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Mons. Fouad: « Voglio seminare la gioia
di vivere »
CTS Notizie
(Editoriale della Custodia di Terra Santa)

Il 22 giugno Mons. Fouad Twal sarà
insediato come nuovo Patriarca latino di Gerusalemme.
Formato a Roma nella diplomazia vaticana, poi chiamato a
tornare alla vita pastorale come arcivescovo di Tunisi,
il futuro Patriarca di Gerusalemme vuole mettere
l’accento sui fondamenti spirituali della vita
cristiana, e specialmente la gioia, quella di vivere in
Cristo. Per Mons. Twal, in effetti, è innanzitutto la
qualità della vita evangelica che permetterà alla Chiesa
di Terra Santa di non essere schiacciata dalla croce che
porta, e di andare avanti.
Chi è lei, Mons. Twal?
Sono il numero cinque di una famiglia di
9 figli, della famiglia Twal di Giordania. Ho fatto i
miei studi al Seminario di Beit Jala, poi ho lavorato
cinque anni nel Patriarcato come vicario, prima di
essere inviato a Roma per compiere gli studi in Diritto
canonico e Diritto internazionale alla Pontificia
Università Lateranense.
La Segreteria di Stato mi ha trovato e ha
pensato che avrei potuto prestare questo servizio.
Quindi ha domandato al Patriarca Beltritti se voleva
rinunciare a quel giovane prete che ero allora, per
inviarlo alla Pontificia Accademia Ecclesiastica [1].
Ci ho passato due anni di specializzazione. Ero l’unico
arabo dell’Accademia e tutti mi guardavano in una
maniera po’ “speciale”. Un giorno mi hanno domandato:
“Ma come siete arrivato qua?”. Scherzando ho risposto:
“Forse pensavano che possedessi un pozzo di petrolio?…”
Dove l’ha condotto questa carriera
diplomatica al servizio della Santa Sede?
Ho cominciato come Incaricato d’Affari in
America centrale, in Honduras. Non conoscevo una minima
parola di spagnolo. Ma era giustamente una delle ragioni
per cui mi avevano mandato lì: imparare la lingua. Ci ho
passato sei anni. Fu una bella esperienza, anche se a
volte difficile. Ero in servizio alla Nunziatura
dell’Honduras. Nello stesso tempo Mons. Pietro Sambi era
Incaricato d’Affari in Nicaragua [2].
In Honduras, parallelamente alle mie funzioni, ho
prestato servizio nella parrocchia più povera del paese,
ma veramente bella. Mi ricordo della mia prima Messa in
spagnolo. Fu un poco catastrofica, a causa della lingua.
Alla fine un’anziana signora viene a parlarmi e mi
domanda: “¿Eres turco? Sei turco?”. “No, no, sono
arabo”. In effetti in America centrale chiamavano “los
Turcos” tutti gli arabi originari del Medio Oriente,
perché anticamente arrivavano con documenti ottomani. Ho
allo stesso tempo accompagnato la comunità araba di
origine palestinese, celebrando per loro battesimi,
matrimoni e funerali. Nonostante il servizio diplomatico
non ho mai tagliato i ponti con la vita pastorale. Amo
il contatto con la gente.
E dopo l’Honduras?
Ci fu il ritorno in Vaticano, alla
Segreteria di Stato, dal 1982 al 1985, dove mi fu
affidata la cura di 19 paesi africani francofoni. La
Segreteria di Stato fu per me una bella esperienza
dell’universalità della Chiesa. I problemi del mondo
intero arrivano lì. E la Santa Sede cerca di offrire
delle risposte e delle soluzioni. Durante questi tre
anni ho potuto sperimentare la saggezza della Santa Sede
e la sua pazienza. Niente è urgente. Niente. I documenti
possono anche arrivare con la stampigliatura “Urgente”,
ma sono sempre studiati con calma, in profondità.
Ho conosciuto molte persone di tutto il
mondo, dell’Africa naturalmente, ma anche dei paesi
arabi. Ho anche incontrato dei presidenti stranieri.
Questo mi ha veramente aperto alla dimensione mondiale e
universale della Chiesa.
