|
Pentagono:
il web è un sistema d’arma nemico
Maurizio Blondet
per
www.effedieffe.com
04/02/2008

Gli uomini
cambiano ma il disegno è sempre quello
Il documento del Pentagono
si chiama «Information Operations Roadmap»:
stilato nel 2003, segretato con la classe noforn (not
for release to foreign nationals, including allies: non
diffondere a stranieri, alleati inclusi), è stato
declassificato il gennaio 2006 - in base alla legge
sulla libertà d'informazione (Freedom of Information Act
- su richiesta del National Security Archive della
George Washington University
(1).
Si tratta delle operazioni militari da condurre nella
sfera dell'informazione, guerra elettronica, propaganda,
operazioni psicologiche, coinvolgimento di giornali
esteri.
In questo documento, si dice che internet deve essere
trattato come un sistema d'arma nemico.
Al
punto 6 si legge: «Dobbiamo combattere la Rete
(We must fight the Net). Il Dipartimento Difesa sta
creando una forza 'information-centric'. Le reti sono
sempre più centri di gravità operativi, e il
Dipartimento deve essere pronto a combattere la Rete».
Al punto 7 su parla di «migliorare le capacità IO
(information operations) per la guerra guerreggiata»,
fra cui un «nutrito arsenale di capacità offensive
che comprendano l'attacco a tutto campo all'elettronica
e alla rete di computer». […] «Quando applicate,
queste raccomandazioni innescheranno efficacemente un
rapido miglioramento della capacità di attacco delle
reti di computer».
Al punto 13: «La strategia di 'difesa in profondità'
del ministero Difesa deve agire sul presupposto che il
Dipartimento 'combatterà la Rete' come fosse un sistema
d'arma».
Lo scopo è raggiungere «la superiorità nella guerra
d'informazione».
Non è difficile riconoscere qui il gergo
buro-militaresco di Donald Rumsfeld e la sua utopia
bellica ipertecnologica, la Revolution in Military
Affairs.
Non a caso la firma di Rumsfeld, con quella di Cheney e
di Paul Wolfowitz si trova in calce del rapporto al
presidente, intitolato «Rebuilding the american
Defense» (ricostruire la difesa americana) dove
costoro - riuniti nella fondazione chiamata PNAC
(Project for a New American Century), auspicavano «una
nuova Pearl Harbour» come «evento catalizzatore»
necessario per convincere i contribuenti americani a
pagare per le future guerre per «estendere la leadership
globale americana».
In
questo documento, diffuso nel 2001 (un anno prima della
auspicata nuova Pearl Harbour dell'11 settembre) un
intero paragrafo è consacrato alla lo spazio «e
cyberspazio» come nuovo teatro di operazioni:
(2) «E' oggi
comune la consapevolezza che l'informazione e le nuove
tecnologie […] stanno creando una dinamica che
minaccia la capacità americana di esercitare la sua
superiore potenza militare» (pagina 4).
«[…] Controllo dello spazio e del cyberspazio: come
il controllo dei mari aperti e la protezione della
navigazione internazionale definiva in passato le
potenze globali, così il controllo dei nuovi 'spazi
comuni internazionali' sarà essenziale per il potere
mondiale del futuro. Un'America incapace di proteggere i
suoi interessi […] nello spazio o nella
'info-sfera' avrà difficoltà ad esercitare la leadership
politica globale» (pagina 51).
«Benchè il processo di trasformazione possa occupare
decenni […] ad un certo punto […] il
combattimento avrà luogo in nuove dimensioni: lo spazio,
il cyberspazio, e forse il mondo dei batteri»
(pagina 60).
Nel documento del 2003, Information Operation Roadmap,
si accenna a progetti per «assicurare la garbata
degradazione (sic) della Rete, piuttosto che la sua
interruzione» (pagina 45), evidentemente per non
allarmare l'opinione pubblica con il puro e semplice
accecamento della fonte di informazioni incontrollate.
Di questo progetto fa parte probabilmente «Internet 2»,
che farà deperire «spontaneamente» il sistema aperto e
gratuito che conosciamo, costringendo le centinaia di
milioni di internauti a servirsi della nuova - rete, a
pagamento, tassabile, e di conseguenza censurabile e non
più anonima.
