Intervista al Prof. Enrico Galoppini
“mondo
musulmano” e “civiltà cristiana”:
“si stava meglio quando si stava peggio”
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Il
Mediterraneo è stato nei secoli teatro non solo di antagonismi, ma anche
di influssi culturali, migrazioni e commerci tra “mondo musulmano” e
“civiltà cristiana” che, pur belligeranti, dialogavano con reciproco
rispetto.
Sembra strano a
dirsi, oggi, ma “si stava meglio quando si stava peggio”… nel senso che
nei secoli del cosiddetto Medioevo, sull’essenziale, le differenti
popolazioni erano molto più affini, mentre è dal periodo cosiddetto
“moderno” che s’è diffusa la percezione che “noi” siamo totalmente
diversi da “loro”. E questo ha preso forma nel pregiudizio
“progressista”: “noi avanti”, “loro indietro”... Il “pregiudizio del
Progresso”, tra l’altro, può attecchire solo in un ambiente in cui la
dimensione spirituale dell’esistenza è compressa a beneficio di quelle
psichica e materiale, poiché è evidente che dal punto di vista
dell’intellettualità pura, ovvero della spiritualità, l’umanità, in
specie quella “occidentale”, anziché “progredire” sta regredendo
implacabilmente. È perciò naturale che in un ambiente non ancora
permeato da tali fisime, il “dialogo” con chi veniva percepito sì
diverso ma ‘sulla stessa lunghezza d’onda’ non fosse poi così difficile,
anche in mezzo a Crociate, razzie dei corsari barbareschi ed altre
situazioni non propriamente ‘pacifiche’. Ma quel che conta è che nei
secoli che hanno preceduto l’“Evo moderno” vi fossero in Europa elementi
in grado di comprendere – nel vero senso della parola – l’Islam, pur non
essendo “musulmani”.
Certo, ai nostri giorni non esistono solo “guerre al terrorismo” e
“islamofobia”, che purtroppo “fanno notizia” perché servono enormi
interessi, ma le relazioni che esistevano quando su tutte le sponde del
Mediterraneo era comunque presente l’idea che vi fosse una Realtà
trascendente il semplice piano umano” avevano un carattere più profondo
di quelle che, ad esempio, si basano sui “diritti umani” ed altri
aspetti profani dell’esistenza. Ai nostri giorni, inoltre, si ha
l’impressione che il tipo di rapporto che viene cercato con le
popolazioni arabo-musulmane non sia improntato alla “pari dignità”, dato
che tutto ciò che è gradito ad un livello ufficiale sulla sponda nord
del Mediterraneo lo è nella misura in cui si conforma a parametri di
“modernità” e di “democrazia”.
Il
numero dei musulmani in Italia, tra immigrati e convertiti, è stimato
intorno al milione. Come contemperare l’integrazione nella società
italiana con la salvaguardia della loro l’identità?
Per quanto
riguarda l’“integrazione”, i modelli di riferimento classici sono due,
quello “assimilazionista”, alla francese, e quello “comunitarista”, di
matrice anglosassone. Secondo me, entrambi non vanno bene. In Francia lo
si è visto con la “rivolta delle banlieues”, che al di là delle
macchinazioni contingenti (sono servite a far fare carriera a qualcuno)
tradiscono un malcontento diffuso nei giovani di origine straniera che
si sentono emarginati. Ovviamente, in questa situazione l’Islam c’entra
poco, nel senso che è il fatto di essere “stranieri” a nuocergli.
Inoltre su questo s’innesta un grave disagio di tipo economico.
L’assimilazione, comunque, non è una bella cosa a vedersi, poiché riduce
la diversità, che è pur sempre ricchezza. Tra l’altro, come si fa a
raccontare che un algerino è “francese”? Un cavallo non potrà mai essere
una zebra, anche se si fa mettere le strisce!