Di là sono stato nominato al Cairo. Il
Vaticano vedeva il Cairo come una capitale suscettibile
di riunire il mondo arabo, il continente africano e
l’Europa. Ma siamo nel 1985, e a causa della visita di
Sadat in Israele (nel 1977), quasi tutti i paesi arabi
boicottano ancora, più o meno, l’Egitto. Questa
situazione politica non ha permesso alla Nunziatura del
Cairo di giocare il ruolo che la Santa Sede sperava di
farle compiere nei paesi arabi.
Ed eccola di ritorno nel mondo arabo…
No, perché nel 1988 sono stato nominato
in Germania. Ho scoperto in questo paese una Chiesa
forte, veramente forte, ricca e fiera di se stessa, e
nello stesso tempo una Chiesa estremamente generosa. Ho
potuto esercitare il mio tedesco partecipando alla vita
pastorale di una piccola parrocchia vicina alla
Nunziatura.
Dopo due anni e mezzo, nel 1990, nuova
partenza per l’America Latina, con destinazione, questa
volta, il Perù. A Lima c’erano migliaia e migliaia di
arabi palestinesi di Beit Jala, di Beit Sahour, di
Betlemme. Ero molto contento di essere il loro parroco.
Mi è piaciuto tanto svolgere il servizio pastorale con
loro, essere al loro fianco sia nella chiesa che nel
club palestinese, dove si svolgeva ogni tipo di attività
sportiva, culturale ecc. Ho conservato dei legami con un
gran numero di loro, e quando vengono in Palestina a
visitare le loro famiglie, passano a salutarmi. Il
vescovo di Lima mi diceva: “Ma come faremo con questa
comunità, dopo la sua partenza?”. In effetti, ero già
Consigliere di Nunziatura.
Dunque era destinato a un posto di
Nunzio?
Sì, doveva essere la tappa successiva. Ma
fu allora, nel 1992, che arrivò da Roma la notizia: il
Santo Padre mi ha nominato vescovo di Tunisi. Mi ha
nominato, ma nello stesso tempo domanda il mio parere.
Sul momento, non ho capito. Ero sul punto di essere
nominato Nunzio. Il mio nome circolava per la Nunziatura
del Kuwait, che doveva essere separata dalla Nunziatura
dell’Iraq, dopo la Guerra del Golfo. Non ho capito
perché, dopo tutti quegli anni passati nel servizio
diplomatico, mi si facesse tornare al servizio
pastorale, ma mi sono detto che bisognava accettare di
non comprendere, e ho detto di sì. Più tardi ho capito
il disegno della Santa Sede: pastorale e politico.
Pastorale: c’era un posto vacante a Tunisi da due o tre
anni, e una diocesi deve avere un vescovo; politico,
perché la Santa Sede voleva un vescovo arabo nella sede
dove s’erano succeduti tanti vescovi francesi [3].
Inoltre la Prelatura di Tunisi faceva sempre parte della
Chiesa francese d’oltremare, mentre il Paese era
diventato indipendente nel 1956. La Santa Sede voleva
dunque installarvi un vescovo arabo, che parlasse la
stessa lingua e avesse la stessa tradizione culturale.
Mi avevano parlato di una missione di tre o quattro
anni. E ci sono restato tredici anni. Avevo fatto venire
otto comunità religiose, che hanno portato sangue nuovo.
Abbiamo lavorato molto, restaurando la cattedrale, tutte
le chiese, case e conventi. Prima della mia partenza il
governo ha restituito, per il servizio dei fedeli, la
chiesa di Djerba, che era stata presa durante la guerra
d’indipendenza.
Monsignore, si sa che il regime politico
tunisino non è sempre facile. Durante il suo episcopato
l’aspetto politico è stato presente, è stato forte?
È stato forte. Ma bisogna saper trattare
con i regimi arabi. Nel mondo arabo noi abbiamo un certo
approccio nelle relazioni, e alla fine io ero molto ben
accettato. Al punto che mezz’ora prima di lasciare la
Tunisia, mi hanno telefonato per dirmi: “Il presidente
Bel Ali la vuole vedere, prima della sua partenza”. Ho
dovuto cambiare il mio biglietto per andare ad
incontrarlo. In Tunisia mi sono reso conto di quanto i
Paesi arabi si sono opposti al terrorismo. Ogni sei mesi
i Ministri degli Interni dei paesi della Lega Araba si
incontravano in Tunisia per coordinare il loro lavoro e
lottare contro i fanatismi.
