La preghiera di chi si fida
«Camminate dunque nel Signore Gesù Cristo, come
l’avete ricevuto, ben radicati e fondati in lui, saldi nella
fede come vi è stato insegnato, abbondando nell’azione di
grazie.
Badate che nessuno vi inganni con la sua filosofia e con
vuoti raggiri ispirati alla tradizione umana, secondo gli
elementi del mondo e non secondo Cristo.
E’ in Cristo che abita corporalmente tutta la pienezza della
divinità, e voi avete in lui parte alla sua pienezza, di lui
cioè che è il capo di ogni Principato e di ogni Potestà.
In lui voi siete stati anche circoncisi, di una
circoncisione però non fatta da mano di uomo, mediante la
spogliazione del nostro corpo di carne, ma della vera
circoncisione di Cristo.
Con lui infatti siete stati sepolti insieme nel battesimo,
in lui anche siete stati insieme risuscitati per la fede
nella potenza di Dio, che lo ha risuscitato dai morti».
(Col 2, 6-12)
La preghiera è il respiro dell’anima; come accade per il
corpo, chi volesse vivere senza ossigeno, privandosi di un
elemento principe nella dinamica delle funzioni fisiologiche
dell’essere umano, resterebbe prima o poi privo di vita,
così anche nel mondo dello spirito, colui che decida
deliberatamente o per pigrizia o inerzia di prescindere
dall’orazione finirebbe col giacere morto.
La ragione fondamentale di questo inevitabile esito risiede
nella medesima struttura esistenziale dell’uomo; esso non
possedendo alcun fondamento ontologico in se stesso, procede
da Dio, nell’ordine dell’esistenza e delle sue finalità.
L’armonia tripartita (ma unitaria) della natura umana -
costituita, come insegna San Paolo, da corpo, anima e
spirito - implica necessariamente un equilibrio gerarchico
delle sue parti costitutive: all’anima (psychè) deve
soggiacere il corpo e la prima allo spirito (pneuma); a sua
volta, quest’ultimo (nephesh) - creato per comunicare
(vivendolo partecipativamente) con lo stesso Spirito di Dio
nell’uomo (Rouah) - da Lui dipende totalmente, attingendo
gioia piena, potenza di vita e di immortalità.
La preghiera si colloca proprio in quest’ottica comunicativa
di effusione del cuore nel Cuore di Dio, subordinando il
nulla del proprio essere al tutto infinito dell’Essere.
Lo stato originale di innocenza contemplava questa
piena assonanza esistenziale: Dio e l’uomo in colloqui
frequenti ed intimi, la natura umana, sovrana e signora
dell’intero creato, capace di porre il nome agli animali,
libera dalle pastoie del dolore e della morte e dal vincolo
inesorabile di un servigio estremo, quello del ritorno alla
terra, della polvere del proprio niente, chiaro segno del
perduto dominio sugli elementi materiali della creazione.
L’uomo pecca e la corruzione del male commesso, rompendo
l’armonia gerarchica menzionata, fraziona l’interiorità
della persona (discorsività del pensiero, incapacità di
concentrazione, dissonanze cognitive, illusioni legate alla
errata percezione della propria corporeità) e proietta nel
mondo sensibile la radice dell’essere stesso (la vita dello
spirito), la quale, priva della sua unica Sorgente eterna ed
infinita (Dio stesso), finisce con lo scagliare la sua
ragion d’essere fuori del luogo ad essa deputato (la vita
trinitaria), per restare assorbito e legato inesorabilmente
al disfacimento progressivo della parte che di sé appartenga
al transeunte.
L’uomo è ormai completamente servo del mondo creato (che
invece era chiamato a dominare nell’amore), della materia
nella quale egli si ingabbia sempre di più; peccato chiama
peccato e il male paga con il male; ne ricava una vita
precaria e una morte certa.
La corporeità cambia radicalmente il proprio modo di essere:
da tempio vivo dello Spirito divino, diviene semplicemente
«carne», che non mantiene la propria esistenza se non
nell’ordine naturale (materiale).
In questo senso San Paolo parla di essa e della necessità di
una sua mortificazione, ossia del bisogno estremo che le
tendenze mortifere, che con sé medesima rechi, vengano
uccise, purificate e sublimate nella divinizzazione che
procede dallo Spirito Santo.