Esiste semmai un modo costruttivo e proficuo d’interagire con la cultura
del Paese che accoglie, la quale, a sua volta, subisce delle
“contaminazioni” da chi arriva e perciò si rinnova. Il problema arriva
semmai quando gli immigrati sono troppi, e allora non è più questione di
“islamici” o meno, perché ci sono dei limiti fisiologici, sia economici
che ‘di sopportazione’, dato che se esiste un dovere di “accoglienza”
esiste anche il diritto di chi “accoglie” a non veder stravolto il
proprio habitat in
tempi troppo ristretti.
Il modello “comunitarista”, invece, insiste sulle differenze, che
vengono coltivate, incoraggiate, esaltate. Naturalmente, a patto che
queste non vadano a ledere il ‘patto di convivenza’ tra le varie
“comunità”, che devono avere non tanto dei valori comuni (questi non li
si troverà mai), ma almeno la voglia di “vivere insieme” e di voler
“realizzare insieme” qualcosa, altrimenti non si capisce perché ciascuno
non se ne stia a casa sua. Il rischio di questa tendenza è che si creino
dei ‘ghetti’, con persone che in pratica riproducono, in forma
sclerotizzata, una sorta di ‘piccola patria’ nel Paese d’accoglienza,
visto utilitaristicamente solo come erogatore di “servizi” (a danno
degli autoctoni, che così vedono ridurre progressivamente le risorse per
i loro bisogni).
Quanto all’Italia, i musulmani cominciano ad essere una presenza
importante e visibile. Dire che esista una “comunità musulmana” è
tuttavia una semplificazione improponibile. Né si deve cadere nella
trappola per cui “l’immigrato” è per definizione “islamico”. Ripeto,
l’eccessiva immigrazione e il loro impiego in mansioni che agli italiani
non sono più offerte secondo i parametri che essi, in decenni di lotte
sociali (dalla “Carta dl Lavoro” allo “Statuto dei Lavoratori”), si sono
garantiti, costituisce il nocciolo del “problema migratorio” (si veda il
fascicolo 4/2006 di “Eurasia”, dedicato a “geopolitica e migrazioni”).
Invece, gente senza scrupoli, schiava dei propri umori e/o mossa da
perfidia, intende incanalare il malcontento popolare verso l’immigrato
in quanto “islamico” perché “minaccia la nostra civiltà”. Ma l’hamburger
ha stravolto la nostra identità molto più del cuscus…
Per salvaguardare la “loro identità” (ma quella di un somalo sarà
diversa da quella di un egiziano, ed intervengono a formarla anche
fattori economici e sociali), direi che gli immigrati musulmani devono
innanzitutto cominciare a comprendere che “l’identità” non è un “tutto”
completamente coerente, ma si possono vivere molteplici “identità”;
quindi devono sforzarsi di trovare le occasioni per coltivarle tutte,
compresa quella “italiana” (o della città in cui risiedono), una volta
che hanno deciso di restare. La scuola di arabo (ma anche di altre
lingue dei popoli musulmani) è molto utile per non perdere una parte
importante dell’identità di chi arriva. E sarebbe davvero il caso che
queste scuole, una volta strutturatesi un po’ meglio, aprissero le loro
porte anche agli autoctoni per moltiplicare le occasioni di conoscenza
reciproca onde togliere argomenti ai “Crociati dello Zio Sam”.
Nel
suo recente libro “Islamofobia” (ediz. All’Insegna del Veltro, 2008) Lei
affronta il problema della propaganda antimusulmana che da tempo
imperversa in Europa. Quali sono le origini, le strategie e le finalità
di questo fenomeno?
In questa
raccolta di articoli ed interviste ho voluto esprimere alcune idee che,
a quanto mi consta, non si ritrovano in altre pubblicazioni dedicate a
questo tema, sovente affrontato con un taglio “sociologico” ed
interpretato secondo la chiave di lettura del “pregiudizio”.
