minori. Ciascuna popolazione aveva un
mukàrrib, o sacerdote-re, il quale “discendeva” dalla principale
di queste divinità; inoltre, gli Arabi del sud osservavano culti
sia domestici che in templi monumentali - assenti nel centro-nord
- nei quali si tenevano pellegrinaggi (Hajj).
L’Arabia meridionale, per la sua posizione strategica (si pensi
all’importanza di ‘Aden, dal 1839, nel dispositivo britannico di
scali marittimi), fu sempre contesa dalle “potenze regionali”
dell’epoca, ovvero Axum (l’Etiopia copta) e la Persia, tant’è vero
che agli albori dell’Islàm i Persiani l’avevano occupata
direttamente, senza più affidarsi ad intermediari (di regola di
religione ebraica). Nel frattempo, si registra una progressiva
infiltrazione di Arabi settentrionali, al punto che il sudarabico
(del quale sono rimaste numerose iscrizioni eseguite con un
sistema di scrittura detto “bustrofedico”) era già in crisi
all’epoca del Profeta dell’Islàm, e non è perciò stato
d’improvviso cancellato dall’arabo hijàzeno giunto con i
conquistatori.
Nella regione dello Hijàz - dove risultano assenti le complesse
entità statuali sviluppatesi nel Sud - verso il V-VI sec.
pullulano gli hanìf (“monoteisti puri” che s’ispirano ad una
divinità già identificata con gli epiteti di ar-Rahmàn e di
ar-Rahìm – il “Misericordioso” e l’“Estremamente compassionevole”
– che poi diventeranno i due nomi per eccellenza, tra i 99 della
tradizione islamica, del Dio unico Allàh, al punto che ogni sura
(capitolo) del Corano, tranne una, comincia con una formula
sacralizzante detta bàsmala: bismillàhi r-Rahmàni r-Rahìm: “In
nome di Dio…”). In questa regione disposta lungo la via
carovaniera che dallo Yemen, capolinea a sua volta dei traffici
dell’Oceano Indiano (a loro volta collegati alla Cina), prosegue
fino alle terre bizantine del Vicino Oriente mediterraneo, i
santuari sorgono nelle immediate vicinanze di fonti, alberi,
rocce: la fonte di Zàmzam, inglobata nel santuario meccano ancora
oggi, la cui origine è fatta risalire alle peregrinazioni di Agar
(Hàjir) e del figlio Ismaele (Ismà‘ìl), testimonia l’importanza
cultuale di alcuni elementi naturali che configuravano una sorta
di topografia sacra nella regione. Non bisogna confondere però –
secondo un pregiudizio evoluzionista - il supporto della devozione
con la divinità, come purtroppo fanno anche diversi musulmani
quando parlano dei “politeisti” come dei creduloni!
La religione degli Arabi centro-settentrionali era organizzata
dunque senza una casta sacerdotale come al Sud, ma qua e là, in
corrispondenza delle varie regioni abitate da clan nomadi o
gravitanti attorno ad alcune città (Mecca, in primis, ma anche
Yàthrib – la futura Medìna – e Tà’if) sorgevano santuari (hàram:
di qui l’harem, uno spazio, appunto, “sacro”, “inviolabile”)
sottratti alle normali leggi vigenti (lo stesso dicasi per
l’odierno santuario della Ka‘ba), custoditi da sàdin che di norma
si tramandavano ereditariamente quest’ambita carica ed attorno ai
quali si effettuavano riti di circumambulazione del tutto simili a
quelli in uso nell’Islàm. Era inoltre praticata l’astrolatria, e
qui il Corano sarà netto nella proibizione di prostrarsi davanti a
sole e alla luna data la loro natura transeunte (cfr. VI, 76-78 e
XLI, 37).
Questa religiosità avrebbe inoltre vissuto uno sviluppo per fasi.
Se in un’era più antica gli studiosi rilevano un “polidemonismo”,
in una fase successiva parlano di “enoteismo”, ovvero di una
gerarchia delle divinità: forse Allàh (signore degli dèi e del
fato) e Hùbal (divinità importata: si noti l’assonanza con Ba‘l)
non avevano loro templi, ma ne avevano le cosiddette tre “figlie
di Allàh” (Allàt, al-‘Uzza, Manàt), viste come divinità
intermediarie perché meno “potenti” e perciò meno “temibili”. Una
situazione, quella che precede l’Islàm, in cui ciascun gruppo
clanico e/o cittadino segue il proprio culto senza che ciò
implichi il disconoscimento del “potere” delle altre divinità.
