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LA STRATEGIA DEL PRESIDENTE AHMADINEJAD
II PARTE
Prof. Luca Fantini
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LA STRATEGIA DEL
PRESIDENTE AHMADINEJAD (parte prima)
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Il miglior modo per comprendere quanto sta avvenendo in Iran è non
immaginare in modo uniforme, ossia quale blocco monolitico, gli schieramenti
che si sono fino ad ora affrontati.
Ciò che va anzitutto compreso è che uno scontro interno, quale è quello che
contrappone per ora i due modelli principali, si gioca alla luce di un più
ampio scontro internazionale. In tal senso, questo articolo è una
continuazione del precedente che ho dedicato alla strategia del Presidente
Ahmadinejad (terrasantalibera.org-parte
prima) e vorrebbe anche mostrare che se di tentata rivoluzione
colorata si può parlare in Iran, nondimeno essa si basa su una tattica
operativa di uno staff strategico (che mi sono sentito in dovere di
identificare da tempo nella grandiosa genialità strategica dinamica del clan
Brzezinski , unipolarista e giudeoamericanista, non vagamente mondialista
come si ripete superficialmente da più parti) che ha studiato e
analizzato sin nei minimi particolari tutte le possibilità insite nei
movimenti delle varie pedine presenti sulla scacchiera del loro attuale
banco di prova, l’Iran.
Abbiamo anzitutto entro l’Iran la riaffermazione, in veste
riformistica-sovversiva, del “modello cinese”. Bisogna partire dal 1987
almeno, data che simboleggia la dissoluzione interna del Partito
repubblicano islamico, a causa della conflittualità interna tra destra e
sinistra. Da questa dissoluzione nascevano la Associazione del clero
militante (Jame- e- ruhamiyat- e mobarez, fondata nel 1978 rimane
inattiva fino all’87) e la Società del clero combattente, che
avrebbero rispettivamente continuato la linea della destra tradizionale e
dell’islam rosso o di sinistra. Data la rapidissima fluidità dei conflitti
ideologici o di potere presenti in Iran, risulta impossibile schematizzare
in categorie prefissate le varie correnti o fazioni, nondimeno esistono
delle linee guida, ideali o di potere in quanto si raccolgono attorno ad una
figura carismatica o ad una personalità dell’elite, che debbono
assolutamente essere considerate. E’ il caso ad esempio della destra
pragmatica, nata proprio attorno alla figura di Rafsanjani, in conseguenza
della sua reticolata tessitura di potere e delle sue politiche di
modernizzazione.
Durante i due mandati di Khatami si assisteva ad una radicale polarizzazione
tra le due correnti: da una parte si aveva la fazione riformista, il Fronte
del 2 Khordad (che comprendeva la sinistra islamica, varie correnti
centriste, movimenti come ad esempio quello delle femministe islamiste e la
stessa destra pragmatica di Rafsanjani) e dall’altra la fazione dei
conservatori, che era piuttosto disomogenea, ma comprendeva comunque
esponenti della cosiddetta “destra fondamentalista” o estremista o “nuova
destra”, radicalmente antiamericana e antioccidentale in genere, l’ambiente
dal quale proveniva lo stesso Ahmadinejad, khomeinisti ortodossi (destra
tradizionale che faceva capo alla Guida Suprema) e militari
ultra-nazionalisti ostili alle riforme in quanto sinonimo – ai loro occhi –
di occidentalizzazione.
Rafsanjani, partendo dal principio che per modernizzare l’Iran fosse
necessario avviare in primo luogo la modernizzazione della sfera economica,
si sentiva sostanzialmente vicino al fronte riformista. Durante le proteste
studentesche del luglio 1999, pur criticando da destra il fronte riformista,
tentava ancora di giocare il ruolo di grande mediatore tra riformisti e
conservatori.
Nella campagna elettorale del 2000, però, si verificava un evento che
avrebbe cambiato il destino del fronte di Khatami. I settori più
progressisti tra i riformisti guidati da Akbar Ganij davano il via ad una
durissima campagna di stampa contro Rafsanjani, che accresceva la sua
disistima tra la popolazione iraniana e gli impediva la rielezione. La guida
dei conservatori pragmatici (o destra pragmatica) finiva così per
riavvicinarsi gradualmente allo schieramento conservatore della destra
tradizionale capeggiato dalla Guida Suprema, che avrebbe conseguentemente
portato ad una neutralizzazione sempre più accentuata del fronte riformista.