È proprio questa attenzione alla
sicurezza che ha permesso alla Tunisia di sviluppare il
turismo come ha fatto. Conservo un buon ricordo di
Tunisi e delle autorità tunisine.
Ha incontrato a Tunisi una comunità
cristiana palestinese?
No, né palestinese, né araba. Tutti i
nostri fedeli erano stranieri. Alcuni venivano dal Medio
Oriente per motivi di lavoro. Ma non si può parlare di
una comunità cristiana araba locale.
È arrivata allora, nel 2005, la notizia
della sua nomina come coadiutore di Gerusalemme?
Sì. A questa notizia, l’unica domanda che
mi sia venuta in mente fu: “Perché così presto?”. In
effetti, la missione di Mons. Sabbah doveva durare
ancora due anni e mezzo. Due anni è mezzo è un tempo
lungo. Ma sono serviti. Si progredisce nella conoscenza
della Chiesa locale, della situazione. Si vedono i punti
forti e i punti deboli, ci si prepara spiritualmente e
pastoralmente incontrando i preti, i vescovi, le
parrocchie.
Lei è stato per lungo tempo fuori del
Paese, e dice che questi due anni e mezzo sono stati
utili per valutare la situazione. Che cosa ha scoperto
di nuovo nella diocesi dal punto di vista religioso e
politico?
Dal punto di vista religioso, sono stato
molto contento di scoprire il numero delle comunità
religiose: una trentina maschili e più di 70 femminili.
Dodici comunità contemplative: è ammirevole, è una forza
spirituale sulla quale mi appoggio e mi appoggerò
fortemente. È una grande ricchezza, dal punto di vista
pastorale e spirituale.
Sono stato anche contento di constatare
che ormai i sacerdoti del Patriarcato e i Francescani in
servizio nelle parrocchie della diocesi fanno il loro
ritiro spirituale mensile insieme. È una cosa nuova.
Come ho detto al Custode, è bello che tutti i parroci,
impegnati nella stessa pastorale, siano uniti così. Ogni
anno i sacerdoti del Patriarcato fanno ugualmente un
ritiro in comune con i preti melkiti e maroniti. Anche
questa è una bella testimonianza di unità della Chiesa
cattolica, nella diversità dei riti.
Quanto alla situazione politica, il muro
di separazione, che io ho visto costruire, mi ha
colpito. Nei miei primi anni di sacerdozio ho prestato
servizio in Giordania, ma anche a Ramallah. Non c’era
questa tensione. Certo, c’erano gli Ebrei da una parte e
gli Arabi dall’altra, ma non questa tensione. Non ho
assistito alle due insurrezioni che sono state chiamate
Intifada. Ma, al ritorno, ne ho visto le conseguenze. E
vedo anche gli sforzi che sono fatti da tutte le parti.
Ho avuto al Patriarcato delle visite di cittadini dei
Territori, ma anche delle autorità locali, dei dirigenti
politici. Noto che si fanno molti discorsi, promesse,
interventi, e , nello stesso tempo, vedo che non andiamo
molto innanzi. La situazione è quasi sempre la stessa.
A proposito di politica, Monsignore, che
dimensione occuperà nella sua missione?
Io amo più di fare il vescovo. Io amo
sottolineare l’aspetto pastorale e spirituale del nostro
Patriarcato, delle nostre parrocchie, dei nostri
parrocchiani, delle comunità religiose e dei pellegrini
che vengono qui. Certo, non posso dimenticare che tutto
quello che tocca l’uomo tocca la Chiesa.
La
politica mi riguarda nella misura in cui essa influisce
sulla vita degli uomini, la loro dignità e la loro
sicurezza.
Ma voglio fare bene attenzione. Noi
abbiamo tre o quattro gruppi di credenti davanti a noi.
Abbiamo cristiani e non cristiani, ebrei e musulmani.
Tra i cristiani ci sono dei cristiani giordani, dei
cristiani palestinesi (che sono quelli che soffrono di
più), dei cristiani europei che sono sul posto per
aiutarci, lavorare, studiare o fare pellegrinaggi, e ci
sono anche dei cristiani israeliani arabi o di origine
ebraica. Tutti questi gruppi non condividono la stessa
sensibilità, compresa la loro visione del conflitto. Da
qui la difficoltà di parlare. Perché il vescovo è il
vescovo di tutti, assolutamente di tutti. O noi vogliamo
che il discorso tocchi tutti, oppure privilegiamo un
gruppo - cosa che è più facile - oppure facciamo tanti
discorsi quanti sono i gruppi, il che non è possibile.