E'
lo stesso processo già da anni in corso per la TV: le TV
captabili per onde vengono sempre più svuotate di
contenuti, sempre più stupide e ripetitive, onde
obbligare ad iscriversi alle TV via cavo o con decoder:
ciò che permette non solo di assoggettare a canoni
dispendiosi, ma anche
(e soprattutto) di stabilire l'identità dell'abbonato,
il suo indirizzo e il suo «profilo», le sue preferenze e
i suoi gusti.
Già in Cina chi si connette a siti sgraditi al regime
vede comparire sul video un poliziotto-cartoon, sistema
efficace per intimidire gli audaci tentati dal dissenso.
Nel documento del Pentagono decretato si legge
esplicitamente: «L'informazione, sempre importante in
guerra, è oggi essenziale al successo militare e lo
diverrà sempre più. […] La capacità di
disseminare rapidamente 'informazioni persuasive'
[ossia propaganda] a pubblici diversi onde
influenzare direttamente le loro decisioni è un mezzo
sempre più potente di dissuasione degli aggressori».
La disseminazione di «informazioni persuasive», si
aggiunge, deve essere centralizzata «sotto la
responsabilità del segretario alla Difesa».
L'informazione, né più né meno, diventa «una competenza
militare diretta alla pari con le operazioni d'aria, di
terra, di mare e speciali».
E'
un passo avanti decisivo nel totalitarismo: dopotutto
Goebbels, il mago della propaganda hitleriana, era un
civile.
Qui si propone la diretta sottomissione delle
informazioni all'apparato militare.
Infatti, Rumsfeld nel documento sottolinea la «necessità
di assicurare la coerenza del messaggio» (pagina
23).
Ciò richiede «la coordinazione con gli affari
pubblici e le operazioni civili-militari».
Sarebbe una sciagura se «i vari organi del governo
diffondessero messaggi incoerenti a pubblici stranieri.
Attualmente 'il Dipartimento di Stato (ossia gli
Esteri) guida la diplomazia pubblica […] col
ministero della Difesa ridotto a un ruolo di supporto'.
Ciò deve cambiare. [Perciò] tutte le attività
informative di questi enti e agenzie devono essere
integrate e coordinate sotto il 'DOD', Dipartimento
della Difesa, ossia dal Pentagono. Il solo che ha il
diritto di 'formare i temi e i messaggi […] in
coerenza con gli obbiettivi strategici e la sicurezza
nazionale».
Insomma: censura militare e disinformazione militare.
Sotto il Pentagono, le notizie diventano «Information
Operations»: le quali sono così definite: «L'impiego
integrato di capacità di guerra elettronica, di
operazioni su reti di computer, di operazioni
psicologiche, di inganno militare e sicurezza […]
per influenzare, interrompere, corrompere o usurpare il
processo decisionale dell'avversario, mentre si protegge
il proprio» (pagina 22).
La rilettura di questo testo assume un significato di
fronte all'accidentale rottura di tre cavi coassiali nel
Golfo, che hanno isolato dal web l'Iran e l'Egitto, ma
non Israele e l'Iraq occupato.
Chi scrive, nella sua ingenuità, riteneva che la notizia
sarebbe apparsa il giorno dopo sui principali giornali
occidentali.
Invece, silenzio totale, il che è anche più allarmante.
L'allarme è cresciuto quando tutti i giornali hanno dato
straordinario rilievo alla notizia della strage di
Baghdad, compiuta mandandovi due povere ragazze
mongoloidi: anziché trarne la conclusione che questo
rivelava qualcosa di interessante sui cosiddetti
«kamikaze islamici», hanno espresso il più vibrante
sdegno per una poco identificata «guerriglia» islamica
(nemmeno hanno precisato che è stata «al Qaeda in Iraq»,
come di solito) che sarebbe la mandante di questo
orrore.
La fonte della notizia, con il particolare agghiacciante
delle due down usate come strumenti telecomandati, è una
sola: il governo iracheno sotto controllo del Pentagono.
Certe stragi indiscriminate che sembrano avere il solo
scopo di screditare e suscitare disprezzo per
i mandanti si chiamavano, in Italia, «strategia della
tensione» ed erano per lo più operazioni di Stato.
Bisogna ricordare che nessun giornale, tranne il
britannico Guardian (3),
diede notizia di una «information operation» con cui
l'FBI chiuse - il 10 settembre 2001, «un giorno prima
dell'attacco al World Trade Center» - ben 500 siti arabi
o musulmani che facevano capo ad un server del Texas, la
InfoCom Corporation.