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Lo scontro che si gioca ora in Iran si protraeva in fieri da anni, almeno da
quel 24 giugno 2005 che consacrava Ahmadinejad Presidente della Repubblica
Islamica con il 64% di preferenze contro il 36% ottenuto proprio da
Rafsanjani, che veniva indicato alla vigilia come il grande favorito. Il
fronte pragmatico di Rafsanjani aveva condotto una campagna elettorale
basata sulla promessa, in politica interna, della crescita economica, su
migliori standard di vita, su uno stato autoritario servizievole e
collaborativo verso la Guida Suprema ed in politica estera, invece,
propugnava la necessità di arrivare ad una distensione delle relazioni con
gli Usa. Da allora si parlava con fondatezza di Rafsanjani quale massimo
rappresentante di una via cinese per l’Iran.
Il modello cinese adattato alla società iraniana era la risposta teorica
che, già dal 2001, i conservatori pragmatici (non quindi i riformisti
guidati da Khatami) davano rispetto alle sfide strategiche che si
delineavano all’orizzonte nel quadro internazionale. I conservatori
pragmatici, proponendo la via cinese, intendevano e intendono differenziarsi
dal fronte nazionalrivoluzionario della destra estremista o nuova destra (il
fronte di Ahmadinejad), dall’immobilismo dei conservatori religiosi della
destra religiosa tradizionale (il fronte della Guida Suprema, l’ayatollah
Ali Khamenei), dagli stessi riformisti moderati, sinistra islamica o centro,
con cui spesso una superficiale analisi critica occidentale li confonde.
Come i riformisti moderati, i conservatori pragmatici basano la loro
proposta strategica sul presupposto della perdita di legittimità della
rivoluzione islamica, ma a differenza dei riformisti moderati non vogliono
un mutamento di regime ed una risistemazione totale degli equilibri di
potere, bensì l’affermazione di un nuovo quadro tattico finalizzato in primo
luogo alla modernizzazione economica, istituzionale, che si accompagni ad
una prospettiva di consumi, profitti e continui benefici economici.
Se il processo di modernizzazione promosso e sostenuto da Ahmadinejad è,
come scrivevo, improntato ad un radicalismo nazionalista grande-persiano
estraneo assolutamente alla tradizione ortodossa khomeinista, tutto
caratterizzato dalla volontà di fare dell’Iran una potenza internazionale
temuta e rispettata – disposta certamente in questo senso allo scontro con
l’Occidente o con Israele - e fondato sul blocco tra militari nazionalisti
rivoluzionari e le fasce urbane e rurali popolari economicamente più umili,
il processo di modernizzazione promosso dai conservatori pragmatici (gli
strateghi interni della cosiddetta “onda verde”) si fa interprete
soprattutto dei desideri e della volontà della borghesia del bazar,
dei tecnocrati e di una parte dei manager delle varie industrie di
produzione energetica. La modernizzazione è proposta in senso propriamente
“capitalistico”, rispetto alla ascesa della economia iraniana da industriale
a post-industriale, è intesa in senso di accesso esteso ai consumi e deve
essere accompagnata ad una politica estera caratterizzata dal forte dominio
del momento tattico e diplomatico rispetto a quello forte, strategico.
Anche in questo caso si noti la differenza circa il concetto di
modernizzazione con i riformisti puri, che darebbero un taglio più
“democratico”, fondato sui diritti dell’uomo e sulla stessa retorica
femminista, pur sempre in un quadro islamico. Ma si tenga bene in mente che
questo processo di modernizzazione – per i pragmatici conservatori – non
deve avvenire con una fuoriuscita dal legittimo potere politico e dal
tradizionale quadro della Repubblica Islamica. Una tale prospettiva
metterebbe fuori gioco lo stesso Rafsanjani, la figura più carismatica e
abile del fronte conservatore-pragmatico. Si tenga anche presente che non è
in discussione la partita di potenza geopolitica e regionale che l’Iran sta
disputando, nucleare incluso. Questo va compreso.