Fondamentalmente, ritengo che il fenomeno della “paura verso l’Islam”
sia legato alle “politiche atlantiste”, e dunque coscientemente creato
ad arte per incanalare le opinioni pubbliche occidentali a favore delle
campagne degli Stati Uniti, della Nato e dell’Entità Sionista nel
cosiddetto “Grande Medio Oriente” in funzione anti-eurasiatica. Ad un
livello più profondo, poi, constatando che è l'intero spettro delle
opzioni politiche occidentali a contribuire, in un modo o nell'altro,
alla formazione dell'idea di un “Islam come problema”, l'islamofobia
tradisce la doppia valenza della formula dello “scontro di civiltà”:
strumentale (a livello di propaganda politica) e sostanziale (il dominio
occidentale significa la diffusione di una società materialista, che
vede quella islamica come un ostacolo poiché postula la presenza di una
Realtà divina alla quale tutto il resto, compreso l’“umano”, è
subordinato).
L'imposizione di verità storiche mediante legge e la proposizione di una
pseudostoria fondata su visioni mitiche quali lo “scontro delle civiltà”
e delle religioni, quanto danneggiano la ricerca storica e quanto
contribuiscono a falsificare la memoria dei popoli?
Partirei
dall’“ultima puntata” di questa brutta pagina della ‘storia della
libertà’. Le dichiarazioni pro-revisioniste rese dal vescovo lefebvriano
britannico Williamson vanno interpretate come l’estremo tentativo, da
parte di ambienti della Chiesa, di ribadire che il Cristianesimo postula
la fede in “Nostro signore Gesù Cristo” e non nella “Shoah”. La
“religione dell’Olocausto” (Finkelstein), infatti, si configura in tutti
i suoi elementi come una parodia della religione cristiana (qui non c’è
lo spazio per commentarli tutti).
La Chiesa potrà essere criticata per molte cose, ma tutto si può dire
tranne che sia composta di sprovveduti: la concomitanza delle
dichiarazioni del vescovo Williamson con la “Giornata della memoria” non
è casuale. Se si aggiunge che se in Italia non esiste il reato di ‘leso
Olocausto’ (che in vari Paesi dell’UE comporta la galera, la rovina
economica e professionale ecc.) lo si deve al fatto che nella Chiesa vi
è chi si oppone ad una resa incondizionata al Sionismo, si comprende
tutta la portata della mossa di quei prelati “riammessi” nella Chiesa
dallo stesso Papa che ha ‘tirato diritto’ anche sulla
vexata quaestio dei
“silenzi di Pio XII” ed altre cose ancora…
L’Islam, da parte sua, è inattaccabile da questa superstizione
pseudostorica, la quale può attecchire solo in un ambiente in cui impera
una mentalità secolarizzata e materialistica. Ma l’Islam non è “i
musulmani”: noto purtroppo delle iniziative patetiche di “ambienti
musulmani” che vogliono mettersi in mostra diffondendo storie su pretesi
“giusti dell’Islam”, come se il “miglior musulmano” non fosse quello
“più pio” ma quello più apprezzato dai Sionisti! I musulmani che si
prestano a queste operazioni commettono un errore grave perché in nessun
modo – e l’ha ribadito implicitamente il vescovo Williamson – la fede in
Dio può essere sostituita dalla fede in un “fatto storico”.
Vale anche la pena di notare che è in atto una manovra per far accettare
ad un soggetto “rappresentativo” dell’Islam italiano il “riconoscimento
dell’unicità della Shoah”, già presente nella cosiddetta “Carta dei
valori” sottoposta ad associazioni islamiche italiane dall’ex ministro
dell’Interno Amato. Anche da questi particolari si evince che il potere,
nel cosiddetto “Occidente”, è in mano ad ambienti che utilizzano la
religione cattolica e la “rispettano” solo in maniera strumentale: o in
senso “identitario” (le “radici giudaico-cristiane” su cui insistono i
cosiddetti “teocons”) o in senso ‘democristiano’, anche se in realtà
perfino in quei campi nei quali viene concessa in via di principio al
Papa la facoltà di prendere posizione, la parola della Chiesa trova
molta più fatica a trovare posto sui media rispetto a quella espressa
dai “fratelli maggiori”.
