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«Siamo alla vigilia dell'assedio
cruciale, dell'assedio più crudele,
quello che seguirà all'esplosione
della popolazione di Gaza e del
massacro più brutale dell'esercito
israeliano». Padre Manuel Musallam,
unico sacerdote cattolico di Gaza
City, dalla quale non esce dal marzo
2000, non trova più le parole per
vedere la luce in fondo al tunnel:
«Siamo obbligati a predicare la
speranza in una situazione di
disperazione: non c'è più benzina,
non abbiamo viveri, la corrente è a
giorni alterni, più di un milione di
persone sono senza lavoro. Quei
pochi che hanno un lavoro statale,
insegnanti e poliziotti, non
riescono a raggiungere i posti di
lavoro; gli ospedali sono al
collasso e le ambulanze non escono
più: ci sono feriti che muoiono
dissanguati perché nessuno è in
grado di portarli in ospedale, ogni
settimana troviamo cadaveri per
strada. Questi sono crimini di
guerra: è un regime disumano che non
può continuare, la gente esploderà»,
è il grido del sacerdote. Raggiunto
per telefono, l'unico collegamento
con l'esterno rimasto, ma anch'esso
intermittente, rimarca che «non si
può vivere e non si può neanche
pensare a Gaza: neanche gli animali
vengono trattati come noi».
Abuna
Manuel, come lo chiamano i suoi
alunni che lo adorano come un
patriarca, 69 anni, originario di
Ber Zeit, è fondatore e direttore di
una delle migliori scuole
semi-private di Gaza: 1.200 studenti
dai 5 ai 18 anni, 9 su 10 musulmani,
dalla metà degli anni Novanta
avevano trovato nella
Latin Madrasat School
una delle scuole meglio attrezzate
di Gaza e un rifugio al
deterioramento materiale e morale
delle condizioni di vita nella
Striscia.
Il
black-out energetico
imposto da Israele contro i
quotidiani lanci di Qassam orditi da
Hamas ha messo in ginocchio anche
quelle poche strutture che restavano
in piedi: «Sono stato l'unico ad
aver mantenuto aperta la scuola
quando anche le università hanno
chiuso, ma da mesi non abbiamo più
trasporti, non ci sono più autobus
né pubblici né privati: i bambini
camminano per ore prima di arrivare
a scuola, e quando arrivano sono
sfiniti, non riescono a
concentrarsi, non possono neanche
comprare una merendina... D'accordo
con il ministero dell'Istruzione,
che ci aveva detto di chiudere,
abbiamo ridotto il numero di ore di
insegnamento, 5 ore di lezione al
giorno anziché 7, ma alcuni hanno
già smesso di venire. Mi hanno
detto: "Abuna,
non ce la faccio più a
camminare...". Se anche raggiungono
la scuola, a volte le classi restano
senza insegnante per lo stesso
problema. Dai più piccoli agli
adulti, è inimmaginabile il carico
di problemi che ciascuno porta sulle
spalle. In alcune scuole sono stati
spediti a insegnare gli studenti
universitari. Per tutte queste
difficoltà, sempre con il ministero
abbiamo pensato di chiudere prima
l'anno scolastico: ai primi di
maggio anziché alla fine di maggio,
per far finire gli esami entro il 15
maggio, la data della
Nakba», la Catastrofe,
come viene ricordata dai palestinesi
la proclamazione dello Stato di
Israele, il 14 maggio 1948.
«Ci danno l'elettricità per alcune
ore al giorno - prosegue padre
Manuel -, ma non abbastanza per far
funzionare i generatori ed è troppo
costoso tenerli accesi durante il
giorno. Ormai possiamo solo riunirci
in chiesa e pregare. Gli israeliani
non smettono di uccidere, ogni
giorno qualcuno viene ucciso: il
posto di ritrovo degli abitanti di
Gaza è il cimitero, stanno svuotando
la Striscia. Non ci sono più neanche
le bare, a volte i corpi vengono
coperti con la sabbia».
La paura di morire domina su tutto,
aggiunge, mentre la miseria dilaga.
«Si incontrano sempre più spesso
intere famiglie, famiglie numerose,
ridotte all'indigenza, che mancano
di tutto... Così chi può uscire per
andare a trovare una parte della
famiglia in Cisgiordania non esita:
a Ramallah, a Beit Sahour, a
Betlemme, a Beit Jalla, a Nablus,
dovunque possono almeno
sopravvivere, sbarcare il lunario in
qualche modo, ma qui nella Striscia
come possiamo sopravvivere? Non c'è
nulla e non c'è possibilità neanche
di lavori saltuari: da quando il
personale delle agenzie umanitarie
ha lasciato la Striscia, non c'è il
cibo assicurato neanche per 10
giorni al mese».
Alcune famiglie cercano di far
uscire almeno i bambini, ma spesso
non c'è possibilità di riaverli
indietro: i più piccoli lasciano la
Striscia e si rifugiano in
Cisgiordania dai parenti, ma
rischiano di essere separati dai
genitori per un periodo imprecisato
di tempo. «La dispersione delle
famiglie, cristiane e musulmane, è
quello che mi preoccupa di più -
riflette il sacerdote -. La moglie
di uno dei nostri vicini è andata
dai parenti a Ramallah con i
bambini, ora non può più rientrare:
security reasons. Questo
significa che ora il marito deve
provvedere a lei fuori di Gaza, i
bambini sono confusi, non riescono a
capire cosa stia succedendo, devono
iscriversi a un'altra scuola,
ricomprare i vestiti e non hanno un
soldo, stare lontano dal padre e dai
compagni di classe, nessuno sa se
potranno tornare».
Malgrado l'imminente catastrofe
umanitaria e mentre l'esercito
israeliano continua a ventilare
l'ipotesi di un'invasione di terra
all'inizio dell'estate, della quale
nessuno conosce gli esiti, l'Egitto
mantiene chiuso il confine con la
Striscia: «Le frontiere non sono
chiuse: sono sigillate» scandisce
padre Manuel. «Nessuno può entrare
nella Striscia, neanche religiosi
che volessero venire ad aiutare,
neppure il patriarca... Ciascuno ha
già venduto tutto quel che poteva:
oro, mobili, tutto pur di
sopravvivere. I negozi sono vuoti:
avremmo bisogno di 700 camion di
merci al giorno per un milione e 200
mila persone. Invece gli israeliani
ne fanno entrare sette al giorno.
Accadono fatti inconcepibili: una
coppia di giovani ha deciso di
sposarsi un mese fa e non poteva
comprare un letto: lo hanno
noleggiato dai vicini per la notte
di nozze e l'hanno restituito al
mattino dopo... a questo siamo
arrivati».
È in questa situazione ai limiti
della sopravvivenza che padre
Musallam sta preparando il festival
di fine anno scolastico: «Ho scritto
un'opera teatrale, tratta da una
storia vera, di due fratelli
palestinesi costretti dalla vita a
separarsi. Gli studenti la
metteranno in scena: ci sarà
folklore, canti, danze... I bambini
avranno una festa anche quest'anno.
A dispetto delle violazioni
quotidiane dei diritti umani che
viviamo, a dispetto della punizione
inflitta ad un'intera nazione, i
miei bambini canteranno e
balleranno».
http://www.terrasanta.net:80/terrasanta/att_det.jsp?wi_number=1092
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