Sebbene, come ormai acclarato il progetto dell’onda verde sia sorto in larga
parte sull’esempio e sulla prassi della rivoluzioni colorate, non ci
possiamo spiegare le migliaia di contestatori sulle strade di Teheran se non
alla luce di un progetto strategico di ampio respiro fondato sulla
centralità di un programma di potenza iraniano. Chi conosce il popolo
iraniano (e le menti raffinate di Washington e Londra ben lo conoscono), chi
ha chiaro il tradizionale orgoglio persiano, sa bene che giocare
esplicitamente la carta della mera occidentalizzazione, dei diritti umani e
della apertura ai consumi, sarebbe stato il modo migliore per bruciare
immediatamente la protesta. Ciò che Rafsanjani ed i suoi luogotenenti
mettono invece in discussione è il radicalismo mistico, la dottrina sociale
fortemente antiplutocratica ed anticapitalistica, la politica estera
contrassegnata da un forte avvicinamento a Cina e Russia declinato in senso
antioccidentale, l’azzardo strategico militarista, considerato a torto dai
pragmatici conservatori come una forma di ingenuo avventurismo, che ha
caratterizzato la reggenza Ahmadinejad.
Modello cinese dunque in quanto capace di conciliare priorità del dominio
politico, conservatore autoritario, e forte ascesa economica capitalistica,
che sarebbe garantita dalle naturali risorse dell’Iran, con una politica
internazionale contrassegnata dalla Realpolitik e dalla possibile estinzione
di ogni conflittualità latente con l’Occidente. Rafsanjani non solo ha forti
legami con il bazar per eredità e tradizione familiare, ma gode anche
di una grande considerazione a Qom. Proprio a Qom, nel Vaticano dello
sciismo, dove risiedono vari membri dell’Assemblea degli Esperti
, Rafsanjani si è recato spesso sia prima sia dopo la gara elettorale.
Egli è stato capace di incassare il consenso e il supporto di grandi
ayatollah sciiti, non solo di Ali al- Sistani, massima autorità sciita in
Iraq, ma anche di Yousef Saanei, che risiede a Qom, definito il “Papa
sciita”.
Viceversa, rispetto alle mobilitazioni di piazza di questi giorni,
Assadollah Badamshian, capo della Motalefeh, la Coalizione islamica,
fondata negli anni ’60 sotto la direzione di Khomeini (la Coalizione è un
influente raggruppamento della destra religiosa in contatto con la Guida,
che ha al proprio interno mullah conservatori ed importanti famiglie dei
bazarì che hanno finanziato la rivoluzione islamica ed hanno poi occupato
rilevanti posti nella repubblica islamica), ha preso fortemente le distanze
da Rafsanjani, in quanto, secondo la sua visione, si sta facendo strumento
di un attacco che proviene dall’Occidente: una rivoluzione di velluto
promossa dai nemici dell’Iran. Va considerato che la Motalefeh, per
quanto si rimetta alla volontà di Khamenei, non ha mai visto di buon occhio
l’ascesa di Ahmadinejad e nel 2005, nel ballottaggio, appoggiava Rafsanjani,
non Ahmadinejad. In questo quadro che ho cercato sommariamente di delineare
si muovono a loro volta le strategie internazionali più ampie.
Se Russia e Cina, per motivazioni diverse, si sono comunque affrettate a
riconoscere la legittimità delle elezioni e soprattutto la Russia, tramite
Medvedev, ha sponsorizzato più di ogni altro paese la causa di Ahmadinejad,
dall’altra parte si assiste chiaramente ad una contrapposizione tattica, tra
sionisti ed americani con Londra che questa volta agisce di concerto con
Washington, per quanto finalizzata ad un medesimo disegno: l’annientamento
di Ahmadinejad e della forza militare patriottica persiana.
E’ indifferente a questo punto, per gli angloamericani e per gli stessi
sionisti, la continuità della repubblica islamica. Non è la repubblica
islamica il problema. Forse non lo è mai stato. Rafsanjani, ad esempio,
potrà essere utilizzato anche in senso antirusso ed allora difficilmente si
continuerà a parlare dell’atomica in Iran come più grande problema
universale. Non è l’antiamericanismo radicale il punto strategico che regge
la coalizione della destra pragmatica di Rafsanjani.
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Il problema fondamentale – è ormai chiaro - è che il coerente patriottismo
rivoluzionario del Presidente Ahmadinejad è pervaso da un irriducibile
misticismo tipicamente persiano e al tempo stesso universale e da un disegno
strategico radicalmente anti-angloamericano e di conseguenza russofilo.
