|
L'Osservatore Romano - 15
ottobre 2008

Roma, 14 ottobre 2008 -
Qualsiasi forma di eutanasia, più o meno esplicita, è da
condannare. No all'accanimento terapeutico, così come
all'abbandono del paziente. Anche l'aborto non è una risposta
alle sofferenze delle donne: è un "trauma" che non risolve
nulla, ma genera ulteriore sofferenza. Lo afferma la
Conferenza episcopale italiana nel messaggio, diffuso oggi,
per la trentunesima Giornata nazionale per la vita, che si
celebra il primo febbraio 2009.
Una riflessione sul senso della sofferenza, fisica e
spirituale, nella vita che invece è "fatta per la serenità e
la gioia". Il tema scelto per quest'anno è "La forza della
vita nella sofferenza".
Riguardo al dibattito in corso sul tema del "testamento
biologico", i vescovi italiani ribadiscono il loro "no" a
qualunque legittimazione dell'eutanasia. Lo fanno denunciando
il tentativo di "rispondere a stati permanenti di sofferenza,
reali o asseriti, reclamando forme più o meno esplicite di
eutanasia". "Vogliamo ribadire con serenità, ma anche con
chiarezza - scrivono i presuli - che si tratta di risposte
false: la vita umana è un bene inviolabile e indisponibile, e
non può mai essere legittimato e favorito l'abbandono delle
cure, come pure ovviamente l'accanimento terapeutico, quando
vengono meno ragionevoli prospettive di guarigione". Per i
vescovi italiani, "la strada da percorrere è quella della
ricerca, che ci spinge - sottolineano - a moltiplicare gli
sforzi per combattere e vincere le patologie, anche le più
difficili, e a non abbandonare mai la speranza".
I vescovi italiani invitano a non rassegnarsi quando "il peso
della vita ci appare intollerabile", e a fare affidamento
sulla "virtù della fortezza" e sul sostegno delle persone
care.
Il messaggio formula anche un appello a chi è vicino a persone
nella sofferenza estrema, "in particolare ai parenti e agli
amici dei sofferenti, a quanti si dedicano al volontariato, a
chi in passato è stato egli stesso sofferente e sa che cosa
significhi avere accanto qualcuno che fa compagnia, incoraggia
e dà fiducia".
"A soffrire, oggi - rilevano i vescovi - sono spesso molti
anziani, dei quali i parenti più prossimi, per motivi di
lavoro e di distanza o perché non possono assumere l'onere di
un'assistenza continua, non sono in grado di prendersi
adeguatamente cura. Accanto a loro, con competenza e
dedizione, vi sono spesso persone giunte dall'estero. In molti
casi il loro impegno è encomiabile e va oltre il semplice
dovere professionale: a loro e a tutti quanti si spendono in
questo servizio, vanno la nostra stima e il nostro
apprezzamento".
Sul tema lacerante dell'aborto i presuli italiani sottolineano
che l'interruzione volontaria di gravidanza certo non può
costituire "una risposta alla sofferenza delle donne".
"Talune donne, - afferma il messaggio del Consiglio permanente
della Cei - spesso provate da un'esistenza infelice, vedono in
una gravidanza inattesa esiti di insopportabile sofferenza.
Quando la risposta è l'aborto - ammoniscono i vescovi - viene
generata ulteriore sofferenza, che non solo distrugge la
creatura che custodiscono in seno, ma provoca anche in loro un
trauma, destinato a lasciare una ferita perenne. In realtà, al
dolore non si risponde con altro dolore: anche in questo caso
esistono soluzioni positive e aperte alla vita, come dimostra
la lunga, generosa e lodevole esperienza promossa
dall'associazionismo cattolico".
"La vita è fatta - ricorda la Cei - per la serenità e la
gioia. Purtroppo può accadere, e di fatto accade, che sia
segnata dalla sofferenza. Ciò può avvenire per tante cause. Si
può soffrire per una malattia che colpisce il corpo o l'anima;
per il distacco dalle persone che si amano; per la difficoltà
a vivere in pace e con gioia in relazione con gli altri e con
se stessi".
"Se la sofferenza può essere alleviata - afferma il messaggio
- va senz'altro alleviata. In particolare, a chi è malato allo
stadio terminale o è affetto da patologie particolarmente
dolorose, vanno applicate con umanità e sapienza tutte le cure
oggi possibili". Per la Chiesa italiana "la strada da
percorrere è quella della ricerca che ci spinge a moltiplicare
gli sforzi per combattere e vincere le patologie - anche le
più difficili - e a non abbandonare mai la speranza".
http://www.vatican.va/news_services/or/or_quo/text.html#18
|