Val la pena di
osservare che per l’Islam è inconcepibile l’idea che “gli ebrei” possano
essere i “fratelli maggiori”... Poiché quelli che nel Corano sono
chiamati Banû Isrâ’îl (i “figli d’Israele”, “popolo di Dio”) non
esistono più, mentre esistono solo Yahûd (“Giudei”, portatori d’una
pratica antispirituale) e Alladhîna hâdû (ovvero i giudaizzati: si pensi
ai Khazari della Volga ed altre popolazioni convertitesi al Giudaismo).
Per l’Islam i Profeti non sono “ebrei”, mentre al cristiano, sin da
piccolo, al catechismo (per chi ancora lo fa!), spiegano che Noè (Nûh),
Abramo (Ibrâhîm), Mosè (Mûsà) e gli altri profeti sono “ebrei” (dire
“profeti biblici” non ha senso per l’Islam), e per tale via s’induce
un’automatica giudeofilia tanto più che l’accusa di “deicidio” –
ribadito nell’ineccepibile (dal punto di vista cristiano) film “La
Passione” – è stata messa in soffitta in nome di un “dialogo”
unilaterale nel quale è sempre una parte a doversi sempre “scusare”. Su
quest’ultimo punto, l’Islam ha ben poco da “dialogare”, non essendosi
infilato nel vicolo cieco delle “scuse” (che non bastano mai: per questo
occhio ad accettare “giusti dell’islam”, perché ciò implica che gli
altri non lo sono stati… e un governo di scellerati ‘musulmani’ che
accetta la “giornata della memoria” si trova sempre (la stanno
proponendo da anni al governo egiziano, al centro di attenzioni
particolari da parte delle varie Ong specializzate nella “esportazione
della democrazia”).
Per rispondere appieno alla Sua domanda, in cui ha citato la “memoria
dei popoli”, è opportuno ricordare ‘Abd al-‘Azîz ar-Rantîsî, uno dei
fondatori di Hamâs assassinato dall’Entità Sionista, il quale ebbe ad
esprimersi sul valore positivo della ricerca storica dei cosiddetti
“revisionisti”. Segno che la “memoria” del popolo palestinese – o
meglio, quella dei suoi figli migliori che cadono da “martiri” per la
difesa della Patria – non è ancora a senso unico come quella degli
“occidentali”, e che la comprensione della cosiddetta “questione
palestinese” e la ricerca della verità storica sul destino di masse di
israeliti durante la Seconda guerra mondiale devono procedere di pari
passo.
L’interpretazione del mondo musulmano sui media e nella politica è
spesso appannaggio di sedicenti esperti, legati ad organismi influenzati
dagli Stati Uniti. Non ritiene che una maggiore sinergia con i veri
specialisti del mondo islamico, arabisti e storici delle nostre
università, possa aiutare la diplomazia e la politica estera italiana?
Si tratta di
“pensatoi” (think tank)
che si accreditano presso i politici che, com’è noto, di queste cose
capiscono ben poco e perciò ne cercano i “consigli”. Vi sono uomini
politici letteralmente manipolati da alcuni “esperti” nei quali nutrono
una fiducia totale. Basti constatare la piega anti-islamica che hanno
preso alcuni partiti per rendersi conto di questo fenomeno.
