|
Quando giovani e Prof scoprono l’occupazione...
Diario di un viaggio con la scuola in Terra Santa

Non un
pellegrinaggio ma un viaggio-studio per i giovani delle scuole
superiori della città di Andria: un'esperienza straordinaria da
riproporre in tutte le città.
Betlemme, 29 novembre
In realtà siamo venuti in questa
terra con un sentimento di neutralità per quanto concerne la
questione palestinese. Tutti noi sappiamo quale orrore abbia segnato
nella storia la Shoah.
Abbiamo grande compassione per le
sofferenze passate del popolo ebreo. Eppure, dopo quanto stiamo
scoprendo in questi giorni, alla vista del muro e del campo di
Dheisheh, abbiamo sentito, nostro malgrado, montare in noi una
rabbia profonda e una voglia di ribellione, anche se sappiamo che
non è questa la via più giusta per resistere all’occupazione
israeliana. In questi giorni, abbiamo però scoperto un popolo,
quello palestinese, mite, accogliente, ospitale, veramente forte,
magnifico. Per questo diciamo a chi incontriamo: vi ammiriamo
profondamente e riconosciamo che la vera resistenza è quella che voi
mettete in atto, una resistenza che dice la vostra passione per la
vita e per questa terra. Si tratta di una terra in cui abbiamo visto
esserci un’enorme misura d’ingiustizia, ma anche un amore
sconfinato. Contro l’ingiustizia, una volta tornati a casa, ci
impegniamo, studenti e professori, a fare la nostra piccola parte.
Per l’amore che nelle vostre esistenze vediamo incarnato, vi diciamo
grazie dal profondo.
Domenica 30 novembre
È la nostra ultima cena in Terra
Santa. Scendono le lacrime, si moltiplicano gli abbracci e le
promesse ai giovani delle famiglie che ci hanno ospitato. Si
assumono impegni. Abbiamo avuto il privilegio di
iniziare l’avvento proprio a
Betlemme, la città dell’Incarnazione.(...)
Lunedì 1 dicembre
La partenza è arrivata e, con
essa, il magone. Dopo colazione, corriamo in parrocchia per l’ultimo
saluto ai nostri amici. Qui la scuola inizia un quarto alle otto.
Salutiamo i ragazzi, suor Rosaria, abuna Faysal. Anche
lui è in partenza. Ha lezione
fino alle undici e poi corre dalla mamma in Giordania. Sua mamma ha
settantasei anni, ci dice, non la vede da molto tempo e tra quattro
giorni gli scade il visto concesso da Israele, per il passaggio
della frontiera: “L’ultima volta che l’ho dovuto rinnovare, ho
atteso cinque mesi. E così, anche se solo per un giorno, vado a
salutare mia mamma. Sono solo cento chilometri, ma – con tutti
i checkpoint che dovrò passare –
mi ci vorranno cinque o sei ore per arrivare. Domattina, però, devo
essere a scuola”.
Tel Aviv.
Arriviamo alla zona del
lunghissimo tapee rulant dell’aeroporto “Ben Gurion” – sì, proprio
lui: colui che il 14 maggio del 1948 dichiarò unilateralmente la
nascita dello Stato di Israele. Mentre il tapee scorre, non possiamo
fare a meno di leggere, ad uno ad uno, i sessanta cartelloni che
inneggiano all’avvento dello Stato di Israele, prima, e della
“riunificazione”, poi. Quest’ultimo eufemismo è quello usato per
alludere alla guerra dei sei giorni, nel ’67.
La tortura psicologica sembra non
aver termine. E i nostri cuori, come ci disse Geriès, sanguinano nel
rendersi conto di come la propaganda rovesci la realtà. Persino
sull’aereo c’è modo di indignarsi. C’è una
copia di “Luoghi di infinito”, la
rivista allegata al quotidiano cattolico Avvenire. Pubblica uno
speciale sulla Terra Santa e leggo un reportage a seguito di un
viaggio di una pellegrina: Incredibile! Ha ripercorso le
nostre stesse tappe, ma con
paraocchi tali che non ha visto ciò che noi abbiamo visto. Gli
uomini musulmani, come Omar, a noi parsi gentili e ospitali, per lei
sono retrogradi. I bambini di Betlemme, che ci hanno lacerato il
cuore chiedendoci l’elemosina, a lei sono parsi ingrati. Le bambine,
così belle e dagli occhi cordiali, avrebbero risposto ad un suo
saluto sputando per terra. La piazza della Natività, dove abbiamo
vagato per ore, indisturbati, anche al buio, senza guida e senza
protezione, a lei è parso un posto in cui il suo tassista ha
ritenuto di girare armato. Almeno, non le è piaciuto il muro e ha
notato la
contraddizione tra le scritte di
pace che lo ornano, al check-point di Betlemme, e i militari che
hanno frugato tra le sue cose. Ma non una parola di condanna per un
popolo che a suo dire si propone come un
modello di civiltà e di
emancipazione femminile, specie laddove, come a Nazaret, arabi ed
ebrei “provano a convivere”. Racconta anche che sul monte delle
beatitudini è finalmente riuscita a riascoltare la voce di
Gesù. Chissà cosa le avrebbe
detto – se il suo cuore fosse realmente stato sgombro – Colui che
proprio nel discorso della montagna ha predicato l’amore per i
nemici.
È meglio ricordare le parole che
abuna Faysal ci ha inviato per e-mail, mentre eravamo ancora in
aeroporto: “Ciao a tutti, amici cari. Rimarrete per sempre nei
nostri cuori. Grazie per la visita, segno di
solidarietà e di amicizia!” Abuna
Faysal, un beduino, un arabo, uno che apparterrebbe ad un popolo
“retrogrado”, uno che, a seicento metri da dove quella pellegrina si
è fermata, dona ogni giorno la vita per gli ultimi tra gli ultimi.
Non so se abuna Faysal scriverà mai di avere ascoltato la voce di
Gesù sul monte delle beatitudini. Ma sono certo che, in un modo o
nell’altro, lui quella voce l’ha veramente ascoltata e
incarnata.
Sono in aereo e mi metto a
parlare con una signora russa che vive a Roma, È rimasta
scandalizzata, quando le ho raccontato la nostra esperienza. Abbiamo
vissuto esattamente gli stessi giorni in Terra
Santa, abbiamo visitato
precisamente i medesimi luoghi sacri, ma qui si ferma ciò che
avevamo in comune. A loro gruppo non è stato detto niente della
condizione dei palestinesi. Hanno toccato la Palestina il
tempo strettamente necessario per
visitare la Basilica della Natività a Betlemme. Sì, ha passato un
check-point, ma così come si passa una qualsiasi frontiera tra due
Stati. Che dire? Una volta di più, i commenti
appaiono superflui.
Stiamo per atterrare...
Ringraziamo tutti coloro che hanno reso possibile questa esperienza
che ci spinge a non rimanere impassibili a ciò che succede intorno a
noi. Studenti o professori, tutti desideriamo
davvero essere persone nuove.
Desideriamo cambiare per poter aiutare anche gli altri a cambiare.
C’è troppa ingiustizia nel mondo per restare a guardare. C’è anche
tanto amore, per non decidere di rimboccarsi le maniche.
La Palestina aspetta. Il mondo
aspetta. Non resteremo chiusi in casa.
Paolo Farina
per
Bocche Scucite n.67
Link a questa pagina :
http://www.terrasantalibera.org/PellegrinaggioScuolaAndria.htm
|