Vale la pena di vedere nel dettaglio le tre “figlie di Allàh”,
poiché nella storia dell’Islàm sono investite dell’immagine del
vecchio mondo del sacro che lascia spazio al nuovo (riservando
alcune insidie: le tre dee sono al centro della questione dei
cosiddetti “versetti satanici”). Tutte erano venerate dai Banu
Quràysh (in italiano Coreiscìti), il clan dominante di Mecca (è
sbagliato dire “La mecca”, poiché in arabo è Makka, senza
l’articolo “al”). Allàt, detta la rabba (la “Signora”, che è in
pratica un femminile di Allàh), era in buoni rapporti con la
fiorente città di Tà’if, situata non lontano da Mecca ma in
posizione elevata e climaticamente più favorevole: era garanzia di
buoni rapporti con tutti gli Arabi e, associata al sole, veniva
simboleggiata da un masso bianco (che poi diventerà la soglia
della moschea di Tà’if!). Al-‘Uzza aveva il suo santuario a
Nàkhla: sostenuta anche dal clan dei Kinàna, veniva associata a
Venere ed era simboleggiata da tre acacie (veniva adorata anche
dai Làkhmidi, arabi settentrionali, con capitale sull’Eufrate,
alleati dei Persiani Sasanidi). Infine, Manàt, il cui santuario si
trovava a Qudàyd, con buoni rapporti con Yàthrib: era la dea del
“fato”, della “fortuna” e della “morte”. Ad ogni modo, non è
chiaro il rapporto di filiazione delle tre dee rispetto ad Allàh
ed, eventualmente, tra di loro (cfr. Cor. LIII, 19-23). Infine,
una curiosità: i colori associati ad esse erano il nero, il bianco
e il rosso, che poi ritroveremo nella bandiera panaraba.
Vi erano poi altri idoli minori con i quali si aveva un rapporto
più intimo (ad es. Wadd, una sorta di “Dio dell’amore”), i quali
potevano essere abbandonati se non esaudivano le… suppliche del
devoto. Quindi, una religiosità in un certo senso “utilitaristica”
e non esclusivista, ma anche “disperante” perché non prevedeva una
“vita dopo la morte”.
Veniamo ora a Mecca, il centro religioso dell’intera penisola già
prima dell’Islàm grazie – si sostiene in sede storiografica - ad
un’abile politica della locale “borghesia commerciale” che aveva
saputo coniugare esigenze cultuali ad altre di tipo commerciale:
le stagioni del Pellegrinaggio erano occasioni in cui veniva
formandosi lentamente una coscienza panaraba che poi l’Islàm verrà
a suggellare. A Mecca, come altrove, vi erano molti
“amministratori del sacro”: kàhin con funzione oracolare
(“indovini-sacerdoti”: corrisponde all’ebraico Cohen, Kahan ecc.,
che in italiano è reso con “sacerdote”, anche nell’onomastica), i
cui responsi erano praticati tramite l’estrazione di frecce o
l’esame delle viscere di animale o di una divinità ventriloqua e
la cui ispirazione era ritenuta provenire dai jinn (i “geni”,
molto svalutati dall’Islàm, che ricordano un po’ le “Muse” di cui
bisogna anche aver paura) o da Shaytàn stesso (“satana”); hàkam
(“arbitri”) che si esprimevano in una particolare prosa rimata
(saj‘) che alcuni, all’inizio dell’Islàm, confusero con la
“salmodia” (questo vuol dire Qur’àn, “Corano”) trasmessa da
Muhàmmad ai suoi primi “compagni”; vi erano poi gli ‘àrif (i
“veggenti”), interpellati per gli oggetti e gli animali smarriti,
i quali facevano uso di tecniche induttive (mentre il kàhin
ricorreva all’intuizione); gli hanìf (il termine è coranico ed
identifica tutti gli “Inviati” latori di un nuovo Messaggio che
“non erano né ebrei né cristiani”: l’esempio classico è Ibràhìm,
che per l’Islàm non è l’Abramo “nazionale” dell’Ebraismo né quello
dei “giudeo-cristiani” oggi in crescita), invece, erano in un
certo senso degli ‘irregolari’, anime inquiete alla ricerca di un
Dio unico, come s’è detto precedentemente. Infine, erano
ampiamente diffuse le pratiche del màysir (condannata dal Corano -
assieme al vino e agli idoli - in quanto “gioco d’azzardo”: V,
90-91) e del wa’d al-banàt, l’orrenda abitudine di seppellire
impunemente vive le neonate femmine.