Con grande lungimiranza di prospettive, a differenza del Mossad che ha
subito colto la palla al balzo per fomentare agitazioni terroristiche in
fondo controproducenti, come ad esempio l’attentato al mausoleo
dell’ayatollah Khomeini (20 giugno 2009),
il clan Brzezinski, dopo aver preparato il terreno per sedizioni interne
finalizzate alla delegittimazione del Presidente persiano, ha seguito con
apparente distacco gli eventi, manifestando una sostanziale quando poco
credibile indifferenza rispetto alla eventuale vittoria di un Ahmadinejad o
di un Moussavi. Se i politici di professione, negli Usa, contestavano Obama
per la sua condotta sull’Iran, un vecchio stratega dell’unipolarismo
giudeoamericanista quale Henry Kissinger giudicava positivamente l’astuta
condotta del presidente americano sui fatti iraniani. In questo caso
specifico, Londra sembrerebbe aver agito di concerto con Washington, più che
con Tel Aviv, promovendo dall’interno la contestazione (squadre
terroristiche addestrate in Iraq dai servizi segreti anglosassoni entravano
in azione al centro di Teheran quando le manifestazioni pacifiche andavano
esaurendosi) e dall’esterno attaccando costantemente il Presidente persiano
con i vari mezzi propagandistici e rifiutando invece di colpire con azioni
eclatanti i simboli della nazione (tattica operativa usata fino ad ora dal
Mossad).
Certamente, il quadro successivo alla vittoria elettorale di Ahmadinejad non
è stato luminoso per un qualsiasi seguace iraniano del Presidente ma
all’insegna della destabilizzazione e dell’insicurezza continua.
Consideriamo però ciò che in fondo tutta l’opinione pubblica mondiale
anti-Ahmadinejad auspicava. Ebbene, questo non si è verificato affatto. Né
l’esercito, né tanto meno i Bassiji – i nuovi squadristi persiani, secondo
un’identica corrente di pensiero che comprende B.H. Levy, i radicali e
l’estrema sinistra no-global – hanno perso il dominio dei caotici eventi.
Non hanno compiuto alcuna strage stile Tienanmen, nonostante all’origine
delle proteste vi siano state azioni terroristiche proprio contro di loro,
con morti e feriti. Non hanno affatto abbandonato i fucili unendosi alle
proteste, come si ventilava da più parti. Sarà in seguito sicuramente fatta
luce sul caso più eclatante: la morte della giovane Neda, e si avrà modo di
constatare che anche in questo caso la regia è stata probabilmente esterna.
In definitiva, forze armate persiane e Bassiji hanno fino ad ora fatto
doverosamente rispettare l’ordine pubblico, con serietà e con grande spirito
patriottico, come è loro compito. Con grande pazienza e autodominio, si
potrebbe anche dire, visti gli atti di teppismo gratuito che hanno colpito
costantemente Teheran dopo le elezioni.
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In questa chiave, un tentativo di complotto golpistico giudeoamericanista
(con il fondamentale supporto di Londra) anti-Ahmadinejad e filo-Rafsanjani
ha finito per rafforzare il potere interno del Presidente. Questo perché? E’
bene andare un attimo indietro negli anni.
La Guida Suprema si rivolgeva infatti agli ambienti militari ed alle forze
di sicurezza dal 1997, cercando di fermare in tal senso l’avanzata
riformista. Nominava allora ai vertici dei Pasdaran ufficiali che avevano un
orientamento conservatore ed antiriformista. Gradualmente, le forze di
sicurezza e i militari hanno guadagnato un sempre più forte spazio politico.
Dalla definitiva legittimazione di questo spazio politico derivava l’ascesa
di Ahmadinejad. L’attuale Presidente persiano era infatti uno dei fondatori
di Isargan ed uno degli esponenti di maggior rilievo della coalizione
Abadgaran Isargan
(“i sacrificati per la rivoluzione”) e Abagardan sono organizzazioni
che hanno la medesima piattaforma politica, composte in larga parte da
militari, mutilati e veterani di guerra, familiari di martiri del conflitto
Iran Iraq ed ex comandanti dei Pasdaran che dalla fine degli anni ’90 ad
oggi hanno assunto sempre più peso politico nella società iraniana, fino ad
essere definite la guida del movimento rivoluzionario ultra-conservatore.