Ma se voi volete toccare insieme ebrei, musulmani,
cristiani, giordani, palestinesi, ciprioti, europei…
allora bisogna pensare ogni virgola. Io misuro bene la
complessità di un intervento, sia esso un discorso o
un’omelia.
E come immagina di affrontare questa
difficoltà?
Con la spiritualità. Si potrà dire che è
la cosa più facile, ma è anche il ruolo della Chiesa,
quello di condurre gli uomini verso l’alto.
Ma lei sarà sollecitato sul discorso
politico. I giornalisti non si contentano di
spiritualità.
Ah, i giornalisti!… Quando ero vescovo di
Tunisi, mi interrogavano sull’Islam. Un giorno ho detto
loro: “Aspetto che qualcuno mi interroghi su Cristo”.
Aspetto veramente che mi si interroghi su Cristo, sulla
Chiesa, sull’essenza della nostra vita cristiana, sulla
nostra presenza in Terra Santa. Deluderò forse i
giornalisti sulla politica ma, ancora una volta, essa ci
tocca in quanto tocca l’uomo. Stando così le cose, c’è
un’altra dimensione. E giustamente tutto quello che noi
viviamo, comprese le difficoltà generate dal conflitto,
deve rinviarci al Vangelo. Dobbiamo prendere il Vangelo
alla lettera. Quando il Vangelo ci parla della Croce,
della sofferenza, quando si vede Gesù cadere … e non
rialzarsi. Dobbiamo pensare che il discepolo non può
essere trattato meglio del maestro. E che seguiamo
Cristo sul cammino che egli ha percorso prima di noi. Ma
quando, malgrado tutto, andiamo avanti; e quando
malgrado tutto troviamo la forza di vivere e la gioia di
vivere, la gioia di predicare, la gioia di annunciare il
Vangelo, non è in ragione delle condizioni geopolitiche
che ci circondano, perché esse, per natura, sono
mutevoli: un giorno favorevoli, l’indomani sfavorevoli.
No, questa gioia ci viene dal Vangelo. Questa gioia ci
viene da Colui che ci ha detto: “Non abbiate paura, io
sono con voi… Vi dono la mia pace, la MIA pace”. La sua
pace che è serenità interiore, che è gioia interiore,
che è gioia di vivere, gioia di incontrare, gioia di
accogliere gli altri, tutti gli altri, come sono, con i
loro limiti, con i miei limiti.
Il
motivo della nostra gioia non è nel miglioramento della
situazione; il motivo della nostra gioia è nell’incontro
con Cristo stesso, per mezzo della preghiera, e
nell’incontro e la solidarietà con gli altri.
Se non i giornalisti, altri la
solleciteranno sul campo politico…
Sono disposto a incontrare tutti, a
ricevere tutti. Non ho nessun complesso. Ho passato, ve
lo ricordo, diciotto anni nella vita diplomatica. Questi
anni mi hanno insegnato alcune piccole cose… In più,
questi anni mi hanno aperto lo spirito, il cuore. E né
la mia fede, né il mio spirito, né il mio cuore, né la
mia carità, né il mio amore si limitano alle frontiere
della diocesi. Bisogna amare tutti. Tutti i cittadini
dei Paesi abbracciati dalla mia diocesi sono miei
cittadini. Tutti gli abitanti della Terra Santa sono i
miei, in un certo senso. Davanti a Dio, davanti alla
storia, io mi sento responsabile di tutti. E, nello
stesso tempo, conosco al 100% i miei limiti. So che non
farò mai dei miracoli, ma seminerò, lavorerò con i miei
confratelli vescovi, con i preti, i religiosi e i fedeli
laici, lasciando i risultati al buon Dio … come Lui
vuole, quando vuole.
Nella situazione attuale, che è così
complicata, forse conviene amare di più, pregare di più
e parlare di meno, anche se questo non fa la gioia dei
nostri giornalisti.
Ha parlato di seminare… Cosa seminerà
Monsignore?