Dal punto di vista storico, prima dell’arrivo dei Banu Quràysh, di
origine settentrionale e dalle spiccate qualità guerriere
(difesero la Ka‘ba dagli himyarìti dello Yemen), Mecca era stata
dominata, nell’ordine, dai Banu Jùrhum (yemeniti), dai Banu
Khuzà‘a (andati in Yemen e poi tornati: introdussero il siriano
Hùbal) e dai Banu Kinàna. La prima organizzazione della ‘umra
(“piccolo pellegrinaggio”, conservato nell’Islàm) è riferita ad
‘amr bin Luhàyy dei Khuzà‘a (III sec.), mentre il grande
riformatore ed unificatore dei Quràysh fu Qusàyy bin Kilàb,
tornato dalla Nabatea (Petra) per assoggettare i Khuzà‘a in
accordo con i custodi dei luoghi santi di ‘àrafa (luogo oggi
inglobato nei riti dello Hajj) ed alleato dei Kinàna.
La tradizione accettata in epoca islamica ci dice che Qusàyy (400
d.C.) aveva sposato la figlia del sàyyid dei Khuzà‘a, poi dopo la
morte di questi era diventato il capo di Mecca, dando vita al clan
dei “Quràysh dell’avvallamento”, dai quali si fa partire la
genealogia cui appartiene anche il Profeta dell’Islàm. Di lì in
poi i suoi discendenti avrebbero fornito cibo e acqua ai
pellegrini, con un impegno che Hàshim (da cui gli “hàshemiti” di
Giordania), bisnonno del Profeta, avrebbe sviluppato ulteriormente
(il nome stesso Hàshim significa “colui che sbriciola” il pane per
la zuppa da offrire ai pellegrini). Hàshim – che aveva avuto anche
rapporti con L’Imperatore bizantino - era dunque il sàdin
(“custode”) di un santuario che nell’era precedente l’avvento
dell’Islàm somiglia sempre più ad un “Pantheon panarabo”, attorno
al quale si coagulavano gli interessi di popolazioni che andavano
cercando un motivo unificante, sin lì identificato con la “visita”
da effettuare durante i mesi nei quali vigeva una sorta di “tregua
olimpica”.
Ma ancora manca un elemento per capire l’importanza della Ka‘ba e
del suo santuario. Nell’Islàm si ritiene che la sua fondazione –
come s’è accennato quando si è detto della fonte di Zàmzam –
rimandi a tempi primordiali, poiché sarebbe stato proprio Adamo,
“padre corporeo degli uomini”, a fondarlo, ed in seguito tutti gli
altri Inviati non avrebbero fatto altro che ricostruirlo e,
soprattutto, ripulirlo degli idoli che invariabilmente venivano
progressivamente ad ‘inquinarlo’: la distruzione dei 360 idoli –
tranne un’immagine di Maria col bambino – operata da Muhàmmad
all’atto dell’incruenta conquista di Mecca (630), rappresenta
l’ultimo atto di una vicenda antica quanto l’uomo al quale, Allàh,
tramite gli Inviati, permette di riportare al punto di partenza,
per un “nuovo inizio”, le lancette dell’orologio della storia. Una
volta chiarito questo punto, si capisce l’insanabile contrasto con
l’interpretazione “agnostica” storicistica (summenzionata per
dovere d’informazione) che insiste sull’abilità dei Banu Quràysh
nell’attirare a Mecca i vari clan arabi con un’abile politica
religiosa, culturale e commerciale.
