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Uno
stralcio della conversazione tra
Roberto Beretta
(TerraSanta.net)
e il professor Franco Cardini,
uno dei medioevalisti più noti e stimati.

La Terra Santa e il Medio Oriente sono per Franco Cardini, uno
dei nostri maggiori studiosi del Medio Evo e delle Crociate,
una sorta di «elemento naturale».
«Sogno Gerusalemme da quando ragazzo, negli Anni Quaranta,
assistevo agli intollerabili polpettoni hollywoodiani tipo
David e Betsabea o Sansone e Dalila. A 17 anni lessi la Storia
delle crociate del Michaud, in un'edizione illustrata da
Gustave Doré. A ventuno cominciai quasi senza saperlo la mia
tesi di laurea, sugli italiani e il movimento crociato nel XII
secolo: era un'esercitazione affidatami dal mio
indimenticabile Maestro, Ernesto Sestan, poi trasformata in
una tesi che mi prese 4 anni di lavoro; cominciai quindi a
studiare i resoconti dei pellegrini in Terra Santa e a
occuparmi della topografia della "città vecchia"».
Professor Cardini, si ricorda il suo primo viaggio a
Gerusalemme?
Mi capitò di viaggiare in Israele e in Palestina solo nel
1976, con una missione governativa di professori universitari
italiani. Ero stato scelto per quel viaggio - ero forse il più
giovane del gruppo - proprio perché considerato uno dei pochi
studiosi italiani esperti di crociate e avrei dovuto
illustrare ai miei colleghi qualcosa di quegli avvenimenti.
Ricordo che mi fu chiesto di far da guida ai miei autorevoli
colleghi attraverso la città vecchia, per una prima visita. Il
pullman ci depositò alla porta di Giaffa verso l'ora di pranzo
e ci aspettava alla porta di Damasco al tramonto. Condussi
tutto il gruppo al Sion, quindi alla spianata del Tempio e poi
al Santo Sepolcro attraverso il
suq.
Tutti si congratularono per la mia perfetta conoscenza della
città e mi chiesero quante volte e quanto a lungo ci fossi
stato. Era la prima volta che ci mettevo piede: mentendo,
risposi che ci ero stato più volte e a lungo. Nell'occasione
di quel viaggio conobbi due personaggi straordinari: Joshua
Prawer, grande medievista israeliano, con il quale ero già in
contatto e che reputo uno dei miei Maestri (dopo Sestan e
Jacques Le Goff); e Vittorio Dan Segre. Sempre in
quell'occasione, in Galilea, soggiornai anche nel kibbutz
«socialista» di Kefar Na'um. Un'esperienza indimenticabile».
Lei vanta lunga amicizia e stima con padre Michele Piccirillo,
alfiere dell'archeologia cristiana nel Medio Oriente...
Avevo già incontrato rapidamente padre Piccirillo nel '76;
ebbi modo di frequentarlo meglio negli anni Ottanta, quando
lavorai più estati con lui al Monte Nebo, in Giordania, dove
Piccirillo ha sistemato una collezione impressionante di
tappeti musivi da lui scoperti e ha restaurato l'antica
basilica cristiana dedicata a Mosé, che secondo la tradizione
chiuse su quell'altura gli occhi, dopo aver contemplato la
Terra Promessa (dal Nebo si gode una vista splendida del punto
nel quale il Giordano si getta nel Mar Morto). Grazie a
Piccirillo ebbi anche la gioia di conoscere padre Bellarmino
Bagatti (una delle figure più eminenti dello
Studium
Biblicum Franciscanum di Gerusalemme - ndr) già
ammalato e molto anziano ma sempre lucidissimo. Quel che il
mondo, e specialmente i cristiani, gli ebrei e i musulmani,
debbono a personaggi come Bagatti e Piccirillo, è difficile da
dire in sintesi.
Qual è, secondo lei, il «segno» più straordinario lasciato dal
cristianesimo nelle pietre della Terra Santa?