«Mortificate dunque quella parte di voi che appartiene
alla terra: fornicazione, impurità, passioni, desideri
cattivi e quella avarizia insaziabile che è idolatria, cose
tutte che attirano l’ira di Dio su coloro che
disobbediscono.
Anche voi un tempo eravate così, quando la vostra vita era
immersa in questi vizi.
Ora invece deponete anche voi tutte queste cose: ira,
passione, malizia, maldicenze e parole oscene dalla vostra
bocca.
Non mentitevi gli uni gli altri.
Vi siete infatti spogliati dell’uomo vecchio con le sue
azioni e avete rivestito il nuovo, che si rinnova, per una
piena conoscenza, ad immagine del suo Creatore.
Qui non c’è più Greco o Giudeo, circoncisione o
incirconcisione, barbaro o Scita, schiavo o libero, ma
Cristo è tutto in tutti». (Col 3, 5-11).
Il combattimento contro la carne è dunque
reviviscenza per il corpo; l’ascesi di mortificazione,
tuttavia, non ha senso se non nella misura in cui implichi
anche un’esperienza mistica attiva (alla quale tutti sono
chiamati e mistica che non dipende da se stessi o dai meriti
personali, ma essenzialmente dalla propria collaborazione
all’iniziativa dello Spirito divino), un’apertura del cuore
all’azione di Dio, che ci renda capaci di ricevere la vita
divina e di vivere del Logos eterno del Padre; in altri
termini che ci apra all’ascolto autentico della Parola e ci
faccia atti alla ricezione trasformante della persona.
Per questo alle pratiche dell’ascesi deve essere associata
quella dell’orazione.
La preghiera ed il sacrificio devono sempre agire
congiuntamente, sotto la guida dello Spirito del Padre che
predispone all’accoglienza, alla purificazione ed alla
santificazione.
I diversi elementi dell’ascesi (digiuni, astinenze, veglia,
continenza, elemosina, lavoro, ossia fatica fisica e
dedizione corporale) devono procedere simultaneamente ed
essere coronati e corroborati dall’interno da un’intensa
vita di preghiera.
L’ascesi verte e riguarda l’essere intero: l’uomo, decaduto
in tutte le sue facoltà, deve rialzarsi integralmente,
mediante l’applicazione di ogni sua potenza unita all’azione
dello Spirito di Dio.
Questo ritrovato equilibrio, in Cristo Signore ed in virtù
dell’effusione del suo sangue, comporta e genera una
profonda pace interiore: l’uomo che prega e si sacrifica,
mortificando se stesso, con l’aiuto della grazia, diviene
dimora stabile dell’Altissimo, imperturbabile.
Ora, si vede bene quale sia la necessità di una vita
d’orazione: la preghiera è il mezzo principe per instaurare
nuovamente un rapporto con Dio.
Questa possibilità esiste solo perché è Dio, che per primo
cerca tale rapporto.
Se non fosse così a nulla varrebbero tutti gli sforzi
dell’umano potere.
In quest’ottica dobbiamo collocare le esperienze «mistiche»
delle religioni orientali, legate al compimento di pratiche
ascetiche ed ancora nell’ambito di tale visione dobbiamo
leggere le differenze profonde tra preghiera e meditazione
yoga, per esempio.
L’iniziativa di Dio è il sigillo della preghiera cristiana,
che resterebbe altrimenti sempre arenata all’insufficienza
di mezzo inadeguato per accedere al Mistero.
Che dire, dunque, di una possibile fisiologia della
preghiera?
Che ruolo può o deve avere il corpo nel percorso ascetico
dello spirito in Dio?
Che utilità vi può essere nell’utilizzo di posizioni fisiche
o di specifici esercizi respiratori?
Riteniamo che sia sempre valido un principio aureo di
Sant’Ignazio di Loyola: avvalersi di tutto quel che sia
utile per unirci di più a Dio, prescindere da tutto quel che
allontana o divide da Lui.
E’ chiaro che anche universalizzare un metodo rischia di
essere restrittivo per la sensibilità spirituale di ognuno.
Procediamo per gradi.
In primis, dobbiamo rilevare un’evidenza: è
certo che i portamenti, le posizioni ed i movimenti del
corpo possano favorire, o addirittura provocare, stati
psichici, come è anche vero che ogni attività mentale
comporti ripercussioni somatiche; il corpo, in modo
sensibile o impercettibile o perfino involontario, partecipa
ad ogni moto dell’anima, di qualunque natura esso sia
(sentimentale, intellettivo o spirituale).
