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Anno III,  Comunicato  87 , del 26  novembre  2008

 

 

 

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"Non vedo che un modo possibile per far scoppiare la pace in Medio Oriente: che Israele si ritiri dai

Territori Palestinesi Occupati"

 

Così disse, circa un anno fa, Mons. Michel Sabbah, ex-Patriarca Latino di Gerusalemme, e pare che tali parole siano ancora oggi del tutto, tragicamente, attuali (NdR)


 

LA PACE È NELLE MANI DI ISRAELE

di Mons. Michel Sabbah, Patriarca Latino di Gerusalemme

 

 

 

Non vedo che un modo possibile per far scoppiare la pace in Medio Oriente: che Israele si ritiri dai Territori Palestinesi Occupati. Io vado ovunque mi chiedano d'andare per dire la verità su quello che accade in Medio Oriente. Sono il portavoce della Chiesa per il bene dei palestinesi, come per quello degli israeliani.

 

Ma sono le condizioni di vita di milioni di palestinesi a essere tragiche ormai. Ci si domanda talvolta come possano le persone che risiedono nei Territori Palestinesi sopravvivere con l'occupazione israeliana, e con tutto quello che ne consegue: la disoccupazione tocca il 70% della popolazione, la libertà di movimento è inesistente.

 

Sotto la violenza dell'occupazione, la società palestinese comincia a disgregarsi.

Se si parla di azioni terroristiche palestinesi, bisogna anche parlare di azioni terroristiche israeliane.

Si può parlare di guerra? L'espressione più chiara per quanto riguarda i palestinesi è quella di « resistenza all'occupazione».

 

E questa dura dal 1967. C'è stato un periodo di dialogo tra il 1993 e il 2000, ma l'assetto della regione non è stato mai stabilito.

La resistenza palestinese, con sempre nuove esperienze di azioni nonviolente, si esprime talvolta con il ricorso alla violenza.

La violenza palestinese e quella israeliana sono purtroppo indissociabili e legate tra loro. C'è una soluzione per ovviare a questo circolo vizioso, ed è semplice: si avrà la pace se si porrà fine all'occupazione militare israeliana.

 

Il problema è che Israele non parla di occupazione, ma del suo diritto di difendersi e della sua sicurezza. Questa non è una buona analisi perché, restando nei Territori Palestinesi, Israele espone il suo popoloa una maggiore violenza.

 

Solo l'ingiustizia fatta al popolo palestinese separa quest'ultimo dagli israeliani.

 

Se cesserà quest'ingiustizia, se i palestinesi avranno il loro Stato, saranno i migliori amici d'Israele. La pace di cui parlo è molto più utile a Israele che ai palestinesi.

 

Ci si domanda anche se sia realistico pensare che Israele possa ritirare le colonie, tenendo conto che ormai molti abitanti sono nati e cresciuti lì. Ma non è che perché si è nati sulla terra del proprio vicino, quella casa ci appartiene.

Lo sgombero delle colonie è realistico e necessario. Ci sono già delle colonie che si sono svuotate a causa dell'insicurezza. C'è stato il disimpegno da Gaza. E 450.000 persone possono facilmente essere accolte da sei milioni di israeliani.

 

Concretamente, il dialogo dipende dal governo israeliano. E lui che ha tutte le carte in mano: se vuole la pace, sta a lui fare dei passi concreti e non delle concessioni unilaterali.

 

Finché i palestinesi vivranno nell'umiliazione, non potrà fermarsi la violenza.

 

Israele continua a dire di non avere un valido interlocutore per fare la pace: i palestinesi rivendicano oggi solo il 22% della Palestina storica per formare il loro Stato e sono pronti a lasciare a Israele il 78%.

 

Il popolo israeliano sembra approvare in larga maggioranza il suo governo, quando questo da prova di fermezza contro i palestinesi. E un popolo che vive nella paura: vuol essere protetto ma, paradossalmente, cerca leader forti che colpiscano e che lo vendichino. Sono uomini che, al posto di proteggerlo, lo espongono alla violenza.