Il termine “rivoluzionario conservatore” mi sembra più corretto rispetto al
termine ultra-conservatore (che anche l’analista iraniano Amir Mohebbin dà a
questo movimento) che andrebbe applicato invece, a mio avviso, alla corrente
della destra religiosa tradizionale facente capo alla Guida Suprema. Nel
dicembre 2004 si aveva infatti una fondamentale rottura tra gli
ultra-conservatori (la vecchia guardia khomeinista ortodossa) e il fronte
che ho appena definito “rivoluzionario-conservatore”. Mentre la vecchia
guardia khomenista aveva allora il punto di riferimento in Ali Lariani, i
rivoluzionari conservatori (il partito degli elmetti) si riferivano
soprattutto all’ex capo della polizia Qalibaf, mentre una componente
minoritaria militava già a favore di Ahmadinejad.
Quando si arrivava al ballottaggio del 2005, tutto il fronte rivoluzionario
conservatore si schierava con Ahmadinejad. Isaragan annunciava il
proprio sostegno ad Ahmadinejad in questi termini: “Certamente sosterremo
con fermezza Mahmoud Ahmadinejad, un candidato che rappresenta il simbolo
della giustizia e dell’onestà, nelle parole e nelle azioni e che onorerà i
nostri doveri nazionali e religiosi”.
Da allora, il partito nazionalrivoluzionario degli elmetti, che estendeva il
suo peso nelle istituzioni parastatali, nello stato-ombra, originariamente
strumento di protezione del potere del clero, nelle stesse Fondazioni, si
identificava quasi totalmente con la visione del mondo e l’azione del
Presidente Ahmadinejad. Il clero di stretta osservanza khomeinista,
viceversa, ha fatto quasi totalmente blocco contro Ahmadinejad.
Nel precedente articolo ho parlato di un’alleanza tattica, più che
strategica, tra la Guida Suprema ed il Presidente Ahmadinejad. Tutti questi
elementi che ho brevemente esposto, indicano chiaramente che è Ahmadinejad,
molto più della Guida, in una posizione privilegiata. I Pasdaran ed i
Bassiji, prescindendo dagli elementi formali, rispondono in sostanza al
Presidente, molto più che alla Guida.
Per gli elmetti in generale, ma in particolare per i Bassiji, Ahmadinejad è
un eroe, una guida ed un esempio. E’ un uomo umile, semplice, senza pretese,
che sembra realmente aver consacrato la sua vita alla causa della
rivoluzione e alla sovranità della patria. La sfida del nucleare lanciata da
Ahmadinejad è probabilmente diversa da come l’ avrebbe sviluppata un
Rafsanjani. E’ la sfida strategica – che sembra annichilire ogni mediazione
politica e diplomatica
- di chi, con tale strumento, vuole ridare voce alla millenaria spiritualità
del suo popolo, rientrando attivamente, di diritto, tra le grandi potenze.
Non a caso molti osservatori hanno già definito il periodo Ahmadinejad come
contrassegnato dal percorso della “militarizzazione della politica”. Tutti
questi elementi lo rendono particolarmente popolare e lo fanno amare dal
“popolo dei bassiji” e dai militari in genere.
Per tutti questi motivi, infine, mi sembra più corretto parlare del
Presidente Ahmadinejad come di un “rivoluzionario conservatore” piuttosto
che di un ultra-conservatore.
E probabilmente, tutta l’intellettualità giudaica e le forze del
materialismo internazionale mobilitate contro di lui, tutte queste forze che
si organizzano capillarmente contro un processo rivoluzionario che vorrebbe
comunque assegnare un ruolo centrale all’elemento spirituale e eroico si
augurano, del resto, che è solo per un tragico scherzo del destino che
questo rivoluzionario-conservatore nasceva il 28 ottobre in un piccolo
villaggio della Persia più profonda. Peraltro: un figlio del fabbro.
Luca Fantini
Dottore di ricerca in storia della filosofia, collabora come consulente con
la nostra Redazione riguardo problematiche storico-filosofiche, con
particolare attenzione alla questione giudaica
Link originale :
http://www.terrasantalibera.org/LucaFantini_strategia_ahmadinejad_2.htm
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