E’ altresì verissimo che uno stato timico a volte possa
essere quasi localizzato organicamente: un particolare stato
umorale può esercitare una specifica attrazione ed influenza
su certe parti dell’organismo più che su altre.
Solo il pensiero errante e discorsivo - necessariamente non
legato ad una individuabile vena timica e solitamente
determinato dal meccanismo complesso delle associazioni
d’idee autogene, e/o delle impressioni ricevute
dall’ambiente esteriore e/o delle onde subcoscienti messe in
moto a caso dalla meditazione - difficilmente è in grado di
trovare una propria collocazione fisica «residenziale».
Tanto assertiamo per mostrare come indubbiamente la
preghiera abbia una influenza notevole anche sul corpo e non
soltanto sullo spirito.
Conosce bene questo, chi, abbandonato ad un tempo di
preghiera, al terminare la stessa, si ritrovi con un nuovo
insospettato senso di benessere, di pace e di vigore, che,
seppur passando per lo spirito, ha notevoli ripercussioni
anche sul corpo; come è anche semplice sperimentare come uno
stato fisico di trambusto (arrivare di corsa in chiesa, per
esempio) non deponga a favore di una calma concentrazione,
certamente utile al momento orante.
Come dunque potersi avvalere del corpo per pregare con
maggiore efficacia?
Uno dei modi può essere proprio quello di controllare il
respiro, calmandolo nel suo vagabondo errare.
Il consiglio che chi scrive si sente di dare non concerne
l’acquisizione di una specifica tecnica o l’utilizzo si
procedure tramandate dalla tradizione esicasta, ma quello di
un prudente ascolto dei messaggi del corpo.
La posizione di chi si dedichi alla preghiera prolungata
deve essere necessariamente quella che riesca a conseguire
il migliore stato di concentrazione per l’orante; il respiro
scandito, ma non forzato (1) ritmicamente
aiuta da un lato a fissare il pensiero, a canalizzarlo, come
sosteneva Evagrio, verso il centro d’attenzione prefissato,
e dall’altro, a sedare l’eventuale nervosismo, anche
latente, che possa disturbare l’avvenimento dell’incontro.
Occorre preliminarmente sapere che questo è il momento, il
tempo sacro, preziosissimo, in cui l’uomo creatura si deve
trovare con il suo Creatore, per essere pienamente se
stesso.
Non esiste istante di maggior valore di quello in
cui la persona «si perda» nelle Persone.
Per questo è assolutamente indispensabile, come recita la
divina liturgia greco-cattolica di San Giovanni Crisostomo,
«deporre ogni mondana preoccupazione».
L’orazione deve procedere mentalmente da uno spirito libero
e da un cuore arreso del tutto al Pensiero divino.
Qualunque turbamento, di qualsiasi natura, quand’anche fosse
lecito, deve sciogliersi come cera al fuoco dello Spirito
dimorante nel cuore.
Presupposto di tale atteggiamento intimo è la consapevolezza
brillante e rassicurante di sperare tutto da Dio ed in Dio,
affidando tutto e confidando per tutto.
Del resto la stessa coroncina della Divina Misericordia di
santa Faustina vede il suo culmine in
questa medesima
fiducia filiale: «Gesù, confido in te».
Il corpo seguirà l’anima in questo percorso di totale
rasserenamento; il battito cardiaco decelererà, il respiro
diverrà regolare, una sensazione di benessere e di
rilassatezza pian piano prenderanno possesso dell’orante; ma
tutti questi segni restano sempre nella sfera
dell’accidente.
Una preghiera efficace può anche nascere nelle corsie di un
letto d’ospedale, nell’offerta silenziosa di un cuore
fiducioso, che palpita all’interno di un corpo lacerato o
martoriato dal dolore.
Elemento essenziale infatti non è tanto la tecnica che si
abbia deliberato di adottare (o che lo Spirito abbia
suggerito) per rendere più viva la Presenza, quanto la
necessità impellente che tale preghiera «divenga respiro»;
per usare una sorta di gioco di parole, il respiro può
essere utile alla preghiera, ma soprattutto la preghiera che
deve essere respirata.
