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Fatto di significato umoristico: da diverse ore a
Parigi, sull’edificio di Saint-Cloud che è la sede
del Front National, sventola il tricolore. Quello
dell’Irlanda. «Stasera siamo tutti irlandesi!», si
legge nel proclama emanato da Jean-Marie Le Pen.
«Una volta di più la valorosa Irlanda ha
dimostrato che quando i popoli si esprimono
direttamente, difendono i loro interessi
nazionali. Che tutti i nazionalisti d’Europa
trovino in questo risultato il coraggio e la
determinazione di combattere gli eurocrati
brussellesi e i gestori del nuovo ordine mondiale,
nemici dichiarati delle nazioni e dei popoli
d’Europa! Nazionalisti di tutti i Paesi, uniamoci!
Il trattato costituzionale è ormai caduco e la
malefatta di Sarkozy, di far rivotare al congresso
francese un testo identico a quello rigettato dal
popolo francese, è cancellata».
Quest’ultima frase è purtroppo lontana dalla
realtà. Il governo francese e quello tedesco,
Sarko & Merkel, avevano già deciso di pubblicare
una dichiarazione congiunta sulla necessità di
arrivare al completamento del processo di
ratifica, «qualunque cosa accada», nei Paesi che
non l’hanno ancora fatto. Tanto per capire le
posizioni.
Mentre le destre nazional-popolari (non dotate di
kippà) esultano, Libération, il giornale della
sinistra al caviale (posseduto dai Rotschild)
vomita rabbia e disprezzo contro l’Irlanda
(1).
L’editoriale dice: «Quando è entrata nella
comunità il primo gennaio 1973, l’Irlanda era
povera e infelice. Il suo livello di vita tra i
più miserabili del mondo occidentale, la sua
società fra le più primitive. Una Chiesa
cattolica uscita appena dalla Controriforma le
imponeva una frusta feroce in tema di costumi».
Oggi il Paese «è coperto di case nuove», ed è
«passato da James Joyce al SUV 4 per 4» (sai che
miglioramento).
Eppure, «si arroga senza esitare un dirittto e
quasi un dovere d’ingratitudine». Il democratico
autore schizza fiele contro «il meccanismo
infernale dei referendum, queste macchine per far
dire no alle domande che non sono poste», trionfo
«della democrazia d’opinione con i suoi demagoghi,
i suoi populisti e i suoi mitomani».
L’Irlanda, coi suoi 4 milioni di abitanti, sta
esercitando un «dispotismo», dice l’autore. Ha
osato disobbedire «al 90% dei suoi sindacalisti,
dei suoi intellettuali, dei suoi imprenditori
(sic) e dei media (sic) che hanno spinto
per il Sì».
Appunto, questa è la libertà: non cantare nel
coro. E infine, Libé propone di sospendere
«l’appartenenza» del Paese alle «istituzioni
europee fino a che decida di riunirsi alla
maggioranza che desidera avanzare». Insomma
sanzioni ed espulsione di chi vota liberamente. E
poi ci si meraviglia che la sinistra perda voti.
L’autore di questa bava d’odio è Alain Duhamel,
giornalista della «sinistra» ammanicatissima (suo
fratello è il direttore generale di France
Télévision), insomma la Casta che poppa dal denaro
pubblico.
Un altro esponente di questa sinistra, il ben noto
Bernard Kouchner, aveva premuto sugli irlandesi
con una dichiarazione anche più sprezzante:
«Sarebbe molto, molto imbarazzante per l’onestà
intellettuale che non si potesse contare sugli
irlandesi, che - loro - hanno molto contato sul
denaro dell’Europa». Insomma, vi abbiamo pagato.
L’effetto è stato controproducente: i militanti
per il No hanno diffuso miriardi di copie coi
volantini sulla «french gaffe». Enda Kenny,
segretaria del partito Fine Gael e pur militante
per il Sì, ha ribattuto a Kouchner: «Gli elettori
irlandesi sono capaci di fare le loro scelte da
soli».
Ma la sinistra al caviale non può fare a meno di
mostrare tutta la sua altezzosità verso il popolo,
ed esibire la sua aria di superiorità
intellettuale. Mentre in realtà obbedisce agli
ordini che vengono dal Bilderberg, dove il
possibile no irlandese al Trattato di Lisbona è
stato oggetto di preoccupate conversazioni a porte
chiuse. In ogni caso, i poteri forti hanno
ordinato ai loro maggiordomi «politici» di andare
avanti che le «ratifiche» fasulle, fatte da
parlamenti subalterni e non da referendum.
L’eurocrazia è «autistica», ha detto persino il
ministro francese degli Esteri, Fillon. Non vuole
prendere atto che, nonostante menzogne e pressioni
e minacce, non riesce a «vendere» la UE così com’è
ai suoi cittadini. La sordità e cecità degli
eurocrati e dei loro padroni transnazionali è
però, in qualche modo, necessitata: oggi su
Bruxelles pende la madre di tutte le crisi
politiche, per non parlare del governo irlandese,
che ha parteggiato con tutti i mezzi più
discutibili per il sì.
L’Europa senza democrazia è marchiata dalla
illegittimità. Non prenderne atto, è l’unica
difesa.
In Francia appaiono manifesti non del tutto
pubblicitari. Lo slogan dice: «Lovely day for a
Guinness». E’ un bel giorno per brindare con la
più célebre birra irlandese.
http://www.effedieffe.com/content/view/3562/165/
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