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In una
parola: apartheid
intervista a Jeff Halper

Domanda: Ora che sei a Gaza, potresti esprimere un commento
sull'assedio israeliano e sull'embargo internazionale alla
Striscia?
Risposta: Imponendo a Gaza sanzioni economiche, atto illegale per
la legge internazionale, la comunità internazionale, tramite
l'ONU, ha evidenziato la miseria ed il fiasco del sistema. Ecco
perché, se si vuole giustizia, se si deve porre fine all'assedio,
all'occupazione, alle sanzioni; dev'essere la gente ad agire: non
saranno i governi a farlo, e nemmeno l'ONU, dato che è controllata
da questi ultimi. È la gente, quindi, che deve ribellarsi, ed è
quel che abbiamo fatto. Siamo venuti qui in 46, da 17 Paesi, e
abbiamo rotto l'assedio. Siamo arrivati qui a Gaza in barca:
questo dimostra che i popoli hanno la capacità di sconfiggere gli
eserciti. Allo stesso tempo, non avremmo [dovuto] far questo:
sarebbe stato dovere dei governi
D: Ora ritorni a Gerusalemme attraverso il valico di Erez.
Quale messaggio trasmetti, arrivando a Erez?
R:
Sono un israeliano e qui a Gaza, in quanto israeliani, dobbiamo
cominciare ad assumerci la responsabilità dei nostri atti. Per gli
israeliani, non esiste un'occupazione; quindi, dal loro punto di
vista, tutto è terrorismo. Quello che cerco di comunicare è che
abbiamo un'occupazione, un assedio, delle sanzioni, un blocco.
Siamo quindi la parte più forte, gli oppressori: i palestinesi non
occupano Tel Aviv.
Perciò è nostra la responsabilità di porre fine
all'occupazione e termine al conflitto. Dobbiamo assumerci le
nostre responsabilità come israeliani. Ecco perché sono qui: per
rappresentare quelli di noi che vogliono comunicare ai
palestinesi: “Siamo responsabili di questa terribile situazione, e
siamo disposti a farcene carico”.
D: Come giudichi il regime israeliano di apartheid in
Palestina?
R: È proprio quello il problema. Israele sta tentando di manovrare
un regime di apartheid sotto la maschera di una soluzione a due
Stati; è contro questo che cerchiamo di mettere in guardia.
Israele vuole due Stati; ne desidera uno palestinese perché è
responsabile, ma non vuole esserlo, di quattro milioni di
palestinesi, e vuole uno Stato ebraico. Ma, allo stesso tempo,
aspira alla terra, alle colonie, al controllo, e così via. Così
cerca uno stratagemma per vendere un bantustan come in Sud Africa,
un bantustan palestinese in una situazione di apartheid, con la
copertura dei due Stati. È a questo che dobbiamo prestare molta
attenzione, per non permettere che raggiungano l'obiettivo.
D: Israele ha sempre proclamato il suo diritto ad essere uno
Stato ebraico, chiedendo che i palestinesi questa sua identità.
Che ne pensi?
R: Penso che sia impossibile avere uno Stato ebraico. Ritengo che
dobbiamo cominciare a parlare di Israele, non di uno Stato
ebraico. O c'è una soluzione a due Stati - uno Stato di Israele
per tutti i suoi cittadini, compresi quelli palestinesi, e un vero
Stato palestinese - oppure ce n'è una ad un solo Stato, in cui
vivere tutti insieme, in un unico Paese democratico. Queste sono
le alternative. Ma per tutti noi dev'essere inaccettabile
l'opzione dell'apartheid, promossa da Israele. Per quale motivo,
però, Israele sostiene l'ebraicità dello Stato? Perché è la logica
di uno Stato che si basa sul privilegio di un gruppo specifico.
Una volta che gli ebrei, o gli europei in Sud Africa, o un gruppo
particolare sostengono “Questo è esclusivamente il nostro Paese,
abbiamo più diritti di altre popolazioni”, questo conduce
all'apartheid. E così, la sola via d'uscita è riconsiderare tutto
questo territorio come un unico Paese, che appartiene a tutti noi.
D: Come vedi il futuro di un processo di pace israelo –
palestinese, con il governo USA a detenere un ruolo guida?
R: Il cosidetto processo di Annapolis è solo una truffa.
Condoleeza Rice in questi giorni è a Gerusalemme: penso che sia la
17ma o la18ma volta... dal mio punto di vista è ridicolo, non è un
vero processo di pace, non ci sono trattative concrete... perché è
solo un tentativo di imporre questo regime di apartheid.
D: Per finire, ti aspetti - dopo il successo dell'arrivo a Gaza
- che ci siano altri atti di rottura dell'assedio, come le vostre
barche?
R: Ce ne devono essere, è questo il punto: non può essere un atto
isolato. L'unico modo per rompere l'assedio è un continuo
andirivieni di barche e navi. I palestinesi devono invitare la
gente a venire; ci dev'essere una mobilitazione internazionale.
Dobbiamo avere un movimento, qui. Altrimenti, si torna al punto di
partenza: è importante, quindi, proseguire.
(Traduzione a cura di Carlo Tagliacozzo e Paola Canarutto)
Bocche
Scucite 63 - ottobre 2008
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