In questo si torna forse allusivamente a certa prassi della
fisiologia orante, ma da cui tranquillamente possiamo
prescindere: la preghiera deve divenire stato abituale
dell’uomo, comunque costui riesca a realizzare tale evento.
Quindi torniamo all’essenziale: primo, assenza di
preoccupazioni o di distrazioni; offerta di quel che c’è
dentro di noi.
Gesù dice di dare in elemosina quel che v’è dentro e tutto
sarà puro.
Quindi effusione del cuore davanti al Signore (come recitano
alcuni salmi), cioè fiducia estrema e totale nella bontà
infinita ed imperscrutabile dell’eccellenza divina.
Secondo: fede forte, irremovibile, piena
consapevolezza di essere alla presenza di Dio, che
stabilmente dimora nell’anima in grazia; o che si occulta
nelle Specie Eucaristiche.
Stare presenti a se stesso, per dimorare alla Presenza,
sapendo che Dio prescinde dalla mia poca o molta capacità e
che Lui è in grado di fare tutto.
Piena certezza della parola di Cristo: «Rimanete in me
ed io in voi», «siete tempio dello Spirito Santo»;
«il Padre lo amerà e noi verremo a lui»; «il
regno di Dio è dentro di voi» ecc., sapere che Dio non
mente; l’anima che lo cerca ed è in grazia (confessata e
senza peccato grave) vive di Dio, anche nella incoscienza di
questo persistere «dentro».
Fede nella permanenza di Cristo, che va adorato nel cuore
(come dice San Pietro) e che prega in noi, come capo, per
noi, come sacerdote ed è pregato da noi come Dio (come
meravigliosamente sintetizza Sant’Agostino).
Terzo: fede di essere esauditi, secondo il
compimento della sua volontà.
Abbandono alla volontà divina e piena certezza che «tutto
concorre al bene di coloro che amano Dio»; quindi,
pregare, sapendo che il Padre mai rifiuta cose buone e lo
Spirito Santo, all’anima perseverante, umile e colma di
amore.
Pregare, sapendo che se si chiede bene e come si conviene,
si ottiene sempre il meglio per sé e per gli altri, anche
quando questo non corrisponda al nostro volere.
Quarto: umiltà! Essa deve costituire sigillo interiore della
preghiera e manifestazione esteriore di solennità sacra;
riconoscimento dell’infinita maestà sovrana di Dio, di
fronte alla quale l’adorazione del corpo e dello spirito
deve essere sentita come ineluttabilmente obbligatoria.
Il timore di Dio, questo amore adorante e tremante dell’uomo
che si scopre nudo, senza grazia, incapace di ottenere
alcunché, se non gli viene concesso dalla mano amorosissima
dell’Altissimo, deve percorrere come un onda tutto l’essere
ed impregnare di sé la coscienza.
Per questo ben si colloca, in quest’ottica, un’invocazione
di carattere penitenziale, che chieda misericordia a Dio,
per l’iniquità di cui si è profondamente impastati e che
rende immensamente indegni di chiamare a sé il Santo.
Dall’umiltà discende senza equivoci il bisogno di essere
convertito.
Recidere la complicità con il male, nell’intimo di una
orazione penitente e di una supplica continua e colma di
speranza, può essere il farmaco più dolce per il peccatore
incallito che voglia, però, redimersi (e tutti siamo
peccatori, nessuno si chiami fuori).
Ma come può questa preghiera così praticata divenire
abitudine dell’anima, perenne presenza dello Spirito Santo
nel cuore?
Come può l’uomo pregare sempre, per beneficiare della
potenza e della dolcezza e della misericordia infinita del
Santo dei santi?
Forzando, per quanto possibile e con serenità, la volontà a
compiere una preghiera attenta; non tralasciando mai questo
momento sacro, esclusivamente dedicato a Dio; richiamando
alla memoria, incessantemente, come sottofondo musicale che
accompagni in ogni dove ed in ogni
tempo, il Divino che ci
circonda, in cui viviamo e ci muoviamo; saper scorgere
dietro ogni circostanza o apparenza della vita la mano
divina della Provvidenza.
