"Notizie dalla Terra Santa"


 

Anno III,  Comunicato n. 94 , del 18 DICEMBRE  2008

 

Quando giovani e Prof scoprono l’occupazione...

Diario di un viaggio con la scuola in Terra Santa

Non un pellegrinaggio ma un viaggio-studio per i giovani delle scuole superiori della città di Andria: un'esperienza straordinaria da riproporre in tutte le città.

Betlemme, 29 novembre

 

In realtà siamo venuti in questa terra con un sentimento di neutralità per quanto concerne la questione palestinese. Tutti noi sappiamo quale orrore abbia segnato nella storia la Shoah.

Abbiamo grande compassione per le sofferenze passate del popolo ebreo. Eppure, dopo quanto stiamo scoprendo in questi giorni, alla vista del muro e del campo di Dheisheh, abbiamo sentito, nostro malgrado, montare in noi una rabbia profonda e una voglia di ribellione, anche se sappiamo che non è questa la via più giusta per resistere all’occupazione israeliana. In questi giorni, abbiamo però scoperto un popolo, quello palestinese, mite, accogliente, ospitale, veramente forte, magnifico. Per questo diciamo a chi incontriamo: vi ammiriamo profondamente e riconosciamo che la vera resistenza è quella che voi mettete in atto, una resistenza che dice la vostra passione per la vita e per questa terra. Si tratta di una terra in cui abbiamo visto esserci un’enorme misura d’ingiustizia, ma anche un amore sconfinato. Contro l’ingiustizia, una volta tornati a casa, ci impegniamo, studenti e professori, a fare la nostra piccola parte. Per l’amore che nelle vostre esistenze vediamo incarnato, vi diciamo grazie dal profondo.

 

Domenica 30 novembre

 

È la nostra ultima cena in Terra Santa. Scendono le lacrime, si moltiplicano gli abbracci e le promesse ai giovani delle famiglie che ci hanno ospitato. Si assumono impegni. Abbiamo avuto il privilegio di

iniziare l’avvento proprio a Betlemme, la città dell’Incarnazione.(...)

 

Lunedì 1 dicembre

 

La partenza è arrivata e, con essa, il magone. Dopo colazione, corriamo in parrocchia per l’ultimo saluto ai nostri amici. Qui la scuola inizia un quarto alle otto. Salutiamo i ragazzi, suor Rosaria, abuna Faysal. Anche

lui è in partenza. Ha lezione fino alle undici e poi corre dalla mamma in Giordania. Sua mamma ha settantasei anni, ci dice, non la vede da molto tempo e tra quattro giorni gli scade il visto concesso da Israele, per il passaggio della frontiera: “L’ultima volta che l’ho dovuto rinnovare, ho atteso cinque mesi. E così, anche se solo per un giorno, vado a salutare mia mamma. Sono solo cento chilometri, ma – con tutti

i checkpoint che dovrò passare – mi ci vorranno cinque o sei ore per arrivare. Domattina, però, devo essere a scuola”.

 

Tel Aviv.

 

Arriviamo alla zona del lunghissimo tapee rulant dell’aeroporto “Ben Gurion” – sì, proprio lui: colui che il 14 maggio del 1948 dichiarò unilateralmente la nascita dello Stato di Israele. Mentre il tapee scorre, non possiamo fare a meno di leggere, ad uno ad uno, i sessanta cartelloni che inneggiano all’avvento dello Stato di Israele, prima, e della “riunificazione”, poi. Quest’ultimo eufemismo è quello usato per alludere alla guerra dei sei giorni, nel ’67.

 

La tortura psicologica sembra non aver termine. E i nostri cuori, come ci disse Geriès, sanguinano nel rendersi conto di come la propaganda rovesci la realtà. Persino sull’aereo c’è modo di indignarsi. C’è una

copia di “Luoghi di infinito”, la rivista allegata al quotidiano cattolico Avvenire. Pubblica uno speciale sulla Terra Santa e leggo un reportage a seguito di un viaggio di una pellegrina: Incredibile! Ha ripercorso le

nostre stesse tappe, ma con paraocchi tali che non ha visto ciò che noi abbiamo visto. Gli uomini musulmani, come Omar, a noi parsi gentili e ospitali, per lei sono retrogradi. I bambini di Betlemme, che ci hanno lacerato il cuore chiedendoci l’elemosina, a lei sono parsi ingrati. Le bambine, così belle e dagli occhi cordiali, avrebbero risposto ad un suo saluto sputando per terra. La piazza della Natività, dove abbiamo vagato per ore, indisturbati, anche al buio, senza guida e senza protezione, a lei è parso un posto in cui il suo tassista ha ritenuto di girare armato. Almeno, non le è piaciuto il muro e ha notato la

contraddizione tra le scritte di pace che lo ornano, al check-point di Betlemme, e i militari che hanno frugato tra le sue cose. Ma non una parola di condanna per un popolo che a suo dire si propone come un

modello di civiltà e di emancipazione femminile, specie laddove, come a Nazaret, arabi ed ebrei “provano a convivere”. Racconta anche che sul monte delle beatitudini è finalmente riuscita a riascoltare la voce di

Gesù. Chissà cosa le avrebbe detto – se il suo cuore fosse realmente stato sgombro – Colui che proprio nel discorso della montagna ha predicato l’amore per i nemici.

 

È meglio ricordare le parole che abuna Faysal ci ha inviato per e-mail, mentre eravamo ancora in aeroporto: “Ciao a tutti, amici cari. Rimarrete per sempre nei nostri cuori. Grazie per la visita, segno di

solidarietà e di amicizia!” Abuna Faysal, un beduino, un arabo, uno che apparterrebbe ad un popolo “retrogrado”, uno che, a seicento metri da dove quella pellegrina si è fermata, dona ogni giorno la vita per gli ultimi tra gli ultimi. Non so se abuna Faysal scriverà mai di avere ascoltato la voce di Gesù sul monte delle beatitudini. Ma sono certo che, in un modo o nell’altro, lui quella voce l’ha veramente ascoltata e

incarnata.

 

Sono in aereo e mi metto a parlare con una signora russa che vive a Roma, È rimasta scandalizzata, quando le ho raccontato la nostra esperienza. Abbiamo vissuto esattamente gli stessi giorni in Terra

Santa, abbiamo visitato precisamente i medesimi luoghi sacri, ma qui si ferma ciò che avevamo in comune. A loro gruppo non è stato detto niente della condizione dei palestinesi. Hanno toccato la Palestina il

tempo strettamente necessario per visitare la Basilica della Natività a Betlemme. Sì, ha passato un check-point, ma così come si passa una qualsiasi frontiera tra due Stati. Che dire? Una volta di più, i commenti

appaiono superflui.

 

Stiamo per atterrare... Ringraziamo tutti coloro che hanno reso possibile questa esperienza che ci spinge a non rimanere impassibili a ciò che succede intorno a noi. Studenti o professori, tutti desideriamo

davvero essere persone nuove. Desideriamo cambiare per poter aiutare anche gli altri a cambiare. C’è troppa ingiustizia nel mondo per restare a guardare. C’è anche tanto amore, per non decidere di rimboccarsi le maniche.

 

La Palestina aspetta. Il mondo aspetta. Non resteremo chiusi in casa.

 

Paolo Farina

per Bocche Scucite n.67


Link a questa pagina :

http://www.terrasantalibera.org/PellegrinaggioScuolaAndria.htm

 

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