La gioia di vivere! La gioia di vivere da
cristiani.
La Terra Santa è un paese che ci insegna la pazienza. Vi
ho detto che quando un dossier arrivava con la
stampigliatura “Urgente” alla Segreteria di Stato
Vaticana, si prendeva sempre tempo. La Chiesa non vive
nell’urgenza, ha l’eternità davanti a sé. Nel servizio
diplomatico, talvolta ci si rimprovera di aver parlato
troppo, o troppo presto… Non ci si fa mai il rimprovero
di aver osservato il silenzio. È vero anche che troppa
prudenza fa correre il rischio della paralisi, e io non
amo nemmeno questo. Bisogna coniugare la prudenza nel
parlare e il coraggio di farlo. E conoscere i propri
limiti. Davanti alla complessità della situazione,
bisogna accogliere, ascoltare, conoscere i punti di
vista. Bisogna soprattutto affidare tutto questo al Buon
Dio nella preghiera e nel silenzio.
E nel campo della pastorale che cosa
seminerete?
Ho desiderio di moltiplicare i contatti
con i sacerdoti, le parrocchie, i fedeli e le comunità
religiose. Desidero essere presente in diocesi. Il
Patriarca di Gerusalemme è molto sollecitato all’esterno
per delle conferenze, delle celebrazioni, ogni tipo
d’incontri. Io rinuncerò a molti inviti per essere qui,
per compiere il mio dovere di vescovo sul posto, per
essere con i nostri fedeli. Bisognerà trovare il
coraggio di dire no, ringraziare per gli inviti e
declinarli, domandando la preghiera di tutti. È
difficile dire di no. Ma i bisogni sul posto sono spesso
prioritari.
Ho intenzione di consacrare del tempo sia
alla Giordania che alla Palestina e a Israele. La
Giordania è un punto forte del Patriarcato latino: essa
raccoglie in effetti i due terzi dei nostri fedeli - di
cui più della metà sono di origine palestinese - e offre
alla diocesi l’80% dei suoi seminaristi. Malgrado la sua
stabilità, anche questa parte della diocesi attraversa
una crisi, soprattutto economica, con l’afflusso dei
rifugiati iracheni. L’emigrazione cristiana comincia a
toccare fortemente anche la popolazione giordana; noi
dobbiamo lavorare, qui come laggiù, a dare speranza,
delle ragioni per sperare, per restare cristiani in
Medio Oriente.
D’altro canto, è normale concedere
un’attenzione particolare al membro più ferito della
diocesi: la Palestina. Ma la diocesi patriarcale di
Gerusalemme abbraccia la Palestina, Israele, Cipro e la
Giordania, e ci sono bisogni dappertutto. Tutti hanno
diritto ugualmente alle nostre preghiere, al nostro
amore, ai nostri progetti, come per esempio la
costruzione di residenze per le giovani coppie. In tutta
la diocesi dobbiamo prevedere, prevenire piuttosto che
curare. Dai miei contatti di due anni e mezzo con i
sacerdoti e i fedeli, è anche emerso il bisogno di
riformare un poco l’amministrazione stessa della
diocesi. Molto bene è stato fatto dal mio predecessore.
Ma il sangue nuovo porterà idee nuove. Nella Chiesa non
c’è clonazione. La diversità è una ricchezza.
Intervista a cura di Marie-Armelle
Beaulieu
Dal beduino sedentarizzato al Pastore nomade
Monsignore, qualcuno ha scritto di lei
che era un Beduino, è vero?
Sì e no. La mia tribù era di cristiani
beduini, ed è grazie ad un missionario italiano,
Manfredi, che li ha accompagnati nelle loro traversate
nel deserto, più o meno 120 anni fa, che abbiamo
abbracciato il rito latino. Eravamo nomadi, poi siamo
passati al semi nomadismo. Ma al tempo della mia nascita
eravamo sedentarizzati, così che io sono nato in una
casa con un tetto.
Mia madre, che mi ha visto cambiare di
missione ed andare da un continente all’altro, quando
ero al servizio diplomatico della Santa Sede, diceva:
“Questo ragazzo è nato nomade, e nomade resterà”. Ma
adesso sono ritornato sotto la grande tenda del
patriarcato, che ci protegge tutti.