Ottanta agenti fecero irruzione nella ditta, accecarono
i siti (fra cui la pagina web di Al-Jazeera, di Al-Sharq
giornale del Katar, e della università palestinese
Birzeit in Cisgiordania, Territori Occupati), facendo
poi copie di tutti gli hard-disk.
La InfoCom, proprietà di due fratelli di origine
palestinese, Ghassan e Bayan Elashi, operava senza
problemi dal 1982 in Texas.
Usava come dominio «iq», che sta per Iraq.
Secondo i due fratelli, l'irruzione dei poliziotti era
dovuta ad una denuncia del noto neocon ebreo Daniel
Pipes, autoproclamatosi esperto di Medio Oriente.
Costui, sul Wall Street Journal del 13 agosto 2001,
aveva scritto: «Le autorità federali devono usare gli
strumenti che hanno già a disposizione per chiudere quei
siti web e le organizzazioni che ci stanno dietro… E'
venuto il momento per gli USA di sostenere Israele».
Non era ancora venuto: venne un mese dopo, con la nuova
Pearl Harbour dell'11 settembre.
Dunque c'è un precedente alla misteriosa tranciatura dei
cavi nel Golfo Persico.
Anche allora, per la ovvia urgenza, non si aspettò il
«degrado dolce» del web, ma si optò per la interruzione,
il «collapse», di possibili fonti d'informazione
alternative.
In
questi giorni, il 2 febbraio, il generale israeliano Udi
Shani, ha avvertito gli israeliani di preparare con
urgenza un «rifugio anti-razzo» (rocket room) in ogni
abitazione.
Non solo a Sderot o nelle zone del nord raggiunte dai
missili Hezbollah nella campagna del Libano.
«La prossima guerra», ha detto il generale, «vedrà
un uso massiccio di missili balistici sull'intero
territorio di Israele»
(4).
«Oggi si devono prevedere attacchi nella retrovia, e
dobbiamo prepararci a questa eventualità in modo
totalmente diverso».
Un
altro ufficiale, colonnello Yehiel Kuperstein, ha
aggiunto: «La protezione dei civili oggi deve essere
assicurata dentro le loro abitazioni… oggi in Israele
solo un terzo degli appartamenti hanno una camera capace
di dare rifugio, con mura rinforzate. E non hanno né
filtri d'aria né sistemi di ventilazione per potervi
restare per lungo tempo».
Questi consigli sono stati dati per radio, nell'ambito
di un programma militare di difesa passiva in vista di
futuri conflitti «alla luce delle lezioni tratte
dalla guerra in Libano».
Oltre a trasmissioni radio e TV, sono stati distribuiti
opuscoli in sei lingue con le relative istruzioni.
Il
primo febbraio, la Reuters ha reso noto un recente piano
del Pentagono sulla «preparazione a rispondere ad un
attentato chimico, biologico o nucleare all'interno
degli Stati Uniti» (5).
Il rapporto prevede 15 scenari catastrofici, «un
attacco nucleare, una serie di attentati con bombe
sporche, un attentato con antrace aerosol o una serie di
attentati chimici».
In
coincidenza, il presidente Bush ha chiesto al Congresso
di approvare un aumento del bilancio del Pentagono, per
il 2009, del 7,50% rispetto al 2008: fino a 515,4
miliardi di dollari.
Il Congresso approverà, e il prossimo presidente,
democratico o repubblicano, farà altrettanto.
Il ministro francese della Difesa, Hervè Morin (il nome
è ebraico), ha assicurato che l'Iran continua ha tentare
di costruirsi l'atomica
(6).
Sanno qualcosa che noi non sappiamo, costoro?
Maurizio Blondet
http://www.effedieffe.com/interventizeta.php?id=2619¶metro=
Note
1)
Brent Jessop «Full spectrum information
warfare», Knowledge Driven Revolution, 5 novembre
2007.
2) Brent
Jessop, «Pentagon: The internet needs to be dealt
with as if it were an enemy weapons ystem»
GlobalResearch, 2 febbraio 2008.
3) Brian
Whitaker, «US pulls the plug on Muslim websites»,
Guardian, 10 settembre 2001.
4)
«Israelis told to prepare 'rocket rooms' for
war». AFP, 2 febbraio 2008.
5) «Pentagon
rejects report, says ready for WMD attack», Reuters,
1 febbraio 2008.
6) «French
defence minister says Iran still pursuing nuclear arms»,
AFP, 1 febbraio 2008 |