La Terra Santa è il luogo nel quale il Divino ha segnato
profondamente la Storia, facendovi irruzione. Dal convento di
Santa Caterina sul Sinai ad Hebron dove sorge la moschea dei
sepolcri dei Patriarchi, al Monte Moriah di Abramo (dove
sorgeva il Tempio e ora le due grandi moschee «della Roccia» e
di al-Aqsa) fino alla basilica del Santo Sepolcro, al Monte
degli Ulivi dell'Ascensione, al Tabor, a Nazaret con i suoi
luoghi mariani e al Lago di Galilea e al Monte delle
Beatitudini, tutta la Terra Santa porta nelle sue pietre il
segno, la memoria della Redenzione: cioè del dialogo tra Dio e
l'uomo e del cammino dell'uomo verso la salvezza. Solo perché
vivono nella sua luce e calpestano le sue pietre gli ebrei, i
cristiani e i musulmani dovrebbero amarsi davvero come
fratelli: resto ancora incredulo che accada il contrario.
Il suo primo libro, nel 1971, riguardava le crociate, su cui
lei ha contribuito a cambiare la mentalità corrente, smentendo
la «leggenda nera» su quei «pellegrinaggi armati»...
Ho sempre sostenuto che le crociate - la cui «ideologia», come
qualcuno oggi
ama chiamarla, mutò profondamente e più volte
tuttavia dall'XI al XVIII secolo, quando andò svanendo - non
furono mai «guerre sante» e tanto meno guerre «di religione»,
tese a convertire o a sterminare il nemico. La posta era il
possesso dei Luoghi Santi, cui si aggiungevano vari obiettivi
di natura politica ed economica. Il problema semmai è che, tra
XI e XVIII secolo, quelle guerre erano combattute da
homines
religiosi, che vedevano ogni aspetto della loro
vita - guerra compresa - come permeato dal Sacro. Ciò è valido
nella presa di
Gerusalemme
del 1099 non meno che nella difesa di Vienna nel 1683: e da
entrambe le parti. Ma ciò, nonostante la durezza dei tempi e i
molti episodi di orribile violenza, non escludeva l'umanità,
la comprensione, il rispetto, l'amicizia. Le crociate non
erano né guerre totali, né guerre ideologiche: dimensioni
queste inventate entrambi alla fine del XVIII secolo e proprie
della «mistificazione del Sacro» caratteristica della cultura
laica moderna.
Ha
scritto che sono state proprio le crociate ad aver fatto di
Gerusalemme una «città aperta».
Non che i crociati ci andassero piano. Nel luglio 1099, quando
i guerrieri e i pellegrini occidentali entrarono in
Gerusalemme, vi sterminarono letteralmente la popolazione
musulmana ed ebrea. Fu una fortuna che il governatore
califfale avesse poco prima espulsi i cristiani orientali
dalla città (un po' perché non se ne fidava, ma forse anche
per non metterli nella condizione di dover scegliere tra
combattere contro i loro amici e conterranei di sempre o
contro dei forestieri che erano comunque loro correligionari):
i crociati non avrebbero saputo forse nemmeno distinguerli
dagli altri. Anche in seguito, in Gerusalemme per tutta la
durata del regno crociato i non cristiani non potevano
soggiornare, e nel regno vigeva una specie di
apartheid. Nonostante questo, i crociati finirono
con il creare una specie di «società coloniale»
ante
litteram, finirono con l'integrarsi in qualche
misura perlomeno con il
milieu
cristiano-orientale, soprattutto con gli armeni (allora molto
numerosi), e con lo stabilire con il circostante ambiente
musulmano una specie di convivenza che permetteva scambi
commerciali e culturali e perfino il nascere di varie forme di
simpatia e d'amicizia.
Secondo lei, che cosa di quel modello potrebbe ancora
funzionare?
La ricerca della Verità, la certezza intima di possederla
(qualcosa che solo la fede può dare) e al tempo stesso la
consapevolezza dell'imperscrutabilità dei disegni divini,
quindi il rispetto per la fede altrui. Quel che induceva i
Templari, in pieno XII secolo, a riservare un angolo della
loro sede gerosolimitana (ch'era la moschea di al-Aqsa) agli
amici musulmani che venivano a trovarli, affinché potessero
raccogliersi in preghiera secondo il loro credo. È quanto ci
narra un principe siriano, Usama ibn-Munqidh. È
l'atteggiamento che credo descritto esattamente nel
De pace
fidei di Nicola Cusano, che costituisce per me
l'ottimo e massimo modello di come si debba vivere la fede
cattolica.
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