Sulle comunità religiose
Le comunità religiose sono costituite per
la maggior parte da stranieri. Le trovate
sufficientemente integrate in diocesi?
Vi ho detto il bene che penso di tutte
queste comunità. Fermo restando questo, avrei voluto che
più persone fossero impegnate nella pastorale stessa
della diocesi. Bisogna riconoscere che, per il passato,
hanno lavorato e seminato molto. Penso soprattutto ai
Padri di Bétharram, che hanno costituito il clero del
patriarcato prima che sorgessero, grazie al loro lavoro,
delle vocazioni diocesane locali. In sé, avere delle
comunità costituite da stranieri non presenta dei
problemi. Gerusalemme è per la Chiesa universale. Sono
le nostre radici, le radici dei cristiani del mondo
intero. Ma chiamerò altre comunità per una integrazione
nella pastorale della diocesi.
Gerusalemme, chiesa locale e chiesa universale.
C’è una tensione tra la doppia realtà di
Gerusalemme Chiesa locale e Chiesa universale?
Io penso che sia la stessa realtà. La
Chiesa locale non è estranea alla Chiesa universale, e
vice versa. La Chiesa universale si trova molto bene
nella Chiesa locale, con i membri che la costituiscono,
con i membri stranieri del clero, nel seno della
Custodia e nelle altre comunità religiose che sono parte
integrante della Chiesa locale e della Chiesa
universale. Io non vedo l’antagonismo; al contrario, c’è
una complementarietà. È una ricchezza. La Chiesa
universale si trova molto bene in noi e noi ci troviamo
molto bene nella Chiesa universale. Così quando io
viaggio in Europa o altrove, non mi sento affatto
straniero. E spero che gli altri, quando mi vengono a
trovare, si sentano a casa loro, nella Chiesa.
Spesso è uno choc per i cristiani
occidentali sentir pregare la nostra fede cristiana in
lingua araba…
Meno male che c’è uno choc, molto bene.
Mi piace. Mi piacerebbe che ci fosse più choc ancora,
per aprire i cuori e le mentalità. Se si resta sorpresi
di incontrare un vescovo, un patriarca arabo o giordano,
trovo bella questa sorpresa. Ed è bello che possiamo
comunicare con tutto il mondo.
I rapporti con la Custodia.
Avete un messaggio per la Custodia di
Terra Santa?
Voglio innanzi tutto esprimere la mia
gratitudine alla Custodia e a ciascuno dei suoi membri
per tutto il bene che fanno. Durante questi due anni,
ogni volta che ho avuto occasione di scendere al Santo
Sepolcro, accompagnato dai francescani che mi
“custodivano”, ero molto contento di fare la loro
conoscenza. Ma certamente mi piacerebbe che ci fossero
ancora più relazioni e collaborazione. Incontrerò a
questo scopo i responsabili. Ma essi svolgono un lavoro
indispensabile, io li ammiro, li incoraggio e li
ringrazio con tutto il cuore.
Veramente, auspico più collaborazione e
anche più amicizia. Trovo già molto simpatici i nostri
sacerdoti arabi della Custodia. Essi mi circondano delle
loro attenzioni, ed io del mio affetto paterno.
Sito ufficiale del Patriarcato
[1]
La Pontificia Accademia Ecclesiastica, anticamente
conosciuta come Accademia dei nobili ecclesiastici, è
una istituzione fondata da Clemente XI nel 1701 con il
fine di formare il corpo diplomatico della Santa Sede.
Gli alunni sono selezionati tra il clero diocesano, non
in seguito ad una candidatura, ma ad una segnalazione,
generalmente del loro vescovo, il quale deve in ogni
caso approvarne l’ammissione. Devono già essere preti e
titolari almeno di un dottorato in diritto canonico o in
teologia. Inoltre devono padroneggiare almeno due lingue
straniere e avere più di 30 anni.
[2]
Pietro Sambi è stato Nunzio e Delegato apostolico in
Terra Santa dal 1998 al 2005, ed è attualmente Nunzio a
Washington negli Stati Uniti.
[3]
Dopo Mons. Lavigerie e la creazione di una diocesi nel
1884, (Una restaurazione? In effetti Cartagine è, nel IV
secolo, una delle più grandi capitali spirituali
d’Occidente) gli ultimi 7 vescovi di Tunisi erano stati
francesi.
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