L’esperienza della preghiera come respiro diviene
allora quasi un simbolo: come l’aria non può non avvolgere e
contenere la persona, così la luce santificante e la grazia
divinizzante dello Spirito non può non voler possedere
un’anima; Dio, nella sua libertà infinita, vuole certamente,
ma l’uomo deve consentire questo lasciarsi possedere; deve
aprirsi seriamente al mistero che lo trascende, sapendo
scorgere sempre un segno dell’amore che Dio ha per lui.
Non esisterà mai una tecnica che obblighi Dio a donarsi;
soltanto l’amore è in grado di «costringere l’Eterno».
La preghiera diviene respiro quando lo sguardo si volge con
frequenza al Cuore di chi dimora nel cuore; chi ama, non
fatica a pensare alla persona amata; anzi il pensiero sorge
in lui spontaneo; quasi riesce a percepirne l’odore e a
carpirne lo sguardo.
Così, chi trova Cristo, sa incrociare i suoi occhi, oltre il
visibile percorso dell’esistenza, nella certezza di sentirsi
amato, voluto, protetto e benedetto.
Le giaculatorie possono essere di aiuto in tal senso; ponti
attraverso i quali giungere al faccia a faccia nelle tenebre
(per usare un’espressione ripresa da Beata Elisabetta della
Trinità) in un istante, un momento, un attimo.
Altro mezzo può essere quello di un’attenzione parallela che
ci consenta di vivere ad un tempo in qualunque luogo o
accadimento, però assaporando intimamente (senza che ciò
significhi sentire sensibilmente, ma soltanto prenderne
coscienza) la dolcezza estrema del soffiare di Dio
nell’anima.
Tutto questo premesso, non possiamo che evincere la seguente
verità: «la preghiera nasce in un atto di fede che ci
mette a confronto con l’Increato, il Dio personale e
vivente: essa non dipende da alcun artificio e non può
essere conquistata nè con l’astuzia nè con la violenza; è
libero dono di sè, da una parte e l’altra. Il corpo non è
dunque un organo produttore, ma un criterio oggettivo; ciò
che si esige da esso, come pure dal pensiero discorsivo, è
il silenzio ed il ritorno all’unità; è attivo, ma non
creatore: è, come tutto nell’uomo, una terra fertile in
attesa del seme; parte integrante dell’uomo totale, anche
esso porterà i suoi frutti di santità, poichè è chiamato
alla trasfigurazione, alla resurrezione e alla vita eterna»
(2).
In questo netta è, pertanto, la differenza che
intercorre tra un autentico atteggiamento orante e la
pratica di un esercizio yoga.
«Nello yoga indiano, il fine dell’asceta è
l’annullamento totale della propria individualità in Icvara,
se si accetta la versione teista delle tecniche yogiche, e
nella vacuità (vuoto), secondo la versione
buddhista.
L’asceta, nella fase detta di samadhi (= unione),
tende a passare dalla samadhi detta con sostegno a quella
senza sostegno. E, mentre nella prima ha fissato il pensiero
in un punto dello spazio o in un’idea (concentrazione
in un solo punto, ekagratà), nella seconda deve
annullare ogni precedente stadio di pensiero.
Ancora più esplicitamente, nello yoga buddhistico, quale
è esposto nei testi del Dìghanikaya, il monaco, attraverso i
quattro ultimi stadi di coscienza (samapatti), deve
raggiungere la ‘regione della non-esistenza’, cioè una
condizione che è totale soppressione di ogni presenza
meditante e conoscitiva (…) lo yoga tende alla
soppressione mentale e fisica del meditante, e, nelle sue
forme tibetane, all’abolizione progressiva di tutte le
figure divine, come forme ingannevoli della conoscenza (una
sorta, cioè, di fagocitazione mentale degli dèi, come
inutili schermi fra il meditante e la realtà»
(3).
Nella preghiera cristiana, l’uomo deve riconoscere la
propria creaturalità sia in relazione alla propria assoluta
dipendenza da Dio (che, quindi, non è in grado di
raggiungere da sè) sia come oggettivo riconoscimento del
fatto che, pur peccatore, per superare il suo stato di
decadenza, non deve rinnegare il proprio essere (quindi
annullare se stesso), ma ottenere la divinizzazione di quel
che è, per grazia e misericordia.
In appendice, un’ultima considerazione.
Esistono parole verbali, che debbano di preferenza
utilizzarsi nella preghiera?
Ad una domanda simile, rispose Gesù.
Cosa insegnò?