Per quanto riguarda gli “esperti” dell’Università, la situazione è
disperante per vari motivi, sui quali grava l’ipoteca di una politica
mediterranea dell’Italia fortemente condizionata dalla presenza di una
rete capillare di installazioni militari e di sostegno logistico
Usa-Nato, denunciata da “voci nel deserto” come Manlio Dinucci sul
“Manifesto” e Alberto B. Mariantoni su “Eurasia”. Con questo quadro
generale di riferimento, è ovvio che la situazione degli studi
d’arabistica e d’islamologia ne risenta negativamente. Così accade che
anche la prestigiosa Facoltà di Studi Islamici di Napoli chiuda i
battenti per essere assorbita da Lettere [al momento dell’intervista,
questa è la situazione], mentre molti tra i migliori giovani e meno
giovani studiosi che abbiamo se ne vanno all’estero (nel Regno Unito, in
Belgio, addirittura in Australia), stufi di essere sfruttati con
“contratti” da fame (quando gli va ‘bene’). Ne conosco molti, ed è una
cosa davvero penosa: ma con questa classe dirigente (?) fellona c’è da
aspettarsi questo ed altro.
Quindi, per rispondere al finale della Sua domanda, la verità è che la
“diplomazia” e la “politica estera” italiane non possono essere
“aiutate” semplicemente perché non ve n’è l’esigenza!
A condimento del tutto, infine, va anche osservato che tra gli “esperti”
di queste materie che hanno una posizione accademica, tranne eccezioni
che si contano sulle dita di una mano, la regola numero uno è “farsi i
fatti propri”, come se tutto andasse bene, senza “sporcarsi” con la
politica (si pensi che un solo Magdi Allam ha in pratica messo a tacere
una sfilza di docenti, ‘rei’ a suo dire d’essere troppo “islamofili”) e
darsi pena se, alla fine, gli studenti che frequentano i loro corsi non
troveranno mai un lavoro consono alla loro specializzazione…
Come
valuta, in chiave geopolitica, il futuro dell’Italia?
Lo valuto molto
male, se – meglio prima che poi – non si prenderà atto, almeno in
un’élite “consapevole”, che:
1. l’Europa non
è “Occidente” e non è un continente, bensì la propaggine
estremo-occidentale dell’Eurasia;
2. stabilita
questa consapevolezza, a livello regionale l’Italia deve ricordarsi la
sua vocazione mediterranea: il Mediterraneo, “mare interno”, è uno dei
più importanti crocevia della massa continentale euro-afro-asiatica;
3. studiare la
storia italiana su fonti affidabili, interpretando lo spirito di quanto
di buono, per noi, per uscire da una “tutela” che sembra non finire mai,
vi è da ricavare da esperienze storiche del passato additate dai nemici
dell’Italia e dell’Islam come “male assoluto”.
***
Enrico
Galoppini, saggista e traduttore dall'arabo, diplomato in lingua araba a
Tunisi e ad Amman, ha lavorato nell’ambito di progetti internazionali
(ad es. in Yemen) ed ha insegnato per alcuni anni Storia dei Paesi
islamici presso le Università di Torino e di Enna. È nel comitato di
redazione della rivista di Studi geopolitici
“Eurasia”
(www.eurasia-rivista.org). Particolarmente interessato agli aspetti
religioso e storico-politico del mondo arabo-islamico, alla politica
internazionale, ma anche ai viaggi e a fenomeni di costume, collabora o
ha collaborato a riviste e quotidiani tra cui "Limes",
"Imperi", "Eurasia", "Levante", "La Porta d'Oriente", "Kervàn",
"Africana", "Meridione. Sud e Nord del mondo", "Diorama Letterario",
"Italicum", "Rinascita". Ha
pubblicato alcuni saggi, prefazioni e due libri: "Il
Fascismo e l'Islàm" (Edizioni
All'Insegna del Veltro, Parma 2001), con prefaz. di F. Cardini, e,
"Islamofobia". "Attori, tattiche, finalità"
(Idem, 2008), con prefaz. di A.
Breighche e postfaz. di C. Preve.
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Link a questa pagina :
http://www.terrasantalibera.org/IntervistaGaloppini.htm
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