 

Vi è anche l'idea, diffusa in Israele, di avere un giorno l'insieme dei Territori Occupati senza palestinesi.

Bisogna proprio dire che la comunità internazionale non ha il coraggio di agire: compie gesti di solidarietà verso i palestinesi, invia del denaro. Ma i palestinesi oggi hanno più bisogno di giustizia che di denaro.

 

In questo contesto di valutazione politica dei rapporti tra lo Stato d'Israele e il popolo palestinese, è fondamentale non confondere religione e politica.

 

La Chiesa suggerisce, infatti, che il dialogo con il popolo ebraico è distinto dalle scelte politiche dello Stato d'Israele. Inoltre, l'esistenza di Israele e le sue scelte politiche devono essere viste non in una prospettiva religiosa, ma in rapporto ai principi comuni della legge internazionale.

 

In tutt'altro ambito si pone l'impegno che da lungo tempo coinvolge le Chiese cristiane e l'ebraismo. Noi, Chiese di Terra santa, meditiamo insieme sulle radici della nostra fede. Con la Chiesa intera condanniamo gli atteggiamenti di disprezzo, i conflitti e le ostilità che hanno caratterizzato la storia delle relazioni ebraico cristiane.

Noi cattolici cerchiamo di vivere l'insegnamento della Chiesa nel mondo e di applicarlo nel nostro con testo particolare. Diversamente dai fratelli e dalle sorelle che sono in Europa, la nostra storia di cristiani in Terra santa è stata quella di una comunità minoritaria (situazione condivisa anche dagli ebrei del Medio Oriente) in seno a una società in maggioranza musulmana. Per molti secoli non siamo stati una maggioranza dominante nei confronti del popolo ebraico, come fu in Occidente.

Il nostro contesto contemporaneo è unico: noi siamo l'unica Chiesa locale che incontra il popolo ebraico in uno Stato che si definisce come ebreo e dove gli ebrei sono la maggioranza dominante. Inoltre, il conflitto in corso tra lo Stato di Israele e il mondo arabo, e in particolare tra israeliani e palestinesi, indica che l'identità nazionale della maggior parte dei nostri fedeli si trova in conflitto con l'identità nazionale della maggioranza degli ebrei.

 

Nella nostra continua ricerca di dialogo con i fratelli e le sorelle ebrei, dobbiamo essere pienamente consci di questo contesto particolare.

La Chiesa di Gerusalemme si trova inoltre arricchita da molti cristiani provenienti da altre terre, che hanno fatto di Gerusalemme la loro casa. In seno alla Chiesa, poi, vi sono cristiani di espressione ebraica che sono ebrei o che hanno scelto di vivere in seno al popolo ebraico.

Desiderando vivere in comunione con tutti, impariamo a essere un segno visibile di unità per l'umanità intera. Tutti gli uomini che vivono su questa terra sono chiamati a lavorare per la pace, tutti ugualmente testimoni, voce di verità e presenza che guarisce le ferite.

 

Per questo non possiamo esimerci dal riconoscere che l'ostacolo più grande alla pace è l'occupazione militare israeliana.

Il conflitto in corso non è una guerra: non ci sono due eserciti che si combattono tra loro. Uno solo è l'aggressore e l'altro l'aggredito.

 

Coloro che occupano e impongono l'occupazione sono gli israeliani; coloro che subiscono l'occupazione e sono oppressi, sono i palestinesi.

 

Per questo Israele, lo Stato più potente della regione, dovrà compiere il primo passo: Israele ha in mano le chiavi della pace.

 


 

Brano tratto da "Voce che grida dal deseto", Ed. Paoline, 2008

 

Link a questa pagina :

http://www.terrasantalibera.org/PaceManiIsraele-Sabbah.htm