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Anno III,  Comunicato MAGGIO  2008

 

 

 

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Appunti dal Diario del nostro ultimo

Pellegrinaggio di Testimonianza

(maggio 2008)

 

MENTRE ISRAELE FESTEGGIA I SUOI PRIMI 60 ANNI

CALPESTANDO SANGUE E LACRIME DELLA GENTE DI TERRA SANTA

 

 

Percorriamo la 44 in direzione Gerusalemme-Betlemme proprio mentre sono in corso i festeggiamenti per la costituzione dello Stato di Israele. Uno sventolio di bandiere in ogni luogo: case, auto, pali segnaletici, ovunque stelle di Davide, di ogni misura, a ricordare l’evento. Non c’era casa abitata da israeliani che non ne esponesse qualcuna, non c’era auto dalla targa gialla che non ne esponesse al vento almeno una, se non due. Gli israeliani facevano festa. Quasi tutti, a giudicare dal numero di bandiere esposte sulle case ed auto.

La giosità e spensieratezza con cui si presenta Israele ad un osservatore straniero, ignaro di quel che succede dietro la cortina di ferro e cemento dei Territori Palestinesi Occupati, fa pensare che...(...)...

 

È l’alba. Un sobbalzo del veicolo, su rampe messe di traverso sull’asfalto, ci ricorda che ci stiamo avvicinando al primo check-point israeliano prima di Betlemme. Filo spinato, grate, sensori, videocamere e armi spianate.

Primo controllo di documenti. Siamo internazionali, con religioso al seguito, poche formalità.

Quindi il muro, che prima si intravedeva tra le maglie delle recinzioni preventive, si presenta ora agli occhi dei pellegrini in tutta la sua disumana realtà. Al centro l’enorme porta di acciaio con ai lati le torrette di controllo. E la sarcastica scritta cubitale: “La pace sia con voi, Ministero del Turismo israeliano”.

Qualcuno chiede dove stessimo andando: “Non eravamo diretti a Betlemme?”.

La risposta, accompagnata da un respiro profondo, di indignazione repressa, è che “Questa è Betlemme”.

Chi non vi sia stato prima, o non abbia compreso a fondo cosa stia succedendo nella Terra Santa di Palestina, stenta a capacitarsi di tanta assurdità.

Ma come? Israele, nazione tanto rispettata e riverita, commemorata e decantata di continuo, è capace di tanta crudele inciviltà nei confronti dei propri consimili?

Difficile spiegare che per chi sia stato cresciuto a cosher, talmud e letteratura sionista gli unici consimili sono solo coloro che hanno ricevuto la stessa educazione.

Troppo difficile da capire, per chi sia stato bombardato per anni dalla propaganda olocaustica. Ma l’impatto del muro è forte, e alcune crepe cominciano a formarsi nelle effimere certezze della democratica mentalità europea.

 

A chi invece è già avvezzo al sistema israeliano (democratico con i giudei e spietatamente dittatoriale con tutti gli altri) e sia già stato altre volte a Betlemme, non sfugge il nuovo ingabbiamento per incanalare, in entrata ed in uscita, la popolazione araba che abbia la fortuna di possedere una carta verde, rinnovabile ogni due mesi a discrezione dell’autorità israeliana, valida per potersi recare oltre il muro a lavorare. Niente rinnovo, niente lavoro.

Le solite facce strafottenti di ragazzotti e ragazzotte ventenni con l’M16 a tracolla, che ti intimano con gesto villano di fermarti ad una decina di metri, mentre continuano a chiacchierare e cincischiare, solo per dar sfoggio del proprio potere su numerose persone adulte.

Così marcano la propria debolezza.

Se sei arabo invece ti aspettano anche umiliazioni peggiori.

 

Mentre attendevamo che si decidessero a farci passare, assistemmo alla scena di un palestinese, che era stato lasciato passare con la sua auto, un van da lavoro, al primo posto di blocco, quello al muro, per poi essere invece bloccato al secondo posto di blocco, quello a meno di cento metri, dove un isterico giovanotto in divisa gli intimò di ritornare sui suoi passi entro le mura della cittadina. A nulla valsero le insistenze dell’uomo palestinese, che evidentemente stava realizzando che così perdeva la sua giornata di lavoro. Gli si leggeva visibilmente sul volto la rabbia per dover essere così pubblicamente maltrattato da uno che poteva essere suo figlio. Ma più implorava di poter proseguire verso Gerusalemme, più il giovane in kippa e divisa si alterava per il fatto di essere stato contradetto. Ad un certo punto imbracciò l’arma, o almeno fece la mossa, ed un altro militare, coetaneo ma forse con più giudizio, dovette intervenire per calmare il collega sbraitante. Inutile aggiungere che il palestinese dovette girare l’auto e rientrare in Betlemme.

Normale amministrazione da quelle parti. Mangiare o digiunare è decisione che spetta a imberbi e presuntuosi cafoni in divisa verde.

 

Al di là del muro però la vita continua lo stesso, nonostante tutto quello che venga fatto per renderla impossibile.  

 

Passammo di fianco al Caritas Baby Hospital, dove avevamo preso appuntamento il giorno successivo, prigioniero con tutto il suo carico di giovani vite e di speranze.

Notai subito anche che l’estensione della colonia giudaica di Bar-Homa, alle spalle dell’ospedale, si era allargata notevolmente dall’ultima mia visita.

 

Il muro intanto si continuava ad addentrare, alto, opprimente, invadente, sin nel cuore della cittadella, senza pietà.

 

È l’alba quando giungiamo in Manger Square. I pellegrini scendono dal minibus, frastornati ed increduli per quello a cui hanno appena assistito. È giusto che sia così, che comincino a porsi delle domande, ad avere dei dubbi sulle false certezze loro inculcate dal nostro servile sistema di informazione e dai camerieri delle banche che siedono nei parlamenti delle Nazioni..........(continua).