Vai poi ricordato che dei cinque “Pilastri dell’Islàm” attraverso
i quali si dipana la vita devozionale obbligatoria del musulmano,
il Pellegrinaggio (Hajj), da effettuare almeno una volta nella
vita (se si è nelle condizioni legali previste e se si ha la
possibilità economica per svolgerlo), è quello che più riassorbe
del passato preislamico, quando oltre ad un pellegrinaggio che
cominciava nel mese di Shawwàl e toccava vari santuari dello Hijàz
e della Tihàma, la ‘umra (“visita”) alla Ka‘ba prevedeva già il
tawàf (la settuplice circumambulazione in senso antiorario), il
sa‘y (la corsa tra Safà e Marwa), il lancio delle pietruzze a Mina
(dove si trovano le “steli del Demonio”), i sacrifici (oggi, alla
fine dello Hajj, vi è il sacrificio di un montone, le cui carni
vengono distribuite tra i fedeli). Sembra che anche Ebrei e
cristiani potessero, prima dell’Islàm, accedere nel recinto sacro,
dove non era inusuale vedere pellegrini anche senza abiti (oggi,
invece, la donna conserva il tradizionale abbigliamento islamico,
mentre l’uomo veste l’ihràm – lett. “sacralizzazione” -, due pezzi
di stoffa bianca non cuciti). Da quanto appena detto, si comprende
che Ebrei e Cristiani erano una presenza consolidata in Arabia: i
primi, in oasi dello Hijàz (la principale era Khàybar) e del sud,
incapaci di darsi unità politica, ma colti, benestanti ed abitanti
‘fortezze’ separate dagli altri: l’ipotesi principale sulla genesi
di queste comunità è che si tratti in prevalenza di Arabi
giudaizzati; i secondi, nell’altopiano centrale del Najd e nel
Najràn, nel sud, ma anche, a gruppetti sparsi, nello stesso Hijàz.
Lontani dall’ortodossia definita da Bisanzio, questi cristiani
erano perlopiù nestoriani, e temi del nestorianesimo sono presenti
nel Corano: il Paradiso immediato per i martiri, l’umanità del
Cristo, il giudizio dell’anima nella tomba. Vi erano anche
gnostici, dai quali i fautori dei prestiti da una religione
all’altra (in verità piuttosto fuori moda) l’Islàm avrebbe
ricavato il tema delle “rivelazioni successive” da una originaria.
Questo era, nelle sue linee essenziali, il quadro della
religiosità nell’Arabia prima dell’Islàm. Una religiosità dai
dogmi ridotti ma dall’escatologia “disperante”, il che spiega il
relativo successo dell’Ebraismo e del Cristianesimo, percepiti
però da genti che andavano sviluppando una coscienza “nazionale”
come religioni fondamentalmente estranee (ed anche, per quanto
riguarda il Cristianesimo dell’epoca in cui i concili definivano
di volta in volta i nuovi “eretici”, poco “tolleranti”). Si
trattava comunque di una religiosità più radicata di quanto si
potrebbe pensare, e la dimostrazione di ciò è che trovò molti
disposti a difenderla (l’Islàm impiegò un ventennio ad imporsi).
Nell’Islàm, anche coloro che l’avevano avversato trovarono poi una
visione del mondo confacente alla mentalità araba del tempo, di
cui vari elementi – come s’è visto – furono reinterpretati
fornendo loro un nuovo senso. Ma questa religione non era sorta
per soli Arabi, e la sua diffusione in un’area vastissima, dal
Marocco all’Indonesia, sta a dimostrarlo. La storia di questa
diffusione sarà l’oggetto di un prossimo articolo, nel quale verrà
esposto il quadro generale della Penisola araba, delle regioni
limitrofe e delle “superpotenze” del VII secolo, per poi avanzare
alcune ipotesi sul repentino ed “inspiegabile” successo di quella
prima espansione che portò gli Arabi a conquistare in pochi anni
un’area sterminata al crocevia del “Vecchio mondo”.
Enrico Galoppini
Rinascita
quotidiano, Domenica 25 Novembre 2007
Per saperne di più:
AA. VV. I primi Arabi, Jaca Book, Milano 1994.
C. Lo Jacono, Le religioni dell’Arabia preislamica e Muhammad, in
G. Filoramo (a cura di), Islam, Laterza, Roma-Bari 1999, pp. 3-76.
C. Saccone, I percorsi dell’Islam, Edizioni Messaggero Padova,
Padova 200321-42.
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